“Tre anni” – Anton Čechov – Seconda parte

Aleksiej Fjodorovic Laptiev conosciuta Giulia Sierghejevna – figlia del medico che ha in cura la sorella di Aleksiej, in quella piccola città di provincia dove ella vive e presso cui egli è in visita – era rimasto attratto dalla bellezza e dalla giovinezza di lei e, divenuto preda di quell’attrazione, se ne innamora, nonostante che quel suo amore sia, a suo modo, impossibile. Perché Aleksiej “…sapeva di non essere bello…Era piccolo di statura, magro, aveva le guance rosse e presto sarebbe rimasto calvo…In compagnia delle donne spesso appariva goffo, era troppo ciarliero e lezioso” Ma, soprattutto, egli vive quella sua scarsa attrattività in modo sofferto e negativo, investendo di quella negatività tutto se stesso, fino al punto di disprezzarsi come persona, non accettandosi così come è. Di fondo Aleksiej Fjodorovic Laptiev aveva sempre avuto una invincibile timidezza e non era certo un uomo forte, laddove l’essere buono, intelligente e serio, quale egli era, non compensava l’ apparire un debole, prima di tutto a se stesso e, di conseguenza, anche agli altri: “…se si tratta di agire, dimostrarsi uomo di carattere, affrontare un insolente ed uno sfacciato, egli si confonde e si perde d’animo…Gli individui come il vostro Aljoscia, sono delle persone eccellenti, non nego, ma sono incapaci di lottare e, in genere, buoni a nulla.” Così infatti, e cioè con spietata sincerità, dirà un giorno a Giulia uno degli stessi amici di Aleksiej.

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“Tre anni” – Anton Čechov – Prima parte

È noto che l’opera narrativa di Anton Čechov si basa su quella straordinaria messe di racconti che la compongono che, nel loro insieme, ammontano a diverse centinaia. Fu tuttavia Čechov stesso che, in occasione della prima pubblicazione delle sue opere complete, avvenuta nel 1899, scelse quali racconti includere e ne selezionò “solo” 240, venendo a costituire tale corpus – fatta salva l’ aggiunta di pochi altri racconti scritti successivamente – quello fondamentale e rappresentativo di quella sua “monumentale” produzione. Čechov aveva iniziato a scrivere racconti già a partire dal 1879 quando aveva appena diciannove anni e frequentava l’università di medicina a Mosca dove si laureò nel 1884. Tuttavia gran parte di quella prima produzione fu considerata dallo stesso Čechov a dir poco “minore”, tanto che egli ripudiò tutti i racconti da lui scritti fra il 1879 e il 1882 – quando selezionò quelli da inserire nelle sue opere complete – escludendoli e inserendo solo quelli scritti a partire dal 1883. Si trattava quasi sempre di brevi o brevissimi racconti buffi, satire di costume legate all’ attualità, destinate a giornaletti umoristici di bassa lega, tanto che egli stesso in una lettera a un redattore di uno di quei giornaletti scriverà: “Vi manderò domani i miei escrementi letterari”.

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“I racconti di Pietroburgo” – Nikolaj Gogol’

Francesco Orlando, ne “Il soprannaturale letterario. Storia, logica e forme”, in cui sono raccolte una serie di sue “lezioni” sul concetto di “soprannaturale letterario” con cui amplia le precedenti teorie sul “fantastico”, ci fornisce le coordinate di quelle teorie, dalle quali egli stesso prende le mosse. A partire dalla nota distinzione tra “Il fiabesco” e “Il fantastico” così come definiti prima da “…Roger Caillois già nel 1958”(1), poi da Tzvetan Todorov che sistematizzò tali concetti nel suo ormai famoso studio “Introduzione alla letteratura fantastica”.

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“Ottanta poesie” – Osip Mandel’štam

Osip Mandel’štam – “Ottanta poesie” – Traduzione e Nota introduttiva di Remo Faccani – Einaudi. Collezione di Poesia – 2009

Osip Mandel’štam (1893-1938) è secondo molti il più grande poeta russo del Novecento. Inviso al regime sovietico dal 1934 subì prima il confino, poi il carcere e la deportazione. Il 2 maggio 1938 viene arrestato. In giugno è sottoposto a visita psichiatrica. Il responso della commissione medica dichiarò che Mandel’štam, “in quanto malato di mente”, era – tutte maiuscole – “PASSIBILE DI INCRIMINAZIONE”. L’ 8 agosto a Mandel’štam è comunicata la sentenza che gli infligge una condanna alla deportazione per “attività controrivoluzionaria”. Il 12 ottobre, dopo oltre un mese di viaggio, egli viene internato a Vtoraja Recka in un “campo di transito” nei pressi di Vladivostok. La destinazione finale dei detenuti erano gli spaventosi lagher della Kolymà. L’unica sua lettera dalla Siberia giunge a Mosca il 13 dicembre: il poeta dà notizia delle sue disastrose condizioni di salute (“…sono ridotto allo stremo…quasi irriconoscibile…”).  Osip Mandel’štam si spegne il 27 dicembre a Vtoraja Recka e il suo corpo viene sepolto in una fossa comune vicino al campo. Della data della sua morte sarà messo al corrente per primo il fratello Aleksandr un anno e mezzo più tardi, nel giugno del 1940. La riabilitazione ufficiale di Mandel’štam arriverà il 28 ottobre 1987: aveva dovuto attendere la “perestrojka” gorbaceviana!.

La poesia di Mandel’štam ha lasciato numerose e vivide tracce nella letteratura moderna. Il rapporto di gran lunga più profondo con Mandel’štam lo rintracciamo in Paul Celan. Nel 1959 escono, tradotti da Celan, i quaranta componimenti della plaquette O. MANDELSTAMM, “Gedichte” e, nel 1960 Celan, parlando di Mandel’štam, così si esprime: “raramente, come con la sua poesia, ho avuto la sensazione di camminare – di camminare accanto all’Irrefutabile e al Vero, e grazie a lui”. C’è da notare che la silloge celaniana del ’59 comprende soltanto liriche del periodo 1908-24 e, nel licenziare il suo Mandel’štam, Celan osserva come “ciò che era intimamente inscritto” nelle sue poesie, “quella profonda e dunque tragica concordanza con la propria epoca”, avesse tracciato al poeta il suo cammino, gli “avesse prescritto…la sua sorte”. E’ stupefacente, prodigioso l’intuito, con il quale Celan, partendo dal Mandel’štam giovanile che così fortemente lo attraeva, seppe “vedere” anche il Mandel’štam più tardo che allora gli era quasi del tutto ignoto, e seppe cogliere, in sostanza, il senso unitario, l’”invariante” che ne percorre e ne trama l’opera; occorre perciò che si guardi l’intero arco, il trentennio dell’attività poetica mandel’štamiana, dai ricercati “frammenti intenzionali” dell’esordio alle schegge ultime che recano il suggello del martirio”. (Libera riduzione da “la quarta di copertina; i “Cenni bio-bibliografici”; l’”Introduzione”)

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“Lazzaro” – Leonid Andreev

Non aveva occhi per piangere, non aveva occhi per ridere, né per posarsi lieti sull’ amata, né per mirare il sole, né per mirare la luna, non aveva occhi per osservarsi né per interrogarsi, non aveva occhi per scrutare il mare, né per esplorare le lontane distese, non aveva occhi che scorressero su le scritte parole, né aveva occhi che apprendessero da le scritte parole, né aveva occhi che si aprissero sul giorno così come che si chiudessero sulla notte, non aveva occhi per specchiarsi nella luce, né per specchiarsi in ciò che limpido è, non aveva occhi di bambino né per chi bambino è, né occhi di antico sapiente aveva, né aveva occhi innocenti, né occhi colpevoli, né stanchi né forti, né saggi né ignari, aveva solo occhi fissi nel Vuoto Orrore dell’Infinito.

Raffaele

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“Il giunco mormorante” – Nina Berberova

Vi può essere, ad una prima lettura de “Il giunco mormorante”, l’impressione di muoversi dentro un vuoto, l’impressione cioè di qualcosa di inafferrabile trasmessoci da quel senso di etereo, di incorporeo, di impalpabile che lo pervade. Come venissimo sfiorati da un soffio esile e sottile.  Continua a leggere

“Lolita” – Vladimir Nabokov

Lolita è un nome ormai entrato nel linguaggio comune come sinonimo di ragazzina sessualmente precoce e provocante, disinibita e maliziosa. Ma da neologismo usato per indicare un fenomeno di costume e un modello sociale Lolita è divenuto progressivamente un nome di richiamo adoperato nel “marketing” della nostra contemporaneità per gli usi più svariati finendo così per allontanarsi dalla sua matrice originaria da quello, cioè, che lo ha ispirato e reso così potentemente evocativo, imponendolo nel nostro immaginario collettivo. Perché il merito della fama del nome Lolita e del suo essere divenuto un moderno simbolo di un modo di essere risiede tutto in quel grande romanzo che è stato ed è “Lolita” di Vladimir Nabokov. Continua a leggere

“Storia di un manichino di parrucchiere” – Aleksandr Čajanaov

Narrativamente deliziosa, sottilmente ambigua, non esente da una sua certa perversità e da una buona dose di eros e thanatos questa “Storia di un manichino di parrucchiere”, che è la prima di un ciclo di cinque novelle “fantastiche” scritte da Aleksandr Čajanov e pubblicate in un arco di 10 anni dal 1918 al 1928. Continua a leggere