“L’airone” – Giorgio Bassani

“Si riempiva la bocca della polpa fra dolce e acidula dei crostacei, e ingoiava: mandando poi giù lunghe sorsate di vino, o ingozzandosi di pane. Ciò nonostante, molto presto si sentì disgustato del cibo e di se stesso. A che pro? – si diceva – …A mano a mano che lo stomaco gli si veniva gonfiando, gli aumentava dentro anche lo schifo…Di nuovo non c’era più niente che non lo urtasse, non lo ferisse. Fra un boccone e l’altro gli bastava, non so, alzare il capo, volgere gli sguardi in giro per la sala; e ogni volta, puntualmente,…era preso da un senso di invidia…Come erano tranquilli e beati, gli altri, tutti gli altri!…Come erano bravi a godersi la vita! La sua pasta si vede era diversa, inguaribilmente diversa, da quella della gente normale che, una volta mangiato e bevuto, non bada che a digerire. Accanirsi a mangiare e a bere, infatti, a cosa gli sarebbe servito, a lui?”

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“Un amore” – Dino Buzzati

“Un amore”, pubblicato nel ’63, è l’ultimo romanzo scritto da Buzzati e si colloca a ventitré anni di distanza dall’“uscita” de “Il deserto dei Tartari” avvenuta nel ’40. Ora se si confronta “Un amore” con “Il deserto”, cioè con quello che è l’indiscusso faro di tutta l’opera di Buzzati – che la identifica dandole una sorta di imprinting – si può restare ancora oggi interdetti. E ciò per la divaricazione tematica e stilistica che i due testi presentano tanto da essere portati a pensare che la parabola di scrittore di Buzzati nel corso del tempo si sia mossa in una direzione diversa da quella originaria fino a trasformare la forma della sua scrittura e i contenuti della sua ispirazione che lo hanno reso famoso.

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“Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” – Carlo Emilio Gadda

Non si può, a proposito del “Pasticciaccio” (“P.”) e, più in generale, a proposito di Gadda, non porre e non porsi, prima di tutto, il problema della sua “leggibilità”. E ciò in relazione al suo tratto più noto e peculiare che trova, proprio nel “P.”, il suo massimo riscontro e cioè il linguaggio. Quel linguaggio che ha consacrato Gadda come il più grande innovatore tra i nostri scrittori del Novecento facendone, per molti, il più grande tout – court. Tuttavia quel linguaggio, proprio per la sua straordinarietà, implica per il lettore un indiscutibile impegno, un’abnegazione paziente, un esercizio costante dovuti a quella straripante ricchezza espressiva che trasforma anche la più minuta e, apparentemente, insignificante descrizione in una creazione a sé. Con una iperproduzione di immagini, citazioni, riferimenti e dettagli, ma anche di evoluzioni e involuzioni della lingua, che dilatano in mille rivoli quella descrizione. In altre parole, come è stato osservato, Gadda “…richiede al lettore immersioni che comportano allenamento del respiro e dei muscoli e un addestramento dell’intelligenza e dell’immaginazione adeguati a comprendere la ricchezza e la varietà dei suoi fondali in cui galleggiano frammenti di una immensa enciclopedia dei saperi” (1)

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“Storia di Tönle” – Mario Rigoni Stern

Storia di Tönle”, sebbene meno noto de “Il sergente nella neve”, che è il libro sicuramente più famoso di Mario Rigoni Stern, tuttavia è, a detta di Rigoni Stern stesso, il suo libro più bello: “”Il sergente nella neve” è il mio libro più importante, “Storia di Tönle” è il più bello” (1) . In effetti “Storia di Tönle” ha avuto importanti ed espliciti riconoscimenti laddove si consideri che, pubblicato alla fine del 1978, vinse, l’anno dopo, sia il premio Campiello che il Bagutta. E che “Storia di Tönle”abbia una sua indubitabile bellezza è stata anche la mia personale impressione che ne ho avuto leggendolo.

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“L’iguana” – Anna Maria Ortese

“L’iguana” è un romanzo di perlacea bellezza avendone di una perla la stessa lucentezza e lo stesso splendore ma possedendone anche la stessa opaca e misteriosa anima. Risplendente nelle forme fino ai limiti del barocchismo – di un barocchismo elegante e fastoso nelle sue continue e fantastiche creazioni – “L’iguana” è un romanzo che si cela aprendosi a sempre nuovi misteri, in un continuo anelito alla trasformazione, ma anche alla moltiplicazione dei significati e delle identità.

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“Tre croci” – Federigo Tozzi

Nel panorama della letteratura italiana del ‘900 Federigo Tozzi resta, per la gran parte del pubblico dei lettori, un autore poco o niente conosciuto, considerato da molti un minore, la cui produzione è per lo più ignorata, pur a fronte della consacrazione ormai consolidata che la sua opera ha avuto, tanto da essere ormai annoverato, a pieno titolo, fra i grandi classici della letteratura italiana. Non è certo questa la sede per analizzare le cause di questa scarsa ricezione che l’opera di Tozzi ha avuto, tuttavia questo pregiudizio riduttivo su Tozzi è diffuso e – devo ammettere – io stesso non ne sono stato esente fino a quando, per merito della lettura di “Tre croci”, ho avuto finalmente modo di fare la mia personale “scoperta” di Tozzi. Ed è stata una scoperta sorprendente ed improvvisa che mi ha messo di fronte ad un autore capace di toccare corde profondissime con una immediatezza ed una forza assolutamente uniche ed originali.

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“Memoriale” – Paolo Volponi – Seconda parte

“I miei mali sono cominciati tutti alcuni mesi dopo il mio ritorno dalla prigionia in Germania, quasi che la terra materna, dopo tanto e così crudele distacco mi rigettasse”. Con queste parole Albino Saluggia, il protagonista del romanzo, inizia la sua narrazione che si qualifica, poco dopo, con la necessità di dare voce a una sofferenza divenuta ormai estrema, per offrirle uno sfogo che la renda sopportabile ma anche, e soprattutto, una identità che la sveli per intero: “Oggi che scrivo ho già compiuto trentasei anni e i miei mali sono arrivati a un punto tale che non posso fare a meno di denunciarli”. Perché quei suoi mali ormai durano da dieci anni tanto è il tempo trascorso da quel loro apparire, dichiarato nell’incipit, allo scriverne a cui Albino sta dando seguito.

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“Memoriale” – Paolo Volponi – Prima parte

“A quindici anni, Volponi scrive i suoi primi racconti. Pagine molto drammatiche e disperate. Un racconto riguardava un ragazzo contadino “matto” e silenzioso, tutto rinchiuso in un mondo suo e a contatto più con l’orto e la sua fauna che non con le altre creature umane…Erano scritti di un ragazzo introverso e grandemente bisognoso d’affetto;…quella piccola attività letteraria rappresentava un’oasi di contrizione, una solitudine centellinata ed era al tempo stesso uno sfogo, un dire alla carta quando in casa non c’era nessuno a cui dire qualcosa…nel dopoguerra Volponi incomincia a scrivere poesie…Nel 1948 riuscì a pubblicare il suo primo libro di versi, “Il ramarro”…Nel 1955 dette un’altra prova della sua vena poetica pubblicando il volume “L’antica moneta”, che non mancò di attirare l’interesse della critica più qualificata…Nel 1960 uscì il suo terzo volume di versi “Le porte dell’Appennino” che gli valse il Premio Viareggio di quell’anno…[che] fu un anno cruciale per Volponi… [in esso] si colloca il lavoro del suo primo romanzo “Memoriale” …[con cui] Volponi scoprì la sua vera strada d’artista, e la funzione quasi di apprendistato che le sue poesie avevano svolto in lui.” ( Enrico Baldise – “Invito alla lettura di Volponi” – Mursia – 1982 – pp. 14-20)

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“La famiglia che perse tempo” – Maurizio Salabelle

Riporto una nota scritta un po’ di tempo fa su “La famiglia che perse tempo” di Maurizio Salabelle, autore che ho amato e amo molto e di cui ho già parlato, più ampiamente, nel mio commento ad un altro suo libro: “Un assistente inaffidabile”. Un gradito feed ricevuto, su quel commento, da parte di “Dalla mia tazza di tè. Il blog di Elena Grammann”, mi ha fatto venire in mente questa nota e mi ha indotto a pubblicarla affinché, soprattutto, l’opera di Salabelle possa essere conosciuta da un sempre maggior numero di lettori.

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“La malora” – Beppe Fenoglio

“La malora” è il secondo libro di Fenoglio, uscito nel 1954, due anni dopo “I ventitre giorni della città di Alba”, a cui farà seguito, nel 1959, il suo terzo libro: “Primavera di bellezza”. Ma se questi ultimi due libri, come poi avverrà per la gran parte della sua opera, hanno per tema la lotta partigiana e i suoi esiti, con tutta la problematicità e drammaticità che quell’esperienza ebbe per Fenoglio  –  che ne colse le implicazioni laceranti di guerra civile e di “violenza pubblica”  –  “La malora” si distacca da questo filone costituendo, nel corpus dell’opera dello scrittore piemontese, un testo contenutisticamente diverso dagli altri.

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