“Le braci” – Sandor Marai

“Le braci” si divide in due parti. La prima è centrata sulla rievocazione che Marai, attraverso un lucido, essenziale e scandito flashback fa della relazione, pressoché simbiotica, tra Henrik (H.) e Konrad (K.), i due protagonisti. A partire dal loro incontro, avvenuto all’ età di 10 anni, nel collegio militare presso Vienna che frequentavano, fino ai primi anni della vita adulta, avendo attraversato costantemente insieme adolescenza e giovinezza.

Nella seconda parte si svolge invece, al presente, l’incontro tra H. – divenuto nel frattempo generale – e K., che avviene nel castello in cui H. vive. Essi hanno, al momento di questo incontro, 75 anni e da 41 anni H. e K. non si erano più visti né sentiti. La prima parte, di cui si è detto, è racchiudibile nelle prime 59 pagine del libro (Ed. Gli Adelphi). Ebbene in queste prime 59 pagine che, in realtà, sono 48, in quanto il libro ha inizio da pagina 11, le parole silenzio, silenzioso/silenziosa, silenziosamente e muto, appaiono complessivamente ben 17 volte: una frequenza di una volta ogni 3 pagine e, cosa ancor più importante, quasi sempre in momenti in cui si descrivono circostanze e stati, significativi e cruciali, della vita dei personaggi di cui si parla Un caso? No.

Perché il silenzio ne “Le braci” è il modo in cui gli esseri umani, in esso rappresentati, si esprimono, sia che ciò avvenga in modo esplicito, come in questa prima parte dove il silenzio è esplicitamente affermato e rappresentato da Marai, sia, come vedremo, nella successiva parte dove il silenzio diventa implicito: non ha più bisogno di essere detto ed enunciato, infatti la parola silenzio svanirà dal testo, ma non svanirà il silenzio sotteso alla narrazione: è con esso e in esso che si consumeranno gli agiti e si nasconderanno le volontà.

Il silenzio descritto ne la prima parte de “Le braci” non è un silenzio celato, non vuole nascondere nulla. Al contrario è una modalità profonda, intensa, radicale di manifestazione dell’io, in cui l’io è cosciente della propria condizione e del proprio destino e, nello stesso momento, con quel suo silenzio, comunica agli altri e al mondo questa sua condizione e questo suo destino. E’ in questo silenzio che questo io vive. Nel silenzio vive Nini, la balia di H., quasi una sorella per H., ma al tempo stesso anche una madre: lo ha allattato lei, e lei lo ha riportato alla vita quando era stato gravemente malato e la madre di H. si dibatteva nell’ impotenza. Passerà a fianco di H. tutta la sua vita: “E là essa visse in silenzio per settantacinque anni”, in una condivisione totale: ”avevano condiviso ogni cosa”.

Nel silenzio si svolge la relazione tra il padre di H.: ufficiale della guardia dell’impero austroungarico, e la madre: una contessa francese: “L’ufficiale della guardia e sua moglie si combattevano in silenzio”. Nel silenzio vivranno tutta la vita i genitori di K.: “Quassù in Galizia” dirà K. riferendosi ai genitori “avevano sacrificato in silenzio la loro vita per me” .
In silenzio si svolge la vita nel collegio che H. e K. frequentano: ”Nel collegio…. regnava un silenzio pari a quello che cova all’interno di una bomba un minuto prima dell’esplosione”:
In silenzio infine si svolgeva quell’esperienza totale che era l’amicizia tra H. e K.: ”La loro amicizia era seria e silenziosa come tutti i grandi sentimenti destinati a durare una vita intera”. Ma vivere in questo modo, in questo silenzio, sottende un contesto coercitivo e claustrofobico dove regole, severità, disciplina, doverismo e dedizione tengono insieme ma, nello stesso tempo, rinchiudono la vita di coloro – interi popoli e singoli individui – che vi appartengono.

Scrive Marai: “Il senso di sicurezza di cinquantamilioni di esseri umani si basava su questa consapevolezza: che l’imperatore si coricava prima di mezzanotte, si alzava alle cinque del mattino e sedeva nella sua poltroncina americana di vimini, a lume di candela, davanti alla scrivania, e che tutti gli altri, quelli che avevano giurato fedeltà al suo nome, obbedivano alle consuetudini e alle leggi. Naturalmente bisognava obbedire anche in un senso più profondo di quello prescritto dalle leggi. L’obbedienza si portava iscritta nel cuore, era questa la cosa più importante. Bisognava aver fede nel fatto che tutto fosse in ordine.”
Ma questo mondo che pretende di ricomprendere ed inglobare la totalità, com’ è noto, si sfalderà. Ma se in quel mondo, destinato a scomparire, il silenzio era una prescrizione normativa, ed insieme una dimensione culturale, sociale ed esistenziale, nella vita di H. e K., a dispetto di ciò che avverrà nel mondo, il silenzio continuerà a imperversare feroce ed inesorabile per anni. Ma, per loro, il silenzio assumerà una natura diversa, diventerà una questione privata.

E si trasformerà in un silenzio cupo e oscuro, testimone di una incomunicabilità e non, come poteva essere stato nel passato, di ciò che è volutamente detto nel volutamente non detto. Anche questo silenzio, a suo modo parlerà, ma parlerà di ferite e di lacerazioni, testimonierà il disinganno e il distacco. Ma, a sua volta, sarà un silenzio suscitatore di energia, quell’ energia che terrà in vita H. e K.. Sarà il silenzio dell’attesa.
L’atto che muterà la natura del silenzio nella vita di H. e K. sarà la fuga di K.: ”Il fatto della tua fuga è facile da stabilire, il suo motivo no” dirà H. a K. seduto di fronte a lui, nel castello di H., 41 anni dopo quella fuga. Un atto, questo della fuga di K., che si consumerà, da parte di K., nel silenzio, in un silenzio tanto più atroce per H., perché quel giorno, in cui si verificò, gli apparve del tutto incomprensibile: “ Quel giorno….quando hai abbandonato la città, sapevi che ti lasciavi un debito alle spalle….Avrei accettato qualsiasi cosa come scusante e spiegazione , persino l’infedeltà agli ideali del nostro mondo. C’era soltanto una cosa che non riuscivo a spiegarmi: l’offesa fatta a me. Per questa non c’erano scusanti. Ti eri dileguato come un truffatore, di nascosto come un ladro. Poche ore prima ti trovavi ancora con noi, con Krisztina e con me, al castello, dove per anni e anni avevamo trascorso insieme innumerevoli ore….in un’intimità fraterna e una confidenza pari soltanto a quella in cui vivono i gemelli,….che per un capriccio della natura sono legati l’uno all’altro per la vita e per la morte”.

Ed è da questo momento che inizia per entrambi il silenzio dell’attesa. A testimoniare il silenzio dell’attesa di H. è, in primo luogo, il castello in cui H. vive: “Il castello era un mondo a sé stante,….esso racchiudeva in sé il silenzio, come un recluso che vegeti esanime sulla paglia marcescente di un sotterraneo”. In esso: “Da vent’ anni non ricevevano ospiti” e in esso H.:”Vive, aspetta, mantiene l’ordine nella sua esistenza. Vive come un monaco,….Ma per un monaco è tutto più semplice, perché crede in qualcosa. L’uomo in questione , che ha consegnato la sua anima e il suo destino alla solitudine non crede in niente. Aspetta e basta. Aspetta il giorno o l’ora in cui potrà discutere ancora una volta di tutto ciò che lo ha costretto alla solitudine con colui o con coloro che lo hanno ridotto in quella condizione. Si prepara a tale momento per dieci o per quarant’ anni, diciamo pure, per l’esattezza, per quarantun anni, così come ci si prepara a un duello.”Anche K. ha atteso quel momento, in un’altrettanto silenziosa solitudine, interiore prima ancora che fisica, in luoghi lontani, ma altrettanto estremi e isolati dal mondo: i Tropici.

“Da quelle parti…. Tutti bevono, la gente ha gli occhi iniettati di sangue. Il primo anno pensi che morirai. Il terzo….ti rendi conto di non essere più quello di prima….Poi arriva il momento in cui non sai più cosa ti succede, né cosa stia succedendo intorno a te….E’ il periodo delle crisi di rabbia. In quei momenti molta gente ammazza qualcuno, oppure si ammazza”. Ma adesso K. è lì, di fronte a H., in quello stesso luogo, in quella stessa stanza, in cui quarantun anni prima, erano stati insieme per l’ultima volta, ed è lì per lo stesso motivo per cui H. è lì. E a H. che proprio questo gli chiede, perché sia lì, K. risponde: ”Non ho più niente di cui occuparmi. Ho settantacinque anni come te. Tra poco morirò. Ed è per questo che mi sono messo in viaggio, ed è per questo che mi trovo qui.”

E’ lì per uscire da quel silenzio assordante e martellante, per uscire da quell’attesa che ha i giorni contati dall’incedere inesorabile della vita e dall’avvicinarsi inesorabile della morte, per concedere a H., ma anche a sé stesso la rivelazione di quel segreto potente e devastante che ha aleggiato così tanto a lungo tra di loro e che, ineluttabilmente, sarebbe dovuto fuoriuscire dal silenzio in cui era stato imprigionato dal momento della fuga di K.
E qui ha inizio la fuoriuscita dal silenzio, che ha un unico scopo: il raggiungimento della verità, sapendo entrambi che questa verità contiene e porta con sé una violenza immensa, che produrrà non pietas, non l’abbraccio, non il nostos, ma solo sopraffazione. Non chiuderà la ferita, la ufficializzerà.E colui che sopraffà e colui che è sopraffatto non si distingueranno più. Come in un’immensa seduta analitica che durerà dalla sera all’alba del giorno dopo, attraverso un procedere ricostruttivo meticoloso, ordinato e analitico a cui H. ha lavorato per 41 anni, si genera un flusso di parola, per bocca di H., che ucciderà definitivamente quel silenzio in cui tutto era avvenuto.

Il silenzio in cui si era svolto ciò che era accaduto tra K. e Krisztina, la moglie di H. Il silenzio in cui si era svolto ciò che era accaduto durante la caccia in quell’ultimo famoso giorno che H. e K. avevano trascorso insieme. Il silenzio che c’era stato, in merito a ciò che era accaduto durante quella caccia, nel corso della cena consumata al castello quella sera stessa tra H., K. e Krisztina. Il silenzio in cui H. effettuò il giorno successivo quella visita alla dimora di K., in cui apprese della fuga di K. avvenuta in silenzio. Il silenzio in cui vissero per otto anni H. e Krisztina, cioè fino alla morte di Krisztina. Su tutto questo H. non si risparmierà e non risparmierà a K. la “cognizione del dolore” che quei fatti, quei maledetti fatti hanno comportato.K. sarà, in realtà, per H. solo uno specchio, un nitido specchio Ma, come qualsiasi specchio, esso parlerà a H. in silenzio o meglio con il suo silenzio. Sarà l’ultimo tipo di silenzio a cui assisteremo. Perché H. e K. sanno già tutto, i fatti sono quelli, tutti li sanno già.

Prima che tutto questo fosse cominciato, prima che K. facesse il suo ingresso al castello, mentre Nini e H. stanno definendo i preparativi di quell’ accoglienza, H. e Nini si erano detti: ””Cosa vuoi da quell’ uomo” chiese la balia. “La verità” disse il generale. “La verità la conosci bene”. “Non la conosco” replicò lui….”E’ proprio la verità che non conosco” egli aggiunse. “Però conosci i fatti” disse bruscamente la balia,…”I fatti non sono la verità” rispose il generale. “I fatti ne sono soltanto una parte. Neanche Krisztina conosceva la verità. Lui, K., forse la conosceva. E adesso gliela strapperò” concluse tranquillamente. “Che cosa gli vuoi strappare?” domandò la balia. “La verità” ripeté; e tacque.”

Ma quella verità non verrà “strappata”, non la saprà nessuno quella verità. L’unica verità con cui si lasceranno e che K. concederà a H. è che tutto è accaduto per amore di una donna che ha suscitato il desiderio, ed è questo desiderio, il desiderio in sé, l’aver vissuto questo desiderio indipendente dal suo oggetto, che avrà dato senso e significato alla vita di H. e K., quello per cui alla fine essi avranno vissuto.

Ma la vera verità, la piena verità nessuno la saprà mai veramente: “Perché l’attimo in cui l’uomo è più colpevole non è necessariamente quello in cui solleva l’arma per uccidere qualcuno. La colpa viene prima, la colpa è nell’ intenzione”. Ma il punto è proprio questo: il senso delle nostre azioni può essere misterioso anche per noi. Quali sono le nostre vere intenzioni? Quali erano le vere intenzioni di K.? Potremo sapere i fatti questo sì, ma la verità su quei fatti può risultare a noi, ancor prima che agli altri, opaca e ambivalente. Noi sembriamo quello che facciamo, ma forse non lo siamo. E di fronte a questo non possiamo che ritirarci nel silenzio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...