“La principessa di Clèves” si apre con la fastosa descrizione di quella corte di Enrico II presso cui si svolgeranno le vicende narrate nel romanzo. Una descrizione dove tutto riluce, come fossimo in un mondo incantato fatto di splendore e meraviglie, in cui tutti spiccano per qualità eccelse e padronanza di doti. La dimensione dominante è quella del bello e della bellezza che vengono esaltati per l’unicità e l’irripetibilità con cui si sono incarnati tra coloro che vivono in quella corte. E in tanto mirabolante consesso tutto non può che svolgersi in un clima di appagamento e di godimento.
Nulla manca infatti per potersi quotidianamente gratificare e la vita che lì si conduce è improntata in modo da consentire il massimo compiacimento collettivo. Un mondo dove l’esteriorità è dominante e tutto è esteriorizzato. Un mondo nel quale non sono previste incrinature, contrasti, messe in discussione ma tutto avviene aderendovi incondizionatamente. E’ come se si assistesse ad uno spettacolo in cui pubblico ed attori coincidono in quanto ognuno interpreta la propria parte e, al tempo stesso, è spettatore delle parti altrui in un gioco continuo di reciproche messe a fuoco. Un mantenere le apparenze rispetto a ciò che si è o che si dovrebbe essere, anche se tutti sanno e tutti vedono che non è così, venendo, le apparenze, costantemente scrutate e interpretate. Ed anche di fronte alle evidenze si dissimula, in un gioco calcolato che tiene conto dei propri interessi e delle proprie ambizioni, del proprio tornaconto e delle proprie rivalse, dei propri desideri e del proprio piacere, dei propri tormenti e turbamenti.
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