“Aspettando i barbari” – John Maxwell Coetzee

Se è vero che la nostra “civiltà” è protesa a rendere tutti sempre più simili e a ridurre l’alterità di qualunque tipo essa sia, tendendo a razionalizzare e omologare il mondo, “Aspettando i barbari” è non solo un romanzo che affronta l’esistenza di quella alterità, ma ne rivela tutta la sua irriducibilità e la sua inafferrabilità. Le vicende narrate in “Aspettando i barbari” sono la metafora di un mondo che combatte l’alterità e cerca di sottometterla considerandola il proprio nemico e come tale la tratta e vi si rapporta. Anzi, per meglio dire, crea l’Altro come nemico, lo istituisce come tale, in quanto lo trasforma da quello che esso è e cioè il diverso da sé, in un nemico, proprio perché e solo perché è diverso da sé. E per stigmatizzare e sancire ciò attua una violenza che, nel contenere quella fisica, ne contiene una ancora più profonda, che è poi quella che genera quella fisica, e cioè quella dell’umiliazione e dell’offesa. E’ umiliando e offendendo l’ Altro in quanto essere umano che se ne qualifica la sua esistenza come Altro e lo si identifica come proprio nemico. Ma l’Altro, a sua volta, come accade in “Aspettando i barbari”, può essere violato e umiliato ma la sua alterità resta impenetrabile e imprendibile perché gli appartiene e tale distanza e differenza è ineliminabile.

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“Lenz” – Georg Büchner

“…una volta, era seduto, e a un tratto gli venne paura, balzò in piedi, camminò su e giù. La porta era mezzo aperta, e così udì la ragazza di servizio cantare, dapprima non fu chiaro, poi gli giunsero le parole:

<<A questo mondo non ho alcuna gioia, soltanto il mio amato, ed è lontano>>

Ne fu colpito, quasi si sentì mancare a quelle note. Madame Oberlin lo guardava. Lui si fece coraggio, non poteva più tacere, doveva parlarne. <<Carissima Madame Oberlin, non può dirmi cosa fa la signorina la cui sorte tanto mi pesa sul cuore?>>.(1)

<<Ma, signor Lenz, io non ne so niente>>. Egli tacque di nuovo e camminò in fretta su e giù per la stanza; poi riprese:<<Ecco, voglio andare; o Dio, voi siete ancora gli unici esseri umani con i quali potrei resistere, eppure…eppure io devo andare, andare da lei, ma non posso, non mi è consentito>>. Era fortemente commosso e uscì.

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“La morte a Venezia” – Thomas Mann

E’ “un pomeriggio di primavera” e Gustav von Aschenbach esce “dalla sua abitazione nella Prinzregentenstrasse di Monaco per fare, da solo, una passeggiata”. Gustav von Aschenbach è uno scrittore e, a quel suo lavoro di scrittore, egli è totalmente dedito, applicandovisi con ascetica disciplina. Mosso da un dovere supremo a cui tutto, nella sua vita, era subordinato, “tanto più, poi, da quando la sua vita aveva cominciato a declinare” e cioè “il timore di non finire la sua opera d’artista”. Egli conduce quindi in modo ritirato quella sua esistenza “confinata nella bella città scelta a patria adottiva e nella rustica dimora di campagna che si era fabbricato fra i monti e in cui trascorreva le estati piovose”. Né egli era aduso ai viaggi di piacere in quanto “i viaggi per lui non erano stati altro che una misura igienica, di quando in quando necessaria anche se presa a malincuore”.

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“Berlin Alexanderplatz” – Alfred Döblin

Pubblico, in modo pressoché integrale, uno scritto di Rainer Werner Fassbinder, “Le città dell’uomo e la sua anima. Alcuni pensieri alla rinfusa sul romanzo di Alfred Döblin Berlin Alexanderplatz”, contenuto in: Rainer Werner Fassbinder – “I film liberano la testa” – Ubulibri – 2005, una raccolta di scritti di Fassbinder pubblicata originariamente in Germania nel 1984 con il titolo “Filme befreien den Kopf” e poi edita in Italia da Ubulibri in prima edizione nel 1988. Una segnalazione ricevuta da Elena Grammann: “Dalla mia tazza di tè-Il blog di Elena Grammann”, in relazione ad un film di Fassbinder, in calce ad un suo commento ad una mia recensione, mi ha portato a consultare questa raccolta di scritti di Fassbinder, nella quale ho scoperto questo suo scritto su “Berlin Alexanderplatz”, romanzo da cui il regista tedesco trasse nel 1980 una serie tv in 14 episodi. Essendo “Berlin Alexanderplatz” un libro che ho amato e amo molto e che considero un capolavoro non solo della letteratura tedesca del ‘900 ma della letteratura tout court e ritenendo il testo di Fassbinder illuminante dei contenuti e dei temi del libro ho deciso, sull’onda di questa felice scoperta, di pubblicare questo suo testo, acquisendolo come contributo su “Berlin Alexanderplatz”.

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“La mansarda” – Marlen Hausofer

Nella lettura de “La mansarda” si ha da subito la sensazione che il senso e il sentire effettivo siano schermati e mascherati da quella sommessa pacatezza, distesa e distaccata, con cui la protagonista io narrante scrive e racconta. Come se quella pacatezza servisse a difendersi e a proteggersi da qualcosa da cui è necessario mantenere le distanze, come se dietro quella pacatezza vi fosse una barriera emotiva, da lei stessa creata dentro di sé, che la rende apparentemente partecipe di ciò che la circonda ma in realtà inesorabilmente e solitariamente lontana. Quella pacatezza è il modo per attutire, sopire, allontanare tutto ciò che può richiamare e far rivivere “quell’evento” così come lei lo nomina, perché né lei né chi le sta intorno lo vuole, né se lo può permettere, significherebbe ferire e ferirsi, “Mentre io non intendo ferire nessuno. Sono comunque sempre troppe le persone che si feriscono” dice la protagonista.

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“Memoriale” – Paolo Volponi – Seconda parte

“I miei mali sono cominciati tutti alcuni mesi dopo il mio ritorno dalla prigionia in Germania, quasi che la terra materna, dopo tanto e così crudele distacco mi rigettasse”. Con queste parole Albino Saluggia, il protagonista del romanzo, inizia la sua narrazione che si qualifica, poco dopo, con la necessità di dare voce a una sofferenza divenuta ormai estrema, per offrirle uno sfogo che la renda sopportabile ma anche, e soprattutto, una identità che la sveli per intero: “Oggi che scrivo ho già compiuto trentasei anni e i miei mali sono arrivati a un punto tale che non posso fare a meno di denunciarli”. Perché quei suoi mali ormai durano da dieci anni tanto è il tempo trascorso da quel loro apparire, dichiarato nell’incipit, allo scriverne a cui Albino sta dando seguito.

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“Memoriale” – Paolo Volponi – Prima parte

“A quindici anni, Volponi scrive i suoi primi racconti. Pagine molto drammatiche e disperate. Un racconto riguardava un ragazzo contadino “matto” e silenzioso, tutto rinchiuso in un mondo suo e a contatto più con l’orto e la sua fauna che non con le altre creature umane…Erano scritti di un ragazzo introverso e grandemente bisognoso d’affetto;…quella piccola attività letteraria rappresentava un’oasi di contrizione, una solitudine centellinata ed era al tempo stesso uno sfogo, un dire alla carta quando in casa non c’era nessuno a cui dire qualcosa…nel dopoguerra Volponi incomincia a scrivere poesie…Nel 1948 riuscì a pubblicare il suo primo libro di versi, “Il ramarro”…Nel 1955 dette un’altra prova della sua vena poetica pubblicando il volume “L’antica moneta”, che non mancò di attirare l’interesse della critica più qualificata…Nel 1960 uscì il suo terzo volume di versi “Le porte dell’Appennino” che gli valse il Premio Viareggio di quell’anno…[che] fu un anno cruciale per Volponi… [in esso] si colloca il lavoro del suo primo romanzo “Memoriale” …[con cui] Volponi scoprì la sua vera strada d’artista, e la funzione quasi di apprendistato che le sue poesie avevano svolto in lui.” ( Enrico Baldise – “Invito alla lettura di Volponi” – Mursia – 1982 – pp. 14-20)

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“Gelo” – Thomas Bernhard

Monumentale e al tempo stesso monumento della letteratura. Bisognerebbe leggerlo più volte per cogliere a pieno la sterminata vastità e profondità di visioni, folgorazioni, previsioni, apparizioni, coazioni, allucinazioni, insinuazioni, deliri ed espressioni dello spirito e della mente che vi sono contenute. Lucida follia o follia della lucidità assoluta? Con “Gelo” le porte, sull’orrore e sugli orrori che si annidano nella condizione umana, si sono spalancate irreversibilmente. Un capolavoro anche di scrittura. Da leggere assolutamente.

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“Mozart in viaggio verso Praga” – Eduard Mörike – Seconda parte

“Poche opere presentano ad ogni nuova lettura tante sorprese come questa novella in apparenza assai “facile”, che vuol essere invece letta con molta attenzione e pazienza per essere gustata in ogni sua minuta e squisita bellezza”. Queste parole di Ladislao Mittner, che egli riporta nel capitolo che dedica a “Mozart in viaggio verso Praga” nella sua “Storia della letteratura tedesca” (Einaudi, 2002 – p. 482), danno la misura del contrasto tra l’apparente leggerezza e persino, se si vuole, frivolezza della novella di Mörike e quella che invece è la sua intensità di atmosfere e di toni e la sua densità di implicazioni che giustificano, sicuramente, più letture per essere colte a pieno.

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“Mozart in viaggio verso Praga” – Eduard Mörike – Prima parte

Winfried Sebald, in quella serie di monografie dedicate ad autori a lui cari, raccolta in “Soggiorno in una casa di campagna” (Adelphi, 2012), dedica una di tali monografie a Eduard Mörike (1804-75), sottotitolandola “Breve omaggio a Mörike”. E, inquadrandolo nel contesto del suo tempo, così lo descrive: “…[Mörike] è rappresentativo di una generazione che, ancora sfiorata dall’alito di un’età eroica appena dissoltasi, si appresta a ripiegare nel Biedermeier, una zona al riparo dai venti dove la vita privata borghese è più importante di quella pubblica e la recinzione del giardino funge da confine di un mondo famigliare, che intende se stesso come un universo…Il mondo immaginario del Biedermeier è una perfetta composizione in miniatura, al riparo d’una campana di vetro. Ogni cosa là sotto trattiene il fiato…Non è concepibile ordine migliore. E tuttavia, su questa pace all’apparenza eterna, incombe la paura del caos…

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