“La mansarda” – Marlen Hausofer

Nella lettura de “La mansarda” si ha da subito la sensazione che il senso e il sentire effettivo siano schermati e mascherati da quella sommessa pacatezza, distesa e distaccata, con cui la protagonista io narrante scrive e racconta. Come se quella pacatezza servisse a difendersi e a proteggersi da qualcosa da cui è necessario mantenere le distanze, come se dietro quella pacatezza vi fosse una barriera emotiva, da lei stessa creata dentro di sé, che la rende apparentemente partecipe di ciò che la circonda ma in realtà inesorabilmente e solitariamente lontana. Quella pacatezza è il modo per attutire, sopire, allontanare tutto ciò che può richiamare e far rivivere “quell’evento” così come lei lo nomina, perché né lei né chi le sta intorno lo vuole, né se lo può permettere, significherebbe ferire e ferirsi, “Mentre io non intendo ferire nessuno. Sono comunque sempre troppe le persone che si feriscono” dice la protagonista.

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“Gelo” – Thomas Bernhard

Monumentale e al tempo stesso monumento della letteratura. Bisognerebbe leggerlo più volte per cogliere a pieno la sterminata vastità e profondità di visioni, folgorazioni, previsioni, apparizioni, coazioni, allucinazioni, insinuazioni, deliri ed espressioni dello spirito e della mente che vi sono contenute. Lucida follia o follia della lucidità assoluta? Con “Gelo” le porte, sull’orrore e sugli orrori che si annidano nella condizione umana, si sono spalancate irreversibilmente. Un capolavoro anche di scrittura. Da leggere assolutamente.

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“Amras” – Thomas Bernhard

“…tutt’a un tratto la nostra esistenza non poteva contare su null’altro che sui nostri caratteri terribili, feriti da sempre, sospettosi e poco tenaci, in una tenebra che congiurava sempre più contro di noi, perturbando persino le nostre capacità di camminare, di sederci, di coricarci o stare in piedi, e – com’è naturale – la nostra capacità di pensare e di esprimerci, e quella di ragionare in generale, nella tenebra di quella torre…” Continua a leggere

“Tracce nella neve” – Gregor von Rezzori

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“Così ogni cosa era vagamente ambigua, nulla era veramente ciò che era, tutto era illuminato da una luce incerta. La nostra esistenza aveva sotto ogni riguardo qualcosa di irreale, e se questa irrealtà conteneva anche un barlume di straordinaria poesia, lo dovevamo proprio alla follia della nostra situazione e dei nostri genitori – e noi questo lo sapevamo. Poiché folli lo erano entrambi, seppure ciascuno a modo suo, ciascuno con la propria ostinazione le cui origini andavano ricercate nella rispettiva posizione in un mondo finito fuori dai propri cardini. Le loro ossessioni – il folle e angoscioso senso del dovere di nostra madre, la fuga rabbiosa di nostro padre nella caccia – erano i loro modi particolari di porsi rispetto a una situazione che non corrispondeva né alla loro educazione, né alle loro idee e aspettative, né alla loro indole. In modo più evidente che in qualsiasi altro luogo noi in Bucovina vivevamo come sopravvissuti di quella grande lotta di classe europea che sono state in realtà le due guerre mondiali. La nostra infanzia trascorse tra persone socialmente “spostate” dalla loro posizione originaria in un mondo storicamente “spostato” e in mezzo a inquietudini di ogni genere; e dove l’inquietudine conduce al dolore e il dolore al lamento muto, là fiorisce la poesia.”.  Continua a leggere

“La lingua salvata” – Elias Canetti

“La lingua salvata” (L.l.s.), il cui sottotitolo è “Storia di una giovinezza” è il primo dei tre testi autobiografici scritti da Elias Canetti e copre il periodo che va dalla sua nascita: 1905 alla sua adolescenza:1921. A “L.l.s.” seguiranno: “Il frutto del fuoco – Storia di una vita (1921 – 1931)” e “Il gioco degli occhi – Storia di una vita (1931 – 1937)”. Questa così vasta produzione autobiografica dice da sola della ricchezza e dell’ampiezza della vita di Canetti, segnata, sin dall’inizio, da una tale varietà e multiformità di esperienze e di acquisizioni da renderla un vero e proprio “viaggio” degno di essere raccontato. Continua a leggere

“Infelicità senza desideri” – Peter Handke

Racconta Handke che alla notizia del suicidio di sua madre egli aveva dovuto reagire a due stati d’animo che rischiavano di imprigionarlo: uno era quello di rendere inoffensivo quell’evento, costringendolo nella sua indicibilità e subendone lo stordimento che esso gli procurava, l’altro, speculare ed opposto, era quello di viverne e provarne tutta la violenza che quell’evento portava con sé, subendone l’orrore e lo spaesamento, “…perché” – dice Handke – “si ha bisogno di sentire che ciò che si sta vivendo è incomprensibile e non si può comunicare: solo l’orrore risulta logico e reale. Ma a parlarne ricomincia subito la noia, e tutto torna di colpo inconsistente”. Continua a leggere

“Cemento” – Thomas Bernhard

“Chiusi le tende della mia stanza, scrive Rudolf, presi parecchi sonniferi e mi risvegliai solo ventisei ore più tardi nella massima angoscia”. Questo è l’ excipit di Cemento. E, “angoscia”, ne è l’ultima parola. Ma la parola angoscia intesa nel suo pieno significato di oppressione dello spirito, di tormento, di ansia insopprimibile, quale essa appare nel contesto di quella frase con cui si chiude “Cemento”, non appare mai all’interno del testo. Continua a leggere

“Un ermellino a Cernopol” – Gregor von Rezzori

Ci sono libri che ci parlano di luoghi, di persone e di fatti a noi del tutto estranei, la cui lontananza è tale che potrebbe risultarci incolmabile. Tanto più quando questi libri parlano di un mondo non solo distante ma che non esiste più. Anzi che non esisteva già più nel momento stesso in cui sono stati scritti. Eppure può accadere che, come per effetto di un misterioso incantesimo, quei libri luccichino, preziosi e smaglianti di fronte a noi, con un nitore che fa apparire quel mondo lontano, vicino, più di quanto sia quello in cui viviamo, che ce lo fa sentire vivo nonostante noi sappiamo che è scomparso per sempre. Continua a leggere

“La pianista” – Elfriede Jelinek

La prima sensazione suscitatami dalla lettura de “La pianista” è stata quella del labirinto. Non solo perché le vicende della “pianista” Erika Kohut (E.K.) non hanno, su un piano di realtà, alcun contenuto evolutivo, anzi si ritorceranno fino allo spasimo contro di lei ma, soprattutto, perché appaiono sistematicamente condannate all’impossibilità stessa di evolversi. Come, per l’appunto, ella si trovasse dentro un labirinto nel quale i movimenti sono rigorosamente dettati e limitati dalle pareti del labirinto che le vengono innalzate e frapposte da chi la circonda, fiaccando in tal modo e costantemente ogni sua manifestazione di volontà. Continua a leggere