“Un giorno di fuoco” – Beppe Fenoglio

I nuclei narrativi su cui si fonda e si sviluppa l’opera di Fenoglio hanno riscontri e legami profondi con i vissuti esperenziali ed esistenziali che Fenoglio stesso si trovò a condividere e di cui fu partecipe, senza per questo dare mai luogo ad un esplicito autobiografismo. Il più noto di tali vissuti resta sicuramente quello della lotta partigiana a cui Fenoglio aderì e prese parte e che trovò ne Il partigiano Johnny una sua trasposizione nella quale la presenza della Storia è molto forte rimanendo come “incollata” alla vicenda del partigiano Johnny il quale la attraverserà facendoci assistere costantemente ai “fatti” come mosso da una volontà, prima di tutto “morale”, di testimonianza e di documentazione, sebbene, sia chiaro, che la cronaca della guerra partigiana si fonde ne Il partigiano Johnny con tutta una serie di significati che vanno ben al di là di quelli storici.

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“Casa d’altri” – Silvio D’Arzo

All’improvviso dal sentiero dei pascoli, ma ancora molto lontano, arrivò l’abbaiare di un cane.

Tutti alzammo la testa.

E poi di due o di tre cani. E poi il rumore dei campanacci di bronzo.

Chini attorno al saccone di foglie, al lume della candela, c’eravamo io, due o tre donne di casa, e più in là qualche vecchia del borgo. Mai assistito a una lezione di anatomia? Bene. La stessa cosa per noi in certo senso. Dentro il cerchio rossastro del moccolo, tutto quel che si poteva vedere erano le nostre sei facce, attaccate una all’altra come davanti a un presepio, e quel saccone di foglie nel mezzo, e un pezzo di muro annerito dal fumo e una trave annerita anche più.

Tutto il resto era buio.”

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“Alibi” – Elsa Morante

Elsa Morante – “Alibi” – Prefazione di Cesare Garboli – Garzanti. Collana Gli elefanti Poesia – 1990

Insensibile al linguaggio poetico del Novecento, Alibi risale a una tradizione che non ha né tempo né luogo precisi ma si confonde con l’idea, costituita e trasmessa nei secoli, che il parlare poetico sia un linguaggio nobile, raro, elevato, prezioso, il vestito, per così dire, cosparso di gioielli e “spettacoloso”, col quale i pensieri tragici e i concetti sublimi vanno in giro per il mondo e si mostrano al pubblico. Si può anche dire così: ciò che la tradizione regala a Alibi è solo l’intonazione, l’eco del parlare poetico sentito come uno strumento adatto alla sincerità ma anche alla finzione, inventato e fatto apposta per dirsi e dire la verità ma anche per camuffarla, declamarla, ingannarla – strumento ambiguo sul quale si possono sempre accordare, truccandole, delle confessioni da quaderno segreto troppo roventi per non cifrarle (alibi), e troppo cifrate per non chiedere aiuto a un codice. Questo aspetto del linguaggio poetico è in Alibi esasperato, spinto fino ai confini dell’ artificio e della teatralità solitaria, a luci spente: da una parte, la poesia è la veste, l’indumento di scena che la Morante afferra in un angolo della stanza per coprire la nudità delle sue espressioni; dall’altra è la formula magica , il sortilegio con cui si fanno i vaticinii e si chiedono le risposte al futuro” (dalla Prefazione di Cesare Garboli)

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“Lo scialle andaluso” – Elsa Morante

Se si escludono i poemi e le canzoni che compongono quella sorta di “romanzo poetico” che è Il mondo salvato dai ragazzini, un’opera dal carattere composito che sfugge alle classificazioni, dove ricorrono composizioni che sono racconti in poesia, la produzione poetica in senso stretto della Morante, intendendo una produzione sistematica di tipo lirico, tale da dar vita a raccolte, non ha avuto particolare consistenza. Questo tipo di produzione è infatti circoscritta ad un piccolo volumetto dal titolo Alibi pubblicato da Longanesi nel 1958, riedito da Garzanti nel 1988 con una Prefazione di Cesare Garboli e, successivamente, da Einaudi nel 2004 e nel 2012.

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“Dalle nove alle nove” – Leo Perutz

Per tutta la vita non mi sono liberato dalla Praga della mia giovinezza. Ho inseguito sempre il fantasma del ghetto praghese cercandolo dappertutto.”

Queste parole furono pronunciate da Leo Perutz poco prima di morire e Marino Freschi nel riportarle nella sua postfazione ad uno dei più famosi romanzi di Perutz : “Di notte sotto il ponte di pietra”, si sofferma sul rapporto che Perutz ebbe con Praga sottolineando “… il magnetismo esercitato da Praga che l’autore pur abbandonò da adolescente, ma che lo continuò ad attrarre per tutta la vita con misteriosa energia.” (1) Questo dato biografico ma, soprattutto, esistenziale è importante per comprendere non solo l’opera di Perutz nel suo insieme ma anche “Dalle nove alle nove” che, uscito nel 1918, costituì il primo grande successo editoriale di Perutz.

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“In cerca di frasi vere” – Ingeborg Bachmann

Ingeborg Bachmann – “In cerca di frasi vere” – Colloqui e interviste a cura di Christine Koschel e Inge von Weidenbaum – Introduzione di Giorgio Agamben – Traduzione di Cinzia Romani – Laterza – 1989

Riservata, scontrosa, per alcuni addirittura inavvicinabile, Ingeborg Bachmann, uno dei massimi esponenti della letteratura del nostro tempo, è stata sempre poco propensa a raccontare se stessa e a svelare i meccanismi occulti del suo lavoro. Nella trenta interviste raccolte in questo volume e che vanno dal 1953 al 1973 (l’anno della sua morte), l’autrice va alla ricerca delle frasi vere, quelle che sanno cogliere il senso profondo della vita, e che più di frequente sono presenti nella poesia, nella letteratura” (Dalla quarta di copertina)

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“Microliti” – Paul Celan

Paul Celan – ““Microliti” Aforismi, abbozzi narrativi e frammenti di poetica” – Traduzione, Premessa e Note di Dario Borso – Mondadori. Collezione Lo Specchio – 2020

…<<Microliti sono, pietruzze appena percepibili, lapilli minuscoli nel tufo denso della tua esistenza – e ora tenti, povero di parole e forse già irrevocabilmente condannato al silenzio, di raccoglierli a cristalli?>>. Così scriveva a se stesso Paul Celan nel 1956.

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“Troppo buoni con le donne” – Raymond Queneau

“Troppo buoni con le donne” è uno dei due “romanzi irlandesi” scritti da Queneau, l’altro è “Il diario intimo di Sally Mara”, che sono, entrambi, un omaggio a James Joyce, da Queneau profondamente ammirato. Ambientato a Dublino durante un moto insurrezionale del 1916 “Troppo buoni con le donne” è una farsa comico-erotica, che si legge d’un fiato. La vicenda sottilmente misogina e a luci rosse produce uno sconcertante straniamento in quanto ribalta il cliché dei rivoltosi eroicamente dediti alla loro causa i quali saranno resi imbelli da una spregiudicata quanto “ardita”, in tutti i sensi, signorina inglese che, con il suo sex-appeal straripante, li “smonterà” da tutti i punti di vista. Ironia e sarcasmo sopraffini, capacità allusive, uso della metafora, linguaggio crepitante, battute fulminanti e una Dublino da operetta fanno di “Troppo buoni con le donne” uno dei romanzi più divertenti di Queneau.

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“Una sola moltitudine” – Fernando Pessoa

Fernando Pessoa – “Una sola moltitudine” Volume primo – A cura di Antonio Tabucchi – Traduzioni di Rita Desti, Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi – Di Antonio Tabucchi è anche il titolo del volume e il lungo e articolato saggio introduttivo – Adelphi – Prima edizione 1979

Pessoa…più che uno scrittore fu un’intera letteratura. Si immagini infatti un Paese (il Portogallo) che vive per vent’anni (dal 1914 al 1935) un’età dell’oro della letteratura: poeti, saggisti, prosatori, dalle fisionomie inconfondibili e a volte incompatibili, tutti però di altissima qualità, vi operano insieme, si incontrano, si scontrano. Uno sperimentatore violento e straripante, suscitatore di avanguardie, come Alvaro de Campos, un desolato nichilista come Bernardo Soares, un poeta metafisico ed ermetico come Fernando Pessoa, un neoclassico come Ricardo Reis e, dietro a tutti, un maestro precocemente scomparso: Alberto Caeiro. Ebbene: tutti questi autori, tutte queste opere, tutti questi destini furono <<una sola moltitudine>>, perché nascevano tutti dall’invenzione dissociata e proliferante di una sola persona, l’anagrafico Fernando Pessoa, oscuro impiegato di una ditta di Lisbona…E quelli che abbiamo citato sono solo i più importanti fra gli scrittori “inventati” da Pessoa: finora i suoi manoscritti hanno rivelato tracce e frammenti di ventiquattro autori. <<Sii plurale come l’universo>> sembra essere stato l’imperativo unico di Pessoa.” (Da “I risvolti di copertina”)

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“Requiem” – Antonio Tabucchi

“Requiem” è un romanzo volutamente portoghese. Dico volutamente non solo perché è lì in Portogallo e, in particolare, a Lisbona che Tabucchi lo ambienta. Non solo, inoltre – cosa ancor più significativa – perché è in portoghese che Tabucchi lo scrive. Ma lo è, soprattutto, perché con “Requiem” Tabucchi dà riconoscimento e, al tempo stesso, esprime riconoscenza a ciò che il Portogallo ha per lui rappresentato e insieme gli ha dato.

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