“Lo scialle andaluso” – Elsa Morante

Se si escludono i poemi e le canzoni che compongono quella sorta di “romanzo poetico” che è Il mondo salvato dai ragazzini, un’opera dal carattere composito che sfugge alle classificazioni, dove ricorrono composizioni che sono racconti in poesia, la produzione poetica in senso stretto della Morante, intendendo una produzione sistematica di tipo lirico, tale da dar vita a raccolte, non ha avuto particolare consistenza. Questo tipo di produzione è infatti circoscritta ad un piccolo volumetto dal titolo Alibi pubblicato da Longanesi nel 1958, riedito da Garzanti nel 1988 con una Prefazione di Cesare Garboli e, successivamente, da Einaudi nel 2004 e nel 2012.

Alibi raccoglie le tre poesie contenute in Menzogna e sortilegio, la poesia omonima contenuta ne L’isola di Arturo e poi altre dodici poesie che furono “Scritte” – come riporta Garboli nella Prefazione – “tra la stesura di Menzogna e sortilegio e L’isola di Arturo”. Si tratta quindi di una produzione limitata ma – come se questo fosse stato di per sé un limite – tale produzione è stata ed è rimasta ampiamente sottovalutata tanto che Garboli stesso apriva la sua prefazione con queste parole: “Sono anch’io responsabile, come tanti altri, di scarso interesse e poca, pochissima attenzione nei confronti delle poesie di Elsa Morante riunite in questo volume. Responsabile come tanti altri di avere sottovalutato Alibi, di averlo penalizzato, gettato nello scaffale dopo un’occhiata distratta o dimenticato sulla mensola vicino dove si passa sempre e non si guarda mai.”

Eppure queste poesie alla loro uscita furono apprezzate, “ci furono anche delle recensioni molto ragionate e strategiche di poeti ufficiali,” – dice Garboli – “come Caproni, per esempio, il primo a dire brava, bravissima,…alla Morante”. Ma poi, nel corso del tempo, prevalse ed è perdurata la sottovalutazione, alla quale, peraltro, anche la Morante contribuì. Ella infatti appose, all’inizio di Alibi, una breve Premessa, in cui, quasi scusandosi con i lettori, minimizzava il valore di tali poesie, considerandole “secondarie” rispetto alle sue opere in prosa: “L’ Autrice prega i lettori di perdonarle l’esiguo valore e peso di queste pagine. Essendo infatti, lei, per sua consuetudine (oltre che per sua natura e per suo destino) scrittrice di storie in prosa, i suoi radi versi sono, in parte, nient’altro che un eco, o, se si voglia, un coro, dei suoi romanzi; e, in parte, nient’altro che un divertimento, o gioco, al quale essa ama talvolta abbandonarsi senza troppo impegno, per semplice piacere della musica.”

Ma queste poesie, peraltro bellissime, sono in realtà la dimostrazione e la testimonianza di una natura e di un sentire profondamente e intrinsecamente poetico che Elsa Morante possedeva, che se è vero che non si è riversato in una specifica produzione poetica esso però si è insinuato, prepotentemente, nella sua produzione in prosa permeandola di un alone tale da rendere la sua prosa intimamente poetica, da cui l’impressione che la Morante, scrivendo, fosse sempre dentro un incantesimo e un incantamento. Che è ciò che si percepisce, in modo immediato, quando ci si trova a leggerla. Mi capitò infatti di avere questa impressione quando lessi L’isola di Arturo – e ne accennai in tal senso nel relativo commento – e mi è capitato negli stessi termini nel leggere i racconti che compongono Lo scialle andaluso, laddove, non a caso, proprio Giorgio Caproni, presentandoli, li definì “Pieni d’incantesimo nel senso più profondo e più proprio della parola”.

E rilevare ciò, in relazione a questi racconti, è tanto più significativo in quanto essi sono rappresentativi sia degli anni della produzione giovanile della Morante sia di quelli della sua produzione più matura, andando da racconti scritti alla metà degli anni ’30 ad altri scritti agli inizi degli anni ’50, laddove si tenga presente che nel ’48 era uscito Menzogna e sortilegio e nel ’57 uscirà L’isola di Arturo i suoi due primi grandi romanzi. Quindi – coprendo un arco temporale così ampio – i racconti de Lo scialle andaluso consentono di ravvisare come quel “parlare poetico”, presente nell’opera di Elsa Morante, si sia manifestato sin dagli albori e si sia mantenuto nel tempo, quando era ormai pienamente una grande scrittrice.

Ma il “parlare poetico” della Morante non solo ha una sua intrinseca bellezza ma, soprattutto, esalta quella grande arte della finzione che la Morante conosceva e padroneggiava, attraverso cui trasla il reale e lo trasporta in un altrove magico e fiabesco, rendendolo come sospeso in una irrealtà. D’altro canto che quell’arte della finzione fosse una sorta di musa ispiratrice della Morante ce lo dice lei stessa in “Alla favola” la poesia che, posta in apertura di Menzogna e sortilegio, suona come una sorta di manifesto della poetica della Morante:

Di te, Finzione, mi cingo/fatua veste./Ti lavoro con l’auree piume/che vesti’ prima d’esser fuoco/ la mia grande stagione defunta/per mutarmi in fenice lucente!/L’ago è rovente, la tela è fumo./Consunta fra i suoi cerchi d’oro/giace la vanesia mano/pur se al gioco di m’ama non m’ama/ la risposta celeste/mi fingo.”

La “poesia” della Morante è quindi il modo che ella si dà per dirsi e dirci la sua “realtà”, veicolandola, appunto, con l’ambigua seduzione di quel suo linguaggio poetico, attraverso cui lascia aperti spiragli, allusioni, segnali dai quali cogliere sensi e significati. Riprendendo in tal senso quanto scrive Garboli nella Prefazione di Alibi, si può dire, a ragione, che “…la poesia è la veste, l’indumento di scena che la Morante afferra in un angolo della stanza per coprire la nudità delle sue espressioni”. Ma lungi dal compiere un mero artificio volto a nascondere e a nascondersi la Morante realizza una sorta di fusione di realtà e finzione, facendo convivere l’una e l’altra e dando così vita a un livello nuovo e diverso di percezione delle cose. Come infatti afferma Garboli, “Nell’esperienza creativa [della Morante] non c’è soluzione di continuità e quindi non c’è conflitto , tra ciò che è reale e ciò che è immaginario. Questa dialettica è rimossa. La finzione, l’artificio fanno parte come la veste, del corpo: sono il corpo – perché l’ago è rovente, anche se la tela è fumo.” Come dire che il tessuto è “poetico” e soffuso ma l’ago che l’ attraversa è materia viva e incandescente. E l’uno non esiste senza l’altro se si vuole realizzare un ordito che ci cattura per la sua bellezza ma che ci parla e ci scuote per la sua forza.

In questo senso i racconti de Lo scialle andaluso sono preziosi e illuminanti non solo perché in essi sono già presenti temi e toni che la Morante svilupperà nelle sue opere successive ma anche perché rivelano come il suo modo di vedere e sentire le cose fosse, sin dall’inizio, tipico e inconfondibile, in quanto realtà e finzione vivono già in quella commistione di cui si è detto.

A questo proposito, Giovanna Rosa nel suo “profilo” di Elsa Morante (G. Rosa – “Elsa Morante” – Il Mulino – 2013), con riferimento ai racconti giovanili della Morante contenuti nella raccolta Il gioco segreto edita nel ’41 – sei dei quali, tutti scritti fra il ’36 e il ’41, sono presenti anche ne Lo scialle andaluso – dice : “…l’insieme di questi racconti già fa emergere quella commistione di <<minuzia realistica e oltranza fantastica>> (Siti) che costituisce la cifra idiosincratica della prosa romanzesca morantiana” (p.14) e poi ancora “…l’originalità della scrittura morantiana in cui le cadenze del realismo quotidiano si rovesciano nell’ oltranza visionaria” (p.20). Laddove, come detto, la presenza di questi due registri, quello fantastico o della favola e quello realistico, è solo in apparenza una contraddizione, essendovi una coesistenza di entrambi.

Quindi pur sembrando che la Morante si ponga fuori dal reale ella ci parla invece di cose che appartengono al reale. Le sue storie, come si rileva anche nei racconti de Lo scialle andaluso, sono infatti ambientate in luoghi reali che sfumano in atmosfere senza luogo e senza tempo, ma nelle quali accadono cose che riguardano gli uomini e la vita. Solo che, per parlarne, la Morante traveste la realtà e trasfigura il mondo con la fantasia, perché questo è per la Morante il compito dell’arte, in questo senso ella aveva infatti affermato: “…al romanziere (come ad ogni altro artista) non basta l’esperienza contingente della propria avventura. La sua esplorazione deve tramutarsi in un valore per il mondo: la realtà corruttibile deve essere tramutata, da lui, in una verità poetica e incorruttibile. Questa è l’unica ragione dell’arte e questo è il suo necessario realismo” ( G. Rosa, cit. p. 96)

Ora, va detto, che vi è un comun denominatore che accomuna i racconti de Lo scialle andaluso ed è che in essi è come se tutto fosse sempre pervaso da un alone di mistero da cui arriva il sentore della presenza di un fondo oscuro su cui le cose poggiano. Perché il “parlare poetico” della Morante non è espressione di uno stato d’animo spensierato, non veicola gaiezza, ma serve alla Morante per trasportare cose che arrivano da abissi profondi, che rivelano – riprendendo ancora parole di Garboli – che ”La Morante è piena di grazia nel tragico, non nel grazioso”. Ma questo mistero che evoca un fondo oscuro è proprio quel reale che la Morante trasfigura per poterne parlare e che riguarda gli uomini e la vita, i loro rapporti e quelli con la loro vita. In una nota, a commento del film “Il silenzio” di Bergman, la Morante aveva scritto: “…i rapporti umani hanno sempre una profondità misteriosa, e propongono, appena si parta a esplorarli, una duplicità senza soluzione: dove l’amore e l’odio, la ripulsa e la voglia, la colpa e l’innocenza, si intrecciano in nodi tali, che ogni giudizio sul nostro prossimo si riduce, in realtà, a una presunzione o a un arbitrio (Una duplicità senza soluzione, in <<L’Europa letteraria>>, n. 27, marzo 1964)” (G. Rosa,cit. p. 20)

Ed è l’esplorazione di queste profondità misteriose che la Morante compie ma non per sciogliere i nodi bensì per mostrarli e farcene percepire la loro universalità. In questo senso i racconti de Lo scialle andaluso rimandano all’infanzia, alla prima giovinezza, ai turbamenti dell’adolescenza, alla perdita dell’innocenza, all’essere donna, alla famiglia, al rapporto esclusivo ed espulsivo con la figura materna. Ma rimandano anche al mistero della vita e al nostro inutile interrogarla, ai temi della gelosia e del possesso esclusivo, a quello dell’attrazione misteriosa esercitata dalla bellezza, alla dimensione stregata della realtà, alla scoperta del corpo e dell’ erotismo, alle egoistiche incomprensioni dei genitori verso i figli, a quello dell’illusione amorosa (e non solo) e della relativa disillusione. Tutto però affrontato sempre con quella “grazia” poetica e con quel ricorso alla trasfigurazione fantastica che rende antirealistico il modo di parlarne anche se è dal reale che quei temi e motivi provengono ed è nel reale che essi esistono.

Lo scialle andaluso edito nel 1963, molti anni dopo quindi la stesura dei racconti che lo compongono, fu “voluto” dalla Morante in un momento in cui altri progetti erano interrotti ed ella stessa dichiarava di scrivere pochissimo. Tuttavia, come osserva G. Rosa, “…nella raccolta del ’63… colpisce l’impegno complessivo di riordinare i racconti, pochi, alla luce delle conquiste romanzesche. La Nota finale esibisce una serie di richiami interni che culminano nel raffronto diretto con L’isola” (p.90), sottolineando infatti la Morante nella Nota che “Lo scialle andaluso” cioè il racconto che dà il titolo alla raccolta “…è quasi contemporaneo del romanzo L’isola di Arturo. Appartiene già dunque alla maturità dell’ autrice la quale ha sempre avuto per questo racconto una simpatia particolare”

Lo scialle andaluso, in quanto raccolta, sembra quindi essere stato per la Morante l’occasione per fare un bilancio e una rivisitazione dei suoi percorsi di scrittura, da quelli più giovanili a quelli più maturi, quasi volesse cercare tracce e corrispondenze, ma anche evoluzioni e sviluppi. Il volume si compone di una scelta complessiva di dodici racconti dei quali, nella Nota, la Morante fornisce i riferimenti. Sei di essi, come già accennato, erano tratti dalla precedente raccolta Gioco Segreto e cioè: “L’uomo dagli occhiali” (1936), “La nonna” (1937), “Via dell’ Angelo” (1937), “Il gioco segreto” (1937), ”Il compagno” (1938), “Un uomo senza carattere” (1941).

Vi è poi “Il ladro dei lumi”, ancorché inedito, che la Morante nella Nota dichiara di aver scritto nel 1935. Due provenivano dagli aneddoti infantili pubblicati nel 1940 su “Oggi” nella rubrica «Giardino di Infanzia» e cioè “Il cugino Venanzio” e “Andurro e Esposito” .

Al dopoguerra invece appartengono: “Il soldato siciliano” (1945), “Donna Amalia” (1950) e “Lo scialle andaluso” (1951) racconti questi che – come è stato rilevato da Giuliana Zagra, responsabile dell’ “Archivio Morante” presso la “Biblioteca Nazionale di Roma” nel suo studio “Dal romanzo incompiuto “Nerina” a “Lo scialle andaluso”: genesi di un racconto” – avrebbero una loro comune origine. Infatti, afferma Giuliana Zagra che: “Il riordino recente dell’Archivio Morantiano, che a oggi, può considerarsi ricomposto nella sua interezza, ha mostrato con tutta evidenza il legame di discendenza diretta dei due racconti, “Lo scialle andaluso” e “Donna Amalia” da un romanzo rimasto incompiuto dal titolo Nerina a cui Elsa Morante aveva cominciato a lavorare nei primi anni Cinquanta. Inoltre dalla lettura del manoscritto di Nerina emerge una forte contiguità tematica con “Il soldato siciliano” tanto da far pensare a quest’ultimo come ad un antecedente del progetto più vasto del romanzo.” (Cuadernos de Filología Italiana – 2014 – Vol. 21 – p. 202), anche se la Morante nella Nota esplicita il collegamento con il romanzo Nerina solo in relazione al racconto “Donna Amalia”, definendolo un “…frammento di un romanzo-balletto mai stampato, intitolato Nerina”. Esistono quindi, sostanzialmente, due corpi narrativi all’interno del Lo scialle andaluso. Quello più corposo, costituito dai racconti “giovanili”, cioè quelli scritti tra il ’35 e il ’41 e quello dei tre racconti compresi tra il ’45 e il ’51 che, nel loro insieme, rimandano alla prima stesura del romanzo Nerina poi abbandonato.

Ma se, come detto, da questi racconti emana un senso di mistero che evoca quel “groviglio misterioso della duplicità senza soluzione” (G. Rosa, cit. p. 20) in essi la Morante mette in scena un mistero ancora più grande che li sovraintende tutti, quello della morte. Colpisce infatti come in tutti i racconti “giovanili” – che sono, come abbiamo visto, il corpo narrativo prevalente de Lo scialle andaluso – e fino al “Il soldato siciliano” i protagonisti si trovino messi di fronte alla presenza e al rapporto con la morte che appare in tutta la sua inesorabilità e inesplicabilità. Vi è infatti nei personaggi di questi racconti, siano essi bambini, adolescenti, adulti o anziani, un “prendere atto” della morte che si configura come perdita definitiva di ogni residua innocenza, come fine dell’idea della vita come incanto, come cambiamento inesorabile, come rassegnata accettazione della propria finitezza, come caduta senza salvezza sulla terra. Laddove non solo agli uomini ma neanche agli angeli è concessa la misericordia di stare in cielo, così come accade all’angelo del racconto “Via dell’ Angelo “, condannato a “morire” in quanto angelo, essendo stato cacciato sulla terra.

Emerge quindi da dietro le dimensioni liriche, trasognate e favolose la lucida coscienza di quell’ “enigma ignoto” che poi Arturo ne L’ isola, alla fine, sprezzantemente così descriverà: “Questo schifo della morte mi ha avvelenato la certezza della vita” ma che in realtà la Morante, ancora giovanissima, aveva già scorto quale unica verità del mondo. Se è vero infatti che tutto ciò che viene narrato in questi racconti è alonato di grazia e di fascinoso lirismo, al loro interno abita però sempre una realtà crudele che, nel sancire il disincanto e, con esso, la fine delle illusioni, conduce ineluttabile a fare i conti con la morte e con il suo “mistero”. E chi a quella morte assiste oppure la attende o ne è vittima, vive il “mistero” di ciò che gli si è rivelato e ne subisce, sgomento o inerme le ripercussioni. E’ quella “…leggenda variopinta, barbara e luminosa della vita, che necessariamente incontra il rischio mortale della coscienza.” così come la Morante stessa aveva definito il “tema” di questi racconti presentandoli nel risvolto di copertina. Laddove la coscienza non è neanche sempre e necessariamente un prendere coscienza del mondo ma è l’impatto stesso del mondo che, già di per sé, si infrange sulle vite dei protagonisti.

In questo senso la Morante si rivela una “poetessa del disinganno”, disvelando, anche con spietatezza, le realtà che si celano dietro i veli delle illusioni le quali mostrano tutta la loro natura di “menzogne”. E’, appunto, quel passaggio dalla fantasia alla coscienza che diventa per i personaggi morantiani un’esperienza tragica e fondamentale, scoprendo essi, a proprie spese, realtà dolorosamente diverse da quelle immaginate. Sono quindi, in estrema sintesi, quelle de Lo scialle andaluso storie di paure e presagi (“Il ladro dei lumi”), di spettralità che raccontano sofferenze (“L’uomo dagli occhiali”), di realtà stregate e di fascinazione e morte (“La nonna”), di incanti di una beatitudine perduta e ormai irraggiungibile (“Via dell’ Angelo”), di creazioni di mondi segreti da cui si è brutalmente sottratti (“Il gioco segreto”), di menzogne dolorosamente pronunciate per amore e pudore (“Il compagno”), di inerme attesa del proprio destino e sull’impossibilità di conoscere il proprio destino (“Andurro e Esposito”), di amori promessi resisi fatalmente impossibili (“Il cugino Venanzio”), di cocenti illusioni, rimpianti e vigliaccherie (“Un uomo senza carattere”) di espiazioni di padri per la loro tragica incapacità di comprensione dei figli (“Il soldato siciliano”).

(Per chi fosse interessato, qui di seguito, in APPENDICE, è riportato un breve commento dei primi tre racconti, tra i più belli dell’intera raccolta)

Un discorso a parte va fatto per gli ultimi due racconti “Donna Amalia” e “Lo scialle andaluso” che, come detto, furono “stralciati” dalla Morante dall’iniziale manoscritto del romanzo Nerina. Come è stato infatti ricostruito da Giuliana Zagra, nel suo studio precedentemente citato: “Da una lettera indirizzata a Giulio Einaudi della Pasqua del 1951, si apprende come la composizione di Nerina sia così avanti da farle prevedere di poter finire la prima stesura di li a pochi mesi: «Come forse ti scrissi sto procedendo nella preparazione del mio romanzo Nerina (lunghezza normale, forse 250 pagine). Spero di finire la prima stesura la fine dell’estate». Ma il romanzo non arriva a conclusione e in quella estate del 1951 la narrazione si avventura per altre strade: da un lato…Donna Amalia, e dall’ altro Giuditta e Andrea [protagonisti de “Lo scialle andaluso”] prendono corpo come personaggi autonomi e si staccano dal contesto narrativo originario. La scrittrice decide di non raccontare più il microcosmo da cui sono nati e di farne i protagonisti di due racconti autonomi. In verità il distacco dei due nuclei narrativi dal contesto non è simultaneo, né avviene secondo medesime modalità, perché mentre Lo scialle andaluso appare effettivamente come una sorta di digressione dal tracciato narrativo su cui si era avviata Nerina talmente ampia da sancirne in qualche modo l’interruzione, il racconto di Donna Amalia, che si trova già inserito all’interno del romanzo, verrà estrapolato dal manoscritto originario successivamente, quando Elsa sta pensando ad una seconda raccolta di racconti.” (G. Zagra, cit., p. 207)

Data quindi la natura particolare di questi due racconti e ciò, in modo particolare, per quanto riguarda “Donna Amalia” – il che, tra l’altro, consente di comprendere perché la Morante nella Nota abbia evidenziato il suo essere un “frammento” – essi hanno perciò un carattere a sé stante. Il racconto “Donna Amalia”, dati i toni leggeri e sorridenti da favola umoristica, diverge sia dagli altri racconti, sia dalla restante produzione romanzesca della Morante. Domina infatti nel racconto una sorta di “flusso” narrativo che richiama le forme di un incessante balletto, dove la protagonista, Donna Amalia, una donna “…sui cinquant’anni, ma ne mostrava trentacinque”, vive come in uno stato di perenne esaltazione interiore, per l’esuberanza e l’entusiasmo che ella prova per tutte le cose che la circondano, come un’ eterna fanciulla che si appassiona per tutto e verso cui ha, sempre, una stupita meraviglia. In lei infatti: : “…Continuava ad ardere, senza mai consumarsi, quel fervore che una donna comune può conoscere quando è bambina; ma che poi si frena in gioventù, e tramonta nell’età adulta…Ella, a differenza della gente comune, non acquistava mai, verso gli aspetti (anche i più consueti) della vita, quell’abitudine da cui nascono l’indifferenza e la noia.”

Donna Amalia” incarna perciò un’idea gioiosa della vita, un’eterna freschezza dell’esistenza tuttavia amarla è fatale perché chi se ne innamora ne resta come stregato. I suoi due pretendenti, don Vincente e Don Miguel, se l’erano infatti contesa al grido “O Amalia o la morte” e, dal duello che ne scaturì don Vincente ne uscì vincitore e la sposò e Don Miguel, sconfitto, non potendo dimenticare Amalia, cercò “…invano un’altra che le rassomigliasse. Finché si ritirò in uno dei suoi castelli in Catalogna, e morì di malinconia. Difatti, dopo aver conosciuto Amalia, tutte le sue ricchezze gli parevano sabbia del deserto, se non poteva goderle insieme a lei.” Un finale crudo e malinconico reimmette quindi anche in questo racconto un’aura di amaro disincanto rispetto al gioioso procedere e all’incantata atmosfera su cui il racconto si era sviluppato, impedendo, di fatto, un possibile “lieto fine”.

Un vero e proprio racconto lungo è infine “Lo scialle andaluso” in cui si possono riscontrare analogie con L’isola di Arturo, – in relazione al quale peraltro, la stessa Morante, nella Nota, ne aveva evidenziato, come precedentemente riportato, la quasi contemporaneità di stesura – essendovi, al suo interno, come in una sorta di riflesso speculare, le stesse dinamiche presenti ne L’isola di Arturo tra Arturo e suo padre Wilhelm.

Tale specularità è determinata dalla presenza di quelle stesse dinamiche centrate però sul rapporto madre – figlio laddove, tale rapporto, ne “Lo scialle andaluso”, assume una forma ossessiva e radicale basato, come esso è, sul conflitto fra il figlio Andrea e sua madre Giuditta, verso cui egli nutre una violenta gelosia, con un alternarsi di adorazione e repulsione, dato che Giuditta si dedica con un trasporto appassionato e per lei vitale al teatro e alla danza. Ma il figlio, vivendo ciò come mancanza di attenzione nei suoi confronti, nonostante la madre lo rassicuri di continuo sull’amore che prova per lui, cova verso di lei un freddo rancore, comportandosi in modo scostante ed aggressivo. Fino al punto di darsi al sacerdozio, entrando in seminario ed irrigidendosi in quella fittizia vocazione.

In realtà sia la madre che il figlio si sono incamminati su strade che si riveleranno per loro senza sbocchi essendo Giuditta, nonostante la passione che la anima, priva di talento e Andrea estraneo a quella vocazione nella quale si rinchiude per testarda reazione verso la madre, dalla quale si allontanerà del tutto. Senonché l’immagine di Giuditta gli riappare un giorno su un manifesto dove la madre, in realtà ormai decaduta, è nelle vesti di attrice di rivista. Ma ai suoi occhi quell’immagine ha l’effetto di una folgorazione e ingenuamente convinto che Giuditta sia divenuta una regina del palcoscenico, abbandona il seminario e si reca a teatro certo di assistere ad una trionfale esibizione della madre. E mentre la osserva rapito, vivendola come un’entità splendida quanto irraggiungibile, si accorge che il pubblico la fischia e la irride, essendo divenuta ormai ella priva di qualsiasi attrattiva.

Per entrambi è la fine di quell’illusione artistica: per Giuditta di esserlo un’artista, per Andrea di credere tale sua madre. L’idolo che Andrea aveva appena creato si è subito infranto. Da quel momento Giuditta ripiegherà mestamente nel ruolo di madre mentre Andrea scoprirà di vivere stretti i panni di quel figlio che, in passato, aveva voluto essere. Liberatisi delle loro vocazioni ciò non li condurrà verso una risoluzione delle loro esistenze. Giuditta, di fatto, cadrà preda di una morte esistenziale, venendo descritta in modo tremendo in quelle sue nuove vesti di madre: “La trasformazione di Giuditta la danzatrice in una madre, è stata inverosimile, miracolosa. Adesso, Giuditta somiglia proprio a quelle madri siciliane che si rinchiudono in casa, e non vedono mai il sole, per non fare ombra ai loro figli. Che mangiano pane asciutto, e lasciano lo zucchero per i loro figli”. Il ritratto di una donna ormai spenta senza età, dedita solo al figlio.

Andrea adesso s’atteggia “da grande”, fa il misterioso, quasi “si vergogna di avere una famiglia”, e comincia a nutrirsi di eclatanti illusioni: ”Andrea spesso s’immagina il futuro quale una specie di Grande Teatro d’Opera, dietro le cui porte s’aggira una folla sconosciuta, misteriosa. Ma il personaggio fra tutti misterioso, ancora sconosciuto a lui stesso è uno: Andrea Campese! Come sarà? Egli vorrebbe immaginare il futuro se stesso, e si compiace di prestare a questo Ignoto aspetti vittoriosi, abbaglianti, trionfi e disinvolture! Ma, per quanto la scacci, ritrova sempre là, come una statua, un’immagine, sempre la stessa, importuna:

un triste, protervo Eroe/avvolto in uno scialle andaluso”

E in queste parole, che fanno da epilogo al racconto, come ha osservato Giovanna Rosa, “…è vero risuona l’eco del mistero arturiano, ma esclamative e domande retoriche ne dissolvono l’aura leggendaria…Il dubbio trova scioglimento esplicito nei versi che suggellano la narrazione: <<un triste, protervo Eroe/avvolto in uno scialle andaluso>>. L’ <<immagine stessa della sua vergogna>> – tale era apparso al ragazzo l’indumento materno – racchiude il senso di un destino che volge verso un fallimento annunciato.” (G. Rosa, cit. p.92) Quello scialle andaluso che la madre aveva passato al figlio per coprirsi e non rimettersi la veste talare quella sera che erano usciti insieme dal teatro, quello scialle che, svegliatosi il mattino dopo e vedendolo “gli sembrò l’immagine stessa della sua vergogna. Doveva proprio aver perduto il sentimento dell’onore, quella notte, per coprirsi d’un simile straccio umiliante senza provare onta, anzi perfino con un certo gusto.” E un tragico senso di repulsione ha ormai preso il posto di quella che un tempo era stata una segreta e immensa adorazione.

APPENDICE

Il ladro dei lumi”

La natura ingannevole delle cose appare già nel primo racconto “Il ladro dei lumi” in cui, la ragazzina protagonista, viene assalita dallo sgomento allorché scopre che Jusvin, il guardiano del Tempio che sorge di fronte alle sue finestre, il quale le era sempre apparso “un uomo…d’aspetto bello e solenne”, che le pareva “un profeta o un angelo”, usa intascare il tributo che riceve per alimentare le lampade ad olio a cui quel tributo è appunto destinato, lasciando così al buio i morti lì sepolti che restano senza che la luce rischiari le loro tenebre. E quello sgomento si trasforma in paura allorché Jusvin, dopo che le sue “urla…risuonarono nei viali”, muore colpito dalla

…<<giustizia del Signore>> dissero.”

La scoperta della colpa di Jusvin e di quella morte che su di lui si abbatte giustiziandolo svelano alla protagonista un mondo privo di solennità e, soprattutto, privo di pietà, che la atterrisce. Dominato da un Dio feroce e vendicativo, pronto a punire qualsiasi Male, anche il più innocente, un Dio “…silenzioso, che castiga i vivi e rinchiude nella terra i morti”.

E quella visione si fissa inesorabile reiterandosi senza tempo: “…quella ragazzina fui io, o forse mia madre, o forse la madre di mia madre…E quella ragazzina è sempre lì che si interroga spaurita nel suo mondo incomprensibile”.

Giocando sul contrasto luce/buio la Morante dà al racconto un tono magico e irreale che stempera i toni lugubri e sinistri, immergendolo in una sorta di cupa trascendenza che rievoca certe paure infantili, dilatandole. Dove la morte appare un’entità perentoria e inappellabile come il Dio che la procura e la ragazzina, assalita da paure e presagi, si rinchiude in una sua muta solitudine. L’interrogarsi della protagonista infatti non avrà esiti, “spaurita” di fronte al mistero di quelle rivelazioni e alla durezza di quelle realtà che le si sono dispiegate.

L’uomo dagli occhiali”

La spettrale presenza dei morti che, ne “Il ladro dei lumi”, appaiono nel loro brulicante vagare, mentre “…usciti dalle mura del Tempio” vanno “…chiedendo il loro lume”, torna ne “L’uomo dagli occhiali”, nel quale la protagonista Clara si incammina per andare ad incontrare la sua amica e compagna Maria, la quale in realtà, è già morta e Clara, nel suo incamminarsi, si ritrova in un luogo a lei ignoto, “…vasto e allagato dalla nebbia” nel quale “Un popolo oscuro vi si aggirava con una velocità febbrile, senza urtarsi né fermarsi”. In questa atmosfera limbica sospesa ed irreale avviene il toccante incontro tra le due ragazze nel quale Maria, duramente segnata nei tratti e nell’ aspetto, racconta all’amica e rievoca a se stessa quell’apparizione che l’ha accompagnata dal momento in cui si era ammalata fino alla sua repentina morte, avvenuta “per mano” di quell’apparizione fattasi, per lei, da subito, incubo mortale. Quell’apparizione appartiene a quell’uomo, che è appunto “L’uomo dagli occhiali” del titolo, che ogni giorno la aspettava fuori dalla scuola, e che ora le appare, in quel suo letto di morte, distrutto e incattivito per quell’assenza di Maria che l’ha costretto a vagare alla sua ricerca. Quella visione, che si muove su di lei in modo febbrile e minaccioso, incute a Maria una subitanea paura e una soffocante oppressione, trovandosi peraltro sola con se stessa a combattere con quell’immagine, giacché nessuno, intorno a lei, ne poteva avere coscienza. Il dilatarsi, nel racconto allucinato di Maria, di quella presenza raggiunge l’acme quando ella descrive il posarsi delle mani di lui su di lei finché “…le sue mani, quando mi ebbero ucciso, restarono flosce come cenci; s’incamminò per una strada lontana, salì dei gradini di legno, fino a un uscio, e i suoi occhi si chiudevano per il sonno. Allora potei allontanarmi da lui.”

La morte diventa “liberazione” da quel “sogno” terrificante ma è anche misura del “peso” di quel vissuto persecutorio. La successiva delicatissima scena in cui Maria, finito il racconto mostra a Clara il primo apparire delle forme del suo petto e di quelle “…due piccole cose ignude, simili a due nascenti gemme di fiore” che su di esso stavano nascendo, rivela la simbolizzazione contenuta in questa favola nera, connessa, come essa è, all’inizio della pubertà femminile, età colma di paure, di ansie, di confidenze e di mistero. In questo senso se è vero che l’angoscia e l’incubo qui presenti ricordano Kafka, come la stessa Morante dichiara nella Nota “...L’uomo dagli occhiali, il quale risente poi, nel suo goticismo, di qualche influsso kafkiano”, tuttavia l’ assurdo qui non si configura come realtà in sé, ma serve alla Morante a veicolare le “scoperte” che i personaggi fanno su se stessi e quel prendere “coscienza” del mondo che conduce a un passaggio di stato di cui la morte è realtà e simbolo.

La nonna”

La presenza di figure reali che si trasformano in entità capaci di produrre influssi stregati la troviamo in modo ancor più esplicito ne “ La nonna”, racconto dominato dal tema della gelosia e del possesso esclusivo e idolatrico che avrà poi ampio sviluppo nei romanzi e che qui appare per la prima volta. L’anziana donna che ne è protagonista nutre un amore insano ed esclusivo verso il figlio che la porterà a provare una dilaniante gelosia nei riguardi di Elena la donna che, innamorandosene, a suo dire, glielo ha sottratto: ”Me l’hai stregato – balbettò sul viso di Elena con una strana rapidità, – guai se me lo rubi”. In questa minaccia aleggia già l’evocazione di quelle forze misteriose che daranno luogo al crudele finale in cui come per effetto di un macabro sortilegio i nipoti della vecchia nonna, nati dall’amore tra suo figlio e Elena moriranno, nello stesso modo in cui ella poco prima si era data la morte, peraltro inseguendo essi, a loro volta, le fascinazioni di una favola che poco prima di morire ella aveva loro raccontato. Il divorante sentimento della vecchia donna che vede rompersi il torbido cerchio magico che la legava al figlio, sentitasi per questo defraudata e poi la maledizione che si abbatte sui frutti di quell’amore fanno crescere dentro al racconto una sorta di radice maligna che ramificandosi distrugge ogni cosa. Qui prima ancora di una presa di coscienza sul mondo è la dimensione stregata del reale a dominare, una dimensione che sovraintende i singoli facendo della vecchia nonna una strega e dei bambini le sue vittime inconsapevoli. Una favola di fascinazione e morte in cui l’amore appare possibile solo quando è primordiale e barbarico, infrangendosi tragicamente a contatto col mondo.

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