“Ultime lettere di Jacopo Ortis” – Ugo Foscolo

Bisogna leggere i classici e bisogna leggere, se chi come me non l’aveva fatto, questo luogo di poesia che sono le “Ultime lettere di Jacopo Ortis”. Foscolo aveva le vibrazioni nel sangue e le trasmetteva con le sue parole dotate di una intensità e di una sensibilità rare. Una prosa la sua che sfocia costantemente nella poesia.

Una poesia nelle cui venature si alternano: il canto sommesso e dolente, l’enfasi orgogliosa, la pulsione irruente, il lucido disincanto, le similitudini illuminanti. Una poesia, soprattutto, che è attraversata da una gamma di significati ancora assolutamente attuali:

– il senso della perdita delle cose e degli affetti;
– il rammarico per la tristezza che suscita la natura umana;
– il rimpianto per il dolore se questo è stato parte di un sentimento contrapposto alla noia del quotidiano, ma anche il dolore come condizione connaturata all’ uomo;

– l’amarezza per i pregiudizi e le convenzioni sociali causa di sofferenze e solitudini: ”Non sono felice! Mi disse Teresa; e con questa parola mi strappò il cuore”;
– l’irrequietezza: “spesso rido di me, perché propriamente questo mio cuore non può soffrire un momento, un solo momento di calma”;
– la comprensione per le debolezze umane;

– il valore della diversità dell’infelicità: “ed io sono sempre in perfetta armonia con gli infelici, perché – davvero – io trovo un non so che di cattivo nell’ uomo prospero”;
– il freddo distacco che una saggezza senza sentimenti suscita: “cos’è l’uomo se tu lo abbandoni alla sola ragione fredda calcolatrice? Scellerato, e scellerato bassamente”;
– il ritrarsi dalla vanità femminile quando è fine a se stessa;

– il conflitto fra cuore e ragione: “ Quando fui solo, la mia ragione, che è in perpetua lite con questo mio cuore, mi andava dicendo: Infelice! temi soltanto di quella beltà che partecipa del celeste: prendi dunque partito, e non ritrarre le labbra dal contravveleno che la fortuna ti porge. Lodai la ragione; ma il cuore aveva già fatto a modo suo”;
– il calcolo e l’opportunismo dei finti amici;
– la misantropia come conseguenza del distacco dagli umani “vizi” e dell’incapacità di riderne che portano a ritirarsi nella consapevolezza dolente di cos’è la razza umana;

– il genio figura separata che vive nella solitudine per il quale lo scrivere è l’unica libertà;
– la consapevolezza dell’infinitezza umana: “temo che la Natura abbia costituito la nostra specie quasi minimo anello passivo dell’incomprensibile suo sistema”;
– la consapevolezza del destino nella condizione umana: “M’inganno? l’ umana prudenza può rompere questa catena invisibile di casi e d’infiniti minimi accidenti che noi chiamiamo destino?”;

– la devastante banalità di un sapere privo di senso: ”Nella società si legge molto, non si medita, e si copia”;
– la banale superficialità materiale delle donne: “e tirò innanzi ad anatomizzare l’oltremontano travaglio de’ suoi orecchini”;
– il significato profondo di colui che è tiranno: “il tiranno non guarda patria; e non l’ha”;

– la vanità come fonte delle debolezze umane: “si fatta vanità è la sorgente de’ nostri errori, del nostro pianto, e de’ nostri delitti”;
– l’umiliazione che se ne ha quando il beneficio che si riceve è ostentato dal benefattore: “come sa di sale lo pane altrui”;
– l’antesignanità di Foscolo nell’ essere un “non conciliato”: “io non mi posso riconciliare”;

– il senso di smarrimento che dà l’idea di perdere la donna che più si ama a confronto con l’estraneità che si prova verso il mondo così come è: “Ma s’io ti perdessi, quale scampo si aprirebbe a questo giovine infastidito di tutto il resto del mondo?”;
– la virtù e l’onore come valori sacri da esercitarsi con analoghi diritti sia da parte di chi è nelle piene condizioni per farlo, sia da parte di chi, ostacolato dalla vita, potrebbe, per necessità e calcolo pratico, prescinderne: “Coloro che non furono mai sventurati, non sono degni della loro felicità. Orgogliosi! Guardate la miseria per insultarla: pretendono che tutto debba offrirsi in tributo alla ricchezza e al piacere. Ma l’infelice che serba la sua dignità è spettacolo di coraggio a’ buoni, e di rimbrotto a’ malvagì”;
– la fragilità della giovinezza e della bellezza: “Eterno Iddio!…So che quando hai mandato sulla terra la Virtù, tua figliola primogenita, le hai dato per guida la Sventura. Ma perché poi lasciasti la Giovinezza e la Beltà così deboli da non poter sostenere le discipline di sì austera istitutrice?”

– la superbia e la prepotenza dell’uomo sui propri simili: “Conviene dire che la Natura…per provvedere alla conservazione di tutti, anziché legarci in reciproca fratellanza, ha costituito ciascun uomo così amico di sé medesimo, che volentieri aspirerebbe all’ esterminio dell’universo per vivere più sicuro della propria esistenza e rimanersi despota solitario di tutto il creato”;
– la condizione dello straniero: “lo straniero infelice è cacciato perfino dalla balza dove le pecore pascono tranquillamente”;
– l’amore come elemento fecondante: “ O Amore! Se tu fuggissi, la Terra diverrebbe ingrata; gli animali nemici fra loro; il Sole , foco malefico; e il Mondo, pianto, terrore e distruzione universale”;

– le illusioni come presenza inevitabile nella vita dell’uomo: “Illusioni! Grida il filosofo.
Or non è tutto illusione? Tutto! Illusioni ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e nojosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele”
– le modalità di costruzione della realtà: “Ci fabbrichiamo la realtà a nostro modo; i nostri desideri si vanno moltiplicando con le nostre idee;…e le nostre passioni non sono alla stretta del conto che gli effetti delle nostre illusioni”
– l’orgoglio di essere uno spirito libero e indipendente: “In tutti i paesi ho veduto gli uomini sempre di tre sorta: i pochi che comandano; l’universalità che serve; e i molti che brigano. Noi non possiamo comandare, né forse siam tanto scaltri; noi non siam ciechi, né vogliamo ubbidire; non non ci degniamo di brigare. E il meglio è vivere come que’ cani senza padrone a’ quali non toccano né tozzi né percosse”;

– cos’ è la gloria?: ” la fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia; due quarti alla sorte; e l’altro quarto a’ loro delitti”;                                                                  –  l’osceno che vi è nelle masse nel loro rapporto con il potere: “Gli amori della moltitudine sono brevi ed infausti; giudica, più che dall’ intento, dalla fortuna; chiama virtù il delitto utile, e scelleraggine l’onestà che le pare dannosa; e per aver i suoi plausi, conviene o atterrirla, o ingrassarla, e ingannarla sempre…. I mortali sono naturalmente schiavi, naturalmente tiranni, naturalmente ciechi…l’umanità geme al nascere di un conquistatore; e non ha per conforto se non la speranza di sorridere su la sua bara.”;
– la consapevolezza di quanto sia difficile giudicare le esistenze umane: “Ma io? Non sarò giudice mai. In questa gran valle dove l’umana specie nasce, vive, muore, si riproduce, s’affanna, e poi torna a morire, senza sapere come né perché, io non distinguo che fortunati e sfortunati”;

– il conflitto fra l’uomo e il mondo, fra libertà individuale e sistema sociale: “O amico mio! Ciascun individuo è nemico nato della Società, perché la Società è necessaria nemica degli individui.”;
– il senso ultimo delle guerre: “Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra”;
– la morte come liberazione: “pentimenti sul passato, noja del presente, e timor del futuro; ecco la vita. La sola morte, a cui è commesso il sacro cangiamento delle cose, promette pace.”;

– ode alla Natura: ”Splendi, su splendi, o Natura, e riconforta le cure de’ mortali…Ma nella mia disperazione ti ho poi veduta con le mani grondanti di sangue; la fragranza de’ tuoi fiori mi fu pregna di veleno, amari i tuoi frutti; e mi apparivi divoratrice de’ tuoi figliuoli adescandoli con la tua bellezza e co’ tuoi doni al dolore….ma io ti vagheggio ancora per la reminescenza delle passate dolcezze, per la certezza ch’ io non dovrò più temerti, e perché sto per perderti. – Né io credo di ribellarmi da te fuggendo la vita. La vita e la morte sono del pari tue leggi: anzi una strada concedi al nascere, mille al morire. Né tu hai prefisso un’età certa per tutti. Gli uomini denno nascere, vivere, morire: ecco le tue leggi: che rileva il tempo e il modo? Nulla io ti sottraggo di ciò che mi hai dato. Il mio corpo questa infinitesima parte, ti starà sempre congiunto sotto altre forme. Il mio spirito – se morirà con me, si modificherà con me nella massa immensa delle cose – e s’egli è immortale! – la sua essenza rimarrà illesa”;
– l’umiltà verso la nostra condizione di viventi: “Che arroganza! credermi necessario!  gli anni miei sono nello incircoscritto spazio del tempo un attimo impercettibile”;
– l’istinto di possesso che rende nemici gli uomini: “Torna a spaventarmi quella terribile verità ch’io già svelava con raccapriccio e che mi sono poscia assuefatto a meditare con rassegnazione. Tutti siamo nemici. Se tu potessi fare il processo de’ pensieri di chiunque ti si para davanti, vedresti ch’ei ruota a cerchio una spada per allontanare tutti dal proprio bene, e per rapire l’altrui.”;

– Foscolo antesignano di Pessoa: “Io non so nè perchè venni al mondo; nè come; nè cosa sia il mondo; nè cosa io stesso mi sia. E se io corro a investigarlo, mi ritorno confuso d’una ignoranza sempre più spaventosa. Non so cosa sia il mio corpo, i miei sensi, l’anima mia; e questa stessa parte di me che pensa ciò ch’io scrivo, e che medita sopra di tutto e sopra se stessa, non può conoscersi mai. Invano io tento di misurare con la mente questi immensi spazj dell’universo che mi circondano. Mi trovo come attaccato ad un piccolo angolo di uno spazio incomprensibile, senza sapere perchè sono collocato piuttosto qui che altrove; o perchè questo breve tempo della mia esistenza sia assegnato piuttosto a questo momento dell’eternità che a tutti quelli che precedevano, e che seguiranno. Io non vedo da tutte le parti altro che infinità le quali mi assorbono come un atomo.”
– le volontà funebri dell’Ortis: “Fa ch’io sia sepolto, così come sarò trovato, in un sito abbandonato, di notte, senza esequie, senza lapide, sotto i pini del colle che guarda la chiesa. Il ritratto di Teresa sia sotterrato col mio cadavere.

25 Marzo 1799
L’amico tuo
JACOPO ORTIS”

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