“Solaris” – Stanislaw Lem

Da subito un senso di mistero e un che di minaccioso accolgono l’arrivo dell’astronauta Chris Kelvin sulla Stazione Solaris, la stazione spaziale che, sospesa sopra al pianeta Solaris, è l’avamposto umano da cui avviene l’osservazione del pianeta. Kelvin vi è giunto, proveniente dalla Terra, dopo un viaggio di 16 mesi, tanto necessita per raggiungere quel pianeta remoto posto in un altro sistema solare costituito da due soli. La stazione appare a Kelvin in uno stato di abbandono.

Egli non trova nessuno ad attenderlo e quando, finalmente, incontra uno dei tre astronauti che dovevano essere presenti nella stazione questi lo accoglie con un atteggiamento tra l’aggressivo e il sospettoso e gli comunica in modo circospetto e reticente che uno dei tre astronauti è morto in un “incidente” non meglio specificato e, inoltre, lo avvisa di tenersi pronto all’eventualità di incontri con misteriose “presenze” su cui, come angosciato solo a parlarne, non vuole dire altro. Ma su questi misteri tutti interni alla stazione incombe, all’esterno, quel grande mistero che è Solaris.

Il pianeta, scoperto da più di cento anni e studiato a tal punto da dare vita ad una specifica e vastissima disciplina, la “Solaristica”, continua a rappresentare un’ enigma. Coperto pressoché interamente dall’acqua Solaris è un unico e gigantesco oceano privo di vita eppure, al tempo stesso, manifesta una natura tale da far pensare al possesso di capacità che rendono il suo funzionamento assolutamente inspiegabile. Solaris aveva infatti rivelato di possedere il controllo della sua orbita nonostante l’attrazione dei due soli intorno a cui girava che l’avrebbero dovuta rendere instabile causando l’estinzione del pianeta, destinato ad essere fagocitato dai suoi soli. Il pianeta invece aveva attuato un’”omeostasi” dell’orbita, dominando di fatto l’ambiente circostante. In altri termini Solaris sembra avere una sua forma di vita, sembra essere una creatura vivente, in possesso di strumenti cognitivi che gli permettono di interagire con ciò con cui entra in contatto: “…modificava certi elementi delle apparecchiature in esso sommerse, per cui la normale frequenza delle scariche cambiava e i sensori registravano una profusione di segnali….L’ oceano – fonte di impulsi elettrici, magnetici e gravitazionali – sembrava parlare un linguaggio matematico…Tutto questo aveva indotto gli scienziati a credere di trovarsi in presenza di un mostro pensante, di un oceano-cervello ingrandito milioni di volte…e che tutto quello che veniva captato dai nostri apparecchi non fossero che i minuti, casuali frammenti di un gigantesco monologo eternamente in atto nelle sue profondità e largamente superiore alle nostre capacità di comprensione.”

Ma su Solaris avveniva anche un altro inspiegabile fenomeno. Si verificava la creazione di gigantesche forme che si ergevano dalla sua superficie, impressionanti per le loro dimensioni e per le loro strutture assolutamente astratte, e composte da una materia colloidale e gelatinosa. Tali forme poco dopo il loro consolidarsi si disfacevano, liquefacendosi, riassorbite dal magma acquatico. In altri termini l’oceano vivente agiva dedicandosi ad un’interminabile attività di trasformazione della materia. Tutto ciò aveva perciò portato a ritenere che tutti i processi rilevati su Solaris fossero la manifestazione di sue segrete capacità con cui il pianeta regolava il suo funzionamento e svolgeva delle sue attività.

E un’altra di tali capacità Solaris la rivelerà proprio all’interno della Stazione. Kelvin scopre che effettivamente nella Stazione si materializzano “presenze”, all’apparenza in tutto e per tutto umane. Prima ne incrocia una in un corridoio, poi viene a sapere che l’astronauta morto in realtà si è suicidato proprio in relazione a quella “presenza”, poi si avvede che gli altri due astronauti celano nei propri alloggiamenti qualcuno di cui tacciono misteriosamente non solo l’identità ma la stessa esistenza. Senonché a Kelvin accade di trovarsi all’improvviso “una figura seduta” di fronte a lui nella sua stanza. E’ Harey, la giovane moglie morta suicida pochi anni prima dopo un traumatico litigio con Kelvin. Ben presto si comprende che le “presenze” sono emanazioni collegate alle parti più intime e nascoste del subconscio degli astronauti. Concretizzazioni di ricordi e di fantasie che si materializzano avendo la corporea fisicità e tutta l’espressività – emotiva, gestuale e verbale – di colui o di colei a cui il ricordo o la fantasia sono legati.

Tali apparizioni nella Stazione sono avvenute subito dopo un esperimento di irradiazione sull’oceano di raggi X condotto prima dell’arrivo di Kelvin. Da qui il sospetto che “…l’ oceano ha risposto all’irradiazione con un’altra irradiazione che gli ha permesso di sondare i nostri cervelli ed enuclearne certi incistamenti psichici”, dice uno dei due astronauti a Kelvin. Insomma un’altra manifestazione della potenza interattiva dell’oceano capace, in questo caso, di insinuarsi e di scavare dentro il cervello degli astronauti e di captare lacerti più o meno sepolti della loro memoria, “incarnandoli”. Un meccanismo assimilabile a quello di uno specchio, ma uno specchio spietato che, indifferente alle conseguenze morali, psicologiche ed emotive, costringe a “convivere” con le parti rimosse e più sensibili del proprio inconscio. Le “presenze” si rivelano infatti ineliminabili. Anche quando, come farà Kelvin con Harey, egli tenterà di “distruggerla”, spedendola in orbita con un missile, ella gli riapparirà il giorno dopo, come se niente fosse, senza alcun ricordo di quanto accaduto.

Perché i “corpi” di quelle “presenze” non sono fatti di normale materia ma di qualcosa di più perfetto e, al tempo stesso, di più intangibile. “Si trattta” – dirà Kelvin – “ di un puro simulacro, di una maschera, in un certo senso è una supercopia, una riproduzione più perfetta dell’originale…il cui materiale costitutivo è fatto di particelle circa diecimila volte più piccole degli atomi…La struttura realmente responsabile del funzionamento del “visitatore” sta nascosta più in fondo”. Quindi una volta “evocate” le “presenze” si rigenerano e si ripresentano anche quando vengono disintegrate nei modi, per così dire, convenzionali per un umano. “ Quel corpo apparentemente così fragile e sottile, in realtà indistruttibile, si rivelava sostanzialmente fatto di niente?” si chiede Kelvin dopo aver condotto tutta una serie di analisi sulla “composizione” di Harey. E’ quindi come se le “presenze” restassero in una sorta di “memoria” che non è più solo la memoria degli astronauti, ma una “memoria” immagazzinata in un tipo di materia che non si cancella. Sono anch’esse in sostanza forme come quelle che si ergono dalla superficie del pianeta ma ri-animate e replicanti di esseri reali, come nel caso di Harey.

La quale, inizialmente inconsapevole di esserlo, lentamente e drammaticamente prenderà “coscienza” della sua natura di duplicato: “Perchè voglio che tu sappia che non sono lei” dirà Harey a Kelvin in un dialogo angosciato sulla sua identità, riferendosi alla vera Harey. Forme che però sono lì a ricordare senza tregua agli astronauti quei loro incubi e quei loro desideri che le hanno originate e generate. Perché come dice a un certo punto uno dei due astronauti a Kelvin: “Il fatto è che noi arriviamo dalla Terra come campioni di virtù o come monumenti dell’eroismo umano: ci portiamo dietro esattamente quello che siamo e quando l’altra parte ci rivela la nostra verità – il lato che ne teniamo nascosto – non riusciamo ad accettarla”. E così gli astronauti tenteranno di liberarsi di quelle “presenze”.

Prima tramite un esperimento di comunicazione con Solaris consistente nella trasmissione “in codice” dell’encefalogramma di Kelvin nella speranza, che risulterà vana, che l’oceano comprenda l’effetto che quelle materializzazioni hanno per gli esseri umani, dato che Kelvin è ormai profondamente coinvolto dalla “presenza” di Harey e vive tormentatamente il conflitto fra il riaverla e il riperderla. Finchè non si arriva a predisporre un esperimento di distruzione di Harey intervenendo sulla struttura della materia di cui si ritiene, alla fine, “le presenze” siano fatte e cioè di neutrini, i quali, peraltro, sono ancora oggi un oggetto misterioso della scienza, si veda in tal senso il recentissimo: “Il fantasma dell’universo – Che cos’è il neutrino” di Lucia Votano uno dei nostri massimi ricercatori dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. E sebbene Kelvin si opponga a quell’esperimento, rifiutandosi di perdere di nuovo Harey quest’ultima, compresa l’anomalia della sua natura e della sua ignota provenienza, si sottoporrà volutamente ad esso, non sopportando ormai di essere una ricostruzione artificiale e, questa volta, sarà davvero disintegrata per sempre. Ma non è detto che questa sarà la fine: “…continuavo a credere fermamente che il tempo dei miracoli crudeli non fosse finito” dirà Kelvin nell’epilogo.

Stanislaw Lem ha scritto: “…l’uomo è andato incontro ad altri mondi e ad altre civiltà senza conoscere fino in fondo i propri anfratti, i propri vicoli ciechi, le proprie voragini e le proprie nere porte sbarrate”. Ed è questo il primo e più importante significato di questo romanzo che affronta, attraverso la fantascienza, il mistero della nostra natura. E, in primo luogo, quel mistero che è il funzionamento della nostra mente: i suoi confini, le sue possibilità e le sue reazioni di fronte a delle altre realtà sia interne che esterne a noi, ancora ignote.

Maestro riconosciuto di una fantascienza cosiddetta filosofica e metafisica Lem è stato un capostipite della moderna fiction di realtà virtuali e, da medico e da cibernetico quale egli era, e quindi in forza delle sue solide basi razionali, ha trasferito, in un genere per sua natura irrazionale quale la fantascienza, tutte le inquietudini di chi coglie i limiti della razionalità umana e la complessità e la vulnerabilità della nostra psiche e della nostra intelligenza di fronte a quell’ignoto che è dentro di noi e dentro i nostri meccanismi della conoscenza. In questo senso “Solaris” pur risalendo al 1961 si configura ancora e in pieno tutt’altro che come un puro e semplice romanzo di fantascienza, mettendo a nudo paure e incognite del tutto attuali nonostante gli sviluppi che i saperi tecnologici e scientifici hanno avuto, mantenendo inoltre intatta tutta la sua potenza narrativa.

Dietro l’apparente minimalismo e quasi cronachismo della narrazione Lem riesce a suscitare profonde suggestioni, ad alimentare punte di visionarietà maestose, a rendere tutte le angosce che i personaggi vivono, a trasmettere le emozioni e gli spaesamenti che li assalgono. Un romanzo sicuramente con dei forti tratti di cerebralità ma anche con un forte contenuto introspettivo ed esistenziale incentrato sui temi dell’impossibilità di cambiare il passato, del ricordo come elemento permanente della propria identità, dell’impotenza della ragione, della perdita delle cose e della conseguente nostalgia, della ricerca dell’identità. Ma, sicuramente, l’immagine più forte di questo romanzo resta quella di Solaris come uno specchio che nel rappresentare la “verità” ci restituisce ciò che in effetti siamo.

2 thoughts on ““Solaris” – Stanislaw Lem

  1. brunildecheval 19 novembre 2016 / 15:05

    Ho letto Solaris qualche hanno fa dopo aver visto il film di Tarkovskij. Lasciano entrambi disorientati, storditi, incantati; proprio gli effetti generati da quelle opere che sfiorano qualcosa che ci riguarda profondamente e che, forse, abbiamo paura si renda palese, evidente.
    Vorrei segnalarti una serie di post ( belli quanto il tuo 🙂 sul Solaris di Tarkovskij

    http://giulianocinema.blogspot.it/2009/12/solaris-i.html
    http://giulianocinema.blogspot.it/2009/12/solaris-ii.html
    http://giulianocinema.blogspot.it/2009/12/solaris-iii.html
    http://giulianocinema.blogspot.it/2009/12/solaris-iv.html

    Ciao!:-)

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  2. ilcollezionistadiletture 20 novembre 2016 / 8:10

    Si, “Solaris” è veramente un libro “profondo”, in tutti i sensi. Purtroppo non ho visto il film di Tarkovskij ma alla prima occasione lo farò. Grazie per le indicazioni dei post che mi hai lasciato che intanto leggerò.

    Ciao!:-)

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