“Vita di un perdigiorno” – Joseph von Eichendorff

Ne “Il respiro” – terzo volume della sua “autobiografia” – Thomas Bernhard racconta: “ …mio nonno …aveva intenzione di comprarmi…una bella edizione del “Perdigiorno” di Eichendorff che io desideravo.” (T. Bernhard – “Il respiro” – in T. Benhard – “Autobiografia” – Adelphi – 2011 – p.269). E, più oltre, dice: “Io non volevo diventare assolutamente niente, e ovviamente non ho mai desiderato diventare una professione, ho sempre desiderato diventare “me stesso” e nient’altro.” (cit. p.335) Da questa affermazione che Bernhard fa su di sé è possibile trarre una duplice lettura.

Essa infatti induce a ipotizzare il perché al giovane Benhard potesse piacere la novella di Eichendorff e ciò in quanto, in quell’affermazione, che Bernhard fa con riferimento solo ed esclusivamente a se stesso, si concentra, in realtà, il significato peculiare e l’intima essenza di “Vita di un perdigiorno”. Il personaggio del “perdigiorno” – creato nel 1826, anno di pubblicazione della novella, dal barone Joseph von Eichendorff (1788 – 1857), il quale sarà, sia per la sua produzione poetica che per quella narrativa e teatrale, uno dei grandi protagonisti del romanticismo tedesco – ha infatti come suo tratto fondamentale quello della libertà interiore e dell’indipendenza svincolata da qualsiasi legame e ruolo sociale.

E quindi, come dire, non poteva non piacere a Bernhard avendo egli su di se quella stessa idea e concezione. Se è vero che il “perdigiorno” incarna un motivo caro ai romantici, cioè le esperienze e le avventure di viaggio di un ragazzo spensierato, in realtà esso è portatore di valori e istanze assai più complesse e, a loro modo, radicali. Nel personaggio di Eichendorff non vi è solo un inno al lasciarsi andare e al godersi la vita ma vi è già la premonizione dello scontro che di lì a poco si sarebbe imposto sulla scena storico-sociale e che proseguirà per tutto l’ ‘800 e il ‘900 ed è ancora oggi attuale, fra aspirazione del singolo ad affermare la sua autonomia e la sua individualità, cercando una piena realizzazione di sé: quell’essere “me stesso” affermato da Bernhard e gli apparati della produzione e riproduzione sociale che limitano il singolo e lo vincolano, sottoponendolo alle loro ferree regole basate sui risultati e sulle prestazioni.

Ma, in senso ancor più generale, la novella di Eichendorff illumina l’ eterna e irresolubile distanza che corre fra quel tentativo di essere se stessi di cui si diceva e realizzare quindi i propri desideri, e il continuo ridimensionamento che tale tentativo subisce per i continui “attacchi” che la realtà gli sferra. Con tutto quello che di solitudine, malinconia, disincanto e delusione ciò comporta. Ma quanto e che cosa il personaggio eichendorffiano abbia rappresentato e simbolizzato nella cultura e nella letteratura tedesca e, più in generale, in quella europea è ben rispecchiato da queste parole di Claudio Magris, riportate qui di seguito, tratte da un suo saggio su Knut Hamsun. Le quali ci mostrano quanto a lungo siano durate e durino le implicazioni contenute nel personaggio di Eichendorff, nonché l’ampiezza della sua influenza letteraria, tanto da costituire tale personaggio un vero e proprio prototipo e paradigma.

“In un saggio del 1929 Benjamin definiva Hamsun un <>. Benjamin inseriva questo personaggio-tipo nella grande linea dell’eroe libero, fannullone e fuggitivo che si oppone o si sottrae all’oppressiva disumanizzazione sociale, per recuperare la freschezza di una natura non ancora irrigidita e fossilizzata nella storia…Benjamin scorgeva il capostipite letterario di questa schiera randagia nel “Buonannulla” di Eichendorff, il giramondo romantico che Thomas Mann aveva celebrato nelle “Considerazioni di un impolitico” come un eroe libero da ogni costrizione e da ogni appiattimento professionale. Il buonannulla non è capace di inserirsi nel meccanismo produttivo della società, assumendovi un ruolo determinato e perciò unilaterale; egli vuole soltanto vivere, rifiutandosi di definire concretamente e cioè di limitare la palpitante e imprevedibile potenzialità della vita: aperto e disponibile al desiderio come alla rinuncia, rapace e fuggiasco, questo personaggio si sottrae ai legami, ai ruoli prestabiliti, a qualsiasi impegno morale o politico che voglia imprigionare il fluire dell’esistenza. Si tratta di una protesta romantica contro la pianificazione borghese del mondo, che pareva ridurre l’individuo alla misura della sua funzione sociale; nelle sue “Considerazioni”, nate dalla polemica sostenuta col fratello Heinrich in merito alla posizione della Germania nella prima guerra mondiale, Thomas Mann si richiamava infatti al poeta romantico tedesco Joseph von Eichendorff, il cui eroe fannullone – vero hippy ante litteram – fugge, canta ed ama in boschi liberi e ariosi, che appaiono la musicale negazione di ogni società. In questo momento anarchico e conservatore del suo pensiero, Thomas Mann rivendica soprattutto la libertà interiore da ogni faticoso impegno ideologico, la difesa della fantasia da ogni mortificante imposizione morale, l’indipendenza dell’intimità da ogni intrusione delle parole d’ordine e delle opinioni manipolate…Solo l’estraneità, la non partecipazione preservano l’individualità dall’essere utilizzata e cioè alienata. Perciò il fannullone non vuole agire in una direzione contraria, bensì non vuole comunque agire” ( Claudio Magris – “Fra le crepe dell’io: Knut Hamsun” in C. Magris – “L’anello di Clarisse” – Einaudi – 1999 – pp.142/143).

La vicenda del “Perdigiorno”, così come narrata da Eichendorff, si configura quindi come una cavalcata zingaresca al di fuori della realtà, fatta di obblighi e convenzioni, al fine di vivere e creare una propria realtà fatta di spirito e sentimento, di avventura e scoperta, di leggerezza e abbandono. Simbolo caratteristico di questa filosofia e di questa esistenza sono i Lieder – fra i più belli della letteratura tedesca di cui il primo, “Il viandante felice”, fu musicato da Schumann – i quali intercalano la narrazione e che il “Perdigiorno”, provetto violinista, intona con il suo strumento che è per lui anche un fidato compagno a cui rivolgersi e in cui rifugiarsi nel corso delle sue peripezie, per dare voce alle sue emozioni, al suo credo, alle sue gioie e ai suoi dolori.

Tacciato dal padre di essere un fannullone e di vivere a sbafo e indotto dallo stesso padre ad andare per il mondo a guadagnarsi il pane, il giovane protagonista della novella non se lo fa ripetere due volte e, in men che non si dica, prende il largo. Ha così inizio il suo happening avventuroso e fiabesco, perché egli è più con gli imprevisti e la fortuna che dialoga e fa i conti – “fidando anch’io del ciel” è infatti l’ultimo verso con cui si conclude il Lieder “Il viandante felice”- piuttosto che insediarsi stabilmente in qualcosa o da qualche parte. In un susseguirsi repentino e vorticoso di avvenimenti e colpi di scena, ora belli ora brutti, che tengono però sempre il “Perdgiorno” in una sorta di condizione atemporale, lo troveremo dapprima a Vienna, poi lungo il Danubio, poi a Roma e poi infine ancora a Vienna, in cui si concluderà la storia con un amore a lieto fine che coronerà i sogni amorosi e romantici del “Perdigiorno”, da lui perseguiti senza requie sulle tracce di colei di cui si era a un certo punto innamorato.

Ma ciò segnerà anche la fine delle sue scorribande e il rientro nella sedentarietà e nella realtà. Che è poi il motivo essenziale e ricorrente in tutta la novella, che fa da sfondo e da contrasto a quel fluire, a suo modo “ingenuo”, del “Perdigiorno”, tutto proteso verso quell’essere felice per se stesso. E cioè il dissidio tra l’andare per il mondo con la “festa nel cuore”, e l’impossibilità di realizzare tale festa nel mondo instaurandovela permanentemente. Il mondo infatti proprio nel momento in cui gli consentirà la soddisfazione dell’amore realizzato lo richiamerà a sé, riassorbendolo nei suoi ranghi e nelle sue logiche. Il “Perdigiorno”, “preso” nella rete della sua passione amorosa, sarà infatti catturato dalle lusinghe di una fastosa ma anche ormai stabile dimora: “Vedi là…quel castelletto bianco illuminato dalla luna? Ce lo dona il conte come regalo di nozze, insieme col giardino e il vigneto. Vivremo lì.” – gli comunica la sua amata – e sarà altresì spinto, come lo avverte sempre la sua amata, ad attenersi a comportamenti consoni: “..se ti comportassi un po’ meglio…Adesso dovrai anche indossare abiti più eleganti”.

Fuori da tutte le istituzioni e da tutti i ruoli il perdigiorno non è neanche un artista e la sua vocazione musicale non vuole essere e non è una manifestazione dell’arte. Vi è quindi nella condizione del “Perdigiorno” una sua intrinseca solitudine perché il non appartenere oggettivamente lo esclude. E quando egli non è più il gradito ospite di qualche combriccola e la sua compagnia e le sue cantate non sono più necessarie e utili ecco allora che il “Perdigiorno” si ritrova inesorabilmente solo con se stesso: “Adesso lei sta ballando… e certo ha dimenticato me e i miei fiori. In mezzo a tanta letizia non c’è un’anima che si ricordi di me. Così mi succede sempre e dappertutto. Ciascuno ha il proprio cantuccio assicurato sulla terra, un focolare acceso, una tazza di caffè, la moglie, il bicchier di vino la sera, e vive contento; perfino il portiere si trova a proprio agio nella sua pelle, lunga com’è. Io non mi trovo a mio agio in nessun posto; come se arrivassi dappertutto troppo tardi, come se la mia presenza non fosse stata calcolata in questo mondo” egli dice in un suo momento di tristezza e nostalgia.

E se pure è vero che non bisogna dare alla novella di Eichendorff un peso esistenziale superiore a quello che essa ha, restando, per dirla con le parole di Thomas Mann, una “storia melodiosa e sospesa”, è pur vero che quell’incrollabile speranza e fiducia in sé e nella vita che il “Perdigiorno” esprime nella sua anarchia e che sono la sua forza si rivelano essere anche la sua debolezza allorché egli, nella sua fuga e nel suo rifiuto, finisce per essere ostaggio del mondo.

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