“Gelo” – Thomas Bernhard

Monumentale e al tempo stesso monumento della letteratura. Bisognerebbe leggerlo più volte per cogliere a pieno la sterminata vastità e profondità di visioni, folgorazioni, previsioni, apparizioni, coazioni, allucinazioni, insinuazioni, deliri ed espressioni dello spirito e della mente che vi sono contenute. Lucida follia o follia della lucidità assoluta? Con “Gelo” le porte, sull’orrore e sugli orrori che si annidano nella condizione umana, si sono spalancate irreversibilmente. Un capolavoro anche di scrittura. Da leggere assolutamente.

 

Thomas Bernhard – “Gelo” – Einaudi – Collana Letture Einaudi – 2008 – Traduzione di Magda Olivetti – Prefazione: “Contagio” di Pier Aldo Rovatti – pp. XIV-358

 

«NECESSARI, INDISPENSABILI, INEVITABILI: QUESTO E’ IL MARCHIO DEI LIBRI DI BERNHARD».
Ingeborg Bachmann

“Il romanzo che nel 1963 ha rivelato Bernhard come uno dei grandi scrittori del Novecento. I lunghi monologhi di Strauch, il pittore pazzo isolatosi dal mondo in un paesino di montagna, sono l’invenzione di un nuovo stile, di una nuova labirintica sintassi delle ossessioni che avrebbe poi caratterizzato tutte le altre opere di Bernhard, nonché folte schiere di epigoni.

Tra memorie autobiografiche, deliri persecutori, congetture filosofiche, invettive e allucinazioni, Strauch riesce a trasformare il suo totale orrore del mondo in una vitalissima, istrionica performance all’insegna dell’ironia e della complicità con il suo imbarazzato-affascinato interlocutore, che ben rappresenta la naturale reazione dei lettori di questo libro.”
(Dalla quarta di copertina)

 

 

“Ho riletto “Gelo” dopo parecchi anni. Con più attenzione della prima volta, fermandomi spesso a pensare a Weng, il paese di montagna più cupo che si possa immaginare, e ai suoi abitatori, la moglie dell’oste che gestisce quella locanda fredda e fuori mano, lo scuoiatore che fa anche il becchino, l’ingegnere che dirige i lavori della centrale elettrica in costruzione, e naturalmente il pittore Strauch, che riempie con i suoi infiniti discorsi, quasi un monologo ininterrotto, le fitte pagine del romanzo, l’esordio stupefacente di quel Thomas Bernhard (1963, a trentadue anni) che oggi tutti considerano una delle vette della narrativa contemporanea.

Il documento di un divenir-folli? Non solo e non semplicemente, anche se la parola follia già di per sé dice tutto, e Bernhard comincia qui a darle una fisionomia speciale, che fa esplodere la cosa (chiamiamola così) in mille frammenti, tutte le tonalità del nero e insieme tutti i colori della realtà. Una preparazione alla morte? L’evolversi di una malattia mortale che i libri di medicina non contemplano? Ma in quella landa mortificata dai brividi del freddo c’è vita, e Strauch, pur debilitato, o – come direbbe Bernhard – infinitamente debilitato è il più vivo di tutti, il più teatrale e teatrante, con la sua enorme testa che il suo corpo esile non sa come reggere, con il suo bastone, quasi un prolungamento espressivo di sé, con cui tasta, con cui sospinge il narratore che è andato a Weng, per osservarlo, che rotea nell’aria, insomma ben più che un sostegno nelle incessanti passeggiate, giù per il sentiero infossato, su verso il mucchio di fieno, attraverso il bosco di larici, già alla stazione per andare a comprare i giornali, su alla canonica o all’ospizio dei poveri, e magari spingendosi, sempre in mezzo alla neve, a passi lenti o lentissimi, fino all’entrata della terribile valle stretta. Da dove viene il fascino che sprigiona? Strauch ha rotto con Vienna e con tutto il resto, ha bruciato i suoi quadri e tutti i suoi rapporti con la cosiddetta società. Ha chiuso. Si è sepolto vivo, si direbbe, aspettando la morte, in uno sperduto, inospitale e malsano paese di montagna. Tuttavia, il motore del suo cervello (della sua anima?) continua a girare vorticosamente, una pala instancabile che macina ogni giorno, e ogni notte (quelle spaventose, deliranti notti insonni), producendo pezzi di mondo, mondi interi”

(Dalla prefazione di Pier Aldo Rovatti)

 

2 thoughts on ““Gelo” – Thomas Bernhard

  1. dietroleparole 28 giugno 2017 / 11:58

    “Non so se quelli di Thomas Bernhard possano definirsi romanzi: sono superbi monologhi lirici, a solo per voce, poemi filosofici, deliri, visioni. Egli ha abolito le forme del romanzo: il racconto e il dialogo; ha adottato la voce di un narratore, spesso un anonimo narratore dostoevskijano sovrastato dal proprio compito, ed ha aperto dentro di essa la voce delirante di un personaggio – un pazzo, un megalomane, un paranoico, un pensatore malato, uno schizofrenico, un creatore di mondi, un nichilista, un veggente. Lo spettacolo della verbalità umana scatenata lo affascina, come affascina Beckett: solo essa può riprodurre lo spazio interiore delle nostre menti; e con sempre nuova inventiva, egli riproduce il ritmo scucito e folgorante di questi discorsi, che non hanno principio e che non possono avere fine. Nasce così un testo che non conosce la pausa, la calma e il respiro degli a capo – una spigolosa e inarrestabile lava. Questa lava non segue nessun movimento, rettilineo o circolare o a spirale: non muove da un punto per arrivare a un altro: è un seguito di linee interrotte e spezzate, di improvvisi cambiamenti di tono; convoglia in un unico impasto una massa di materiale dissonante e stridente, una serie di frammenti sconnessi e aggrovigliati. Tutti i suoi personaggi sono dominati, come il loro autore, dall’ansia, dall’agitazione e dall’inquietudine: un’ansia senza nome, che nessuno può decifrare, e che cerca di scaricarsi nell’espressione manchevole e provvisoria del discorso. Bernhard teme di morire, prima di dir tutto; e allora sottolinea, esaspera quello che dice, usa continuamente espressioni corsive per dare più peso alle parole dell’alfabeto: ripete, ripete, insiste, insiste, varia, aggiunge, gira in cerchi sempre più larghi o sempre più stretti attorno al proprio tema, come se volesse insieme soffocarlo e allargarlo all’infinito. L’esasperazione cresce: siamo sempre un attimo prima dello scoppio; esso viene sempre rinviato, mentre l’ossessione sale a un diapason quasi intollerabile. Così Bernhard tocca una intensità atroce: mentre scrive, assale se stesso, assale il mondo, assale i suoi lettori; il nostro cuore è teso, i nostri nervi sono tesi, il nostro corpo geme sotto il peso troppo greve. Vuole giungere al culmine della potenza intellettuale e della tensione nervosa – giungere fino in cima, e rompersi e frantumarsi in questo sforzo. La sua sintassi – lenta, avviluppata, intricata, ramosa – si scardina, assalita da questa violenza. Il risultato è l’uccisione di ogni flusso. Tra parte e parte, tra scena e scena, tra periodo e periodo, muore qualsiasi movimento: tutto è immobile – brandelli di assoluto presente, scene presenti fino a farci soffrire che si succedono l’una all’altra nella nostra mente. Abbiamo l’impressione che sempre ci procura la vera arte: penetriamo in un altro mondo, dove i minimi elementi – le virgole, i punti, i punti e virgola – rivelano la compattezza di una visione unica. […] Questa immaginazione cupa e allucinata, furibonda e puntigliosa, follemente estrosa e di una minuzia quasi pedantesca, apocalittica e quotidiana, è uno dei pochi doni che ci abbia riservato la letteratura degli ultimi anni”. (Pietro Citati, “Thomas Bernhard e la claustrazione”, in “La malattia dell’infinito”).

    Se ti capita, leggi tutto il saggio che mi appare notevole. E’ stato scritto dopo la pubblicazione presso Einaudi de “La fornace”, dunque nel 1970, ma attiene a tutta la produzione narrativa di B. Devo dire che, in questo caso, Citati mi ha piacevolmente stupito, soprattutto per la viva ammirazione che traspare dalle sue righe. Concordo con te sulla rilettura, che giova sempre, ma che nel caso di B. risulta esaltante. Un caro saluto.

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  2. ilcollezionistadiletture 28 giugno 2017 / 15:25

    Grazie di tutto. Le parole di Citati sono in effetti quanto mai azzeccate e rendono molto bene il procedere “alluvionale” di Bernhard, evidenziando altrettanto bene come esso sia senza fine ma non senza senso. Non mi sapevo Citati bernhardiano ed anche così convintamente, una piacevole sorpresa anche per me. Vedrò se riesco a trovare il suo libro. Sulle riletture di Bernhard poi oltre che confermare che i suoi libri sono una frase infinita si conferma anche che sono un pozzo infinito. Un caro saluto

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