“Il libro degli amici” – Hugo von Hofmannsthal

“Il libro degli amici” (I.l.d.a.) raccoglie aneddoti, pensieri, riflessioni, aforismi e massime sia di Hugo von Hofmannsthal (H.) sia, sotto forma di citazioni, di altri autori, antichi o suoi contemporanei, celebri e non, scelti e selezionati da H. stesso.

Il libro si presenta perciò come un “giardino di pensieri” legati da loro intrinseche affinità e idealmente offerti in dono ad altri affini, i lettori.“I.l.d.a.” fu infatti pubblicato per la prima volta nel 1922 dallo stesso H. in un’edizione per bibliofili di soli 800 esemplari, destinata ad una cerchia di “amici” lettori, di particolare qualità.

Ad ispirare H., nella realizzazione di quest’opera, si ritiene fu l’analogo Libro degli amici – il cui titolo poi mutò in “Divano occidentale – orientale” – di Goethe, una raccolta in dodici libri, tecnicamente elaboratissimi, in cui prevalevano lo spunto amoroso e il riflettersi della poesia su se stessa e che Goethe, nell’avviarne la stesura, aveva annunciato con queste parole: “Il Libro degli amici contiene serene parole di amore e simpatia che in certe circostanze vengono offerte a persone amate e stimate, solitamente al modo persiano con i margini arabescati d’oro”

Di questo gusto raffinato ed elegante che evocano le parole di Goethe, “I.l.d.a.” di H. ne contiene e ne rispecchia intimamente l’essenza, munito com’è di una sua impareggiabile raffinatezza estetica. Ma ne “I.l.d.a.” di H. il riferimento a Goethe non è solo rinvenibile a livello formale in quanto cioè riproduzione di uno stilema e di un modello goethiano, ma è anche sostanziale nel senso che la presenza di Goethe qui è diffusissima, sia per le numerose citazioni dello stesso Goethe che vi sono riportate, sia per le riflessioni aventi ad oggetto, direttamente o indirettamente, Goethe che H. fa.

Ma quel che più colpisce è il valore assoluto, direi quasi fondativo che H. attribuisce a Goethe, sia con riferimento alla letteratura tedesca ma, in senso più ampio, con riferimento al pensiero e alla cultura tedesca in generale e direi persino in senso universale.Così come, per esempio, quando H. afferma:“Goethe non è la fonte di questo o di quello nella nostra letteratura moderna, ma è un massiccio alpestre, le cui sorgenti alimentano tutto quello che in essa si trova”; “Su Goethe uno si può formare, se non si confonde; sulla letteratura tedesca non ci si può formare, solo confondere”; “Le opere di Goethe congiungono la socievolezza con la solitudine”; “Dalle massime in prosa di Goethe procede oggi forse maggior virtù d’insegnamento che da tutte le università tedesche insieme”; “Noi non abbiamo una letteratura moderna. Abbiamo Goethe e appendici”; “Come fondamento della cultura, Goethe può sostituire un’intera civiltà”

Questo tributo di H. per Goethe non è solo riconducibile a quella vocazione di H. di “conciliatore di ogni forma viva del passato”, vocazione accennata nella su Nota dalla curatrice del volume Gabriella Bemporad, e che è ben testimoniata da questa bellissima e attualissima riflessione di H. sul passato: “Un’epoca a cui non paresse valere più la pena di occuparsi del passato, esprimerebbe in tal modo la sua disperazione”, bensì, l’importanza di Goethe per H. va oltre questo e va rintracciata, a mio modo di vedere e come si deriva dalle osservazioni sempre di G. Bemporad in merito all’impianto generale de “I.l.d.a.”, in quella funzione di “mediatore” presente in tutta l’opera matura di H., la quale funzione si dipana in due direzioni: di “mediatore dello spirito” e di “mediatore delle forme” . E infatti, su questo, H. è esplicito: “Nell’ opera d’arte spirito e forma si convalidano a vicenda”e i concetti e i termini di spirito e di forma riferiti all’ arte, al pensiero, alla cultura ricorrono tantissimo nelle massime e nelle riflessioni di H. contenute ne “I.l.d.a.”.

Il legame con Goethe non è quindi alimentato da H. solo a motivo di un tributo intellettuale a Goethe, ma rimanda alle radici stesse della formazione e dell’ispirazione artistica di H., tanto da far dire a Stefan Zweig, nel suo libro “Il mondo di ieri – Ricordi di un europeo” – nel rievocare l’apparizione di H. sulla scena letteraria viennese di inizio secolo – che tutto faceva presagire che H. “doveva diventare un fratello di Goethe”.

E’ quindi in questo coniugare dimensione spirituale dell’esistenza con tutto ciò che di simbolico e di misterico essa porta con sé ed elaborazione di forme atte a descriverla e rappresentarla, dal cui intimo legame scaturisce la creazione artistica, che si fonda il ricorrente rimando di H. a Goethe, la natura stessa dell’opera di H., da cui la sua naturale adesione a Goethe. In altre parole quel “Dare forma al fluire della vita” (C. Magris – “Hofmannsthal e La lettera a Lord Chandos” in L’anello di Clarisse – Einaudi – 1999) che porta H. a definire Goethe come “il maestro della forma [il quale] come un delfino solitario rade la lucente superficie”.

E quanto conti la “superficie” per H. ce lo dice con questo aforisma, forse il più bello dell’intero libro: ”La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie”. Come dire che proprio sulla superficie delle forme che le “rappresentazioni”artistiche – letterarie e non – ci mostrano e quindi al loro livello immediato, si danno in realtà profondità simboliche e spirituali che poi sono il vero contenuto e il vero significato di quelle forme e dell’opera d’arte nel suo complesso.Starà al lettore/osservatore cogliere nelle forme quelle profondità, mentre la grandezza dell’artista starà nel dissimulare e al tempo stesso esaltare con quelle forme quelle profondità, assicurando nel contempo la più assoluta fruibilità dell’opera, da cui quest’altra raffinata riflessione di H. sull’ opera di Goethe: “Goethe dice dei suoi romanzi che il loro stile è ”garbata allusione”.

Che, detto in altri termini, si potrebbe parafrasare in: la profondità dell’allusione nel garbo della forma. E, in questo senso, pensando a quella cosa “magica” che, da questo punto di vista, sono “Le affinità elettive” di Goethe, si capisce cosa vogliono dire sia H. che Goethe. E, a suggello di tutto ciò, è ancora H.a sancire, con uno dei suoi aforismi, l’immanenza simbolica annidata nelle cose del mondo: “Le situazioni sono simboliche; è una debolezza degli uomini d’oggi trattarle analiticamente e dissolverne con ciò la magia”

Se questo è il grande retroterra estetico – concettuale che aleggia ne “I.l.d.a.” quello che ne costituisce contenutisticamente il corpus centrale sono le riflessioni sull’ uomo e l’esistenza umana, di cui H. si rivela grande e fine conoscitore ed osservatore. Mi limito, in tal senso, a riportare in sequenza alcune di tali riflessioni, quelle che nella loro “garbata lapidarietà” (giacchè il tono di H. non è mai greve o caustico, trasgressivo o provocatorio ma impregnato di umanità e rispetto), rivelano meglio l’indubbia capacità introspettiva di H. e la sua acuta sensibilità per quelle “delicatezze della vita” su cui tali riflessioni ci inducono a riflettere e a interrogarci.

“Senza l’amore di se stessi la vita non è possibile, neppure la più lieve decisione, soltanto immobilità e disperazione”

“L’egoismo non pecca tanto nelle azioni quanto nell’incomprensione”

“Un parziale odio contro se stessi sta alla radice di ogni stortura”

“Chi per parte sua sottrae alla convenzione un rapporto morale universalmente riconosciuto, e lo nega, anche senza esprimere questa negazione, genera un vortice che lo travolge insieme a quanto gli viene vicino”

“Nel pudore che vieta di parlare ad alcuno dei propri stati più intimi è un avvertimento dell’animo; in ogni confessione, in ogni descrizione, s’insinua facilmente un travisamento, e le cose più delicate e indicibili dacadono in un batter d’occhio a volgarità”

“Non basta affermare soltanto cose vere; è altresì necessario non dire tutte quelle che sono vere; perché bisogna esprimere soltanto le cose che sia utile manifestare, e non quelle che ferirebbero soltanto senza portare alcun frutto; e perciò come la prima regola è “parlare con verità”, così la seconda è “parlare con discrezione”” (Pascal)

“Lasciare una donna amata è segno di fantasia esaurita”

“Gli uomini sono così necessariamente folli che non esser folli sarebbe esser folle di un’altra sorte di follia” (Pascal)

“La gioia richiede più abbandono, più coraggio che non il dolore. Abbandonarsi alla gioia significa appunto sfidare il buio, l’ignoto”

“Nel modo più singolare e solitario di condursi e nella situazione più miserevole e segreta ognuno ha migliaia di compagni di cui non suppone l’esistenza”

“L’uomo ha sempre un’infinità di intenzioni; non le conosce, ma sono le molle segrete del suo operare”

“Diventare più maturi significa separare più nettamente, congiungere più intimamente”

“Dei nostri pensieri noi vediamo soltanto il tratto seguente, come i miopi del sentiero davanti ai loro occhi, ma non dove esso continua sull’altro pendio della valle”

“I caratteri semplici, non i complessi, sono difficili a capire”

“La vittoria morale è spesso un vittorioso suicidio”

“V’è in noi qualcosa che sta sopra e dietro a tutte le età e con tutte gioca”

“Ogni nuova conoscenza determina scomposizione e reintegrazione”

“La vita è integrale conciliazione dell’inconciliabile”

“Pochissimi sono coloro che hanno veramente voluto, anche un attimo solo della loro vita, o veramente amato”

“Non già conoscere molte cose, ma mettere molte cose in contato, questo è uno dei primi gradini dello spirito creativo”

“Stupende parole di Poussin, al termine della sua vita: “Non ho trascurato nulla””

Ma poi, infine, di quel lavoro intellettuale di cui, proprio qui, lui stesso è artefice ed interprete, H. con disincantato e sereno distacco ce ne richiama i suoi limiti intrinseci. Ammonendoci che, accumulando sapere, pretendere di raggiungere la saggezza e comprendere il mondo è una vana illusione. Ironicamente e profondamente consapevole che quel che si fa a questo livello resta come un gioco, non diverso da quel gioco che consiste nel fare buchi nell’ acqua: “La maggior parte degli uomini, attendendo alle cosiddette occupazioni intellettuali, come il leggere e lo scrivere (non lo scrivere lettere, ma lo scrivere quale autore), non fa per nulla ciò che s’immagina di fare: poiché né migliora la propria cultura – “allargare” la cultura, come si usa dire, è un concetto brutto e assurdo – , né affina le proprie idee, né arricchisce la propria esperienza, ma non fa nulla di più e nulla di più importante dei monelli che scavano buchette ai margini di uno stagno, tirano sassi nell’ acqua torbida ecc., cioè un affaccendatissimo nulla.”

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