“La principessa di Clèves” si apre con la fastosa descrizione di quella corte di Enrico II presso cui si svolgeranno le vicende narrate nel romanzo. Una descrizione dove tutto riluce, come fossimo in un mondo incantato fatto di splendore e meraviglie, in cui tutti spiccano per qualità eccelse e padronanza di doti. La dimensione dominante è quella del bello e della bellezza che vengono esaltati per l’unicità e l’irripetibilità con cui si sono incarnati tra coloro che vivono in quella corte. E in tanto mirabolante consesso tutto non può che svolgersi in un clima di appagamento e di godimento.
Nulla manca infatti per potersi quotidianamente gratificare e la vita che lì si conduce è improntata in modo da consentire il massimo compiacimento collettivo. Un mondo dove l’esteriorità è dominante e tutto è esteriorizzato. Un mondo nel quale non sono previste incrinature, contrasti, messe in discussione ma tutto avviene aderendovi incondizionatamente. E’ come se si assistesse ad uno spettacolo in cui pubblico ed attori coincidono in quanto ognuno interpreta la propria parte e, al tempo stesso, è spettatore delle parti altrui in un gioco continuo di reciproche messe a fuoco. Un mantenere le apparenze rispetto a ciò che si è o che si dovrebbe essere, anche se tutti sanno e tutti vedono che non è così, venendo, le apparenze, costantemente scrutate e interpretate. Ed anche di fronte alle evidenze si dissimula, in un gioco calcolato che tiene conto dei propri interessi e delle proprie ambizioni, del proprio tornaconto e delle proprie rivalse, dei propri desideri e del proprio piacere, dei propri tormenti e turbamenti.
Un gioco a tutti noto, a cui tutti partecipano a partire dal re la cui relazione con Diana di Poitiers duchessa di Valentinois è da lui praticata alla luce del sole e non impedisce a lui e alla regina sua consorte, Caterina dé Medici, che sa benissimo di quella situazione, di continuare a fare finta di niente, considerato, oltretutto, che “…la duchessa di Valentinois quantunque non fosse più né giovane né bella, imperava su di lui [il re] in modo così assoluto, che si può dire che fosse padrona del re e dello Stato.” In realtà, come è stato osservato, “Pungono, dietro il lustro dei ruoli le spine delle pene trattenute. Caterina dé Medici <<sembra>> sopportare senza sofferenza la relazione del re con la duchessa di Valentinois, in realtà è divorata dal tormento.” (FaustaGaravini – “Postfazione” in Madame de La Fayette – “La principessa di Clèves” – SE – 1997).
Dietro il fasto, la magnificenza e i piaceri la corte si rivela perciò, fortemente, luogo di gelosie, di invidie, di ipocrisie, dove le libertà individuali sono fatalmente condizionate, alimentando ciò il prodursi di iniquità, di manipolazioni, di complotti, come peraltro ci viene mostrato da Madame de La Fayette attraverso una vorticosa e intricatissima ricostruzione di alleanze e di contrapposizioni per acquisire potere e supremazia presso il re e all’interno della corte, da parte di quella cerchia di nobili che ne formavano il vertice. Alimentando essi una serie di lotte intestine con l’utilizzo spregiudicato di “imparentamenti” tramite il ricorso ai matrimoni combinati. In quel carosello di superficialità in cui ci si intrattiene ruota quindi intorno al re quella sorta di “cerchio magico” i cui interessi si concentrano sugli intrighi amorosi e sulle rivalità che oppongono i diversi clan, dominando una logica che si basa su una falsa morale che lo rende, di fatto, un mondo amorale.
E fra coloro che popolano quella corte Madame de La Fayette ce ne presenta da subito alcuni e, fra questi, si focalizza su due di essi. Sono le due fondamentali figure maschili protagoniste del romanzo, di fatto a loro modo rivali e di fatto a loro modo vittime della “virtù” di colei che diverrà la principessa di Clèves. E il primo è proprio colui che sarà il suo consorte e cioè “ il principe di Clèves”, determinando quel matrimonio l’acquisizione da parte di Mademoiselle de Chartres – essendo questo il suo appellativo quando apparirà a corte – del titolo, del ruolo e dell’identità di principessa di Clèves. Madame de La Fayette ci descrive il principe di Clèves come una figura limpida, “buona”, morigerata, e per quanto di “perfetta bellezza” non propenso a farne uso e vanto. Tutto il contrario di colui che sarà il suo contraltare e che diverrà la causa scatenante di quella passione lacerante di cui la principessa sarà vittima, evento che segnerà la sua esistenza e il suo destino, nonché l’esistenza e il destino del principe di Clèves, e cioè il Duca di Nemours, la cui descrizione che ne fa Madame de La Fayette ha un incipit fulminante: “… il Duca di Nemours era un capolavoro della natura: il meno che si potesse dire di lui è ch’era l’uomo più ben fatto e più bello del mondo”, essendo altresì di un “…valore incomparabile” e di “…un fascino di cui non si vide mai l’uguale”.
E a questa così abbagliante descrizione si affiancherà poco dopo l’altrettanto abbagliante descrizione della bellezza di Mademoiselle de Chartres la cui apparizione a corte costituirà un vero e proprio evento. Sarà la madre, Madame de Chartres, figura fondamentale per la futura vita della figlia, in quanto le darà quell’imprinting che segnerà per sempre il suo carattere e la sua natura che la introdurrà a corte, dove Mademoiselle de Chartres stupirà tutti per quella sua “…grande bellezza.” Alla quale univa un alto lignaggio, apparteneva infatti a un nobile casato ed era “…una delle più grandi ereditiere di Francia”, inoltre era giovanissima, avendo solo sedici anni quando arriva in quel luogo, rendendola, tutto ciò, “…uno dei migliori partiti che vi fossero allora in Francia”.
La madre, rimasta vedova, l’aveva allevata lontano dalla corte, educandola ai significati ma, soprattutto, ai pericoli dell’amore, mettendola in guardia dall’inaffidabilità degli uomini, per i loro inganni e la loro infedeltà, e inculcandole un modello di vita basato sull’ onestà e sulla virtù, in pratica mettendola in guardia dall’amoralità del mondo. E la messa in atto di tali principi poteva avvenire, sempre secondo gli insegnamenti della madre, solo nel contesto di una salda fedeltà coniugale aggrappandosi a tale fedeltà per rifuggire da ogni tentazione, e avvertendola, in tal senso, di diffidare persino di se stessa. E così, con l’intento di trovare per la figlia un partito degno di lei, non avendo ancora trovato “in giro” nulla di adeguato, decide di condurla a corte.
E non appena Mademoiselle de Chartres vi giunge avviene il primo incontro con il Principe di Clèves ed avviene in una bottega di gioielli e se, come i gioielli, la futura Principessa colpisce subito il Principe per la sua bellezza e il suo splendore, sempre come i gioielli lo colpisce per il mistero, l’inconoscibilità, la sfuggevolezza che ella gli trasmette, segnale questo che si rivelerà presago di ciò che poi accadrà nella loro futura vita coniugale. Nel Principe quell’incontro, se pure fatto solo di sguardi, suscita immediatamente il desiderio di conoscerla, essendo rimasto folgorato da quella visione.
La giovane giunta lì da un mondo diverso e lontano da quella corte e quindi ad essa impreparata viene risucchiata nelle sue dinamiche, in realtà per lei pericolose in quanto gli esempi che le si offrono sono ben lontani da quella virtù che la madre le ha dato come modello da perseguire. Di fronte alla futura Principessa “…si rivela così, a poco a poco, l’inautenticità di quel meccanismo di finzioni, ed è attraverso le storie di cui viene a conoscenza che si compie la sua educazione sentimentale e comincia a formarsi la sua visione pessimistica.” (F.Garavini –cit.). Peraltro la madre stessa non farà mistero alla figlia degli inganni che in quel luogo si celano dietro le apparenze: “<<Se voi giudicate dalle apparenze in un luogo come questo>> dirà Madame de Chartres rivolta alla figlia <<vi ingannerete spesso: esse non sono quasi mai realtà.>>
E così anche intorno alle possibili “soluzioni” matrimoniali che si potevano prospettare per Mademoiselle de Chartres vengono agiti intrighi, aprendosi una contesa fra pretendenti. Fra quelli realmente innamorati come il Principe di Clèves e quelli “pilotati”, peraltro anche dalla stessa Madame de Chartres, tutti in realtà ostacolati da veti e condizioni poste da chi ha interesse, all’interno della corte, affinché si realizzi la “soluzione” a lui più favorevole, al punto che “Nessuno osava più pretendere a madamigella di Chartres” per non dispiacere al re o a qualche altro membro della corte. E di ciò si avvarrà il Principe di Clèves al quale l’improvviso venir meno della causa che lo aveva sin lì ostacolato gli apre le porte per dichiararsi a Mademoiselle de Chartres. Ma sebbene toccata dai modi del Principe tali da indurla a riconoscere le sue buone qualità e i suoi sentimenti per lei, Mademoiselle de Chartres si rende subito conto di non amarlo e come confesserà alla madre – la quale si era espressa a favore del Principe di Clèves da lei considerato un buon partito – ella “…lo avrebbe sposato con minore ripugnanza di un altro, ma che, in quanto ad inclinazione, non ne sentiva nessuna speciale per la persona di lui”. Ma “…senza preoccuparsi di dare alla figlia un marito ch’ella non avrebbe potuto amare” la madre accetterà la domanda di matrimonio del Principe e senza indugi “Il contratto fu concluso; si parlò al re, e la notizia del fidanzamento si diffuse ovunque.”
La tanto decantata “virtù” propugnata da Madame de Chartres si rivela quindi, alla luce del suo sbrigativo e utilitaristico modo di chiudere la “pratica” matrimoniale della figlia, venata di perbenismo, giocata sulle apparenze ed estranea al più elementare riconoscimento dei sentimenti della figlia; in sintesi: “… tesa al raggiungimento della rispettabilità pubblica e della tranquillità privata” (F.Garavini –cit.) Sta di fatto che quella decisione si rivelerà per entrambi fatale e quell’unione, nonostante le evidenze che anche il Principe ha chiare da subito e cioè “…che i sentimenti di madamigella di Chartres non andavano oltre la stima e la riconoscenza”, produrrà solo dolore in tutti e due. Il Principe espliciterà sin da quel momento il suo malessere alla sua futura sposa ma ella che più di così non riesce a dargli si sente ingiustamente colpevolizzata ritenendo il suo comportamento verso di lui inappuntabile dato il rispetto che gli assicura. E pur di fronte all’evidenza di quella asimmetria tra la ragione, unico movente a cui la futura Principessa soggiace, e il sentimento del Principe da lui solo nutrito, il matrimonio viene celebrato e ai massimi livelli.
Ma il matrimonio non muterà quella dinamica che tra di loro si era instaurata e sebbene ella non desse in alcun modo adito al marito di provare sentimenti di gelosia tuttavia nel Principe quella sua passione insoddisfatta genererà una vera e propria scissione. Egli vivrà infatti nell’irrimediabile consapevolezza che non potrà mai possedere del tutto colei che è divenuta la sua consorte determinandosi in lui un’incertezza dei sentimenti che continuerà dopo il matrimonio rendendolo infelice. Infatti egli può si disporre del corpo della moglie, può possederlo e può essere sicuro della fedeltà fisica di lei ma sa che dentro l’anima della moglie c’è un mistero, c’è un’anima inconsolabile, un luogo in cui egli non è ammesso e questo costituisce per lui il vero tormento. Questa frattura, questa impossibilità di conoscere tutto della moglie è l’inizio della crisi del matrimonio. Inizia così una scissione affettiva in quanto la Principessa di Clèves diventa contemporaneamente per il marito moglie e amante: è amata come moglie che si può avere e contemporaneamente è desiderata come un’ amante che non si può raggiungere.
Ma sarà l’irrompere sulla scena del duca di Nemours e il conseguente sovvertimento dei sensi che esso provocherà nella Principessa che determinerà un’ulteriore, tragica e definitiva “crisi” che avrà conseguenze irrimediabili. L’incontro tra il duca e la Principessa avviene durante un ballo e come spinti da un reciproco magnetismo essi saranno talmente e spontaneamente attratti l’uno dall’altra che pur vedendosi in quell’occasione per la prima volta si metteranno senza indugi a danzare insieme. Entrambi conquistano il centro della scena e il re e la regina rimasti interdetti per il fatto “…che i due che non s’erano mai veduti…ballassero insieme senza conoscersi”, procedettero, a ballo concluso, a convocarli perchè si presentassero reciprocamente. Da quel momento la loro vicendevole attrazione sarà un crescendo favorita dalle frequenti occasioni che lo stare a corte offriva loro. Tuttavia quell’attrazione era alimentata solo da quel loro vedersi. Sono infatti gesti segreti, gesti mancati quelli che avvengono tra loro, è un amore che non viene detto e non viene comunicato dato che essi non arrivano a parlarsi.
Dietro questa apparente distanza che si crea tra loro vi è in entrambi la percezione di essere di fronte a un sentimento travolgente e fortissimo e, al tempo stesso, il bisogno di proteggere e tenere segreto quel sentimento per non ridurlo ad oggetto di “scandalo”. E’ come se entrambi avessero scoperto di essere di fronte ad un’esperienza per loro nuova ed unica, ma anche pericolosa, tanto che la principessa terrà nascosto alla madre lo slancio che il duca di Nemours le manifesta. Ma la madre coglie, da vari segnali che la figlia senza volere trasmette, l’interesse che ella ha per il Duca e comincia a svolgere una sottile quanto studiata azione di denigrazione volta a metterlo in cattiva luce, considerandolo una minaccia per la vita della figlia. E sentendo dalla madre il racconto di altri amori che il duca coltiverebbe all’interno della corte la principessa prova un dolore e uno scoramento così forti che la portano a confessare a se stessa quanto quel sentimento che ella prova per lui sia vero, vergognandosi per non avere, nei confronti del marito, analoghi sentimenti. Inizia così a convivere nella Principessa un sentimento di amore-odio per il Duca che la tormenta e la consuma, prodotto dalla radicalità di quell’amore e, al tempo stesso, dall’impotenza nei suoi confronti che la rende ostaggio di esso. E così dall’essere fonte di una possibile gioia quell’amore si rivela in realtà, ben presto, foriero di pene e sofferenze.
Improvvisamente intanto le condizioni di salute della madre precipitano e, in poco tempo, ella si aggrava a tal punto da trovarsi in punto di morte, ed è in questo preciso e per lei ultimo momento di vita che impartisce alla figlia una “lezione” su come, da quel momento in poi, ella dovrà stare al mondo che sarà, per la Principessa, come se le venisse detto di indossare un cilicio diventandone di fatto prigioniera. E’ un momento tesissimo e carico di emozione quello che Madame de La Fayette descrive in quel faccia a faccia madre-figlia contrassegnato dai toni dell’angoscia, con la madre che esorta la figlia a stare in guardia non solo dal Duca di Nemours, di cui svela alla figlia di essersi accorta di quanto egli sia presente nel profondo del suo cuore, ma dall’immoralità del mondo nel suo insieme. E’ un mondo cupo e oscuro quello che la madre tratteggia alla figlia, pieno di pericoli, di precipizi, di inganni, da cui fuggire, nascondersi, scappare, al punto da chiederle di lasciare la corte per salvarsi e non finire preda della sciagura. Una pagina pervasa da sinistre profezie che prefigura alla figlia il rischio di un destino di avvilimento. Una pagina in sé terribile, il cui contenuto lascerà un segno profondo nella futura esistenza della Principessa, tuttavia una pagina di una bellezza letterariamente impareggiabile.
Il dettato esistenziale di fondo che Madame de Chartres prescrive alla figlia è quello della “distinzione”, portando su un piano psicologico ed interiore il principio di “distinzione” aristocratica che i personaggi del romanzo e la sua autrice praticavano e conoscevano. Nel discorso che la madre fa alla figlia poco prima di morire le raccomanda infatti di non essere “come le altre”, di non adeguarsi al “così fan tutte”, mantenendosi appunto “distinta”, diversa da tutti gli altri, moralmente “pura”, e ciò tarpando sentimenti e pulsioni, nell’illusione di poter restare esente dalle tentazioni e dal desiderio. Finendo per indurla non solo ad una estraneità rispetto al mondo che la circonda ma, di fatto, ad una estraneità rispetto al mondo tout-court.
E calatasi in quelle preoccupanti raccomandazioni della madre la Principessa decide di darvi seguito, combattuta tra il dolore suscitato da quel lutto e la paura di trovarsi in balia degli eventi e dei sentimenti. Attua così una strategia difensiva e decide di allontanarsi da quella corte che per lei è divenuta fonte di pericoli, volendo evitare la presenza del Duca dal quale sente solo il bisogno di difendersi. E per nascondere la sofferenza amorosa e ritirarsi in se stessa si appoggerà al marito – a cui “…testimoniava maggiore amicizia e tenerezza che in passato”, dato che gli appariva l’unico argine su cui contare per tenere lontano da sé il Duca – e si trasferisce in quella sua tenuta di campagna dove egli la condurrà. E persino lì dovrà stare in guardia perché il Duca con la scusa di essere venuto a trovare il Principe “…fece il possibile per visitare anche madama di Clèves ma ella non volle riceverlo, sentendo bene che non avrebbe potuto non trovarlo seducente”. La passione amorosa per la Principessa ma, tramite lei, per la sua creatrice e cioè per Madame de La Fayette, assume quindi a tutti gli effetti i connotati di un pericolo funesto e l’amore inteso come festa si rivela un’illusione mostrando, di se stesso, la sua maschera tragica.
Si inserisce a questo punto del romanzo il secondo dei quattro inserti che Madame de La Fayette vi introduce, costituendo essi dei racconti secondari aventi al centro personaggi protagonisti di vicende e comportamenti in ambito sentimentale che ne mettono in luce ambiguità e tradimenti, umiliazioni e violenze. In tal senso, come è stato osservato”…la funzione di tali inserti, peraltro perfettamente integrati e collocati sempre in momenti chiave della vita della Principessa, è proprio di dimostrare in modo sempre più incisivo i rischi connessi, in una società di tal fatta, alla sincerità delle passioni.” (F.Garavini –cit.). La prima di tali digressioni era stata la vicenda di Diana di Poitiers duchessa di Valentinois e del suo rapporto di potere-possesso con il re, raccontata da Madame de Chartres alla figlia. Con il racconto della soggezione a cui la duchessa sottoponeva il re, pronto a perdonarle anche tradimenti e infedeltà, Madame de Chartres mostra alla figlia “…quale umiliante dipendenza imponga l’amore.” (F.Garavini –cit.). In questo secondo racconto che viene narrato alla Principessa dal Principe suo marito la protagonista è l’ipocrita madame de Tournon e attraverso questa storia la Principessa scopre quanta “…sofferenza può esserci inflitta da coloro che amiamo.” (F.Garavini –cit.).
Al termine di quel racconto il marito – che, ovviamente, non sospetta che il “ritiro” in campagna della moglie sia dovuto al suo intento di sviare da sé il Duca – la induce a rientrare a Parigi, giacché, le dirà, “E’ tempo che riprendiate i rapporti mondani e riceviate tutte quelle visite dalle quali non potete dispensarvi.” A quella prospettiva di trovarsi reintrodotta nel “circuito” della corte e di affrontare di nuovo le implicazioni che ciò avrebbe comportato ella non si sottrae, sembrandole che quella tregua intercorsa avesse fatto svanire quei sentimenti “pericolosi” da lei nutriti nei confronti del duca. Ma ciò si rivelerà un’illusione perché verrà ben presto a conoscenza che a corte si sa e si dice “…che il signor di Nemours è appassionatamente innamorato” pur non avendo egli fatto trapelare nulla, e il fatto che si sappia che egli non ha “rapporti con la persona amata” lo rende irriconoscibile, in quanto non è da lui “…amare una donna che non corrisponda al suo amore.” Sentendo ciò la Principessa si riconosce in quella misteriosa amante e questo le suscita di nuovo un trasporto e un turbamento profondi, colpita proprio dal fatto che il Duca nascondesse al mondo e coltivasse in se stesso il suo amore per lei.
Finché il Duca riuscirà a farle visita, come peraltro avevano già fatto altri membri della corte a partire dal re e dalla regina, per porgerle le condoglianze. E in quello che sarà il loro primo colloquio egli le farà intendere, pur non esplicitandoli, i sentimenti che egli prova, al punto che ella comprende chiaramente di essere l’oggetto di essi. Ma lungi dal dare seguito a quella “dichiarazione” ella, di fronte a lui, si trincererà in un trattenuto silenzio, salvo constatare, da sola con se stessa, subito dopo, che nulla la poteva più illudere che ella non l’amasse ma che, altresì, mai avrebbe dovuto dargliene alcun tipo di sentore o di segnale. La Principessa si impone pertanto di non esplicitare e di non agire in alcun modo quella sua passione lasciandola allo stadio di desiderio e quindi vivendola attraverso la mancanza del suo oggetto, in pratica abdicando al suo possesso. In tal modo, aderendo da questo punto di vista alle prescrizioni materne, ella comprime il proprio desiderio non cedendo ad esso, destinandosi così ad un’esistenza segnata dalla rinuncia.
In questo modo viene meno al modello di comportamento dominante a corte e cioè agire quella dissimulazione che porta a vivere nella doppiezza che, nel suo caso, avrebbe avuto come conseguenza che pur mantenendosi di fronte a tutti fedele al vincolo coniugale e pertanto fedele al Principe di Clèves, avrebbe potuto instaurare una doppia vita intraprendendo una più o meno segreta relazione con il Duca di Nemours. Ma se questo non avverrà, non avverrà neanche ciò che era il dettato materno assunto nella sua fondamentale interezza e cioè mantenersi fedele al vincolo coniugale senza se e senza ma, allontanando da sé qualsiasi pensiero volto a coltivare anche solo con se stessi il desiderio e la passione verso chiunque altro. In altre parole spegnere dentro di sé qualsiasi sentimento amoroso che non sia quello verso il proprio coniuge anche se, nei suoi confronti, tale sentimento non lo si prova.
La Principessa (e tramite lei Madame de La Fayette) si avventura invece in qualcosa di completamente nuovo e diverso, qualcosa, fino ad allora, inimmaginabile che rompe gli schemi. Sia lo schema della dissimulazione che viene destituito della sua indiscutibilità, opponendosi a quel suo contenuto di finzione e di menzogna su cui si basa. Sia lo schema della fedeltà coniugale assunto nel suo piatto conformismo di facciata, secondo le regole delle buone maniere, sostenute da Madame de Chartres. In quanto ad entrambi questi schemi la Principessa di Clèves oppone ciò che entrambi questi schemi non hanno e da cui rifuggono totalmente è cioè la verità, che consisterà nell’ affermare il suo desiderio, pur non agendolo e pur restando fedele al vincolo coniugale, ponendosi in questo modo in una posizione altra e diversa: sicuramente “distinta”, come preteso dalla madre, ma in realtà “distinta” anche rispetto a quella materna.
In tal senso come è stato osservato, “La flagrante novità del libro risiede nella tormentata rappresentazione della rottura d’un equilibrio, della frattura che si instaura fra l’individuo e la società, e soprattutto nella peculiare soluzione proposta per lenire la ferita”. (F.Garavini –cit.). E ciò attraverso la famosa confessione che la Principessa fa al marito con la quale ammette l’esistenza di quel sentimento d’amore che ella prova per il Duca di Nemours pur non avendolo mai attirato a sé né, tanto meno, essersi ad egli dichiarata. Tuttavia nel confermare in questo modo al marito la sua fedeltà coniugale ella, nel contempo, lo destituisce definitivamente dall’essere il suo oggetto d’amore, anteponendogli il Duca. Di cui peraltro mantiene segreta l’identità non rivelandola al marito, essendo quindi solo lei con se stessa a conoscere e possedere quella “verità” nella sua interezza.
In tal modo la Principessa affermerà sia la verità in relazione a colui che ama e da cui si sente attratta: il Duca di Nemours, pur non nominandolo né concedendosi in alcun modo ad esso, sia la verità verso colui che non ama e da cui non è attratta: il marito, pur restando fedele al matrimonio. Ciò evidenzia un’inconciliabile che non ha soluzione perché, come è stato osservato, la principessa resta “Preda impotente del suo amore per Nemours, che non riesce a dominare e di cui può solo consapevolmente misurare la forza tirannica…La nobile risoluzione della Principessa, la sua confessione al marito non ha infatti valore liberatorio [rispetto alla forza dell’ amore che ella prova per Nemours]. L’io eroico si esprime solo come volontà di negazione e privazione, ma non si afferma vincitore sulla violenza incoercibile dei sentimenti.”(F.Garavini –cit.)
Se ciò è vero tuttavia sarebbe riduttivo derubricare la scelta della Principessa a una sorta di vocazione al sacrificio che riduce la sua ansia di verità ad una mera sconfitta. Vi è in quella scelta un’istanza fatta di purezza, di ideale e di assoluto con la quale ella vuole preservare se stessa e soprattutto i sentimenti che ella prova, sia quello d’ amore verso il Duca che quello di stima e di affetto per il marito, dallo svilimento che li fa immiserire, così come la vita di corte con le sue pratiche le aveva mostrato e dimostrato. Facendosi autrice di quella verità ella trova il modo, di fatto l’unico modo, per dare valore e riscatto a quei sentimenti, cercando, attraverso la rinuncia a cui si destina, di intaccare il meno possibile sia i sentimenti altrui che i suoi, così come le detta la sua coscienza. Perché è proprio quella sua coscienza che la muove, facendosi in questo senso il romanzo un romanzo sull’intimità, sull’interiorità, sull’anima.
Indubbiamente in tutto ciò gioca ancora una volta l’impronta materna che l’ha forgiata secondo i dettami di un modello di vita “eroico” che pretende il protendersi verso la gloria morale, la quale sta alla base di quel principio di “distinzione”: l’essere diversi dagli altri, di cui si è detto precedentemente. La Principessa sa e sente che non deve venir meno a questa altezza morale che le è stata trasmessa e, di fatto, imposta, sebbene poi lei l’abbia introiettata e fatta propria. Tuttavia ella, a suo modo, la elabora e la trasgredisce nel momento in cui ne applica il suo contenuto di correttezza e di rigore nei comportamenti e nei principi, ma ne abbandona quella sorta di castità dei sentimenti e dei pensieri che essa implicava. Il perseguire questo ideale “eroico” condurrà la Principessa a vivere in una condizione fortemente interiorizzata e solitaria, vissuta tutta in se stessa e con se stessa, in evidente contrasto con l’estroversione sistematica della corte.
Lungi quindi dal prestarsi al consueto copione che prevede il tradimento, in questo caso del marito, in presenza di un amante, la Principessa si ritrae e fugge da questo clichè senza però rinunciare ad affermare il sentimento che ella prova. Non agendolo ella lo preserva dalla inevitabile corruzione a cui esso sarebbe stato destinato nel momento in cui sarebbe finito “in pasto” alla corte, e cerca nel contempo, dal suo punto di vista, di dare a quel suo matrimonio e a quella sua fedeltà coniugale una dignità, dimostrando al marito la sua integrità. Infatti, non dire al marito dell’amore che elle nutre per il Duca di Nemours appare alla Principessa una viltà perché lei e la sua coscienza sanno bene ciò che provano e il non dirlo le appare già esso stesso un tradimento: “…la spinge l’impulso a liberarsi da un peso divenuto ormai intollerabile, ad uscire da una necessità di dissimulazione che il suo temperamento la rende incapace di sostenere; a salvaguardare, infine, la fedeltà coniugale o la propria immagine di virtù sul piano della condotta, non su quello dei pensieri.” (F.Garavini –cit.)
Ma il percorso che porterà la Principessa alla confessione sarà tortuoso e tormentato. Esso sarà infatti attraversato da paure e incertezze e contrassegnato dall’ ansia di non commettere passi falsi. E, paradossalmente e involontariamente, sarà lo stesso marito a spingerla in quella direzione allorché alla Principessa sovviene quanto egli le aveva detto al termine del racconto su Madame de Tournon in merito al valore da lui attribuito alla sincerità: “La sincerità mi commuove tanto che io credo che se la mia amante e perfino mia moglie mi confessassero che qualcuno loro piace, io ne sarei afflitto, si, ma non offeso; abbandonerei la parte dell’ amante o del marito per quella dell’ amico fraterno e soccorrevole.” E ripensando a quelle parole esse le si amplificano nella coscienza scuotendola profondamente: “Le sovvenne quello che il signor di Cèves le aveva detto sulla sincerità, parlando di madama di Tournon, e le parve che sarebbe stato suo dovere confessargli l’ attrazione che sentiva per il signor di Nemours. Questo pensiero l’ occupò a lungo; poi si stupì di averlo formulato, lo trovò folle, e ricadde nella incertezza sul da farsi.”
Ma ad aumentare quell’ incertezza si inserisce l’ episodio della lettera che la Principessa si ritroverà a leggere – lettera che ella crede fosse indirizzata al Duca così come le era stato riferito – nella quale la sua autrice svela tutte le astuzie da lei messe in atto per riattirare a sè l’ amato, (dovendosi quindi intendere la persona del Duca), dal quale si ritiene tradita; per poi, dopo avere abilmente ottenuto il suo scopo, abbandonarlo per sempre, consumando in tal modo una velenosa vendetta. Ora la lettura di questa lettera, che induce la Principessa a pensare che il Duca “…non l’ amava come aveva creduto, e ne amava invece altre, che tradiva al pari di lei”, si aggiunge a quanto ella aveva poco prima ascoltato in merito alla famosa e tragica sorte di Anna Bolena, moglie di Enrico VIII, re d’ Inghilterra che costituisce il terzo dei quattro inserti narrativi introdotti da Madame de La Fayette. La vicenda di Anna Bolena, narrata da Maria Stuarda regina di Scozia che, in quella corte, è la regina delfina in quanto consorte del delfino cioè dell’ erede al trono di Francia che sarà il futuro re Francesco II, mostra alla Principessa non solo la violenza a cui gli uomini possono giungere per soddisfare i loro desideri ma, più in generale, la loro incostanza, comportamento che quella lettera, agli occhi della Principessa, rinforza e conferma.
Pertanto, in tale contesto, quanto da ella letto le scatena un moto prorompente di gelosia e un fiotto di amaro disincanto nei confronti del Duca che la induce a ricredersi sul suo conto e a trovare consolazione nel pensiero che, stante così le cose, “… sarebbe completamente guarita dalla simpatia avuta per quel principe.” Ma, come è stato osservato, l’ importanza che “Questa lettera ha nel romanzo è un’ importanza fondamentale, non solo perché la gelosia è la cartina al tornasole che rende Madame de Clèves consapevole dei propri sentimenti verso il Duca; ma perché la lettera stessa – abilissimo pezzo di bravura d’ una donna che reprime i propri impulsi e dispiega una tattica di volpina sagacia per riconquistare e poi umiliare l’ amante -, proponendo una serie di raffinate variazioni sul tema della dissimulazione, offre l’ esempio concreto del tipo di condotta che la protagonista si sente incapace di imitare: “Ella trovava che colei che aveva scritto la lettera aveva spirito e valore, ed era ben degna d’ essere amata; le riconosceva più coraggio di quanto non ne avesse lei stessa; le invidiava la forza che aveva avuto di nascondere i propri sentimenti al signor di Nemours.”” (F.Garavini –cit.)
La Principessa in sostanza, con quella lettera, constata concretamente sia l’ inaffidabilità degli uomini, sia quanto ella sia incapace a muoversi sul terreno labirintico della menzogna e dell’ astuzia, cioè in quell’ “arte” della dissimulazione alla quale è inidonea. Mentre infatti ella si illude di poter mantenere un impossibile self-control, deve registrare febbrilmente le continue reazioni di turbamento che la tradiscono di fronte a se stessa, al marito e al Duca. “L’ esperienza che Madame de Clèves consuma in sè, fra la pena e l’ orgoglio, è in sostanza quella di un’ irrimediabile estraneità al mondo che la circonda, ai cui modelli non sa adeguarsi…si affanna a censurarsi, a ricomporsi, ma non trova il punto di equilibrio, non riesce a mettersi sul volto la maschera impeccabile della naturalezza e dell’ indifferenza”(F.Garavini –cit.)
E così ella si rammarica di non avere avuto il coraggio di dire tutto al marito “…che sapeva buono e che avrebbe avuto interesse a nascondere ogni cosa”, invece di farsi scoprire innamorata dal Duca, cosa di cui si è resa conto, lasciandogli così indovinare i suoi sentimenti e sentendosi per questo come “scoperta” di fronte a lui. Ma intorno a quella lettera che fa da cartina di tornasole della passione che lacera la Principessa e dei suoi rimorsi di coscienza, si consuma un clamoroso equivoco, in quanto essa non era indirizzata al Duca e non ne era perciò lui l’ oggetto bensì il Visdomino di Chartres che l’ aveva perduta e che la cercava ansiosamente, essendosi ritenuto, per una serie di malintesi, che fosse invece il Duca il suo destinatario.
E il racconto dei retroscena di quella lettera sarà fatto dallo stesso Visdomino, costituendo questa la quarta ed ultima delle digressioni narrative inserite da Madame de La Fayette e narrate dai personaggi stessi del romanzo. E sarà da questo racconto che si scopre che anche la Regina, Caterina de Medici, si è adoperata per avere una relazione segreta e intima finalizzata, soprattutto, a lenire le sue pene dovute a quel legame tra il Re, suo marito, e la Duchessa di Valentinois. Relazione che la Regina ha instaurato proprio con il Visdomino, il quale però ha un’amante che è l’ autrice di quella lettera. Egli quindi è terrorizzato che si scopra l’ esistenza della lettera dato che il suo contenuto tradirebbe quanto da lui giurato alla Regina e cioè di non avere alcun legame all’ interno della corte con nessun’altra dama. Ma la vicenda dei passaggi di mano della lettera, che sarà piena di colpi di scena e che avrà per il Visdomino conseguenze che si riveleranno per lui letali, è degna di menzione perché, al suo interno, si consuma un momento di imprevista intimità tra la Principessa e il Duca.
Non solo infatti la Principessa scoprirà con gioioso sollievo che quella lettera era destinata al Visdomino e non al Duca e che quindi tutto il suo castello di gelosia poteva, in modo liberatorio, svanire ma, per effetto di quella vicenda, avverrà che lei e il Duca si troveranno a parlarsi privatamente, essendo stati entrambi, per ragioni diverse, coinvolti nei “giri” che quella lettera aveva fatto all’ interno della corte e ne arriveranno persino a scrivere insieme una copia da fare avere alla Regina, che di quella lettera era venuta a conoscenza e la voleva leggere, dato che dell’ originale ne era rientrato in possesso il Visdomino. Quei momenti passati con il Duca saranno per la Principessa ore di deliziosa intimità, nelle quali sia lei che il Duca vivranno una insperata e felice complicità: “Per questo lavoro si chiusero a chiave…Quest’ aria di mistero e d’ intimità era non poco seducente per il Duca, ed anche per madama di Clèves…Non sentiva se non il piacere di vedere il signor di Nemours; ne aveva una gioia pura, non mai provata; essa le dava una libertà ed una letizia di spirito che il signor di Nemours non aveva mai notata in lei e che raddoppiavano il suo amore… Dopo aver mandata la lettera… madama di Clèves rimase sola, e, non più sorretta da quella gioia che dà la presenza della persona amata, le parve di svegliarsi come da un sogno.”
Ma quella avvenuta complicità, peraltro limitata a quel breve episodio, susciterà ben presto nella Principessa un istintivo senso di colpa nei confronti del marito e un moto di vergogna nei confronti del Duca. Con quella “… specie di accordo fra lei e il signor di Nemours essa tradiva un marito che meno di ogni altro meritava di essere ingannato, e si sentiva vergognosa d’ apparire così poco degna di stima agli occhi stessi dell’ amante.” Ma, soprattutto, quell’avvenuta complicità la porterà a constatare che quella ricambiata attrazione da parte del Duca che lei ha chiaramente avvertito, non le apre alcuna prospettiva risultando vano ogni possibile sbocco: “…[di quella passione del Duca] si diceva <<che cosa voglio io farne? Accoglierla? Ricambiarla? Impegnarmi in una faccenda galante? Venir meno alla fede data al signor di Clèves? Espormi infine ai pentimenti crudeli e ai dolori mortali che procura l’ amore?>>” Da qui la decisione di spezzare subito quell’ inizio di legame, allontanarsi di nuovo dal Duca anche a costo di doverne dare una spiegazione al marito: “…è la consapevolezza di non sapersi vincere, di potersi salvare solo sfuggendo le occasioni di incontrare Nemours, ritirandosi in campagna; e dunque se il marito si ostina ad ostacolare l’ allontanamento o a volerne conoscere i motivi, <<ebbene, a costo di fargli del male e di farne a me stessa, glieli dirò>>. “ (F.Garavini –cit.)