“La mansarda” – Marlen Hausofer

Nella lettura de “La mansarda” si ha da subito la sensazione che il senso e il sentire effettivo siano schermati e mascherati da quella sommessa pacatezza, distesa e distaccata, con cui la protagonista io narrante scrive e racconta. Come se quella pacatezza servisse a difendersi e a proteggersi da qualcosa da cui è necessario mantenere le distanze, come se dietro quella pacatezza vi fosse una barriera emotiva, da lei stessa creata dentro di sé, che la rende apparentemente partecipe di ciò che la circonda ma in realtà inesorabilmente e solitariamente lontana. Quella pacatezza è il modo per attutire, sopire, allontanare tutto ciò che può richiamare e far rivivere “quell’evento” così come lei lo nomina, perché né lei né chi le sta intorno lo vuole, né se lo può permettere, significherebbe ferire e ferirsi, “Mentre io non intendo ferire nessuno. Sono comunque sempre troppe le persone che si feriscono” dice la protagonista.

“La mansarda” è l’ultimo romanzo scritto da Marlen Haushofer, pubblicato un anno prima della sua morte avvenuta nel 1970 a soli 50 anni. Meno noto de “La parete” che è il romanzo che l’ha resa famosa, “La mansarda” in realtà è considerato da molti il suo romanzo più risolto e maturo: “…”La mansarda”, per molti aspetti il suo libro più riuscito, perché tutti i temi precedenti qui vengono rappresentati in un linguaggio letterario che si avvale di situazioni narrative e di metafore, senza bisogno di commenti riflessivi.” (Rita Svandrlik – “Marlen Haushofer: una casalinga dai sogni interessanti” in “Transizioni. Saggi di letteratura tedesca del Novecento ( Lasker-Schüler, Aichinger, Bachmann, Haushofer, Mayröcker)” a cura di Uta Treder – “Le Lettere” – 1977 – p. 219).

Così come afferma anche Palma Severi, autrice della postfazione de “La mansarda” che lo indica come il romanzo”…considerato da alcuni critici il migliore della scrittrice austriaca.” ( Palma Severi – “Il volo ascendente di quell’uccello solitario” in M. Haushofer – “La mansarda” – edizioni e/o – 1994 – p.147).

“La mansarda” si svolge contemporaneamente nel presente e nel passato riconnettendo, attraverso lo scorrere parallelo di entrambi questi piani narrativi, l’esistenza della protagonista. In primo piano è il suo presente, vissuto in una statica normalità, nel quale aleggia la consapevolezza di una quotidianità ormai uguale a se stessa: “Sogno spesso, e nei sogni esiste ancora la certezza che tutto finirà bene, una lieve speranza che da sveglia mi è ormai ignota”, dice la protagonista evocando una pienezza svanita nella realtà e possibile solo dentro i suoi sogni.

Perché quella quotidianità procede ormai in quella che pare l’unica rappresentazione possibile: una civile convivenza fra “cari estranei” (espressione, quest’ultima, coniata e utilizzata dalla stessa Haushofer in un altro suo romanzo: “Un cielo senza fine”, con cui sono definiti i membri della famiglia che ne è protagonista).

Laddove, ne “La mansarda”, quella che potrebbe sembrare un’armonia priva di conflitti è invece l’esito di un assestamento a cui ci si tiene aggrappati proteggendolo e proteggendosi giacché, quell’assestamento, non è la felice risoluzione di una crisi ma è il punto di arrivo a cui si sono “adattati” la protagonista, suo marito e i suoi figli, dopo “quell’evento” che le è accaduto e che ha cambiato per sempre la sua e la loro vita, il cui esito è quell’incolmabile distanza che sancisce la rinuncia definitiva ad essere “in sintonia” divenendo, appunto, dei “cari estranei”.

“L’universo era pieno di quella fragranza ineffabile, un universo armonioso e integro che non esiste più”, dice la protagonista già nella prima pagina. E il rimpianto che c’è in queste parole è per un passato ormai perduto in cui le emozioni e i sentimenti sono esistiti e sono stati condivisi in tutta la loro pienezza: “Siamo stati una vera famiglia solo per tre anni, dalla nascita di Ferdinand sino a quell’evento di cui non parliamo mai, e che cerchiamo tutti di dimenticare. E ogni tanto ci riusciamo perfettamente, anche se è impossibile rimuoverne le conseguenze”. Ma dove soprattutto, in quel passato, è stata provata l’esistenza della capacità di amare e di essere amati: “Per quattro anni ha avuto persino il coraggio di non essere ragionevole, e allora era la creatura più amabile che si possa immaginare. Mi domando se lo ricorda ancora. Probabilmente no, perché tutto ciò che facevamo allora deve oggi apparirgli una pura follia.”

Quella “creatura” è Hubert, l’uomo che era diventato suo marito, e quei momenti vissuti con Hubert erano stati per lei una grande conquista, la grande riparazione per quella sua infanzia priva di amore e, soprattutto, priva dell’ amore materno: “mio padre…quando morì, avevo appena otto anni – ciò che preferiva era giocare a carte, scherzare con le belle ragazze e la domenica andare a zonzo sulla piazza principale del paese. Era impiegato di banca e a trentott’ anni morì di tubercolosi. Per colpa sua mia madre non aveva mai tempo. Compresi ben presto che ero indesiderata e inutile, e che mia madre non aveva mai voluto altro che quell’uomo bello, malato e un po’ inetto…Io ero solo un fenomeno secondario, che nessuno aveva provveduto a evitare.”

Ma anche Hubert aveva vissuto una relazione affettivamente scadente con sua madre trovatosi, anche lui, con una madre anaffettiva, così come essa appare nella descrizione che ne fa la protagonista: “…ero fermamente convinta che fosse senz’anima…in quella donna, tutto sembrava soltanto superficie, una superficie fredda, dura e impenetrabile… Era dispotica, avara e diffidente. Per il marito era stata una cattiva moglie e per Hubert una cattiva madre.” Ed è proprio questo in fondo ciò che l’aveva legata e unita a Hubert, quel loro essere privi di un’iniziazione all’affettività, di non esservi stati educati prima ancora che esserne stati privati. Dice infatti la protagonista: “Non era stato il primo uomo della mia vita, ma quando lo conobbi dimenticai all’istante tutto ciò che c’era stato prima di lui. Per me infatti Hubert non era un estraneo, mi era del tutto familiare, come se ci conoscessimo sin dall’infanzia. Sembrava anche lui un bambino che non aveva mai potuto scaldare i piedi accanto alla mamma…allora io non sapevo nulla, ma l’origine della nostra intimità deve essere stata quella”

Senonché un giorno in quel ménage felice e solido, coronato dalla nascita di Ferdinand, in quella vita che era “bella variopinta e splendente” accade “quell’evento”: la protagonista improvvisamente, una notte, dopo aver sentito “Una banalissima sirena dei pompieri…oppure un’ambulanza. Non lo so esattamente.”, dice lei stessa, viene colpita da sordità, una sordità evidentemente psicosomatica in quanto fisiologicamente inspiegabile: “Il medico dice che mi sono procurata tutto questo da sola, e solo io posso rimediare. Non riesco a capire. Perché mai avrei dovuto farlo?”, ella aveva scritto quando ciò era accaduto. Quella sordità la metterà da subito in una condizione di “isolamento” dentro la sua famiglia e ciò, in primo luogo, in relazione a Hubert, apparendo, ai suoi occhi, portatrice di una misteriosa e immotivata “malattia” che sembra essere stata voluta e “inscenata” da lei stessa.

Siamo di fronte ad uno schema narrativo ricorrente nell’opera di Marlen Haushofer. E cioè la presenza, nei suoi libri, di donne normali che conducono una vita normale ma che, a un certo punto della loro vita, in modo improvviso e, a prima vista, inspiegabile sono indotte a “staccarsi” dal mondo: “Molto spesso nei romanzi della Haushofer troviamo delle persone, per lo più donne, che si negano, che si ritirano in una stanza appartata (“La porta tappezzata” 1957), in una sordità psicosomatica (“La mansarda” 1969), che fingono la propria morte per poter incominciare una nuova vita (“Una manciata di vita” 1955), oppure nel modo più radicale, nella “Parete” (1963), pietrificando il mondo intorno a sé, uccidendolo per potere, loro, continuare a vivere” (Gunhild Schneider – “Postfazione” in Marlen Haushofer – “La parete” – Edizioni e/o – 1996 – p.249).

Ne “La parete”infatti questo canone dello staccarsi dal mondo è portato alle sue estreme conseguenze e vi è rappresentato, in modo esplicito ed evidente, ciò che esso implica e cioè il convivere di un’istanza autoprotettiva con il rinchiudersi in un proprio autoesilio: “Nel più noto romanzo di Marlen Haushofer, “La parete”,…Una donna che era andata a passare il fine settimana nella casa di caccia di suo cugino, il mattino dopo il suo arrivo si trova tagliata fuori dal resto del mondo da un muro trasparente, ma invalicabile. Al di là del muro tutti sono morti e la vita è pietrificata…La parete acquista un significato ambivalente per la protagonista: è, al tempo stesso, protezione dal mondo esterno e prigione, asilo e esilio. La solitudine dell’io narrante, di cui tutte le protagoniste haushoferiane soffrono, e alla quale tuttavia segretamente anelano, è totale perché lei è letteralmente la sola persona sopravvissuta al di qua della parete” ( Uta Treder – “La pazza nella mansarda: la scrittura di Marlen Haushofer” in Uta Treder – “Il re nero. Saggi di letteratura femminile tedesca” – Editori Riuniti – 1973 – pp. 136,137)

Anche la protagonista de “La mansarda” agirà, con la sua sordità, in questo modo, cioè proteggendosi e isolandosi ma in modo assai più sottile e complesso di quanto accade ne “La parete”. La sua sordità psicosomatica, con tutto il suo significato metaforico, è infatti, con tutta evidenza, una reazione a qualcosa dalla quale è presumibile ella si vuole proteggere e, per farlo, attiva una modalità, la sordità appunto, che favorisce e determina quella condizione di isolamento nella quale si verrà a trovare; insomma si crea, a suo modo, una “parete” dietro la quale si ritira. Ma da che cosa ella si vuole proteggere, laddove tutto sembra svolgersi nella sua vita senza alcunché di negativo, a cosa reagisce la protagonista.

E, sebbene venga fatto abilmente solo intravedere dalla Haushofer, come se ci fosse una reticenza della protagonista ad ammetterlo, tutto sembra nascere proprio da quella “simbiosi” con Hubert, da quell’eccesso di vicinanza. Dice infatti la protagonista, parlando del rapporto con Hubert nel presente rispetto al passato: “…Hubert. Molte donne lo considererebbero un partner impossibile. Per me è quello giusto. E’ presente, eppure non lo è del tutto, e non mi si accosta mai in misura eccessiva. Un tempo era diverso. Ci sentivamo più vicini a volte troppo. Ma non lo avremmo comunque tollerato a lungo, non eravamo abituati ad essere così vicini ed uniti. A volte mi chiedo se quella non sia stata una delle cause della mia malattia.” E poi, mettendo ancora più a nudo l’ambivalenza emotiva che c’era fra lei e Hubert : “Eravamo così felici insieme, in verità ancora un po’ increduli e incerti….O forse no. E’ probabile che alla lunga non avremmo tollerato l’eccessiva vicinanza.” Ed estendendo tale vissuto anche in relazione a Ferdinand, divenuto nel frattempo, rispetto a quando “quell’evento” accadde, autonomo e indipendente, dice: “La vicinanza è opprimente e nessuno dei tre ama i rapporti troppo stretti.”

Appare quindi evidente che quella modalità fusionale su cui si era fondato per entrambi il loro rapporto, nell’essere momento di realizzazione del proprio desiderio si trasforma in qualcosa di insopportabile nel quale e dal quale si teme di venire annullati e fagocitati. Il che resta però relegato in un non detto che dice della difficoltà a fare luce dentro se stessi, rimanendo il mondo degli affetti un luogo dell’inesperienza, dove si teme di soccombere e di divenire vulnerabili, in quanto ad esso non si è stati iniziati e preparati e di cui non si conosce quindi il relativo alfabeto. Nel momento in cui perciò il legame deve svilupparsi ed emergere dalla sua condizione di “statu nascenti” si alza quella “parete” protettiva ma isolante. Peraltro quest’ immagine della parete, protettiva ma isolante e, in quanto tale, a suo modo liberatoria, è presente anche ne “La mansarda”, costituendo evidentemente per la Haushofer un archetipo fortissimo, dice infatti la protagonista, collocandola, non a caso, nel suo immaginario onirico:”Nei miei sogni tutto è possibile, ed è questo a rendermi felice….Molto spesso mi arrampico anche in soffitte polverose, e gli inseguitori mi stanno alle calcagna. Ma all’ultimo istante una parete si ritira sottraendomi alla loro vista, così sono salva e scendo in regioni sotterranee dove nessuno mi scoprirà mai”

La paura dell’inadeguatezza a preservare quel legame, essendo, peraltro, il vissuto dell’ inadeguatezza affettiva esplicitato dalla protagonista anche in relazione al suo ruolo di madre al punto da investire tutta se stessa: “…non sono portata per educare i figli. Ma vorrei sapere per che cosa sono realmente portata, infatti non raggiungo mai il mio obiettivo”; il bisogno di preservarsi da quel legame dettato dalla paura di venirne soffocati che affonda nell’infanzia: “…da bambina ero molto desiderosa d’affetto, a quell’epoca accarezzavo tutti i cani e i gatti, e se nelle vicinanze non ce n’erano, baciavo addirittura gli alberi e i sassi. Dovevo essere davvero assetata d’amore. D’altra parte, però, non potevo tollerare di essere abbracciata, baciata o accarezzata. Ero contenta che al nonno non venisse mai in mente nulla del genere. Lui mi guardava, e io sapevo che mi voleva bene, e a volte camminavamo per i campi tenendoci per mano, ma niente di più”; l’istintiva e connaturata propensione ad avere nella solitudine la propria e più fidata compagna; la separazione (dalla figura materna) che è l’unica esperienza nota su cui si è basata la propria storia affettiva, creano quella rottura tra un prima in cui vige l’illusione di poter stare in relazione con il proprio oggetto d’amore e un dopo dove quell’illusione viene meno e si può restare ancora vicini ma non più riconoscibili, destinati ad una sostanziale incomunicabilità di cui la sordità è condizione e simbolo.

Ma che è anche espressione di un disagio e di un malessere che andrebbe compreso e affrontato da parte dell’altro, iscritto cioè in una comprensione affettiva, ma l’altro non ne è e non ne sarà capace, impreparato anche lui, come abbiamo visto, sul terreno della “competenza affettiva”. Ma anche già centrato sul suo ruolo sociale, dedito a mettere le basi della sua futura carriera di avvocato quale egli è e quindi in evidente disagio a trovarsi con quella giovane moglie sorda.

E così tra lei e Hubert si consumerà una muta lacerazione. Hubert agirà un rifiuto non detto ma da lei immediatamente percepito: “Io mi trovai dentro la sua mente e vidi che mi augurava la morte…da allora non volli più restare. Hubert non voleva che me ne andassi, ma vidi che la mia proposta lo sollevava …dissi che non intendevo andare in un sanatorio, ma in qualche altro luogo, dove non fossi costretta ad andare in mezzo alla gente…Io volevo davvero star sola”.

Si trasferirà nell’esilio di quella solitaria località di montagna, abitando nell’ isolata casa di un guardiacaccia selvatico e scontroso, violento con i suoi animali e con la sua donna. Mantenendosi in contatto con Hubert attraverso delle lettere che nelle intenzioni di lui dovrebbero servire a dimostrare la sua presenza e la sua fiducia nel loro futuro, ma che non riescono però a nascondere e a dissipare il tradimento, da lei percepito, di quella fiducia, così come ella scrive: “Nel momento in cui mi ha respinta e tradita…Ecco che ho scritto ciò che non avrei mai voluto pensare e tanto meno scrivere. Respinta e tradita”. Ma le dinamiche sono oggettivamente, oltre che soggettivamente, dolorosissime. A sua volta infatti ella stessa scrive in relazione a Hubert: “Hubert , il figlio unico che aveva finalmente trovato una compagna di giochi, adesso si sente tradito. La compagna di giochi è diventata una bambola muta e sorda che lo ha abbandonato” e inevitabile sorge il senso di colpa: “Mi sentivo in colpa ma non sapevo perché”.

Durante quella solitaria e muta oltre che sorda permanenza in quella casa la protagonista redige un diario. Da “quell’evento” e dalla stesura di quei diari sono trascorsi 17 anni e un giorno e per tutti i giorni di una settimana che costituiscono a loro volta i capitoli del romanzo ella riceverà, per posta, “a fascicoli”, quei diari che aveva dato per persi. E’ quindi il loro riapparire che riapre nella protagonista il ricordo delle circostanze di “quell’evento” e le fa ricollegare la scrittura sul presente alla “lettura” di quel passato contenuto in quelle pagine che ella rilegge e riporta integralmente, riconnettendo in questo modo presente e passato. E, da quelle pagine, veniamo a sapere che durante una delle passeggiate che era solita fare nel bosco aveva incontrato un uomo, lo stesso uomo che le sta spedendo adesso, per ignoti motivi, quei diari che gli aveva a sua insaputa rubato. “Quanto all’uomo che suppongo sia il mittente delle lettere, in effetti da lui non c’era da aspettarsi altro. Era pazzo, anzi, decisamente malato di mente già allora, diciassette anni fa”.

Quello, che ella chiamerà X e che, in effetti, è uno squilibrato, era stata però anche la prima e unica persona che le aveva manifestato attenzione scoprendola sorda, ma ciò perché, in realtà, egli aveva bisogno di lei e del suo “handicap” per potersi “confessare” senza essere sentito. Durante infatti i loro incontri a cui ella partecipa, dopo un’iniziale ritrosia, quasi sedotta da quel misterioso personaggio, l’uomo approfittando della sordità di lei svolge lunghi quanto alterati monologhi durante i quali ella vede che urla e si agita furiosamente, intuendo che egli sta confessando cose inconfessabili.

Ma la complicità che si genera in quella situazione, nella quale ella si riconosce in quel ruolo di “ascolto” che quell’uomo le chiede e le affida: “Devo essere contenta se quel povero essere prigioniero dentro di lui può liberarsi per qualche ora, urlando al mondo la sua infelicità”, è però contrassegnata da un contesto deprivato. Quella relazione è infatti priva di qualsiasi contenuto empatico. Come scendendo lungo un pendio sempre più infernale la protagonista si trova a dover condividere con quell’uomo una modalità di stare con l’altro disumana e disumanizzante che la proietta sempre più verso la brutalità e la follia. Dove la vicinanza non è più solo un’esperienza difficile ma diventa pericolosa perché conduce a regredire e a vivere nella degradazione: “Io, che quasi ogni giorno me ne sto seduta con X a farmi sommergere dalla sozzura e dall’odio che emanano da lui”, scrive nel suo diario.

La possibilità di affermare e realizzare una comunicazione empatica e insediare l’affettività diventa quindi chimerico e il maschile rivela in modo via via sempre più drammatico la sua incapacità a porsi lui nella condizione di ascolto e comprensione. Da Hubert, passando per il guardiacaccia, fino a giungere a X, la Haushofer fa percorrere alla protagonista una sorta di via crucis in cui il rifiuto (da parte di Hubert), la sinistra scontrosità (del guardiacaccia), e la degradazione (con X) corrispondono alle stazioni della negazione di un qualsiasi riconoscimento del “problema” che la protagonista pone con quella sua sordità. Pensare quindi che l’altro riesca a uscire da se stesso e riesca a fondare una reale comprensione reciproca appare impossibile.

Ma tali stazioni sono anche un crescendo che giunge al suo acme. E ciò quando nell’ultimo incontro che ella ha con X questi arriva a un parossismo talmente folle da spaventarla a tal punto che riacquista di nuovo l’udito: “A quel punto si è verificato il miracolo che toccava a me realizzare. Riuscivo di nuovo a sentire.” Come il suono improvviso e brutale di una sirena notturna le aveva fatto perdere l’udito così sarà la virulenza altrettanto improvvisa e brutale di X a farglielo riacquistare.

Libera e liberata dal suo “handicap” deciderà di fare subito ritorno a casa lasciando quel luogo e quel “mondo”. E quel rientro sarà per lei il ristabilire l’ordine(naturale) delle cose, in nome dell’unico, vero ed inscindibile legame, quello con il figlio: “Per amore dell’ordine, dunque ho portato a termine la faccenda. Nessuno potrà più togliermi il piccolo Ferdinand. E’ stato tutto un brutto sogno, lo dimenticherò…Lo dimenticherò di certo”, scriverà nelle ultime righe del suo diario. E il riferimento a Fedinand non è casuale essendo il tema del rapporto madre/figlio ricorrente e rilevante nell’opera dell’ Haushofer come è stato osservato e descritto da Rita Svandrlik: “Questo tema [quello del rapporto con il figlio maschio], che ricorre anche in “La mansarda”… è trattato in modo speculare rispetto al rapporto madre/figlia: tanto spietate sono le storie di madri che si negano alle figlie, determinando così quel vuoto affettivo che queste figure sono costrette a cercare di riempire volgendosi al maschile…tanto più totale è il rapporto madre/figlio maschio, descritto con grande intensità affettiva ed erotica.” (R. Svandrlik, cit. p. 199)

Così come in effetti avviene ne “La mansarda” dove l’unica vera relazione realmente interiorizzata e integra è e rimarrà fino alla fine quella con Ferdinand, ormai autonomizzatosi, e in ciò sostenuto dalla madre, ma dalla quale continuerà ad essere inalteratamente e profondamente amato. Laddove invece Ilse, la figlia nata dopo “quell’evento”, cresce senza problemi ma non sembra figlia sua: “E’ un estranea persino nostra figlia Ilse che ha 15 anni e non sa come rapportarsi con noi…Cresce molto bene ed è una ragazza allegra…[ma] Ilse non fa parte della nostra cerchia ristretta…Anche se i suoi genitori continuano a vivere come se nulla fosse successo, lei è una figlia postuma”.

E’ quindi la rimozione che ha preso il sopravvento, l’unico terreno su cui è stato possibile rifondare e ritrovare una condivisione: “Per poter vivere certe cose bisogna dimenticarle” dice la protagonista, anche se il prezzo è alto perché ciò che resta è la messinscena della comunicazione, come la Haushofer le fa dire disincantatamente : “L’essenziale è stare qui a recitare una scena, che non corrisponde al vero, ma che è comunque un buon surrogato di quella scena reale, che invece non viene mai recitata”. Adesso, dietro il loro reciproco tatto e la loro reciproca delicatezza, attenti a non farsi del male e consapevoli di non poter contare che su loro stessi: “…non possiamo permetterci troppo di essere stufi uno dell’altro, perché, altrimenti, a chi mai dovremmo rivolgerci, chi potrebbe essere il nostro sostegno?”, vige – di fatto – tra lei e Hubert uno stato di mutua tolleranza, in una vicinanza ormai svuotata di intimità e in una sorta di non belligeranza rispetto all’affrontare quanto era loro accaduto.

Ma è proprio quella separazione non detta che fa da collante tra lei e Hubert, uniti dalla e nella routine domestica, e ognuno con i propri “spazi” non solo fisici ma anche e soprattutto mentali ed esistenziali. “Come tutte le figure maschili di Haushofer ossessionate dall’ordine” (R. Svandrlik, cit. p. 191) Hubert vive in una sistematica e inalterabile razionalità e metodicità, occupato solo dal suo lavoro e dalle sue letture sulle battaglie famose, in particolare quelle della storia austriaca, con poche e insignificanti amicizie maschili.

Anche lei vive una sua fittizia socialità al femminile. Si tratta in realtà di rapporti mantenuti per accondiscendere a quelli che sono divenuti nel tempo solo dei meri rituali. L’universo femminile rappresentato da queste donne si rivela contrassegnato da freddezze, conformismi, retaggi, che lo rendono detestabile e umanamente per nulla interessante. In tal senso la protagonista si sottrae, con ognuna di loro, da qualsiasi possibile complicità, mantenendosi ancorata al suo mondo interiore e mentale. Ma questo ci dice come per la Haushofer il volgersi verso il femminile non sia la via d’uscita dalla “crisi” del rapporto col maschile. La possibilità per la protagonista di trovare delle “sorelle”, fondando cioè nell’amicizia femminile il proprio “mondo” esistenziale è una prospettiva inesistente.

L’unico rapporto al femminile che ella racconta con affetto è quello verso Lisa la sua parrucchiera, l’unica figura femminile che le suscita “attrazione”: “Lisa è la mia parrucchiera, e io ne sono un poco innamorata. E’ quanto di più affascinante si possa immaginare…Potrei stare a osservarla per ore, è la femminilità in persona. In lei ogni cosa è amabile, la voce, i movimenti, la pace e la grazia che emana”. E per effetto di quell’incanto Lisa le appare come un sostituto materno: “Durante la messa in piega, senza farmi notare osservavo nello specchio il volto chino e tranquillo di Lisa…Lisa sembrava una bambina immersa in un gioco, e al tempo stesso una madre china sulla sua figlioletta. E quella bambina ero io.”, laddove il femminile che continua a contare e con cui fare i conti sembra ostinatamente restare quello materno.

Ed è in questo contesto che il “mondo” in cui converge l’esistenza della protagonista è quello della sua mansarda: “Il ritorno definitivo alla vita irrigidita nelle regole del “gioco” è una specie di resa che [ella] cerca di alleviare creandosi una “stanza tutta per sé”, la mansarda appunto…La mansarda è un luogo femminile di separatezza che rappresenta un “fuori” nel dentro…Siamo infatti di fronte a una dicotomizzazione dello spazio, del tempo e della persona a seconda che questa si muova nella casa o nella mansarda. Nella casa la protagonista è un’efficiente casalinga…Nella mansarda, che appartiene solo a lei, la donna si ritira a disegnare e a riflettere.” (R. Svandrlik cit., p. 220)

La mansarda è quindi la trasformazione della sua solitudine in senso sia spaziale che interiore, configurandosi come luogo in cui “resuscitare” una propria dimensione mentale e creativa e come spazio simbolico in cui attingere la propria motivazione interiore. E’ quell’ambito di libertà in cui sostituire alla solitudine, quella vera, vissuta dentro la casa, una solitudine che diventa una necessità, un bisogno, una scelta, perché consente di esprimere la propria sensibilità e consente di convivere con tutta la propria intimità. Non a caso è nella sua mansarda che ella andrà a leggere i capitoli del diario, diventando quella lettura, in quel contesto, “una specie di “lavoro del lutto”” (R. Svandrlik, cit. p.220)

Ma, in particolare, ella trova nella sua mansarda uno spazio di rappresentazione: disegna animali, prevalentemente uccelli. E, soprattutto, cerca di riprodurre l’ immagine di un uccello “che non sia l’unico sulla terra”, un animale che sappia di avere altri simili. Ma ogni volta il tentativo fallisce e il disegno diviene incessantemente la rappresentazione di una solitudine assoluta: “…talvolta credo finalmente di esserci arrivata, ma il giorno dopo guardo il disegno e vedo che l’uccello ignora che, oltre a lui, ne esistono altri dello stesso tipo, allora prendo il disegno e lo chiudo nell’armadio”. Un desiderio quindi che nel restare inesorabilmente inappagato rivela in realtà di essere inesorabilmente inappagabile, perché tenta di negare quella solitudine che è un dato di fatto.

Finché un giorno – il giorno in cui giunge alla fine della lettura del suo diario – la protagonista vede all’improvviso, in una sorta di visione, l’animale che cercava, quell’animale non è un uccello ma è un drago: “Chiusi gli occhi e vidi qualcosa, che però non era un uccello. Attesi e l’immagine si fece più nitida, mi guardava con occhi dorati, e con stupore vidi che si trattava di un drago…Un drago è una creatura che può anche avere un aspetto solitario. E’ una cosa che gli si confà. Non viene generato è lì all’improvviso senza sapere perché, gli si legge negli occhi….Mi sedetti e cominciai a disegnare il mio drago. Fu una cosa meravigliosa, agevole, semplice. Quando ebbi terminato i contorni e vidi che ogni cosa era al suo posto, fui molto felice, felice come non lo ero da tempo. Mi distesi sul vecchio divano e chiusi gli occhi…Non pensai a Ferdinand, né a Ilse, non a i vivi né ai morti…finalmente per una volta non pensai assolutamente a nulla. Nella mia mente c’erano un vuoto e una pace meravigliosi. E’ così che immagino il paradiso.”

La protagonista de “La mansarda” è stata capace di crearsi una propria immagine autonoma che non ha nulla a che vedere con il tradizionale drago mostro. Il drago visto dagli occhi interiori della protagonista ha perso tutti i tratti orrorifici e negativi, è un misto fra un bambino e un essere fiabesco e soprattutto è solo e può esserlo perché la solitudine gli è congeniale. L’ accettazione della solitudine non richiede quindi come con l’uccello che ci sia un suo simile, ma si può aprire alla prospettiva di superare la paura e il dolore della solitudine all’interno stesso di quel processo creativo che ha portato alla creazione dell’immagine del drago, nello spazio cioè dell’immaginario e della creatività, che diventa risorsa nella quale darsi la possibilità di vivere. Nella quale trovare quell’autenticità altrove impossibile da trovare e trovandovi al contempo la propria autenticità. Non un incapsulamento ma la possibilità di vedersi e riconoscersi per ciò che si è, salvaguardandosi dalla frammentazione del proprio sé.

““In realtà riesco a vivere solo quando scrivo” [aveva detto Marlen Haushofer e per chi come lei] scriveva la mattina presto, sul tavolo da cucina, quando il marito e i figli ancora dormivano, perché lo scrivere non disturbasse la vita familiare e non la distogliesse dai suoi obblighi casalinghi…si comprende allora perché si sentisse viva solo nell’atto dello scrivere.“ (U. Treder cit, p.131, 147).

12 thoughts on ““La mansarda” – Marlen Hausofer

  1. dietroleparole 22 agosto 2017 / 8:33

    Leggendo la Hausofer ci si ritrova – con un senso di familiarità – immersi in quel circolo vizioso in cui si aggirano felicemente – perlomeno nel senso della resa letteraria – le penne di Bernhard e della Bachmann: l’intollerabilità dell’eccessiva vicinanza e dell’eccessivo coinvolgimento fisico ed emotivo con gli altri esseri umani, fonte di disillusione e frustrazione, e il conseguente bisogno di isolamento, anzi di segregazione, portato sempre all’eccesso, che diviene anch’esso intollerabile perchè conduce sull’orlo di una lucidissima pazzia – eliminando tutte le possibili fonti di distrazione da se stessi. E’ come se un eccesso di sensibilità e di capacità di autoanalisi finiscano per essere una condanna, a vita. La letteratura permette a questo gioco di fughe e ritorni, a questo gioco in definitiva disperante, di trovare sosta, sollievo, figure e trame interiori, di decantarsi e di esaltarsi nel grande stile di scritture di altissimo livello. Grazie per questa tua mirabile presentazione.

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  2. Alessandra 22 agosto 2017 / 10:38

    Anni fa avevo letto La parete, ne ero rimasta colpita e turbata. Poi nel tempo l’ho un po’ accantonata questa autrice, forse perché attratta da atre letture… ma avrei l’intenzione di recuperarla. Davvero approfondita e dettagliata questa recensione, complimenti!

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    • ilcollezionistadiletture 22 agosto 2017 / 19:10

      Grazie Alessandra per la pazienza a leggermi e per i graditissimi complimenti. Si anch’io avevo letto a suo tempo “La parete” che mi aveva molto colpito. Le inquietudini che lì trasmette l’Hausofer sono reali e anche crude ma mai gratuite e sempre umanissime. Qui, ne “La mansarda”, sono più ovattate ma in realtà ancora più vive perché nascono da un contesto di realtà e non da una situazione “immaginaria” come ne “La parete” e quindi ci parlano e ci toccano più da vicino. Se riesci a trovarlo nell’usato, perché adesso, purtroppo, è fuori catalogo “La mansarda” è comunque un libro che ti consiglio e che merita e l’Hausofer la ritengo un’autrice assolutamente contemporanea e di grande spessore letterario.
      Grazie di nuovo e ciao.
      Raffaele

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      • vengodalmare 23 agosto 2017 / 2:48

        Perfettamente d’accordo con te; la Hausofer è magistrale in entrambi i libri, difficile scegliere il più bello.

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  3. Elena Grammann 22 agosto 2017 / 15:37

    E’ una scrittrice che non conoscevo affatto. Strano che sia stata tutto sommato dimenticata, nonostante la portata dei temi. Forse, come suggerisce le conclusione della tua recensione, davvero un’incompatibilità, almeno per le donne, fra “normalità familiare” e scrittura. Quello che dici della “Parete” (un’idea geniale, mi pare) mi fa venire in mente “Dissipatio H.G.” di Morselli. Ma avendo letto il romanzo di Morselli ormai molti anni fa, e non avendo letto affatto quello di Haushofer, devo fermarmi a questa vaga ipotesi di analogia.
    Complimenti per la ricca e approfondita recensione, è veramente un piacere leggerti.

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    • ilcollezionistadiletture 22 agosto 2017 / 19:13

      Elena ciao,
      grazie per i tuoi, come sempre, generosi riconoscimenti.
      Mi fa piacere averti dato l’occasione di conoscere l’Haushofer, una grandissima scrittrice che ha pagato, già quando era in vita, lo scotto di avere vissuto sempre ai margini degli ambienti letterari e solo a partire dagli anni ’80 il valore della sua opera è stato pienamente riconosciuto e consacrato tanto da essere ormai considerata, a pieno titolo, una delle maggiori scrittrici del ‘900. Sicuramente poi l’essere stata “prigioniera” nella sua vita di quelle stesse dinamiche e situazioni che sono oggetto della sua opera ha ulteriormente contribuito a isolarla.
      Qui, nel mio blog, come forse avrai già visto c’è un mio commento a “La parete” scritto alcuni anni fa, da cui ti puoi fare, se vuoi, un’idea del libro. “Dissipatio H.G.” di Morselli ce l’ho e ho piena consapevolezza del suo grandissimo valore, ma non l’ho ancora letto per cui non posso esserti di aiuto per un confronto. Comunque resta che l’Hausofer ha patito una diffusione della sua opera ingiustamente inferiore ai suoi meriti, essendo finita tra l’altro, oggi come oggi, di nuovo nell’oblio. Tanto che “La parete” lo si trova ancora normalmente disponibile, mentre “La mansarda” è da tempo fuori catalogo. E pensando alla “portata dei temi” che affronta, come tu hai ben colto, oggi sarebbe quanto mai attuale.
      Un carissimo saluto
      Raffaele

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  4. giacinta 28 agosto 2017 / 13:47

    “sommessa pacatezza, distesa e distaccata” che nasconde la paura di vivere il presente, sempre “ombrato” da un passato che non muore… Non è difficile identificarsi in questa condizione d’essere, penso che sia comune a molti di noi, specie a chi ama leggere e scrivere, attività che comportano isolamento e pareti protettive…
    Grazie per questa lettura 🙂

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    • ilcollezionistadiletture 28 agosto 2017 / 15:08

      Ciao Giacinta, grazie della visita e della lettura. Si, come dici tu, riferendoti soprattutto a chi ama leggere e scrivere, penso anch’io che ognuno di noi ha, a suo modo, la propria “mansarda”.

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