“Camminare” – Thomas Bernhard

Bernhard – nel porre in modo esclusivo il camminare come titolo di questa che è l’ultima delle sue prose brevi ad essere stata tradotta la cui uscita, presso Adelphi, avvenuta l’anno scorso, colma una lacuna protrattasi a lungo, risalendo la pubblicazione originale, avente per titolo Gehen, al 1971 – esplicita da subito quella che è l’azione chiave che vi si svolge che è appunto quella del camminare nella quale i due protagonisti: l’anonimo io narrante e il personaggio di Oehler – di cui l’io narrante, secondo il consueto schema bernhardiano, riporta le affermazioni e i pensieri – saranno intenti dall’inizio alla fine del racconto.

E ciò Bernhard lo fa dire in modo perentorio ai due protagonisti sin dall’incipit: “Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora, dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche di lunedì. Poichè Karrer veniva a camminare con me di lunedì, ora che Karrer non viene più a camminare con me di lunedì, Lei venga a camminare con me anche di lunedì, dice Oehler, ora che Karrer è impazzito ed è subito finito allo Steinhof. E senza esitare ho detto a Oehler: bene, camminiamo anche di lunedì, ora che Karrer è impazzito ed è allo Steinhof.”

L’io narrante e Oehler quindi – abituati a camminare insieme di mercoledì, nel momento in cui Karrer, che camminava con Oehler di lunedì, è impazzito ed è ricoverato allo Steinhof – cammineranno insieme anche di lunedì, avendo l’io narrante accettato “senza esitare” l’invito di camminare insieme anche di lunedì fattogli da Oehler. Il camminare quindi è un camminare insieme dato che “…dice Oehler, il dover camminare da soli, è la cosa più orrenda”, “in tal caso di lunedì non avrei proprio più camminato, dice Oehler, perché non c’è nulla di più orribile del dover camminare da soli di lunedì”. Vi è quindi una precondizione del camminare necessaria al camminare che è appunto il camminare insieme, mancando la quale il camminare perde la sua stessa ragione di esistere.

Ma nel mettere il camminare come titolo Bernhard esplicita non solo l’azione portante del romanzo ma anche quello che è uno dei topoi ricorrenti nella sua opera. In un suo saggio – avente proprio per oggetto il “camminare” nell’opera di Bernhard – Micaela Latini mette bene a fuoco la presenza e il ruolo che questo aspetto ha nei romanzi di Bernhard: “…la passeggiata è un motivo ricorrente nell’opera bernhardiana ( insieme a quella di Handke, di Sebald, di Walser, per fare alcuni nomi di passeggiatori nel Novecento di lingua tedesca). Le figure di Bernhard camminano, marciano, corrono…talvolta i loro percorsi si snodano nella natura…(Gelo, Al limite boschivo, La partita a carte), a volte marciano nel chiuso della loro casa-prigione, seguendo i percorsi labirintici e infiniti della loro mente (La fornace, Cemento), altre volte ancora incedono in un contesto cittadino. Lo scenario metropolitano viene offerto da Roma in Estinzione…o – più spesso – da Vienna. Se focalizziamo l’attenzione sulla capitale dell’ Austria, la passeggiata può essere in periferia (come in Gehen…), o in direzione del centro, evocando vie e luoghi universalmente noti. E’ quest’ultimo il caso del romanzo A colpi d’ascia….” (Micaela Latini – “Verso il Danubio. La passeggiata di Thomas Bernhard” in “Cultura tedesca” n. 40 – 2011 – pp. 151,152)

Ma sempre in questo suo saggio la Latini, soffermandosi in modo particolare su Camminare/Gehen, afferma: “… in Gehen Karrer e Oehler, prima che Karrer impazzisse, percorrevano con un’ossessività maniacale una strada anonima della periferia viennese la Klosterneubürgerstrasse…intrecciando passi e pensieri”. (M. Latini cit., p.154) Ed è proprio in questo intreccio di passi e pensieri che risiede l’oggetto dell’azione che si svolge in “Camminare”. E cioè il movimento che si genera, contestualmente e similmente a quello legato al camminare, nello svolgersi e nel rincorrersi dei pensieri e del pensare, in un continuum dove camminare e pensare non hanno più soluzione di continuità, quasi che il loro “movimento” avesse un suo “motu proprio”. Non a caso Bernhard mette in epigrafe di “Camminare” la seguente affermazione: “E’ un continuo passare fra tutte le possibilità di una mente umana e un continuo sentire fra tutte le possibilità di un cervello umano e un continuo essere trascinati di qua e di là fra tutte le possibilità di un carattere umano”. Affermazione che poi si ritrova all’interno del testo.

In altre parole, come osserva Micaela Latini, “…la mente non si riesce a fermare, a trovare una “stazione di riposo” ma si trasforma in un automatismo impazzito e dittatoriale…Un “essere trascinati qua e là”, a segnalare come l’arbitrio sia ridotto al minimo, a una modalità meccanica, a una motilità inerziale…[un] andare avanti e indietro, proprio di un rituale auto ed etero-imposto, in un passo incrociato di pensiero e movimento” (M. Latini cit., p. 154)

E in questo meccanismo si inscrive il camminare insieme essendo il pensare/camminare dell’altro e con l’altro la forma specifica che assume il “movimento” che si genera, così come Bernhard fa dire a Oehler attraverso l’io narrante: “…con Lei cammino senza dubbio, e com’è naturale, in modo diverso che con Karrer, dice Oehler, perché Karrer è un uomo del tutto diverso da Lei, e quindi il camminare (e quindi il pensare) di Karrer è un camminare (e quindi un pensare) del tutto diverso, dice Oehler”. Se quindi il “movimento” del pensiero è inarrestabile, a sua volta il suo generarsi è “in relazione a” e quindi relativo, assumendo il pensiero una “narrazione” specifica al variare dell’altro in forza di una soggettività e relatività del pensiero e del pensare. Camminare con l’altro è quindi lo specifico contesto generativo del pensiero o, meglio ancora, dello specifico pensiero.

Ora questa “narrazione” del pensiero lungi dall’essere finalizzata alla generazione di un “fine” è necessaria in sé, in quanto unico modo per esistere, incorporando e accogliendo al suo interno il non senso insito nel pensiero: “…dice Oehler…noi stessi per la maggior parte del tempo crediamo nell’insensatezza del pensiero, perché sappiamo che il pensiero è piena insensatezza…ma perché sappiamo con altrettanta precisione che noi senza l’insensatezza del pensiero non siamo, ovvero non siamo nulla”. In altre parole Bernhard riafferma qui un suo concetto chiave e cioè quello del procedere avendo l’intento di perseguire un “chiarimento” che però non porta alla chiarezza ma senza il quale tuttavia non è dato vivere. E questa chiarezza che non esiste è, in realtà, la chiarezza della non chiarezza.

Il farsi e il dirsi del pensiero servono quindi per andare contro al nulla e all’insensatezza, pur nella consapevolezza del nulla e dell’insensatezza, che è poi quell’ “arte di esistere contro i fatti” così come definita da Oehler: “L’arte di esistere contro i fatti, dice Oehler, è l’arte più difficile. Esistere contro i fatti significa esistere contro ciò che è insopportabile e contro ciò che è orribile, dice Oehler. Se noi non esistiamo costantemente contro ma solo costantemente con i fatti, dice Oehler, andiamo a fondo in brevissimo tempo. Il fatto è che la nostra esistenza è un’esistenza insopportabile e orribile, se esistiamo con questo fatto, dice Oehler, senza esistere contro questo fatto, andiamo a fondo nel più miserabile e nel più comune dei modi”.

Quest’ ”arte di esistere contro i fatti” è quindi per Bernhard ciò in cui consiste l’esercizio stesso del pensiero, come afferma Aldo Gargani, nel suo “La frase infinita” – testo imprescindibile per la comprensione del pensiero di Thomas Bernhard – quando dice: “…per Bernhard…l’esercizio del pensiero…è l’arte propriamente di esistere contro i fatti,…che è l’arte più difficile da definire, ma che in ogni caso ha il compito di rendere sopportabile ciò che è insopportabile…e cioè l’esistenza che è la pressione intollerabile della vita. Esistere contro i fatti, che sono ciascuno, volta a volta, la ripetizione di questa pressione intollerabile, consiste nella pratica di un pensiero spietato che mette in discussione ogni fatto, evento, situazione, disarticolandoli nei loro aspetti contraddittori, nelle dimensioni della loro stessa sovversione. Attraverso un esercizio che consiste di freddezza intellettuale, di sottigliezza intellettuale, di spietatezza, il pensiero milita contro i fatti, esiste contro i fatti, perché disarticolandoli sottrae ad essi quell’univocità che costituisce il peso insostenibile e terribile dell’esistenza per l’uomo. Il pensiero non è la verità dei fatti, ma…è soltanto il contenuto di verità di un’insensatezza, ed è il pensiero di questa insensatezza l’unica condizione che ci fa essere” (Aldo Gargani – “La frase infinita. Thomas Bernhard a la cultura austriaca” – Laterza – 1990 – pp.13,14)

Ma questo andare contro, che è fondamento dell’esistenza e dell’opera di Bernhard, è anche un andare contro del pensiero stesso che “…è per Bernhard” – come osserva Micaela Latini – “il connotato principale dell’attività teoretica; il pensiero è cioè riconosciuto come tale solo se può sviluppare e piegare infinite possibili connessioni, se può, in una torsione acrobatica, muovere contro tutto, persino contro se stesso, fino all’ autoestinzione.” (M. Latini cit., p. 155)

Tuttavia un pensiero cosiffatto che risale fino al punto di non lasciarsi più ricomporre porta inevitabilmente alla follia. Se infatti non si accettasse più nulla, neanche nessun pensiero e si andasse fino in fondo a questa strada non resterebbe che uccidersi. Ma questo presuppone un grado di freddezza e di acume cioè un grado di intelletto che di fatto non esiste laddove, avere intelletto, non significa pensare bensì il suo opposto: non pensare e non avere alcun pensiero: “E’ sempre un problema di freddezza mentale e di acume mentale e di spietatezza della freddezza mentale e dell’acume mentale, dice Oehler. La maggior parte delle persone, dice Oehler, più del novantotto per cento, dice Oehler, non ha né freddezza mentale, né acume mentale e non ha neppure intelletto….Avere intelletto non significherebbe nient’altro se non farla finita con la storia e in primo luogo con la propria storia personale. Da un momento all’altro non accettare assolutamente più nulla, questo significa avere intelletto, nessun essere umano e nessuna cosa, nessun sistema e com’è naturale anche nessun pensiero, semplicemente più nulla, e con tale consapevolezza, in effetti l’unica rivoluzionaria, uccidersi. Ma pensare così conduce immancabilmente all’improvvisa alienazione mentale, dice Oehler, cosa che sappiamo e che Karrer ha dovuto pagare con un’improvvisa totale pazzia…In fondo anche ciò che chiamiamo pensare non ha niente a che fare con l’intelletto, dice Oehler, qui Karrer ha ragione quando dice che non abbiamo intelletto proprio perché pensiamo, infatti avere intelletto vorrebbe dire non pensare e quindi non avere alcun pensiero. Ciò che abbiamo non è altro che un surrogato dell’intelletto. Un pensare surrogato rende possibile la nostra esistenza. Tutto il pensare che si pensa è un pensare surrogato, perché un pensare vero e proprio non è possibile, perché un pensare vero e proprio non esiste, perché la natura esclude il pensare vero e proprio, perché deve escludere il pensare vero e proprio.”

Perché se la natura ammettesse “il pensare vero e proprio” e il pensiero fosse in tutto e per tutto manifestazione della natura esso sfonderebbe ogni razionalità ed ogni razionalizzazione mutandosi esso stesso in natura e quindi in follia. In altre parole, come osserva Gargani, questo pensiero che si muta in follia in realtà si distacca dall’io e diventa a tutti gli effetti manifestazione della natura: “Il tema centrale di Bernhard è la rappresentazione di un pensiero che nella sua concentrazione e nella sua tensione fino al limite estremo diventa esso stesso natura perché risulta un immane ammasso di parti divise, lacerate, interrotte, così come la natura è un’immane raccolta di realtà sconnesse, infrante e disarticolate…E allorché il pensiero raggiunge e oltrepassa il suo limite estremo, esso precipita nella follia;…precipita in quella follia che è la natura stessa. Per effetto di questa autonomizzazione del pensiero, il pensiero potrebbe essere là, dove noi non abbiamo nemmeno più accesso. Dunque la scomposizione dell’io, la sua schizofrenia originata dal pensiero nella sua tensione illimitata, è divenuta natura, natura che è follia. Karrer, in Gehen, dichiara senza alcuna inibizione: “L’intensità va accresciuta sempre di più, può essere che un giorno questo esercizio oltrepassi il limite della pazzia, ma, in merito, non posso avere alcun riguardo, così Karrer. Il tempo in cui usavo riguardi è passato, non uso più alcun riguardo, così Karrer.”” (A. Gargani, cit. pp. 50, 51)

Quindi il procedere del pensiero fino allo stremo e all’estremo diventa letale nel momento in cui non ponendosi alcun limite se ne diventa prigionieri fino allo sfinimento come accade a Karrer e, più in generale, come accade a molti personaggi bernhardiani, così come osserva Gargani: “La mente diviene la prigione del pensiero perché spingere il pensiero fino al limite estremo delle sue possibilità significa entrare in una situazione di costrizione del pensiero…fino alla dissoluzione della cosa che pensa…Il pensiero di un personaggio bernhardiano, nella concentrazione in se stesso, nell’isolamento da tutti gli altri e alla fine nella distanza dal suo stesso corpo, come nel caso di Karrer in Gehen: “Da un lato il corpo di Karrer invecchiato di colpo, dice Oehler, dall’altro il cervello di Karrer provvisto di un inverosimile acume mentale”, diviene un automatismo inarrestabile che mette in moto e rovescia una slavina di parole che si succedono l’una all’altra secondo una concatenazione inesorabile.” (A. Gargani, cit. p. 48, 50). Come appunto avviene proprio in Camminare/Gehen, sia nello svolgersi dei pensieri di Oehler che di quelli di Karrer.

Quindi se camminare e pensare implicano entrambi un “movimento” la natura e la forma di tale movimento è diametralmente opposta. Camminare e pensare in Bernhard non vanno infatti nella stessa direzione, perché se “nel camminare si va avanti, si procede, si accumula ( il che nell’alchimia dei contrai di Bernhard significa anche tornare indietro) anche inconsapevolmente in un processo orizzontale, per quel che concerne il pensare si apre una dimensione che è uno scendere nel profondo” (M. Latini cit., p.155). In altre parole, come afferma a sua volta Gargani, “Il pensiero per Bernhard non procede verso la visione, la luce, l’immagine; al contrario esso si addentra attraverso la sua fioritura opulenta nelle tenebre – [e di conseguenza, prosegue Gargani] – il rimettersi all’oscurità come ad una forma più profonda di sapere è responsabile della circostanza che costituisce il tema di Gehen e cioè la contrapposizione radicale tra andare e pensare. Proprio perché l’esercizio del pensiero è uno stato che si contrappone essenzialmente all’andare, al procedere della vita” (A. Gargani, cit. pp. 19, 20)

Dice infatti Oehler: “Mentre abbiamo sempre pensato di poter fare del camminare e del pensare, anche per lungo tempo, un unico processo totale, adesso devo dire che è impossibile fare per lungo tempo del camminare e del pensare un unico processo totale. Poiché in effetti non è possibile camminare e pensare per lungo tempo con la stessa intensità.”. Il “movimento” del camminare è infatti intrinsecamente diverso da quello del pensare proprio per la sua diversa intrinseca “fisicità”, dice infatti Oehler: “La differenza tra il camminare e il pensare è che il pensare non ha niente che spartire con la velocità, mentre in effetti il camminare ha sempre qualcosa da spartire con la velocità. Possiamo anche continuare a dire, dice Oehler: adesso abbiamo camminato per questa e quella via, una via qualunque, sino alla fine; mentre non potremo mai dire: adesso abbiamo pensato questo pensiero sino alla fine”.

E pur tuttavia, come osserva Gargani, in Bernhard “Il pensiero…si converte a poco a poco in una sorta di pensiero che esiste solo per se stesso…in un automatismo che impone una coazione a pensare un’idea fino in fondo, cioè fino alla lacerazione e alla dissoluzione di essa; cioè a pensare un’idea per così dire sino al limite della sua disperazione…a poco a poco il pensiero diventa la tortura del pensiero, una costrizione che stritola l’uomo nella concatenazione inesorabile di sequenze di idee alle quali non riesce più a sottrarsi.”(A. Gargani, cit. p. 47)

In altre parole il fluire del pensiero in Bernhard assume le caratteristiche e la forma del labirinto, all’interno del quale si muove come in un recinto, componendosi e decomponendosi continuamente. La sua razionalità viene continuamente messa in discussione rivelandone la sua intrinseca debolezza, meccanismo questo rilevato e descritto con molta chiarezza da Claudio Magris quando afferma: “La sua razionalità [del pensiero] si esaspera e si nega in una febbrile formalizzazione; essa perciò appare quale labirinto, immagine per eccellenza di un preciso ordine geometrico che, portato all’estremo, si capovolge in una distruttiva irrazionalità. Nel labirinto infatti ci si perde,…I personaggi di Bernhard, scrittori e cioè tessitori o ingegneri di pensieri e di parole, finiscono per venire irretiti anch’essi nella fitta maglia di parole che essi hanno pazientemente fabbricato per proteggersi dall’oscuro fluire dell’essere…Come la muraglia di Canetti o la tana di Kafka, anche per Bernhard le difese approntate dall’io minacciato si risolvono in uno strumento di autodistruzione.” (Claudio Magris – “Thomas Bernhard: la geometria della tenebra” in “Thomas Bernhard una commedia una tragedia” – numero monografico di “Aut Aut” (325/2005) – p. 188)

Questo pensiero quindi non giungerà e non potrà mai giungere fino alla fine, perché quando il pensiero giunge al limite estremo delle sue possibilità, quando non viene interrotto prima che diventi una prigione e si venga trascinati tra tutte le possibilità della mente umana, quando cioè non ci si ferma un attimo prima, ebbene quell’attimo diviene l’ “attimo letale” e subentra la follia: “L’arte della riflessione consiste nell’arte, dice Oehler, di interrompere il pensiero esattamente prima dell’attimo letale. Ma possiamo rinviare in modo consapevole questo attimo letale, dice Oehler, più o meno a lungo, a seconda dei casi. Si tratta di sapere quand’è l’attimo letale, dice Oehler”.

Ora – come osserva Gargani – “L’arte di dominare quest’unico istante mortale che dischiude la precipitazione nella follia e nella morte nessuno la possiede; esso anzi è l’evento per definizione che si compie senza che noi ne siamo consapevoli. Il che significa poi che nessun individuo può assicurarsi la propria salvezza e che egli è rimesso ad un potere più forte di lui che, in ultima istanza, è la natura. La salvezza, cioè l’arte di interrompere l’esercizio del pensiero prima che esso precipiti nella dissociazione, nella follia e nell’estinzione, dipende allora essenzialmente ed esclusivamente dalla scrittura in quanto essa realizza la possibilità di puntualizzare quell’ istante unico che precede la dissoluzione, la follia e la perdizione dell’uomo. Nessun individuo lo può fare; soltanto la scrittura può realizzare un tale compito…In questo senso la narrazione di Bernhard è una storia di frasi, è una narrazione di frasi e del tragico destino al quale esse portano i loro protagonisti…Ma ad essi sopravvive la narrazione bernhardiana che rappresenta “la poesia del pensiero”, cioè quel punto dello sviluppo di un pensiero che si arresta sulla sua cima un attimo prima che esso precipiti nella follia e nell’ autodissoluzione. E’ questa l’unica condizione di poesia e di verità che l’opera di Bernhard consente. E’ giusto dire quindi che l’opera di Bernhard riconosce l’unica condizione di salvezza e di senso nella letteratura e che in fondo il suo significato riposto è quello di costituire un elogio della letteratura. I suoi protagonisti sono travolti dalla follia e dalla distruzione, ma la narrazione di essi resta e sopravvive” (A. Gargani, cit. pp. 56-58)

E questo è anche ciò che accade a Karrer il quale è vero che diventa pazzo e viene ricoverato allo Steinhof però noi sappiamo la storia di Karrer e il “contenuto” della sua follia, nel considerare la quale non si può prescindere da “L’incredibile sensibilità di una persona come Karrer da un lato, la sua grande spietatezza dall’altro, diceva Oehler. Da un lato la sua sovrabbondante sensibilità, dall’altro la sua immensa brutalità”. Ipersensibilità e iperlucidità sono quindi alla base del carattere di Karrer, al punto, dice Oehler, che ciò che prima di conoscere Karrer è stato per lui “…irraggiungibile perché imperscrutabile, di colpo [gli] diventa raggiungibile e perscrutabile. All’improvviso il mondo per noi non è più fatto solo e interamente di stati di tenebra, ma è interamente fatto di stati di chiarezza, dice Oehler. Nel riconoscerlo, però,…dice Oehler, stanno le difficoltà di uno scambio continuo con una persona quale Karrer. Com’è naturale una persona del genere è temuta, perché è essa stessa a temere (la perscutabilità).”

Karrer quindi, spietato com’è, con sé e con tutto, impazzisce perché non porrà alcun freno alla sua spietatezza. E nel farlo sarà in tutto e per tutto un “disturbatore” nell’accezione bernhardiana di “disturbatore” da Bernhard stesso riferita a se stesso: “Per tutta la vita la mia esistenza non ha fatto altro che disturbare. Io ho sempre disturbato e ho sempre irritato. Tutto quello che scrivo, tutto quello che faccio, è disturbo e irritazione…Giacché richiamo l’attenzione su dei fatti che disturbano e irritano.” (T. Bernhard – “La cantina” in T. Bernhard – “Autobiografia” – Adelphi – 2011 – p.143).

Peraltro “la cifra dell’irritazione” in Bernhard lungi dall’esaurirsi in una mera modalità oppositiva si configura invece come presupposto e sbocco per “l’innovazione” del significato e del senso, disarticolando, come è stato osservato, l’illusoria “armonia” delle cose: “…è importante riconoscere che nella sua opera la negazione è il principio per la creazione di nuovi nessi. Quando la (pretesa) armonia viene sospesa dall’irritazione (una parola chiave in Bernhard e in molti altri scrittori austriaci contemporanei), allora tale irritazione prende delle strade che erano rimaste sbarrate proprio a causa dell’armonizzazione” (Wendelin Schmidt-Dengler – “Undici tesi sull’opera di Thomas Bernhard” in “Aut Aut” (325/2005) cit., p. 197)

E, in effetti, anche in Camminare/Gehen, l’azione disturbante di Karrer sarà incentrata su un fatto che può apparire irritante ed esasperante ma che in realtà ha un contenuto di verità cruciale avendo al suo interno il fondamento dell’inconsistenza dell’idea stessa di verità. Questo fatto, che costituisce l’evento scatenante per la pazzia di Karrer, si verifica “nel negozio di pantaloni di Rustenschacher” nel quale Oehler e Karrer entrano per farsi mostrare dei pantaloni e Karrer, avendo chiesto al commesso di mettere quei pantaloni in contro luce, nota che nella stoffa vi sono diversi punti radi: “…Karrer diceva sempre e solo: questi cosiddetti pantaloni nuovi, così Oehler, facendosi tenere i pantaloni in controluce, e soprattutto continuava a dire: questi punti stranamente radi in questi cosiddetti pantaloni nuovi”.

La tragicomica discussione che ne nascerà con il commesso, nonché nipote del titolare, verterà sulla diversa denominazione e relativa qualità e provenienza che Karrer e il commesso daranno di quei pantaloni. Mentre infatti Karrer in modo via via sempre più insistente ed ossessivo dirà che quei pantaloni erano per lui “merce di scarto cecoslovacca”, il commesso, a sua volta, insisterà a dire che quei pantaloni erano fatti di “tessuti inglesi di primissima qualità”, in un crescendo parossistico dove quello che è in gioco è il contenuto di verità delle affermazioni di Karrer e del commesso. Infatti quello che veramente sconvolge Karrer è che il commesso non voglia ammettere la verità, laddove, a sua volta, il commesso “giura” a Karrer che è quello che egli afferma che è vero.

Per Karrer ciò che “…gli dà da pensare, così Oehler…non sono affatto tutti quei punti radi nei pantaloni, e neppure il fatto che nel caso dei tessuti di quei pantaloni si tratti di merce di scarto e per la precisione, come continua a ripetere, merce di scarto cecoslovacca, in fondo tutto ciò non è né singolare, né strano, neppure sorprendente; singolare e strano e sorprendente è il fatto, così Karrer al nipote di Rustenschacher…che la verità – e lui, Karrer, dice soltanto la verità quando dice che questi pantaloni hanno moltissimi punti radi e che questi tessuti sono soltanto merce di scarto cecoslovacca -, che la verità possa irritare a tal punto un commesso…al che il nipote di Rustenschacher, così Oehler, dice di giurare che nel caso dei tessuti in questione non si tratta affatto di merce di scarto cecoslovacca, bensì di tessuti inglesi di primissima qualità”

Ora, durante tutta questa discussione sempre più tesa ed alterata, il titolare del negozio, cioè Rustenschacher, resterà, per lo più, nel retro del negozio ad etichettare pantaloni: “… Rustenschacher nel retro continuava ad etichettare pantaloni”, in modo pressoché incessante. Perché in effetti quei pantaloni, dice il commesso, sono importati dall’Inghilterra senza essere marcati e ciò li rende più convenienti. E’ lì in negozio che vengono marcati cioè etichettati e resi a tutti gli effetti “merce inglese di primissima qualità”: “Solo il fatto che i tessuti non siano marcati, dice il nipote di Rustenschacher, rende possibile la loro assoluta convenienza…è più che evidente che qui si tratta di frode del dazio, dice il nipote di Rustenschacher – anche Rustenschacher dallo sfondo – …Il cinquanta per cento della merce dall’Inghilterra non è marcata…per questo è più conveniente di quella marcata, ma per quanto riguarda la qualità non c’è nessuna differenza fra la merce marcata e quella non marcata…Naturalmente per le autorità doganali si trattava di merce di scarto, di cosiddetta merce di scarto cecoslovacca, come dice Lei, Karrer, dice Rustenschacher…Ma in realtà molto spesso quella che è indicata come merce di scarto cecoslovacca, e quindi dichiarata tale dalle autorità doganali, è merce inglese di primissima qualità”

E’ quindi la “denominazione” che viene data ai pantaloni, etichettandoli, che dà loro un valore che sarebbe del tutto diverso se non venissero etichettati. Questo significa che solo quando denominiamo una cosa essa assume significato il quale può cambiare denominandola diversamente. Vi è quindi una soggettività ed una relatività che le cose hanno che impedisce di stabilire un contenuto di verità esclusivo. Ora l’etichettare di Rustenschacher rimanda all’atto del denominare così come definito da Ludwig Wittgenstein “nelle sue “Ricerche filosofiche”: “Denominare una cosa è come attaccare a un oggetto un cartellino che reca il suo nome””. (Micaela Latini – “Il labirintico “camminare” di Bernhard” in www. ilreportage.eu – 2018/03). E, non a caso, Wittgenstein è uno degli oggetti dei pensieri di Oehler e Karrer nel corso delle loro camminate, venendo espressamente evocato e citato da Oehler nel mentre racconta all’io narrante le sue conversazioni con Karrer.

Ora che “l’etichettare” di Rustenschacher sia da collegare e da riferire al “denominare” così come inteso da Wittgenstein è una chiave di lettura che, già a partire dagli anni ’80, è stata messa in luce da Wendelin Schmidt-Dengler, in merito a Gehen: “… nel suo lavoro “Sulla difficoltà di accompagnare Bernhard nel suo camminare. Su Gehen” (1986) Wendelin Schmidt-Dengler ci ha indicato il particolare significato che il linguaggio riveste in questo testo spingendoci ad interpretare l’evento centrale del testo, il diventare folle di Karrer nella bottega di Rustenschacher a partire dalla filosofia di Wittgenstein. L’atto di Rustenschacher di mettere le etichette ai pantaloni può essere messo in parallelo con il dare nomi alle cose. Si produce così dell’irritazione poiché la denominazione spesso non coincide con la realtà” (Martin Huber – “Bernhard legge Wittgenstein” in “Aut Aut” (325/2005) cit., p. 202)

Ma, a partire da ciò, questo esplicito aleggiare di Wittgenstein diventa davvero cruciale nella misura in cui Wittgenstein è fondamentale per Bernhard per arrivare a definire il “suo” concetto di verità. Stante che non vi è una verità ma una molteplicità di verità, così come, prima ancora di Wittgenstein era stato affermato da Robert Musil, per il quale, rileva Gargani: “La nozione stessa di verità è inscritta da Musil in un ordine molteplice di possibilità tra loro alternative.” (A. Gargani cit., p.6), ne discende il pensiero di Wittgenstein per il quale – come rileva sempre Gargani – “La filosofia è un’attività compositiva di tipo poetico, che realizza la dimensione dell’interpretazione, in quanto noi vediamo le cose nel modo in cui le interpretiamo” (A. Gargani cit., p.7)

E per Bernhard – per il quale Wittgenstein è stato sicuramente il filosofo più amato nonché uno dei più citati nei suoi libri – ciò è vero a tal punto da portarlo ad affermare che “Ciò che si descrive rende manifesto qualcosa, che corrisponde alla volontà di verità di colui che lo descrive, ma non alla verità, perché la verità non è assolutamente comunicabile” (T. Bernhard – “La cantina” in A. Gargani cit., p.9). Quindi, rileva Gargani, proseguendo il pensiero di Bernhard: “Il dato di fatto dell’esistenza non è l’esistenza che descriviamo, che è sempre una menzogna, bensì l’impossibilità di dirla così come essa è. ““Noi dovremmo vedere l’esistenza come il dato di fatto che vogliamo descrivere, ma, per quanto ci sforziamo, noi non vediamo mai il dato di fatto mediante ciò che abbiamo descritto.”” (T. Bernhard – “La cantina” in A. Gargani cit., p.9). E’, perciò, solo stando in questa consapevolezza “critica” che si può convivere con l’impossibilità di esprimerla la verità, sia sulla nostra esistenza che sulla realtà.

Ma è proprio l’ostinazione a voler affermare quello che egli ritiene essere “il suo dato di fatto” che condurrà Karrer nel vicolo cieco della follia. Perché se è vero che Karrer va contro la verità dei fatti così come gli vengono detti e presentati (chi può dire infatti qual’è la vera origine di quei pantaloni prima della loro etichettatura, venendo considerati pure dalle autorità doganali merce di scarto cecoslovacca e diventando merce inglese di primissima qualità solo dopo essere stati etichettati) tuttavia egli finisce per subire “la sua verità dei fatti”, fino al limite della disperazione. Karrer portando il suo pensiero all’ estremo, all’estremo opposto, finisce intrappolato nello stesso meccanismo che vuole disarticolare, attribuendo una stretta e rigida denominazione che fissa una volta per tutte un significato a una cosa, perché, in realtà: “…tutto è sempre qualcosa di completamente diverso da come è per noi, dice Oehler. E sempre qualcosa di completamente diverso da come è per tutti gli altri”.

L’arte di esistere contro i fatti è quindi quella di “disettichettare” continuamente i fatti, sottraendoli alle visioni univoche e definitive. Se pertanto, afferma Gargani: “Non c’è una verità che possa essere agganciata e comunicata, nonostante la presenza di una volontà di verità…sarebbe una pura e schietta menzogna assumere che le nostre proposizioni dicano la verità [e quindi l’unica possibilità data è quella] di scoprire almeno il contenuto di verità della menzogna: “Ciò che importa è se noi vogliamo mentire oppure se vogliamo dire e scrivere la verità, anche se non può essere mai la verità, e mai lo è. Per tutta la vita io ho sempre voluto dire la verità, anche se adesso so che era una menzogna. Alla fine quello che importa è soltanto il contenuto di verità della menzogna”(T. Bernhard – “La cantina” in A. Gargani cit., p.10). Il contenuto cioè di autenticità e di necessità che mettiamo in ciò che affermiamo che però non ci esime dalla menzogna non essendo e non potendo, l’autenticità e la necessità, essere la verità.

Ne discende che quello che accade, o meglio quello che Bernhard fa accadere in Gehen è proprio quello che afferma Gargani quando dice: “La scrittura di Bernhard è un esercizio critico sulla nostra esistenza e sul linguaggio della nostra esistenza che…traccia al tempo stesso il suo stesso destino, che è quello di mostrare l’impossibilità di comunicare e di comunicarsi, che è quello di mostrare l’inutilità del nostro sforzo di farci capire…L’impossibilità di comunicare con gli altri, di farsi comprendere…segna il destino stesso di un linguaggio che diviene per ciascuno la propria prigione…Ciascuno parla il proprio linguaggio, ciascuno comprende soltanto il proprio linguaggio. Ogni uomo è continuamente ricacciato in se stesso, nel carcere che egli diviene per se stesso, ogni uomo è un incubo abbandonato soltanto a se stesso”

Ed è proprio questo che Bernhard dice quando Oehler dice: “Per non parlare del fatto che anche le definizioni con cui noi definiamo, sono completamente diverse rispetto a quelle effettive. Motivo per cui tutte le definizioni di fatto non tornano, dice Oehler. Ma quando abbiamo simili pensieri, dice, vediamo ben presto che in questi pensieri siamo perduti. In ogni pensiero siamo perduti, se ci abbandoniamo a questo pensiero, se ci abbandoniamo davvero anche a un solo pensiero, siamo perduti.”

Ancora una volta in Camminare/Gehen Thomas Bernhard raggiunge vette altissime di acutezza intellettuale e rivela, con tutta la sua sensibilità, la tragica lucidità che la condizione degli uomini e dell’ esistenza umana gli suscitano. Nel mettere a nudo ed esasperare le contraddizioni insite nell’esistenza e la loro oscura e insondabile natura ci fa partecipi di quell’esperienza dolorosa dell’esistere a cui attraverso il contrapporsi – contrapponendosi anche a se stesso – egli è riuscito ad esistere ma con cui è riuscito anche e soprattutto a creare la sua opera cioè quel grandioso universo di senso e quella magnifica potenza espressiva della sua prosa che troviamo sempre, immancabilmente, quando lo leggiamo.

2 risposte a "“Camminare” – Thomas Bernhard"

  1. Elena Grammann 30 ottobre 2019 / 18:26

    Ciao Raffaele, e complimenti: gran bel pezzo, molto illuminante. Non ho letto “Gehen”, ma quello che dici e che citi corrisponde alle mie esperienze di lettura di Bernhard: l’essere esposti senza difese a un pensiero che non è affatto “diretto” da noi ma procede in modo autonomo nei modi di un labirinto inestricabile in cui, se vogliamo essere onesti, siamo gettati continuamente da una “verità” nella sua “verità” opposta.
    Solo su un punto non sono del tutto d’accordo con te (e con Gargani): “E’ giusto dire quindi che l’opera di Bernhard riconosce l’unica condizione di salvezza e di senso nella letteratura e che in fondo il suo significato riposto è quello di costituire un elogio della letteratura”. Mi sembra che si presti a Bernhard una valutazione eccessivamente ottimistica della letteratura (e dell’arte in generale). Sicuramente è l’unica cosa che possiamo fare e sicuramente ha un valore, ma è più un pis-aller che una salvezza. Parlare di salvezza nell’universo bernhardiano mi sembra arrischiato…
    Ancora complimenti, grazie per il lavoro preciso e approfondito e a presto.

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    • ilcollezionistadiletture 31 ottobre 2019 / 8:06

      Grazie Elena. Apprezzo vivamente i tuoi apprezzamenti tanto più in questo caso perché qui Bernhard richiede un impegno interpretativo alto essendovi, dietro la consueta ossessività dello stile, questioni concettuali cruciali per la comprensione del suo pensiero e della sua opera.
      E l’ “aiuto” di Gargani nonché degli altri contributi di cui mi sono avvalso è stato, in questo caso, più che mai fondamentale.
      Ho letto la tua osservazione e il passo di Gargani che riporti e sono ovviamente d’accordo che parlare di salvezza in Bernhard è a dir poco arrischiato come tu dici, tanto più nell’ipotesi di voler attribuire a Bernhard l’intento di dare alla letteratura una funzione salvifica.
      Io però penso che Gargani abbia usato il concetto di salvezza in relazione alla letteratura in modo figurato cioè per il significato che essa assume in Bernhard e non certo per un presunto ruolo salvifico dell’uomo e della sua esistenza che essa possa svolgere.
      Prima del passo che tu riporti Gargani infatti dice: “La salvezza, cioè l’arte di interrompere l’esercizio del pensiero prima che esso precipiti nella dissociazione, nella follia e nell’estinzione, dipende allora essenzialmente ed esclusivamente dalla scrittura in quanto essa realizza la possibilità di puntualizzare quell’ istante unico che precede la dissoluzione, la follia e la perdizione dell’uomo. Nessun individuo lo può fare; soltanto la scrittura può realizzare un tale compito.”
      In altre parole, come poi lo stesso Gargani dice successivamente, la narrazione bernhardiana consente ai suoi protagonisti di restare e di sopravvivere, essendo essi destinati a scomparire nella follia e nella morte: “I suoi protagonisti sono travolti dalla follia e dalla distruzione, ma la narrazione di essi resta e sopravvive”, dice infatti Gargani alla fine di quel passo.
      E, in questo caso, e solo in questo caso, ci può stare e si può intendere quella funzione salvifica della letteratura, in Bernhard.
      Comunque hai fatto benissimo a rilevare e a puntualizzare perché l’equivoco interpretativo ci può stare.
      Grazie ancora e un carissimo saluto.
      Raffaele

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