“Il mare non bagna Napoli” – Anna Maria Ortese

“Da alcuni momenti provavo la stessa agghiacciante sensazione (…): che tutto fosse pensato, immaginato, sognato, e anche realizzato artisticamente, ma non vero: una inquietante rappresentazione.” Vi è in queste parole l’essenza de “Il mare non bagna Napoli”. Esse contengono e concentrano la costante di tutto il testo: quel perenne senso di sgomento che suscita il reale, la cui insopportabilità può essere detta solo se proiettata in una dimensione che la trascenda, tale da apparire come fosse un’immagine, un sogno, una creazione.

Perché se quel reale lo si dovesse guardare e dire per quello che esso è, senza trascenderlo attraverso un “linguaggio artistico”, verremmo immediatamente sommersi da un’immensa disperazione, come accade alla piccola Eugenia, la protagonista del primo bellissimo racconto: “Un paio di occhiali”, la quale finalmente inforca gli occhiali, quegli occhiali tanto lungamente attesi e, finalmente, “vede” l’orrore in cui aveva sin lì vissuto e che la circondava e viene colta dalla disperazione. Da qui ne deriva che “Il mare non bagna Napoli” è un’opera contenutisticamente realista ma stilisticamente metafisica, dove il metafisico non è solo una cifra stilistica attraverso cui viene reso dicibile quel reale, ma attiene la natura stessa di quel reale e del dolore che emana da quel reale.

In questo senso la grandezza della Ortese sta nell’avere “creato”, con questa sua “rappresentazione”, la possibilità di dare dignità a quel dolore perché il dolore di quegli uomini, di quelle donne, di quei bambini non è solo il loro dolore, il prezzo a cui lì e solo lì una natura maligna e matrigna li avrebbe assoggettati, al contrario è parte di un dolore universale, che lì assume quelle forme, ma non è diverso dal dolore umano in quanto tale.

Ma la Ortese va ancora oltre, penetra il mistero stesso del dolore, perché quello non è solo il dolore degli umili, dei vilipesi, dei calpestati, dei sofferenti per i quali ella soffre e con i quali ella soffre, ma si cala nell’ oscurità e nell’ abisso di quel dolore per coglierne la sua più intima e universale essenza, perché il vero dolore per la Ortese è quello della natura e degli uomini che di essa sono parte: “l’impossibilità di credere che l’uomo fosse altra cosa dalla natura, e dovesse accettare la natura in tutta la sua estensione: erano l’antica abitudine di rispettare gli ordinamenti della natura, accettare da essa le illuminazioni come l’orrore.”

Perché per la Ortese è relativamente un problema di dato economico: “Io non posso sentire la lotta di classe se non in funzione di quella contro il Male (bisogna proprio chiamarlo con lettere maiuscole) ch’è tanto, è solo in parte dovuto al fattore economico, in gran parte dipende invece da cose più grandi di noi, misteriose quanto difficili ad intendersi”. (Anna Maria Ortese, “Alla luce del Sud, Lettere a Pasquale Prunas”, Archinto, 2006)

Vi è quindi un livello più profondo di quello fisico e materiale e, in questo senso, il concetto di natura della Ortese rimanda alla consapevolezza che il dolore è insito nella condizione umana, in quella natura appunto di cui si è parte che travalica i confini fisici e ambientali e si configura come condizione più grande di noi: “Se ciò che si chiama reale è insopportabile, non lo è meno la terribilità della realtà ignota. Si vive in un doppio esilio, l’uno fenomenico, l’altro metafisico” (In “Anna Maria Ortese scrittrice in esilio” di Alfredo Giuliani pubblicato su Repubblica l’1.8.1997).

La “rappresentazione” di quella Napoli, uscita dalla guerra, lacera e lacerata che fa l’Ortese in queste pagine è quindi soprattutto la conseguenza della sua personale concezione e visione del mondo e della vita, della sua “nevrosi” come ella stessa la chiama: “E se, all’ origine di tale lacera condizione, vi era appunto la infinita cecità del vivere, ebbene era questo vivere, e la sua oscura sostanza, che io chiamavo in causa. Ero chiusa io stessa in quel nero seme del vivere, e perciò – tramite la nevrosi – “gridavo””. E, l’ ”origine” di “quella nevrosi (…) aveva un solo nome: metafisica”

La Ortese fa qui quindi una duplice operazione emancipa quel reale dalla sua condizione storicamente determinata e lo iscrive in una condizione universale ma, nel contempo, “legge” quel reale con il filtro della suo umanissimo, direi leopardiano, smarrimento esistenziale: “il Mare era solo uno schermo, non proprio inventato, su cui si proiettava il doloroso spaesamento, il “male oscuro di vivere”, come poi venne chiamato, della persona che aveva scritto il libro”, dirà lei stessa.

Ma la Ortese non si limita a creare dei quadri con cui “staccare” il reale da se stesso ma, contestualmente, ne mette a nudo la sua vergognosa e intrinseca verità, invertendone l’orizzonte che passa da quello di un’abusata, “eterna” e fatalistica iconografia volta al compatimento a quello di uno scardinamento crudele, feroce e senza compromessi di quell’ iconografia. Mostrandoci l’orrore che penetra le viscere e emana dalle viscere di tutte le cose presenti in quella realtà: “compiangerla non bastava” dice lei stessa. Perché qui la Ortese ci mette di fronte ad un corpo malato e sofferente sia in senso materiale ma, ancor più profondamente, in senso morale. La parola “larve” che ricorre nel testo evoca e sintetizza potentemente ciò.

E in questo superamento delle apparenze la Ortese attua una delle fondamentali funzioni della letteratura: quella di dare nuova vita alle cose, come una scoperta continua di una diversa percezione delle cose che è nel linguaggio il quale, pur nella sua crudezza, assume connotazioni fortemente evocative, anche in senso fantastico, sebbene di un fantastico cupo e febbricitante, e che è nella sofferta indignazione verso ciò di cui parla, in cui vi è sempre un’implicita denuncia che è politica, esistenziale ed etica.

Perché se le umane miserie e gli umani dolori di questa Napoli non più “barocca”, non più sentimentale, non più melodrammatica, non più vedutistica, non più goliardica, né tanto meno “eroica” sono appunto miserie e dolori umani, qui tuttavia si è ad una landa estrema dell’umano: “La paura, una paura più forte di qualsiasi sentimento, legava tutti, e impediva di proclamare alcune verità semplici, alcuni diritti dell’uomo e, anzi, di pronunciare nel suo vero significato la parola uomo”

Infine come non dire della potente visionarietà complessiva che emana da “Il mare”. Vi è una resa visiva fortissima e costante che induce la ripetuta impressione di trovarci di fronte alle scene di un teatro dell’assurdo allucinato e allucinante, a cui l’Ortese, coerentemente a tutto quanto sin qui detto, fa ricorso per potersi e poterci consentire di attraversare i gironi infernali che si presentavano ai suoi occhi e che, tramite lei, si presentano ai nostri occhi, cosa che, esemplarmente, avviene soprattutto in quell’ altro bellissimo racconto che è “La città involontaria”, dove, mi sembra di poter dire, sia sotteso un tributo all’ Inferno dantesco.

In una realtà in cui il reperimento degli affetti per non parlare della loro manifestazione è un’impresa improba una delle tante vittime, quella forse che più ferisce e che più è ferita, è Anastasia Finizio, la protagonista del secondo racconto: “Interno familiare”, a cui un crudele e amaro destino non le ha ancora dato e non si sa se le darà mai l’amore di un uomo, a cui lei si concederebbe totalmente per “servirlo sempre, come una vera donna serve un uomo”. Ma quello che al mattino era stato un “affiorare di speranze e di voci” si rivelerà ancora una volta un’amara delusione: “Un sogno, era stato, non c’era più nulla. Non per questo la vita poteva dirsi peggiore. La vita…era una cosa strana la vita. Ogni tanto sembrava di capire che fosse, e poi, tac, si dimenticava, tornava il sonno.”

E allora forse di quella vita, come della vita in generale, è il viso del Bambino del presepio di casa Finizio – la cui descrizione è un’altra di quelle emblematiche scene teatrali, in questo caso di una Napoli tutta racchiusa in quella miniatura – a dircene la muta e segreta verità: “Il suo viso non esprimeva nulla, altro che un apatico sorriso, come se dicesse: “”Questo è il mondo”, o qualcosa di simile”

2 thoughts on ““Il mare non bagna Napoli” – Anna Maria Ortese

  1. dietroleparole 13 febbraio 2017 / 7:38

    “Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. E’ tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive e legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando – per ragioni pratiche – è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. E’ un povero, e rende la vita più povera”. Anna Maria Ortese, da un’intervista,1977.

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