“Storia di Tönle” – Mario Rigoni Stern

Storia di Tönle”, sebbene meno noto de “Il sergente nella neve”, che è il libro sicuramente più famoso di Mario Rigoni Stern, tuttavia è, a detta di Rigoni Stern stesso, il suo libro più bello: “”Il sergente nella neve” è il mio libro più importante, “Storia di Tönle” è il più bello” (1) . In effetti “Storia di Tönle” ha avuto importanti ed espliciti riconoscimenti laddove si consideri che, pubblicato alla fine del 1978, vinse, l’anno dopo, sia il premio Campiello che il Bagutta. E che “Storia di Tönle”abbia una sua indubitabile bellezza è stata anche la mia personale impressione che ne ho avuto leggendolo.

Bellezza che nasce in primo luogo dalla capacità di ricondurre a sintesi aspetti a loro modo distanti e difformi. A partire da quella sintesi pressoché perfetta fra ancoraggio alle vicende storiche e creazione della vicenda narrativa, fra resoconto e romanzo, fra epoca ed epopea. Ma questa sintesi riguarda anche il connubio fra etica ed estetica laddove l’indubbio portato morale contenuto in “Storia di Tönle” non è mai separato, né predominante rispetto ad una poetica e ad una poesia del narrare che infonde e suscita bellezza.

Tutto ciò dà a “Storia di Tönle” una vera e propria originalità stilistica, laddove locale e universale, storia individuale e storia collettiva, piccola e grande storia si fondono dando vita a quella dimensione epica che connota tutto il libro. Ma l’originalità stilistica è anche data dall’avere qui Rigoni Stern mantenuta la sua precipua natura di narratore pur avendo saputo creare di fatto un romanzo, ricollocando fatti e vicende dentro una cornice narrativa che li fa diventare storia a sé, capace di creare un “mondo”. Questo aspetto è importante per cogliere fino in fondo la natura letteraria di “Storia di Tönle” in relazione alla natura di scrittore di Mario Rigoni Stern.

Egli stesso infatti – prendendo spunto dalla nota distinzione fra narratore e romanziere fatta da Walter Benjamin in base alla quale il narratore “…prende ciò che narra dall’esperienza – dalla propria e da quella che gli è stata riferita -; e la trasforma in esperienza di quelli che ascoltano la storia” (2), mentre il romanziere si separa dalla realtà per creare un suo proprio “mondo” – ha sempre affermato e rivendicato la sua natura di narratore e non di romanziere: “Io racconto storie, racconto storie che ho vissuto, che ho sentito raccontare o che ho visto e sono per questo un narratore e non un romanziere (questa differenza la spiega Walter Benjamin, il filosofo e scrittore tedesco in un suo saggio: il narratore prende le storie dalla vita, dalla propria esperienza e le racconta; il romanziere le cava fuori da sé, da dentro).” (3)

Ed anche parlando della genesi di “Storia di Tönle”, Rigoni Stern insiste su questi aspetti affermando – come egli fa nella prefazione da lui scritta per l’edizione Einaudi per la scuola media – che: “…quella che leggerete è una storia vera, ricostruita nella realtà e nel tempo che si svolge. Senza accorgermi me la portavo dentro da parecchio tempo, da quando cioè un mio amico manovale, nelle pause di riposo mentre mi costruivo la casa dove vivo, aveva raccontato della vita di suo nonno. Questa storia, poi, l’avevo arricchita con i ricordi che avevo sentito da mia madre, da altre persone e anche miei”(4)

Saremmo quindi pienamente nell’alveo descritto da Benjamin: “…l’esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i narratori” (5). Tuttavia l’operazione condotta da Rigoni Stern in “Storia di Tönle” ha un esito letterario più complesso e maggiore di quanto forse non apparisse allo stesso autore o di quanto egli, schernendosi, non volesse dire. In “Storia di Tönle” si genera infatti una commistione di piani narrativi che emancipano la realtà dei fatti dalla sua materialità e la inseriscono in un quadro simbolico e di significati che la trascende.

Rigoni Stern riesce a dar vita a un incrocio in cui favola, legenda e realismo convivono creando una dimensione altra rispetto alla pura e semplice narrazione di fatti. Il lettore infatti è introdotto in una realtà densa di immagini e di simboli, di temi e di evocazioni che scaturiscono dal contrappunto che Rigoni Stern sa dare tra ciò che narra e quello che riesce a dire attraverso ciò che narra. Ed è proprio in virtù di questa sua capacità di suscitare questa sorta di secondo livello di lettura che “Storia di Tönle” riesce a diventare non più solo resoconto ma anche romanzo.

Entrando quindi nel “mondo” di questo libro la prima impressione è che “Storia di Tönle” è un libro sullo scomparire delle cose, non solo perché parla di cose scomparse ma perché nel rievocarle ed evocarle ci racconta la parabola di quel loro scomparire con tutto il senso della nostalgia, del ricordo, della memoria, ma anche della perdita che ciò porta con sé. E’ lo scomparire prima di tutto di un’epoca, con tutto ciò che essa aveva rappresentato, ma anche lo scomparire di un modo di vivere e di stare al mondo, di un modo di esistere e di concepire la vita. Delle sue regole e dei suoi valori, dei suoi riti e delle sue credenze, persino della lingua che coloro che quella vita e quell’esistenza conducevano, utilizzavano.

Ma la bellezza e il valore di “Storia di Tönle” sta non solo in questa sua capacità di raccontare un passaggio epocale ma, soprattutto, nella sua capacità di farlo attraverso le mutazioni che ciò comporterà nella vita e nell’esistenza di un uomo, Tönle Bintarn, che di quel passaggio sarà al tempo stesso partecipe diretto e osservatore distaccato, in quanto cosciente e consapevole di quanto quel passaggio stava cambiando non solo la sua vita ma il mondo intorno a lui.

La grande Storia penetra così nella vita di Tönle ma è attraverso il suo sguardo su di essa che noi la vediamo e vi partecipiamo. Ed è questo sguardo semplice e profondo, istintivo e poetico, “giusto” e pervaso da un intimo senso di armonia che eleva Tönle sopra e oltre i grandi fatti della Storia e ci rivela la segreta umanità che quello sguardo racchiude. Dentro e dietro quei fatti si svolge infatti il personale epos di Tönle che attraverserà luoghi, eventi, esperienze stando sempre nella posizione di colui che sta in basso. Ma proprio perché in questa posizione egli avrà sempre sulle cose quel suo sguardo frontale, mirato alla esclusiva verità della sua testimonianza, fedele alla sua storia e alla sua cultura.

Perché Tönle è un uomo radicato in un mondo antico, radicato al nucleo primordiale che legittima quel mondo e che lo governa. Un nucleo i cui valori e i cui ritmi rimandano ai grandi cicli naturali: i cicli vita/morte, i cicli delle stagioni, quelli della natura, quelli della montagna. In questo senso potremmo dire che vi è in Tönle un’istintiva resistenza nel non accettare come naturale ciò che invece è determinato dalle dinamiche della Storia per come esse impongono coercitivamente se stesse.

Tönle infatti vive e si muove, anche in senso fisico, dentro un’idea del mondo e di sé che – fatto salvo il rispetto e l’accettazione di quei cicli di cui si diceva – assume la libertà come condizione fondante del vivere. Ma questa libertà è per Tönle una condizione interiore, una condizione dello spirito che non nega i legami e gli affetti, il valore delle esperienze e delle acquisizioni, l’attenzione alle cose e agli altri, la fedeltà alle origini, l’attaccamento ai luoghi che di quelle origini sono espressione.

Egli saprà quindi essere al tempo stesso nomade e stanziale, capace cioè di muoversi in un mondo policentrico in termini di luoghi e di esperienze ma, al tempo stesso, sempre spinto a ritornare a quel luogo e a quel mondo al quale, pur allontanandosene, resta indissolubilmente legato. Ed è proprio in quel luogo dove Tönle è nato, è cresciuto e vive che prende le mosse “Storia di Tönle”, quell’ Altipiano dei Sette Comuni o di Asiago che, dal 1866, cioè da dopo la “terza guerra di indipendenza” e l’annessione del Veneto all’ Italia, non è più parte dell’ Impero asburgico. Laddove Tönle di quell’Impero era stato suddito e, per il quale, aveva fatto pure il soldato “nelle terre di Boemia”. Ma adesso c’è un confine che divide l’ Altipiano dall’Impero e per chi su quell’Altipiano vive quel confine è divenuto un mezzo per vivere portando da lassù alla sottostante Valsugana – in quel Trentino ancora asburgico – e viceversa, merci di contrabbando povere ma essenziali sia di qua che di là.

Ma quei traffici più che sul versante asburgico sono controllati su quello italiano, dalle “regie guardie di finanza” che, se non gli si paga di nascosto un pedaggio allora bisogna stare attenti ad evitarle. Ma Tönle un giorno mentre sta per rientrare con il suo carico viene intercettato e per liberarsi da quella guardia che l’aveva afferrato e trattenuto la ferisce. La reazione delle autorità per quel suo gesto sarà durissima e, per sfuggire alla cattura, Tönle dovrà fuggire molto lontano da lì, lasciando moglie, figli e genitori. Da quel giorno Tönle andrà oltreconfine nei più diversi luoghi di quell’Impero per lui adesso divenuto un rifugio, facendovi i più svariati mestieri. Farà il venditore ambulante di stampe in Tirolo e in Baviera, l’addetto all’allevamento dei cavalli in Ungheria, il giardiniere a Praga.

Tönle quindi non solo fugge ma si procura di che vivere per sé e per la famiglia ma, soprattutto, si apre ad una varietà e pluralità di esperienze nel segno di quella libertà di cui si diceva. Una libertà che rimanda ad un universo il cui centro si trova dappertutto e i cui confini non si scorgono da nessuna parte: “…per lui e per quelli come lui e non erano poi tanto pochi come potrebbe sembrare ma la maggioranza degli uomini, i confini non erano mai esistiti se non come guardie da pagare o gendarmi da evitare. Insomma se l’aria era libera e l’acqua era libera doveva essere libera anche la terra”.

Lungi dall’essere un ingenuo Tönle sviluppa una sua ricchezza all’interno di un procedere che si potrebbe definire dell’ “imparare vivendo”: “…anche se non era andato a scuola, aveva imparato a leggere e a far di conto quanto bastava, si faceva capire in tre o quattro lingue e poi aveva sempre avuto la passione per la storia, almeno per quella dei paesi dove ogni anno lo portavano le necessità della vita, e nelle sere a veglia in Ungheria o in Austria o in Boemia, o in Baviera o in Slesia o in Galizia, ascoltando aveva imparato tante cose”.

In questo senso Tönle si rivela un tipico esempio di quel mondo asburgico e mitteleuropeo, multilingue e multiculturale, in continua osmosi al suo interno, senza che le singole identità linguistiche e culturali venissero inibite o ristrette, anzi lasciando che ciascuna fosse libera di mantenere quella sua identità, condizione necessaria alla sopravvivenza stessa dell’ Impero. Da questo punto di vista “Storia di Tönle” è quindi anche un racconto di impronta mitteleuropea non solo perché ambientato quando ancora esisteva l’ Impero e di quelle atmosfere e di quel mondo si sentono gli echi, ma proprio perché parla di un mondo che non c’è più, di un passato che può essere solo ricordo, rievocazione, ricostruzione.

E anche Tönle è portatore di una identità forte e precisa fatta di una cultura e di una lingua antica e remota quella cimbra che lì sull’Altipiano accomuna da secoli quelle genti. Una lingua e una cultura mal vista e incompresa invece dalle nuove autorità italiane. Ma quella lingua e quella cultura sono per Tönle parte di quel legame che lo radica e lo richiama e coincidono con un universo di senso che lì e solo lì, sull’ Altipiano, ha per Tönle riscontro. E così come fosse un uccello migratore all’inizio dell’inverno egli farà sempre ritorno sull’Altipiano, nascondendosi, perché resta pur sempre un ricercato, ma non per questo rinunciando a quel suo ritorno.

Come quando lascerà quel lavoro di giardiniere che aveva trovato a Praga e che avrebbe potuto svolgere senza problemi “in pianta stabile”: “Fu così che questo nostro compaesano e suo lontano parente gli procurò un buon lavoro come giardiniere nel castello Hradcany, nella Mala Strana. Avrebbe potuto starsene lì a tempo pieno e in pianta stabile, si direbbe oggi, ma quando sui giardini e sui tetti di Praga scese la prima neve sentì impellente il bisogno di ritornare a casa. Non per niente nel nostro antico linguaggio bintarn equivale a “invernatore”. E una grande nostalgia lo colse; la nostalgia di quel magro ciliegio selvatico sopra il tetto… come c’erano delle forze che lo spingevano ad andare in primavera così c’erano quelle che lo facevano ritornare alla fine dell’autunno: forze superiori a ogni volontà come l’avvicendarsi delle stagioni, le migrazioni degli uccelli, il sorgere e il calare del sole, le fasi della luna….Tönle riprese la strada del ritorno, e poiché era in ritardo e aveva un buon gruzzolo, per accelerare il viaggio, invece di avviarsi a piedi, questa volta prese la ferrovia che in soli tre giorni da Praga lo sbarcò a Trento. Con il plenilunio di dicembre e per i passi dei contrabbandieri…varcò il confine, camminò quattro ore e rivide il ciliegio sul tetto”.

Quel ciliegio selvatico, che appare sin dall’incipit, scandisce narrativamente, con la sua presenza, la storia di Tönle Bintarn, fungendo da “finestra” della sua relazione con la sua terra, simbolo e riferimento del suo Heimat. Quel ciliegio che egli cerca con lo sguardo prima ancora di vedere e abbracciare i suoi familiari, quasi per rassicurarsi che il suo Heimat è sempre lì, su quell’Altipiano che è luogo fisico ma che è soprattutto per Tönle Bintarn il luogo della sua anima. Un Heimat che attraverso le denominazioni di cose e luoghi nell’antica lingua cimbra che si susseguono lungo tutto il romanzo identifica uno spazio che è non solo geografico e linguistico e, come tale, culturale, ma anche evocativo e leggendario e quindi letterario.

E così, per anni, la vita di Tönle sarà scandita da quell’andirivieni che lo portava “…verso Natale a ritornare a casa…e quando varcava la porta della casa trovava un figlio o una figlia nuovi.” In questo rinnovarsi dei cicli vitali, sia all’interno che all’esterno della vita di Tönle, si coglie una concezione della vita e del mondo che non è quella di lottare contro la vita e il mondo, anche quando tutto indurrebbe a farlo, ma di restare fedeli ad una condizione interiore che fa vedere e fa andare oltre ciò che, in quel momento, può sembrare insormontabile o insopportabile. Una condizione che difende e protegge e che salva dallo spaesamento. In Tönle non vi è mai, infatti, pur di fronte ad avvenimenti più grandi di lui, che potrebbero far insorgere lo smarrimento o la disperazione, alcun smarrimento né alcuna disperazione.

Ed egli trova e troverà sempre il modo di partecipare agli eventi del mondo senza escludersi da essi anche quando, di fatto, all’esclusione è costretto, come quando in paese si festeggia l’arrivo del nuovo secolo, il XX, e Tönle a quei festeggiamenti non può partecipare, costretto com’è a quella sua latitanza in montagna: “Perché avrebbe dovuto farsi arrestare proprio in quella notte di gran baldoria? E perché solo lui non doveva partecipare alla festa di cui tanto si era parlato…allora accese il suo fuoco solitario e bevette un sorso di grappa…che aveva portato con sé. Laggiù in paese più di uno vide il suo fuoco”. Ma, quattro anni dopo, quella latitanza avrà finalmente termine: “Fu nel 1904 che, finalmente, anche il nostro Bintarn poté farsi vedere… senza il timore di venire arrestato…In quell’anno nella casa regnante nacque il principe ereditario…” il futuro Umberto di Savoia “…e, per l’occasione venne concessa l’amnistia e l’indulto.”

Da quel momento ha inizio per Tönle una fase nuova della sua vita. Non essendo più costretto ad allontanarsi e poi, “A dire il vero, ormai, non aveva più l’età di andare per il mondo a lavorare”, Tönle si ricongiungerà pienamente con il luogo e i luoghi dell’ Altipiano, mantenendo, anche in questa sua nuova vita stanziale, un che di nomade, muovendosi infatti in lungo e in largo per l’Altipiano in una sorta di costante e continua comunione con quei luoghi. Portandovi quotidianamente al pascolo, lungo quei sentieri di montagna che lui così ben conosceva, “le sue 40 pecore”, quel gregge messo insieme negli anni con i suoi risparmi.

Finché “Il 28 giugno 1914 vi furono le pistolettate di Sarajevo, ma la notizia a Tönle la portò un carbonaio più di un mese dopo il fatto”, incontrandolo per caso, in montagna, con le sue pecore. E quando l’estate di quell’anno egli cominciò a vedere i primi movimenti di truppe intente a far manovre in montagna capì che la guerra era vicina. E sebbene sapesse che “lui in guerra non l’avrebbero chiamato”, tuttavia sapeva anche che i suoi figli, loro si che li avrebbero chiamati. “Ma Tönle Bintarn pascolava le sue pecore fuori da tutto ciò; sovente, nella sua solitudine, gli veniva da pensare a quanto gli aveva raccontato il carbonaio e a quanto gli aveva insegnato la vita; e forse riusciva a vedere le cose e i fatti che stavano accadendo in un vasto panorama storico – la solitudine, la montagna? – che ai più forse sfuggiva perché immersi dentro”

Ma il terribile impatto della Grande Guerra ricadrà anche su Tönle e il suo mondo. Sebbene egli si sentirà estraneo a quell’immane conflitto e non ne comprenderà i motivi e le ragioni, fedele a quella sua radicata e radicale saggezza che lo portava a distinguere le cose importanti della vita, tuttavia la guerra si rivelerà presto anche per lui una sciagura a cui nessuno può sfuggire. Tönle osserverà la guerra nel suo farsi e nel suo svolgersi, essendovi proprio lì, su quell’Altipiano, uno dei suoi più terribili teatri, ed essa gli apparirà chiaramente per quello che è: una sequela di orrori. L’illusione di restare discosto da quella corrente di rovina e distruzione si vanificherà rapidamente e anche per lui irromperà la visione di quella violenza che si impone sulle cose, sulla natura e sugli uomini.

Tuttavia Tönle si rivelerà, ancora una volta, portatore di un’altra storia, la storia di coloro i quali hanno vissuto e pensato contro la corrente di quella Storia che travolge tutto. Egli infatti si muoverà dentro le viscere di quella guerra – quella guerra “che già chiamavano mondiale come se ciò fosse un progresso” – senza connivenze o concessioni nei confronti di nessuno di coloro che quella guerra la stavano facendo. Attraversando quel grande evento di sangue ed accollandosene la vista dei suoi furori. Quasi che l’essere stato risparmiato dal parteciparvi attivamente dovesse essere pagato con il prezzo di doverlo osservare e toccare da vicino.

Sarà un Tönle desolato e avvilito: “sentiva tristezza e anche rabbia”, quello che, da quel momento, si muoverà su quell’Altipiano la cui bellezza, da sola, non basta più ad alleviare la pena. “Tönle Bintarn, con la pipa sempre tra i denti diventava ogni giorno più silenzioso e cupo…e gli capitò, quella sera, di pensare anche lui alla morte, ma non con angoscia e paura bensì come a un riposo, un restare in sosta per sempre in un paesaggio come questo, da guardare.”

Quello che intorno a Tönle Bintarn accadrà e di cui sarà testimone è il progressivo e inesorabile venir meno di un tessuto di vita che viene man mano disfatto e distrutto. Popolazioni costrette a lasciare le proprie case abbandonandole; coltivazioni e animali lasciati a se stessi; pascoli non più praticabili; abitudini, riti e tradizioni interrotte; luoghi devastati e con essi, incombente, il senso di una fine e di uno scomparire di tutto: “Nel pomeriggio Tönle uscì in una radura e vide laggiù che anche il campanile bruciava. Forse una bomba incendiaria aveva colpito la cella campanaria…allora con rabbia e accoramento gridò: – Alle inzòart! – Tutto è finito. E si mise a battere con il bastone contro un cespuglio”

Ma Tönle nonostante abbia compreso che il mondo intorno a lui, quel mondo che gli apparteneva e a cui egli apparteneva, stava per scomparire, vuole restare e resistere: “E non voleva nemmeno abbandonare il suo luogo e andarsene con le pecore e il cane verso la pianura dove già parenti e compaesani erano scesi da giorni; si sentiva come il custode dei beni che tutti avevano lasciato e la sua presenza era come un segno, un simbolo, di vita pacifica contro la violenza della guerra.”

E, nell’essere consapevole di essere rimasto una sorta di ultimo baluardo, i suoi pensieri ritornano al suo passato, a sancire la definitiva eclissi, ma anche il rimpianto, della vita e dell’esistenza precedenti: “Nel pomeriggio, rannicchiato in qualche anfratto come un animale selvatico, a volte gli capitava di pensare alla moglie morta, all’amico avvocato, o a quando era a lavorare da giardiniere nel castello di Praga. Stranamente non gli capitava di pensare ai tre figli emigrati in America, ai due in guerra negli alpini, ai nipoti, alle figlie, alle nuore che erano fuggite in pianura il secondo giorno del bombardamento.”

Laddove quell’eclissi sarà anche l’eclissi di quell’antica lingua cimbra che, le persone con cui Tönle era abituato a parlarla: la moglie, l’amico avvocato, morendo, avevano finito per lasciare Tönle nell’impossibilità di parlarla, segnando simbolicamente ciò anche la fine di quella lingua.

Tönle, si acquatta e cerca rifugio nel bosco, per “non vedere e non sentire” ma quel legame “fisico” con la sua casa è più forte e nonostante tutto vi ritorna, a dispetto di quello che gli può accadere: “Tönle stava tutto il giorno dentro il bosco con le pecore e il cane e quand’era sera e sul tetto non distingueva più il ciliegio, allora, usciva dal margine del bosco cauto come la volpe ed entrava in casa per riposare un paio d’ore e mangiare qualcosa”

E, proprio in una di queste circostanze, mentre è lì in casa, Tönle sarà catturato dagli austriaci che, presolo per una spia, lo trasferiscono e lo internano in un campo di prigionia nei pressi di Linz: “Furono questi i giorni più tristi della sua vita; alla collera del suo arresto gli subentrò nell’animo una cupa oppressione si da renderlo tetro e inviso agli altri civili, abitanti della Valsugana e roveretani, là rinchiusi”

Insofferente a quella prigionia e desideroso di ritornare a casa, riesce a scappare e, in un paio di settimane, percorre a piedi un centinaio di chilometri. Senonché mentre si trova ancora in territorio austriaco“…in un’osteria, un gendarme di passaggio troppo zelante, vedendolo così trasandato e pensandolo bisognoso di assistenza, gli chiese una carta di riconoscimento”. Verrà fermato, identificato e rispedito al campo. E’ il Natale del 1916 e lì in quel campo vi passerà ancora un anno. Finché il suo nome viene messo in una lista di prigionieri da rimpatriare in cambio di prigionieri austriaci e nel dicembre del ’17 fa rientro in Italia.

Arrivato alla Stazione Centrale di Milano, ignorando che una sua figlia era lì ad aspettarlo e non visto da nessuno, sale su un treno militare diretto a Vicenza. Sceso a Cittadella, rocambolescamente e testardamente, camminerà fino a risalire sull’Altipiano per raggiungere il suo paese ma, incrociate le trincee italiane, da lì vedrà che il suo paese è completamente distrutto. Prenderà ancora per i boschi continuando il suo cammino. Ma ormai, oltre che essere vecchio e stanco, non ha più un luogo e un mondo a cui ritornare, si siede quindi ai piedi di un albero: “Si sedette sotto un ulivo, ricaricò l’orologio senza sapere che le ore trascorse di quel giorno erano quelle di Natale; accese la pipa, si appoggiò al tronco dicendo a voce alta: – Sembra una sera di primavera, – e si ricordò quella di tanti anni prima quando dal margine del bosco aspettava che l’ombra della notte facesse svanire il ciliegio sul tetto per rientrare in casa”

E lì, il mattino dopo, sotto quell’albero, Tönle Bintarn verrà ritrovato morto da un soldato di passaggio.

In un suo intervento, tenuto nel 1989, Mario Rigoni Stern, parlando di “Storia di Tönle” aveva pronunciato queste parole: “…nella “Storia di Tönle” la natura e l’ambiente sono in armonia con gli uomini, e ancora una volta sarà la guerra, la pazza violenza, a sconvolgere il tutto. Tönle è un uomo pacifico, un uomo “naturale” e con la sua storia a cavallo dell’Ottocento cerco di ricostruire un mondo perduto forse per sempre.” (6)

 

Note

(1) G. Mendicino – “Mario Rigoni Stern: vita guerre libri” – Priuli & Verlucca – 2016 – p.239

(2) W. Benjamin – “Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov” in W. Benjamin – “Angelus Novus – Saggi e frammenti” – Einaudi – 2013 – p.251

(3) (a cura di) P. Teobaldi – “Il gusto dei contemporanei”. Quaderno numero otto. Mario Rigoni Stern – Nobili – 1999 – p.12

(4) M. Rigoni Stern – “Storia di Tönle” – Einaudi, Coll. “Letture per la scuola media” – 1980 – p. VI

(5)W. Benjamin (cit.) p. 248

6) M. Rigoni Stern – “La natura nei miei libri” in (a cura di) A.M. Cavallari – A. Scapin – “Mario Rigoni Stern. Un uomo tante storie nessun confine” – Priuli & Verlucca – 2018 – p.23

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