“L’arcobaleno della gravità” – Thomas Pynchon

FIRST Step

La prima domanda a cui bisogna rispondere è: ne vale o non ne vale la pena? Ebbene per me la risposta è si, ne vale la pena. Perché se è vero che leggere Pynchon (P.), questo P. de “L’arcobaleno della gravità” (“L’a.d.g.”) è un’impresa, a suo modo titanica (968 pagine, oltre 400 personaggi, decine e decine di “storie” che si intersecano, si mischiano, si sovrappongono; citazioni di luoghi, personaggi, fatti i più svariati e innumerevoli: l’apoteosi dell’enciclopedismo), tuttavia qui siamo di fronte a un libro che, non a caso, è stato messo a fianco, per la sua levatura, all’Ulisse e a Moby Dick.

Ma, sia chiaro, non ritengo che leggerlo sia un dovere intellettuale, che “bisogna” farlo e quindi in ragione di ciò se ne giustifica la lettura bensì, indipendentemente da qualsiasi motivazione intellettuale, ritengo che la lettura de “L’a.d.g.” sia motivata dal fatto che leggerlo costituisca una delle esperienze letterarie più inverosimili, spiazzanti, dissacranti, deliranti, innovative, fantastiche, sconcertanti, demenziali, eterogenee, imponenti che si possano fare.

Ma, prima di tutto questo, ancor più di tutto questo, “L’a.d.g.” è uno dei romanzi ( ma è poi un romanzo? Mah?) più mostruosamente divertenti che possa capitare di leggere. Perché l’effetto che il surrealismo, l’iperrealismo, il postmodernismo, lo sperimentalismo, lo psichedelismo, persino l’autoreferenzialismo producono nella scrittura di P. è, prima di tutto, quello di far ridere. Perché ogni cosa su cui P. mette le mani si muta e questa mutazione produce un tale sovvertimento delle nostre percezioni che determina come prima reazione la risata, intesa come riflesso condizionato automatico e involontario (ci sarà un motivo perché decine di pagine sono occupate da Pavlov, dalle sue teorie sul riflesso condizionato, sugli epigoni di Pavlov e sui cani che sbavano?). Solo dopo e non sempre si riesce a capire perché si è riso e spesso ci si chiede: ma chissà che cosa voleva dire?
Questione questa dei significati sottesi e delle plurisimbolizzazioni assolutamente immane se la si vuole affrontare sistematicamente e analiticamente, assolutamente accantonabile laddove si decida di non inoltrarvisi e si legga quello che si legge così com’è, per quello che è o comunque per come ciascuno vuole o decida che sia.

Ma il divertimento, formalmente demenziale, che esala dalle pagine de “L’a.d.g.”, in realtà è acutissimo e imprevedibile ed è un medium (ci sarà un motivo perché decine pagine sono dedicate alle sedute spiritiche e a una serie di personaggi che sono sensitivi e medium?) che P. usa per affrontare, in modo intransigente e al tempo stesso perverso, orrori, mostruosità, allucinazioni, deviazioni presenti ne: la storia, il potere, la scienza, i militari, la guerra, l’uomo, la donna, il conoscibile, l’inconoscibile, la fisica, la metafisica, il sesso, i vecchi, le caramelle, etc., etc.,…

Perché se volete avere uno dei concentrati più seri e originali sulla nostra contemporaneità e su come essa si è generata, qui ci sono spunti e riflessioni innumerevoli. Anzi, da questo punto di vista “L’a.d.g.” è un testo fortemente politico, denunciatario, antisistema, americanamente antiamericano, in ultima istanza nihilista.

SECOND Step

Di che cosa e come si parla ne “L’a.d.g.”: così, giusto per farsi un’idea.

“I LIMERICK DEL RAZZO 

C’era una V-2, non aveva cocchieri,
Per pilotarla non servivano avieri –
Si pigiava un bottone,
E dopo l’esplosione,
Lasciava solo morti, macerie e crateri.

[Refrain] Ja, ja, ja, ja!
In Prussia non si mangia la fica!
Di tope laggiù non ce ne sono mica,
Sporcizia però ce n’è a più non posso,
Facciamoci un altro valzer, Rosso!

C’era il capitano Crockett, un ragazzo
Che aveva una relazione con un razzo.
A stare a osservarli,
C’era da ammirarli,
Ma se non ci hai provato, non rompere il cazzo!

C’era Hector, innamorato dell’erettore
D’un lanciarazzi, ma è stato un errore.
Un tonfo, un’esplosione,
Va su e giù la pressione,

e si sfascia la pompa del connettore

C’era Morehead, un patito dell’ogiva,
Se la faceva con una testata esplosiva,
La moglie ha fatto fagotto
In quattro e quattr’otto…
Era sempre stata una bisbetica impulsiva

C’era Urbano, un tecnico d’officina,
Che aveva una relazione con una turbina.
<<E’ meglio rispetto
A una donna a letto.
Costa meno del bourbon e non ti rovina!>>”

THIRD Step

“Nel lussureggiante, vertiginoso, massimalista mondo di Thomas Pynchon ci sono giungle inestricabili e ardue da attraversare e ci sono….improvvise aperture ariose e leggere. Naturalmente Pynchon è Pynchon….Nessun altro al mondo danza, canta, suona le parole e il ritmo del linguaggio con la stessa inconfrontabile maestria, mescolando raffinatezza stilistica ed energia pop, divertimento sfrontato e tenerissimo lirismo. Dimenticatevi tutte le mappe conosciute: state per avventurarvi in un pianeta a parte, imparagonabile, irresistibile.”
(Da: “Pynchon e la scrittura danzata” di Franco Bolelli – nella rubrica “Frontiere” del “TuttoMilano” di Repubblica del 16 Settembre 2010)

FOURTH Step

“Thomas Pynchon nato nel 1937, ha cominciato a scrivere racconti alla fine degli anni Cinquanta mentre studiava alla Cornell University sotto la guida di Vladimir Nabokov. La sua consacrazione è avvenuta col terzo romanzo “L’arcobaleno della gravità” (“Gravity’s Rainbow”), un libro apocalittico considerato da alcuni il più importante testo letterario dopo “Ulisse” di James Joyce; ma l’opera di Joyce è divisa in capitoli coerenti mentre quelli de “L’arcobaleno della gravità” non funzionano come demarcazioni strutturali: il lettore non ha l’aiuto di interruzioni e nuovi inizi.

La narrazione scorre oniricamente, come prodotta da una droga. Pynchon stesso offre un’immagine del libro: lo comincia con un’eco de “La terra desolata” (“The Waste Land”) di Thomas Stearns Eliot descrivendo i personaggi in un inferno dantesco nel loro procedere verso il lavoro sul London Bridge, come se la visione stessa del romanzo fosse una visione della noiosa angoscia della modernità. Ma questo romanzo non concede compromessi nella sua indeterminazione.

Tuffandosi dietro a un armonium che è caduto un un gabinetto, il protagonista, Tyrone Slothorp, entra in una realtà alternativa come quella delle “Avventure di Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll. La storia si svolge tra l’Inghilterra e la Germania di fine Seconda guerra mondiale. Il protagonista ha una strana capacità: ogni volta che va a letto con una ragazza, un missile tedesco cade nei pressi dei luoghi in cui è avvenuto il rapporto, come se l’effetto, l’eccitazione sessuale, fosse scoperto prima della causa, il lancio del missile.

Il romanzo prosegue in una serie di avventure paradossali che portano continui capovolgimenti: la tecnologia militare non è nata per rispondere alle esigenze della guerra, ma è la guerra a essere nata per rispondere alle esigenze della tecnologia. Così “la politica è solo teatro” dice Pynchon in una frase famosa. All’interno del testo i simboli sono molti ma, con le erezioni e gli orgasmi del protagonista corrispondenti alle esplosioni dei razzi, il razzo A4 è il centro del simbolismo di tutto il libro. Il titolo stesso “L’arcobaleno della gravità” è simbolico: la gravità è quello che tiene il mondo insieme ed è “qualcosa di misterioso, messianico, extrasensoriale…che ha abbracciato nel suo sacro centro i morti”. L’arcobaleno del titolo è la rappresentazione della necessità di scendere.

Tra gli scrittori che hanno influenzato Thomas Pynchon ricordo William Burroughs, riconosciuto ormai come uno dei pilastri della metanarrativa con i misteriosi, potentissimi, gruppi di potere inaccessibili all’uomo presenti nei suoi romanzi. Come ogni buon libro che si rispetti, anche “L’arcobaleno della gravità” è stato considerato “osceno e illeggibile”…Ma i complotti extraterrestri, lo humour nero e la denuncia apocalittica della decadenza del mondo hanno reso “L’arcobaleno della gravità” un libro adorato da generazioni di lettori” (Fernanda Pivano – ““L’arcobaleno delle gravità” – Thomas Pynchon” in F. Pivano – “Libero chi legge – I 100 libri della mia biblioteca ideale” – Mondadori – 2011 – p.305,306)

FIFTH Step

“Il linguaggio è quindi un mezzo per capovolgerla la realtà. I toni che la Jelinek usa sono quelli dell’ironia pungente virata sul sarcastico/beffardo, impietosamente irriverente e irriguardosa. Tutto questo conferisce a “La pianista” un’intima vena comica. Ma il comico della Jelinek non è solo un mezzo per decretare e veicolare la sua denuncia morale verso ciò di cui parla. Nel comico della Jelinek c’è l’orrore del comico, cioè quel comico che privato di qualsiasi sua leggerezza rivela ancor più vistosamente e brutalmente il tragico che c’è dietro il comico. Esso non è lì per edulcorare il tragico è lì per distruggerlo sul nascere, cioè per toglierli qualsiasi sua possibile grandezza e salvezza e restituircelo per intero nella sua impietosa crudezza. Noi assistiamo ai drammi e agli psicodrammi di Erica Kohut, di sua madre, di Walter Klemmer, eppure ci viene da ridere. Insomma il confine tra commedia e tragedia è sottilissimo però con un ben preciso ordine di apparizione nel senso che noi abbiamo l’impressione di stare vedendo una commedia se pure dell’orrore, in realtà stiamo assistendo ad una tragedia.

Ora tutto quanto sin qui detto sull’ impianto stilistico della Jelinek derivante dal linguaggio, dai suoi toni e dalle sue modalità di utilizzo rivela, in ultima istanza, la presenza nella sua prosa di un effetto caricaturale che investe sia l’aspetto linguistico che quello tematico, rispecchiando tutto questo elementi molto simili a quelli presenti nella letteratura postmoderna americana. Senonché, riflettendo su questo, mi sono ricordato che Reitani, nella postfazione, accenna al fatto che la Jelinek nei primi anni ’80, subito prima di scrivere “La pianista”, “…si era dedicata alla traduzione di autori come Thomas Pynchon”.

Ora in Pynchon, autore americano postmoderno per eccellenza, non solo sono presenti, in proporzioni assai maggiori e volutamente esasperate, molte delle caratteristiche dello stile narrativo dette per la Jelinek (si pensi soltanto all’analogia per quanto riguarda il flusso incessante della narrazione così come accade ne “L’arcobaleno della gravità”, la sua opera sicuramente più paradigmatica); non solo vi è, nello scrittore americano, una narrazione metanarrativa che anzi, nel suo caso diventa ipermetanarrativa, ma, soprattutto, è presente il nesso commedia/tragedia nella stessa sequenza in cui si presenta nella Jelinek e, infine, vi è una sistematica trasposizione caricaturale della realtà. Pur senza voler fare facili e semplicistiche deduzioni è però legittimo pensare all’ influenza sulla Jelinek di un autore come Pynchon, avendo la Jelinek lavorato su quel genere di letteratura in quegli anni e le connessioni riscontrate lo suggerirebbero.”(dalla mia recensione a “La pianista” di Elfriede Jelinek)

11 thoughts on ““L’arcobaleno della gravità” – Thomas Pynchon

  1. Elena Grammann 26 novembre 2017 / 10:17

    Cavoli! Ci siamo incrociati (tu però mi batti: ti sei digerito 350 pagine in più!) Ti rileggo con calma e ti scrivo. Buona domenica!

    Liked by 1 persona

    • ilcollezionistadiletture 26 novembre 2017 / 10:49

      Non proprio. La mia lettura è avvenuta diverso tempo fa e le cose scritte le avevo nel cassetto. Diciamo però che avevo già in mente di pubblicarle e la tua “uscita” me ne ha dato un ulteriore spunto.
      Buona domenica!

      Liked by 1 persona

  2. giacinta 26 novembre 2017 / 13:34

    Qualche anno fa ho letto interamente Ulysses. Devo dire che sono andata avanti con grande fatica e in alcuni momenti avrei avuto voglia di arrendermi ma, a opera conclusa, ho sentito di aver vissuto un’autentica esperienza che mi ha garantito tutte le reazioni, le sensazioni, le riflessioni possibili. Da quello che ho letto da Elena e da te sembra che Pynchon consenta un periplo emotivo e intellettuale sicuramente diverso ma sostanzialmente non dissimile da quello fatto seguendo Leopold Bloom…

    p.s.
    belli i limerick!

    Liked by 1 persona

    • ilcollezionistadiletture 27 novembre 2017 / 10:32

      Ciao Giacinta. Prima di tutto non posso non esprimerti tutta la mia ammirazione per essere riuscita a leggere (e a finire) l’ Ulysses. Esperienza che io non ho fatto, né intrapreso e che non so proprio se riuscirò mai a fare e non perché non mi attirerebbe. Perciò fare un paragone fra Pynchon e Joyce mi è difficile. Di sicuro, come ho cercato di fare emergere in queste mie note relative a “L’a.d.g.”, la vena comica e lo humour nero di Pynchon, che sono molto forti e ricorrenti – pur nel continuo disorientamento che Pynchon crea – aiutano l’avanzamento e l’alleggerimento della lettura. Lasciando chi legge a bocca aperta e di stucco per le trovate assolutamente esilaranti oltre che assurdamente geniali che Pynchon immette nello straripante profluvio di mondi narrativi che genera e sviluppa. In realtà siamo di fronte a una pluralità di romanzi o, se si vuole, di tracce romanzesche incorporate in un impianto che si dilata a dismisura dove le singole parti sono tra loro interconnesse e, al tempo stesso sconnesse, vivendo di vita propria. Al di là dei significati e delle chiavi di lettura, che pure ci sono ed anche complesse ed elaborate, leggere Pynchon è prima di tutto un’esperienza percettiva e sensoriale, profondamente emozionale, molte volte anche disturbante ma, molte volte, esaltante.
      Un carissimo saluto e grazie per la visita e l’attenzione.
      Raffaele
      P.S. Di limerick ce n’è più di uno

      Liked by 1 persona

      • giacinta 27 novembre 2017 / 16:41

        la lettura dell’Ulisse richiede tempo, pazienza ma è un’esperienza totalizzante che offre moltissimo: sorpresa, riso, nervi, nozioni, stordimento, piacevole, arrendevole consegna a ritmi a volte frenetici, altri lenti tanto da farti sembrare immobile l’azione descritta nella pagina. Penso sia stata concepita da Joyce come un’opera universale in cui far confluire ogni stato emotivo, ogni tipo di percezione e punto di vista, ogni ambiente, ogni dimensione esistenziale. E’ totalizzante anche dal punto di vista letterario. Joyce sperimenta una quantità inusitata di stili, persino quello da “catechismo”!! Addirittura in un episodio fa la storia della letteratura inglese, attraverso l’adozione dei diversi stili di scrittura attraverso il tempo. E’ uno dei libri più “densi” che io abbia mai letto. Dal punto di vista ideologico, passa al vaglio la tradizione politica, religiosa, culturale per metterne in evidenza gli aspetti grotteschi e poi apprezzabile e coraggiosa l’adozione del monologo interiore e del flusso di coscienza, strumenti utili a rappresentare il pensiero così come nasce, prima di essere tagliato, decurtato, ridotto a misura di un codice formale o morale.
        Una curiosità: Virginia Woolf apprezzò solo i primi capitoli dell’Ulisse, poi prevalse l’irritazione e la noia e l’impressione di trovarsi di fronte a un disgustoso studente universitario che si schiaccia i brufoli…

        🙂

        Liked by 2 people

      • ilcollezionistadiletture 28 novembre 2017 / 15:11

        Dopo una descrizione così accattivante come quella che mi hai fatto dell’Ulysses mi sa che devo almeno cominciare seriamente a pensare di leggerlo. Grazie davvero e farò tesoro di queste tue considerazioni.
        Beh la Woolf poi il flusso di coscienza l’ha utilizzato pure lei, almeno un debito di riconoscenza glielo avrebbe dovuto tributare.
        Ciao e grazie ancora.
        Raffaele

        Liked by 1 persona

  3. Elena Grammann 26 novembre 2017 / 16:34

    Niente, bisognerà che lo legga (e che ti ringrazi per la spinta). Da quello che dici mi sembra che la disomogeneità di tono che constatavo in V. (da un lato un tono che trasforma tutto, o quasi tutto, in una gag, dall’altro un’atmosfera gravida di sciagura e perversione) sia risolta in questo che è considerato il suo capolavoro.
    Solo qualche osservazione sparsa:
    “l’apoteosi dell’enciclopedismo”: già in V. mi stupivo che Pynchon, i cui personaggi più simpatetici sono tutto fuorché degli intellettuali, dovesse per forza essere uno che passava la vita in biblioteca (e aveva solo ventisei anni! Questi americani sono proprio dei fenomeni!)
    “ma chissà che cosa voleva dire?”: ecco, questo è il tipo di domanda che mi crea dei problemi.
    “la tecnologia militare non è nata per rispondere alle esigenze della guerra, ma è la guerra a essere nata per rispondere alle esigenze della tecnologia.”: mi ha fatto venire in mente una riflessione di Sebald a proposito dei bombardamenti inglesi sulle città tedesche (con conseguente distruzione quasi completa e massacro della popolazione civile, ma anche pesanti perdite di uomini e mezzi inglesi) verso la fine della guerra. Sebald si è occupato a lungo della questione, e la conclusione a cui è arrivato è che l’opportunità strategica fosse scarsamente rilevante, e che le città furono bombardate (in quelle proporzioni) semplicemente perché le bombe erano state prodotte e dovevano essere usate. Il che confermerebbe l’apparente paradosso di Pynchon.
    “Così “la politica è solo teatro” dice Pynchon in una frase famosa.”: non conoscevo questa frase, ma essa conferma l’impressione ricavata dalla lettura di V.: Tutti gli intrighi, i complotti, i giochi e controgiochi di alleanze, le analisi, i ragionamenti, le mosse, non hanno in fondo nessun legame realmente causale con gli eventi; i crampi dolorosi e sanguinosi della Storia sembrano piuttosto legati a una malignità ubiqua e impossibile da identificare e da afferrare: V.

    Liked by 1 persona

    • ilcollezionistadiletture 27 novembre 2017 / 13:54

      Ciao Elena.
      Si, la grandezza di Pynchon sta proprio nel camuffare gli orrori e le perversioni e quindi la tragedia dietro lo schermo della commedia, resa peraltro in modo distaccato e agghiacciante anche quando è giocata sui toni del non sense e del semiserio. E ciò ne “L’ a.d.g.” raggiunge punte altissime. Perché è tutto uno sfalsamento di livelli quello che c’è in Pynchon sia sul piano formale che su quello concettuale. La produzione di significati e dei relativi significanti è gigantesca. Per questo ti dico che se lo vuoi seguire su questo terreno ti avventuri in un’impresa improba e senza certezze di arrivarne a capo. Il “chissà che cosa voleva dire”, cioè la rinuncia a trovare i riscontri la devi mettere in conto. Tieni presente che esiste un commentario sistematico de “L.’a.d.g.” di 440 pagine. Si chiama: “A Gravity’s Rainbow Companion”, sottotitolo: fonti e contesti de “L’a.d.g.”, edito dalla University of Georgia Press, 2011, non tradotto da noi, il cui autore Steven Weisenburger prende il lettore per mano, pagina per pagina, spesso riga per riga, attraverso la vastità di riferimenti storici, dati scientifici, frammenti culturali, ricerche antropologiche, barzellette e giochi di parole attorno ai quali Pynchon ha tessuto la sua storia. Weisenburger annota completamente l’uso che Pynchon fa di lingue che vanno dal russo all’ebraico fino ad alcuni sottodialetti inglesi come il gergo degli anni Quaranta, il gergo della droga e il gergo militare, nonché la terminologia della magia nera, del rosacrocianesimo e della psicologia pavloviana. Il “Companion”rivela anche l’organizzazione sottostante di “Gravity’s Rainbow” e cioè la miriade di riferimenti che formano gli schemi e le strutture di significato.
      Detto questo lo si può leggere lo stesso benissimo senza disperarsi.
      Sul ribaltamento tra mezzo (la tecnolgia) e fine (la guerra) in Pynchon così come in Sebald sono d’accordo peraltro questo aspetto del ribaltamento Sebald lo affronta anche in “Austerlitz” qunado parla del gigantismo surreale di quei manufatti quali stazioni, fortificazioni, Palazzi di Giustizia, Biblioteche e del loro illusorio perfezionismo, il cui parossismo monumentalistico ha preso il sopravvento sull’ effettiva utilità e sullo scopo per cui quelle architetture erano state pensate e create. Insomma le forme che prendono il sopravvento sui contenuti (vedi anche il discorso sulla politica come teatro in Pynchon) che poi, in fondo, a pensarci bene, è il senso complessivo dell’opera di Pynchon e della sua visione della storia e del mondo, veicolata a sua volta con un canone stilistico tutto giocato proprio sulle forme dei linguaggi e degli stili narrativi.
      A presto per quanto riguarda V.
      Per il resto grazie e ciao
      Raffaele

      Liked by 1 persona

  4. viducoli 26 novembre 2017 / 20:11

    Ciao Raffaele.
    Pynchon a mio avviso è uno dei pochi autori veramente grandi del secondo dopoguerra, che come giustamente dici tu può riallacciarsi legittimamente ai grandi rivoluzionari della letteratura dell’800 e del primo ‘900. È a mio avviso uno dei pochi ancora in grado di fare Letteratura, in un’epoca in cui essa è praticamente morta: per questo, tra l’altro, anche lui non vincerà mai il Nobel (ma spero di essere smentito).
    Calvino scrisse: “La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là di ogni possibilità di realizzazione”: ecco perché la letteratura di Pynchon è una delle poche ancora viva.
    In Pynchon c’è tutto, c’è il caos formale che solo può permetterci di (non) comprendere il caos in cui viviamo, e come giustamente dici tu leggere il caos che Pynchon ti propone è tremendamente divertente. Mi ricordo bene, al riguardo, le risate che ho fatto al tempo della lettura di Mason&Dixon, e quelle, più amare, di V. L’AdG è ancora lì, ma quando lo leggerò lo accompagnerò con queste tue riflessioni.

    A presto
    V. (guarda il caso…)

    Liked by 1 persona

    • ilcollezionistadiletture 27 novembre 2017 / 11:41

      Ciao V.(ittorio)

      e grazie per le tue premurose parole. Si Pynchon è uno dei pochissimi grandi della letteratura contemporanea che è entrato e resterà nella storia della letteratura. E, come dici tu, il suo creare non senso, a cui peraltro è sotteso un incredibile apparato di significati e riferimenti storico-culturali-letterari, illumina e mette a nudo il non senso e il nulla che ci circondano. Per questo ho definito “L’a.d.g.” un testo in ultima istanza nihilista. Forse la grandezza di Pynchon sta proprio nell’aver colto e riprodotto l’essenza della nostra civiltà, nella consapevolezza che la sua essenza è il nulla e che tutta la nostra società è fondata sul nulla.
      Un carissimo saluto
      Raffaele
      P.S. Sapere che anche in “Mason & Dixon” si ride è una bella notizia visto che a mia volta ce l’ho “ancora lì” in attesa di leggerlo.

      Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...