“Un giorno di fuoco” – Beppe Fenoglio

I nuclei narrativi su cui si fonda e si sviluppa l’opera di Fenoglio hanno riscontri e legami profondi con i vissuti esperenziali ed esistenziali che Fenoglio stesso si trovò a condividere e di cui fu partecipe, senza per questo dare mai luogo ad un esplicito autobiografismo. Il più noto di tali vissuti resta sicuramente quello della lotta partigiana a cui Fenoglio aderì e prese parte e che trovò ne Il partigiano Johnny una sua trasposizione nella quale la presenza della Storia è molto forte rimanendo come “incollata” alla vicenda del partigiano Johnny il quale la attraverserà facendoci assistere costantemente ai “fatti” come mosso da una volontà, prima di tutto “morale”, di testimonianza e di documentazione, sebbene, sia chiaro, che la cronaca della guerra partigiana si fonde ne Il partigiano Johnny con tutta una serie di significati che vanno ben al di là di quelli storici.

Ma il percorso di Fenoglio all’interno della letteratura della Resistenza avrà un ulteriore e significativo sviluppo con il romanzo Una questione privata in cui si compie una piena e risolta saldatura della storia intesa come vicenda squisitamente narrativa e letteraria con la Storia intesa come insieme di accadimenti, all’ interno dei quali la vicenda narrativa è inserita e si staglia diventando la vera protagonista del romanzo. In altre parole realizzandosi con Una questione privata, in modo compiuto, l’entrata della storia (creata e narrata) nella Storia (della Resistenza). Da cui la famosa affermazione di Italo Calvino – riportata nella sua prefazione all’edizione del 1964 del suo romanzo “Il sentiero dei nidi di ragno” – che consacra Una questione privata come il romanzo che più di tutti meritava l’appellativo di “romanzo della Resistenza”: “…fu il più solitario di tutti a riuscire a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se lo aspettava, Beppe Fenoglio…Il libro che la nostra generazione voleva fare adesso c’è…”

Perché pur “nel fitto” della guerra civile, come ebbe a dire lo stesso Fenoglio, in cui essa è ambientata, la vicenda di Una questione privata è una vicenda tutta individuale, basata su un movente ed un intreccio romantico, insomma una storia d’amore. E, come ha scritto Gabriele Pedullà nell’introduzione dell’ edizione Einaudi di Una questione privata, la segreta bellezza di questo romanzo e la sua originalità è che in esso Fenoglio: “…giungeva ad illuminare le grandi passioni collettive di quella stagione meglio di qualsiasi grande affresco complessivo,… Fenoglio non era mai stato tanto fedele alla verità storica quanto nel momento in cui aveva deciso di sacrificare alla libertà del romanziere il culto dell’esperienza vissuta”.

Vi è quindi, alla luce di queste considerazioni in merito alla forma che la “letteratura partigiana” di Fenoglio assume in Una questione privata, l’enucleazione di due poli fondamentali tra loro interconnessi e cioè quelli dell’esperienza vissuta, da una parte, a sua volta trasposta e rielaborata in una veste squisitamente romanzesca e letteraria, dall’altra, che si emancipa dai “fatti” pur senza prescindere da essi. Ma l’ evidenziazione di tale nesso non è solo utile e funzionale per comprendere l’approdo che l’elaborazione dell’esperienza partigiana ebbe per Fenoglio in relazione alla sua identità di scrittore, emergendo quest’ultima in modo alto, rendendolo esclusivo e diverso da tutti gli altri, in una parola, inconfondibile. Ma lo è anche in quanto la si ritrova in modo analogo in relazione ad un altro dei nuclei narrativi di Fenoglio che è quello presente e che trova riscontro nei racconti di Un giorno di fuoco, pubblicati postumi per la prima volta da Garzanti nell’aprile del ’63, due mesi dopo la morte di Fenoglio avvenuta nel febbraio di quell’anno, in un’edizione che comprendeva 12 racconti più il testo di Una questione privata. Scelta questa non decisa da Fenoglio ma dell’editore e non corrispondente alle volontà dell’autore che aveva invece espresso l’intenzione di pubblicare a sé stante i primi sei racconti, contenuti in quell’edizione, con il titolo di Racconti del parentado, come poi effettivamente avvenuto nella successiva ed attuale edizione Einaudi che adottò entrambi i titoli e pubblicò solo i sei racconti indicati da Fenoglio.

Ora, Racconti del parentado, fa intuire in modo immediato a quale tipo di esperienza questi racconti rimandano. Perché un altro dei nuclei narrativi fondamentali presenti nell’opera di Fenoglio, che prendono le mosse dai suoi vissuti, è quello delle “origini” in cui convergono sia l’ambito familiare in senso allargato, il “parentado” appunto, sia i luoghi dell’infanzia, così come peraltro della vita adulta di Fenoglio cioè le Langhe, alle quali egli rimase sempre fedele e radicato, sia in termini di esistenza personale che di ambientazione dei suoi racconti e dei suoi romanzi.

Ne i racconti di Un giorno di fuoco si compie infatti una trasposizione, sotto l’egida della memoria e del ricordo di vicende che risalgono alla fanciullezza di Fenoglio, collegate al suo ambito familiare, rese in modo tale da farne, ognuna a suo modo, delle vicende epiche, quasi esse fossero parte di una più ampia “saga”, rappresentativa di quell’ universo umano ed esistenziale che in quelle Langhe, che Fenoglio ben conosceva, viveva. Così, prendendo le mosse da fatti attinenti storie di cui Fenoglio da ragazzino aveva sentito dire o che emergevano dai ricordi delle lunghe estati trascorse presso i parenti paterni, egli ce ne fa partecipi raccontandocele in tutta la loro assurda, folle e spesso tragica risonanza.

Nella loro rievocazione egli infatti non si preoccupa di ricostruirle cronachisticamente ma ne fa una “riscrittura” che mette a fuoco proprio l’assurdità, la follia e la tragicità che in quelle storie si alternano e convivono. Emancipando quindi i fatti dalla loro natura di “resoconto” e facendone “racconti” che vivono di vita propria e illuminano esistenze e significati che ci parlano di un mondo e del suo modo di stare al mondo. Sono vicende che si ingigantiscono su se stesse quelle che racconta Fenoglio, che prendono la mano e sfuggono di mano ai loro protagonisti i quali finiscono vittime di un destino che, se va bene, può essere beffardo, ma che, viceversa, può essere spietatamente crudele, accanendosi senza che vi sia né scampo né salvezza per chi di tale destino ne diviene fatalmente oggetto.

Siamo, in questo senso, dalle parti di un altro dei gangli narrativi fondamentali di Fenoglio quello che aveva trovato ne La malora la sua piena ed esplicita rappresentazione. Quel mondo di “vinti” che per quanto strenuamente si oppongano a quel loro destino e lo contrastino ad esso non sfuggono, vittime di quella “malora” appunto che, come una maledizione, su di loro incombe, fatta di quella violenza che pervade le esistenze e diviene “misura” del mondo. Ma se in quel romanzo, le vicende sono collocate e narrate in una dimensione atemporale, qui l’ancoraggio è ben presente, costituendosi questi racconti come i racconti delle Langhe dell’infanzia di Fenoglio. E anche in questi racconti, come ne La malora, i personaggi assumono aspetti e tonalità che dilagano dai confini e dai margini delle Langhe, riuscendo Fenoglio a trasformare quelle persone di cui ci parla in “personaggi” che diventano rappresentativi di un destino e di una condizione che li travalica, in cui entra in gioco una lotta oscura e tenace fra giustizia e ingiustizia, fra l’individuo e il mondo, fra la vita e la morte che rimanda alle radici stesse dell’uomo e della sua esistenza.

Pur nella comune crudezza e durezza dei contenuti qui, rispetto a La malora, vi sono tuttavia venature comico-amare, sprazzi dissacratori, tratteggi grotteschi, sollecitazione ironiche, passaggi intrisi di nero umorismo che stemperano l’alone tragico che avvolge le vicende e i personaggi, anche per effetto di quel vagolare favoloso del ricordo che Fenoglio infonde alla narrazione la quale beneficia, in questo senso, del filtro della reminescenza fanciullesca ancora intrisa di stupori. Così in diversi racconti i toni diventano quasi picareschi nel senso che vicende in sé tragiche vengono mirabilmente narrate da Fenoglio – con quella sua tipica prosa asciutta, secca, sferzante – in una chiave che diventa, di fatto, tragicomica, il che le rende solo apparentemente meno feroci di quello che esse in realtà sono. Nel contempo si odono fuoriuscire echi vari che rimandano da una parte a vicende da far-west e dall’altra ad atmosfere da spoon-river. Sono tali echi le voci stesse dei personaggi a farceli percepire, compresa quella di Fenoglio quando fa parlare se stesso ragazzino, le quali nel loro intenso dialogare formano un coro che chiarisce e marca le connotazioni sottese agli eventi, riportando quello che è il “sentire” che quegli eventi suscitano.

In questo senso, come ha rilevato Giacomo Verri, in un suo articolo del 14.2.2018, apparso sul suo blog: “Giacomo Verri Libri”, dal titolo La vera storia di “Un giorno di fuoco” e del ‘pazzo di Gorzegno’ che ha, appunto, per oggetto, il racconto che apre la raccolta e, ad essa, dà il titolo, “A Fenoglio non interessa raccontare la verità storica ma quell’altra verità, tanto più profonda quanto più la finzione si fa ingorda di impossibilia (qualcuno dice a proposito dei carabinieri accorsi per fermare l’omicida: “Cosa dici cento? Saranno duecento. Ci sono anche tutti i carabinieri di Millesimo”) quella verità che sta dentro alle zolle di Langa e alle teste dei contadini; così gli spari di Gallesio [che è il protagonista del racconto così come dei fatti da cui Fenoglio prese spunto]…sono di Gallesio l’urlo di rabbia e di disperazione, forte e straziante quanto tra le pagine di Un giorno di fuoco la realtà è mesmerizzata dalle voci, dai resoconti via via più epici e meno aderenti al vero che dipingono un uomo-eroe che in solitaria fa strage di nemici”.

Premesso che questo racconto da solo vale il libro e non perché gli altri racconti non siano anch’essi molto belli, ma perché, d’accordo con l’incipit dell’ articolo di Giacomo Verri, “ Un giorno di fuoco è uno dei più bei racconti del Novecento”, esso ha un altro pregio, possiede anche uno dei più bei incipit fra i racconti del Novecento: “Alla fine di giugno Pietro Gallesio diede la parola alla doppietta. Ammazzò suo fratello in cucina, freddò sull’aia il nipote accorso allo sparo, la cognata era sulla sua lista ma gli apparì dietro una grata con la bambina ultima sulle braccia e allora lui non le sparò ma si scaraventò giù alla canonica di Gorzegno. Il parroco stava appunto tornando da visitare un moribondo di là di Bormida e Gallesio lo fulminò per strada, con una palla nella tempia. Fu il più grande fatto prima della guerra d’ Abissinia”.

Un incipit che ha una tensione e una forza che sembra già anticipare l’epilogo facendone presagire gli effetti. Un incipit fulminante e straordinario, cinematografico e spietato che sintetizza in poche righe le “gesta” di Pietro Gallesio che la zia di Fenoglio chiamerà, nel corso del racconto, il “folle di Gorzegno” ma che Fresia, suo marito, nonché “ziastro” di Fenoglio – questo l’appellativo con cui il Fenoglio bambino che racconta lo chiama – definirà, con non malcelata ammirazione, “Un po’ vivo ma non folle”. Perché Gallesio è in realtà vittima di un seguito di sventure e di ingiustizie: dagli esosi interessi che il fratello, istigato dall’avida moglie, pretendeva per i soldi che gli aveva prestato, al progetto, andato fallito, di sposare una ricca possidente, attraverso i cui beni si sarebbe rimesso in sesto, la quale, chieste “garanzie” sull’affidabilità di Gallesio al parroco di Gorzegno, questi l’aveva dissuasa dallo sposarlo, non perché Gallesio non andasse bene, ma perché restando ella nubile avrebbe lasciato i suoi beni alla parrocchia.

Da qui la “vendetta” di Gallesio, ferito negli interessi ma, ancor più, dalla “delusione” verso coloro che avrebbero dovuto avere per lui affetto e carità e che, invece, glieli avevano negati. Gallesio quindi non è un pazzo ma un’ennesima vittima di quella “malora” che, come una malapianta, distrugge tutto quello che incontra sul suo cammino, facendo diventare le sue stesse vittime carnefici. Così alla morale comune, alle apparenze che il comportamento di Gallesio suscita si oppone un’altra verità e, soprattutto, un’altra morale che, però, non rende e non fa giustizia ma conduce inesorabile alla morte: “<<Tutto finito è morto>>…<<Non l’hanno ammazzato i carabinieri. Si è sparato lui in bocca. Si era avanzato una cartuccia.>>.” Ma quella morte riscatta e nobilita Gallesio di fronte al mondo, di fronte soprattutto a quel mondo, facendone un eroe tragico, sconfitto ma non offeso. Dirà infatti lo ziastro alla fine: “<<Bravo Gallesio>>…<<Perché è stato al gioco. Tutt’oggi ho vissuto con la paura matta che si arrendesse, che si facesse prendere vivo, ma lui è stato al gioco. Non m’ha fatto pentire. Di Gallesio voglio ricordarmene finché campo.>>”

Poco importa che le cose – come ha ricostruito con documentata precisione Giacomo Verri nel suo articolo – non siano andate proprio così e Pietro Gallesio che, ironia della sorte, nella realtà si chiamava Felice, non si è ucciso ma è stato ucciso. Ma quello che resta – come lo ziastro fa intendere sottolineando che Gallesio non si è fatto prendere vivo – è che Pietro Gallesio non l’ha data vinta, solo contro tutti è andato fino in fondo, ha affermato la sua ribellione, perché, in quel mondo, dopo una cosa così e da una cosa così non si torna più indietro. Come scrive Giacomo Verri, ha combattuto “…la propria personale guerra con la vita e con la malora”, finendo per diventare una sorta di personaggio leggendario. Perché ad uccidere Pietro Gallesio non sono stati i Carabinieri, come è avvenuto in effetti nella realtà, ma la “malora” così come Fenoglio ha voluto farci intendere. Ed è proprio il binomio delusione/ribellione quello su cui ruota il racconto e su cui si fonda la sua “morale” che eleva la vicenda, in sé drammatica di Pietro Gallesio, ad una dimensione mitica e favolosa, pur nel contesto di un realismo duro e struggente, crudele ed impietoso per quella fine senza scampo e senza speranza a cui quella ribellione conduce. E il tema della delusione, dell’ inganno, del disincanto, dello scoprirsi alla mercé e ostaggio di eventi e circostanze nelle quali si finisce trascinati senza potervi mettere freno, come preda di una spirale che fa sprofondare verso il basso, senza che la volontà possa fare da argine, è sicuramente quello che accomuna questi racconti.

Ma sono anche racconti abitati da personaggi lunatici e “pazzi”, sanguigni e “paesani”, dove disperazione e farsa convivono, assumendo, in taluni casi, le vicende, dimensioni “epocali” per la loro esagerata ed assurda eccezionalità. Come quella dello zio Paco, protagonista del racconto Ma il mio amore è Paco che in una sola notte al gioco dilapida il suo immenso patrimonio di commerciante di bestiame, partecipando ad una bisca clandestina di paese. All’inizio con l’intento di guadagnare quel tanto per “spesarsi” del giro in Riviera che era in procinto di fare con la sua ultima fiamma, essendo un portentoso donnaiolo, con la moglie, la zia Giulia, che doveva ogni volta ingoiare l’amaro calice dei tradimenti. Poi – sempre più travolto e stravolto dalle continue perdite che, una partita dietro l’altra, andava accumulando – per tentare di recuperare i suoi soldi ma senza riuscirci, per tutta la notte. Finché la mattina dopo, presentatosi nel cortile di casa distrutto ed intenzionato a gettarsi nel pozzo di fronte alla moglie a cui racconta quanto accaduto, sarà proprio lei a “salvarlo”, chiamandolo su in casa a prendere un caffè: “<<Un momento,>> disse la zia, non più atterrita, solamente acida e stanca. <<Hai già preso il caffè?>><<No Giulia, stamattina sono ancora digiuno di caffè.>><<E allora vieni in casa. Lascia il pozzo ed entra in casa a prendere il caffè. Quando mai, o Paco, hai fatto una qualunque cosa senza il tuo caffè della mattina?>> L’acqua del pozzo sciabordò sotto la risata di mio zio. Sempre ridendo saltò via dal pozzo e venne verso casa.” La figura debordante di Paco, la inarrestabilità del suo tracollo, il “gioco” non solo delle carte ma anche quello verbale dei giocatori seduti intorno al tavolo i cui discorsi e le cui reazioni mettono a nudo un mix di personaggi ambigui e grotteschi, quel perdere da parte di Paco anche l’anima, sono raccontati da Fenoglio con un’essenzialità e una stringatezza, ma anche con un “sense of humor”, esemplari che denuda bassezze e calcoli, meschinità e compromessi, falsità e disumanità. Apparendo qui una sorta di “malora” materialistica tutta incentrata su sesso e danaro.

E sempre su questo filone orbita il racconto Pioggia e la sposa dove la zia di Fenoglio, la stessa di Un giorno di fuoco, trascina – in quella che “Fu la peggiore alzata di tutti i secoli della mia infanzia” come recita l’incipit del racconto – il piccolo Fenoglio e suo cugino, che la zia ha fatto studiare da prete, sotto una pioggia torrenziale su e giù per le Langhe per andare ad un matrimonio al quale non intende mancare per nessun motivo: “…Credi che per un po’ d’acqua voglio perdere un pranzo di nozze?” dirà al figlio che guarda smarrito ancor prima di partire l’acqua che sale di livello in modo inesorabile. E così in un tempo da tregenda, affondando nell’acqua e nel fango, i tre si incamminano alla ventura guidati dall’intrepida e inamovibile zia che, a un certo punto, comanda al figlio, in modi perentori, di darsi da fare con le preghiere per difendersi dal tempo e dai fulmini, fino ad ordinargli, lei personalmente, che preghiere dire dato che a lui non ne veniva in mente nessuna. E quando inizia a dirle quelle preghiere, racconta Fenoglio “…la sua voce era piena soltanto di paura, paura unicamente di sua madre.” Così non c’è da sorprendersi se tempo dopo si venne a sapere che essendo stato “…destinato a una chiesa in pianura e sua madre non potendolo seguire, una volta solo e lontano dagli occhi di lei [il cugino] si era spretato e lassù in collina mia zia era morta di sdegno.”

Ma in questi racconti vi sono anche altre storie come quella di Catinina protagonista del racconto La sposa bambina che riprende il tema, presente anche ne La malora, di quelle contadine ancora bambine (la Catinina del racconto ha tredici anni), date in sposa senza prendere in alcun modo in considerazione la loro volontà, in pratica senza pudore e pudori e che, come nel caso di Catinina, si ritrovano ad essere già madri quando è ancora con le “bilie” che sono intente a giocare. Il “…primo figlio, dei nove che ne comprò nella sua stagione, l’addormentava alla meglio in una cesta e poi subito correva sotto l’ala a giocare a tocco e spanna con quei maschi di prima. Dopo un po’ il bambino si svegliava e strillava da farsi saltare tutte le vene, finché una vicina si faceva sull’uscio e urlava a Catinina: <<O disgraziata, non senti la tua creatura che piange? Vieni a curarlo, o mezza zingara!>>. Da sotto l’ala Catinina alzava una mano con una bilia tra il pollice e l’indice e rispondeva gridando: <<Lasciatemi solo più giocare questa bilia!>>”

O come la storia di Superino, protagonista dell’omonimo racconto, che scoprirà per ultimo e dopo svariati anni – quando tutti in paese lo sapevano da sempre – di essere figlio del parroco e della maestra del paese, entrambi personaggi livorosi e acidi che, per nascondere lo “scandalo”, ancora prima che egli nascesse, lo avevano già “dato” – insieme ad una cospicua somma e a vari favori con cui rendere vantaggioso quel baratto – ad un’altra coppia di cui Superino aveva sempre creduto di essere figlio. La scabrosità e la brutalità della vicenda si trasforma in dramma: Superino travolto dal contraccolpo della notizia e, soprattutto, dallo schifo e dalla vergogna si lascia annegare nelle acque del Belbo: “Superino l’aveva fatto di notte, certo non resistendo alla vergogna di essere figlio del prete e di quella maestra, per non sopportarsi più addosso quella carne e quel fiato, per castigare a suo modo quella impunita unione schifosa”. La tematizzazione del male ha qui risonanze che si espandono come a macchia d’olio su tutto ciò che circonda quell’evento: dall’ averlo “tutti accettato” in paese, all’ avere la reazione di Superino – per usare un paragone pittorico – la stessa disperata e violenta dolorosità che ha “L’urlo” di Munch. Dove il darsi la morte è, in questo caso, l’ unica possibilità per “uscire” da quella “malora” che come un manto di ignominia resta addosso a chi ne viene investito.

La raccolta si chiude con un racconto: La novella dell’apprendista esattore che è “gemello” del racconto con cui si apre, essendovi qui un protagonista: Davide Cora, letterariamente “gemello” di Gallesio. L’esattore del titolo, che è poi un cugino di Fenoglio, e che è anche l’io narrante, viene mandato, al suo primo incarico, a riscuotere le tasse da Cora il quale per tutta risposta lo prende a fucilate. Scatta così di nuovo una tenzone mortale, questa volta però tra l’individuo e la società. Cora testardamente teso a difendere il “suo”, non vuole cedere alla logica per lui brutale del sistema e vive la sua solitaria avventura come animato da una sua sete di giustizia. Se, infatti, in Un giorno di fuoco, la vendetta di Gallesio è una vendetta per così dire privata, ne La novella dell’apprendista esattore lo scontro aperto è con tutto ciò che rappresenta il potere, le istituzioni, la legge, se si vuole con lo Stato, vissuto come corresponsabile delle proprie sfortune. In quanto proteso solo ad esercitare la sua autorità e i suoi interessi: incassare le tasse e se, come in questo caso, non ci riesce, mandare i Carabinieri, che infatti arrivano, circondano la casa di Cora e lo assediano, con quelli del posto che parteggiano per Cora. E ad Amedeo, un amico di Cora, avvicinatosi alla sua casa nella quale è asserragliato per avvertirlo dell’arrivo dei Carabinieri, così Cora glieli descrive: “<< I carabinieri? Ah, so dove vuoi parare. Ma a me non mi fanno nessuna specie. Io non li vedo nemmeno come uomini. Sono la medesima cosa della puleggia che ha tirato il povero Remo sotto la macina. Mi spiego? La medesima cosa del gorgo di Belbo che ha annegato il povero Fedele>>”.

I Carabinieri, emanazione dello Stato, non sono quindi neanche uomini ma sono un’entità impersonale, lontana ed astratta, e, soprattutto, pericolosa e minacciosa come la “puleggia” e il “gorgo” che hanno ucciso Remo e Fedele. In altre parole un’ennesima manifestazione della “malora” da cui difendersi e proteggersi, anch’essi, in quanto “malora”, pronti a sopraffare e di cui si può essere solo vittime senza scampo. Vi è ancora una volta l’eco di un che di barbarico che può colpirti a tua insaputa e a sua discrezione e al quale, se ti metti contro, non ti è dato sfuggirgli. E infatti la rivolta di Cora è a suo modo indefinita, è indirizzata verso uno stato di cose insopportabile che rimanda a un mal di vivere complessivo. Ad Amedeo che tenta di offrirgli il suo aiuto per pagare, insieme ad altri amici, quelle “taglie” cioè quei tributi pendenti Cora infatti risponde: “<<Ti dico che le taglie c’entrano e non c’entrano. Ora ti dico che non c’entrano affatto>>…<<Ne ho abbastanza>>…<<Se tu ne avessi abbastanza quanto me, diresti e faresti anche tu così, Amedeo>>”

C’è in Cora come c’era in Gallesio quella piccola/grande ribellione privata di personaggi che non vogliono farsi umiliare, che non vogliono chinare la testa, che non ce la fanno più. E così, ancora una volta, quella predestinazione che muove uomini e azioni e che non lascia spazio per i sentimenti colpirà inesorabile, producendo un’altra carneficina tra esseri umani che, pur se su opposti fronti, sono, sia gli uni che gli altri, vittime sacrificali. Al carabiniere veneto freddato da Davide Cora farà infatti seguito il carabiniere meridionale che fredderà Davide Cora, un Davide Cora che era ormai solo “…pieno di furia e di terrore da scoppiare”.

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