“Memoriale” – Paolo Volponi – Seconda parte

“I miei mali sono cominciati tutti alcuni mesi dopo il mio ritorno dalla prigionia in Germania, quasi che la terra materna, dopo tanto e così crudele distacco mi rigettasse”. Con queste parole Albino Saluggia, il protagonista del romanzo, inizia la sua narrazione che si qualifica, poco dopo, con la necessità di dare voce a una sofferenza divenuta ormai estrema, per offrirle uno sfogo che la renda sopportabile ma anche, e soprattutto, una identità che la sveli per intero: “Oggi che scrivo ho già compiuto trentasei anni e i miei mali sono arrivati a un punto tale che non posso fare a meno di denunciarli”. Perché quei suoi mali ormai durano da dieci anni tanto è il tempo trascorso da quel loro apparire, dichiarato nell’incipit, allo scriverne a cui Albino sta dando seguito.

E, posti in modo così perentorio all’inizio di tutto e, al tempo stesso, risultando ancora così attuali, essi appaiono come un insieme carico di una oscura gravità; un insieme indistinto ma anche complesso, che allude al corpo ma non solo, facendo intuire un malessere che è anche interiore e profondo, essendo essi divenuti fonte e centro del suo stesso esistere. E, nel rievocare il loro apparire, risalta, nelle parole di Albino, quel sentirsi come respinto e rifiutato da quella sua “terra materna” che, in quanto “materna”, si pretende essa sia il luogo degli affetti, che accoglie e conforta, in cui ristabilirsi e ritrovarsi, dopo la guerra e la prigionia e che, invece, gli dà la sensazione di rigettarlo.

E, fuor di metafora, Albino si avvede, in effetti e ben presto, che sua madre, unica figura presente nella sua vita, con cui ritorna a vivere al suo rientro, è un riferimento ormai svanito, risultando capace di avvolgerlo solo di silenzi: “Mia madre parlava poco” e di tenerlo sterilmente legato a sé, rivelandosi inadeguata ed estranea rispetto al suo bisogno di trovare qualcuno o qualcosa a cui appartenere, in cui riconoscersi ed esistere, uscendo da quella solitudine e da quel destino di silenzio: “Io ho questa sorte di silenzio” in cui egli vive. Alimentando, quell’incapacità materna, che è prima di tutto incapacità affettiva, un muto rapporto di amore-odio di Albino verso sua madre.

E così, in quel vuoto, avviene l’incontro con la fabbrica, in cui Albino viene assunto come fresatore. E dalla fabbrica egli è affascinato e attratto per quella sua sovraumana maestosità : “ero davanti alla grande fabbrica”; “La fabbrica grandissima e bassa”; “Nemmeno in Germania avevo visto una fabbrica così grande; così tanto grande”. Perché in quella “grandezza” misteriosa che rimanda a un che di rituale e sacro, tanto da fargli paragonare la fabbrica a una chiesa o a un tribunale: “La fabbrica era immobile come una chiesa o un tribunale”, egli fa affidamento. In quanto presupposto di significati che porteranno Albino a fare della fabbrica l’oggetto dei suoi investimenti esistenziali, attribuendole il valore di un nuovo ordine e di una nuova vita: “…ero convinto che la chiamata al lavoro potesse essere una cosa buona e a mio vantaggio. Non avevo alcuna paura di essere rifiutato…Aspettavo soprattutto di entrare nel corpo della fabbrica…di mettere in atto il tentativo,ormai ben preparato, di una vita nuova, tanto che mi sembrava crollata ogni cosa dietro di me”

Albino ripone in quella “attesa sicura della novità” la fiducia appagante di essere pienamente accolto e accettato, ma anche, finalmente, vede la possibilità di un’inversione nella sua vita, ponendo un argine a quel male che, come amaramente constaterà nel suo “memoriale” lo ha, in tutta la sua vita, seguito e inseguito: “Riguardando la mia vita posso vedere che il male ha sempre lottato contro di me…e si è servito dei fatti più attesi e più innocenti, delle mie stesse speranze, per colpirmi facilmente e con forza”. Albino perciò vive in quella sua congenita “diversità”, fatta di quella sua natura solitaria, di quel suo bisogno di appartenenza e inclusione, di quel suo vissuto di “maltrattato” dalla vita che, come una ferita irrimediabile, lo accompagna e che lo rende vulnerabile e indifeso, quasi costituzionalmente predisposto a subire l’avversità del male.

E, nonostante le speranze da lui riposte in quella nuova era della sua vita, quell’avversità, inesorabile, lo colpirà di nuovo: con le sembianze di quella malattia, quella tubercolosi che gli verrà diagnosticata proprio lì in quella fabbrica che doveva essere il luogo della definitiva liberazione e rinascita e che invece diverrà per lui causa di una lotta disperata e autodistruttiva che lo coinvolgerà senza tregua, dentro e fuori dalla fabbrica, trasformando lui e la sua vita in un groviglio nevrotico e ossessivo. Alimentato da un esasperato ed esasperante conflitto con tutti coloro, in primis i medici aziendali, che, da quella fabbrica, lo terranno fuori perché si curi, laddove, invece, per Albino ciò sarà vissuto persecutoriamente come una violenza e una cattiveria subdola e sistematica di chi lo vuole solo estromettere, per propri e secondi fini, attribuendogli un male che non c’è visto che quel male in fondo – ragiona Albino – non gli impedisce di lavorare.

Albino quindi, nonostante i sintomi, nega la malattia ma, in realtà, quello che rifiuta è l’unilateralità di quelle decisioni nelle quali non ha alcuna voce in capitolo. Vedendo e vivendo, con consapevole e doloroso smarrimento, il contrasto tra le cure solo ed esclusivamente formali e razionali dei medici, avallate all’interno della fabbrica, e l’assenza dei più elementari rapporti umani nel rapportarsi a lui e al suo caso. Invece di ricevere conforto e incoraggiamento a restare in fabbrica e a proseguire il lavoro, gli vengono infatti prescritti lunghi e, per lui, forzati periodo di riposo a casa e, financo, un protratto ricovero in sanatorio.

Il suo dramma non è quindi determinato dalla “paura” per la malattia ma dal fatto che per lui quella malattia e quegli allontanamenti significano impedirgli di stare a pieno titolo in quella fabbrica che doveva finalmente consentirgli di sentirsi un incluso e che ne faceva, invece, ancora una volta un’ escluso, minandolo nel suo essere e nel suo bisogno vitale di non sentirsi più “diverso”. Precipitandolo ciò in una “paura” ancor più cupa e angosciosa in quanto – di fatto – rigettato di nuovo dentro quegli altri suoi “mali”, quelli più profondi e segreti.

Il fascino sovraumano della fabbrica si trasformerà per Albino Saluggia in un vissuto inumano, sentendosi respinto, isolato, inascoltato. Accanendosi contro quei medici i quali a loro volta si accaniscono, dal suo punto di vista, contro di lui, scontrandosi con la fabbrica vissuta, a tutti i livelli, come il suo nemico irriducibile, finendo per assumere, lui e la sua vicenda, risvolti assurdi e grotteschi, tali da farlo passare per “matto”. La fabbrica, invece, fredda e imperterrita, sosterrà in tutto e per tutto le sue cure, con generosa quanto ferma inderogabilità, non concependo di avere all’interno “corpi estranei” che, in quanto “malati”, sono vissuti come una minaccia per l’efficienza e la produttività aziendale. Ed anche tra i suoi stessi compagni di lavoro egli sarà vissuto più con compatimento che con reale solidarietà, vanificandosi anche da questo punto di vista l’illusione di un’ “appartenenza” di cui potersi fidare e a cui potersi affidare. E pure il lavoro in sé che, all’inizio, lo aveva coinvolto e appassionato, in cui si era distinto per la sua laboriosa bravura, si svuoterà per lui di senso e di significato, rivelandoglisi in tutto il suo contenuto alienante in quanto sentito lontano da sé e dalle sue effettive aspirazioni.

Eppure dall’eco di quella diversità e da quella nevrosi imperante scaturirà una problematica ricchezza che porterà Albino a osservare il suo malessere dall’interno, a scavare nella propria psiche, a ragionare sulle cause e le conseguenze, in un dialogo con se stesso commovente nella sua lucida e spietata dolorosità. In un continuo e sfibrante tira e molla fatto di resistenze passive, insubordinazioni, reazioni improvvise, strategie le più varie sia in linea verticale che orizzontale per aggirare i divieti e le limitazioni derivanti da quella diagnosi per lui solo ed esclusivamente nefanda.

In tal senso la nevrosi diventa quasi essa stessa la protagonista del romanzo al punto da fare di Albino a suo modo un “ribelle”, impedendogli sia di addivenire ad alcun compromesso con l’amata-odiata fabbrica sia di instaurare tra sé e la sua situazione alcuna forma di equilibrio.

Un ribelle che non riuscirà però a fare di quella ribellione una reale rivolta, finendo per essere emarginato dentro e fuori dalla fabbrica in una spirale di sconfitte che lo voteranno al fallimento rivelandosi quel mondo ma, possiamo dire, il mondo tout-court, enormemente più potente di lui, e finendo, nel contempo, per isolarsi sempre di più, cercando da se stesso e in se stesso sia le soluzioni ai suoi mali, sia il conforto e la protezione dalle loro conseguenze.

Da una parte vi sarà il suo rifugiarsi solipsistico e solitario in quella campagna là dove egli vive e in cui si trova il suo paese: Candia sulle rive dell’omonimo lago; quella campagna verso cui prova un attaccamento protettivo e rassicurante, investendola affettivamente, in modo quasi idillico, di certezze rasserenanti: “Io amo la campagna che dice prima, con strade e viottoli, che cosa si deve fare e che si fa vedere tutta, onestamente. Amo la campagna più ancora del mio stesso paese.” Luogo altro e diverso quindi dalla città che sia essa quella in cui ha sede la fabbrica – volutamente innominata da Volponi, come egli scrive in epigrafe, per non identificare la fabbrica con una specifica fabbrica e uno specifico luogo, quella città infatti apparirà sempre indicata con “X” – piuttosto che il vicino capoluogo Torino, luoghi vissuti da Albino come estranei ed estranianti: “Io non potrei vivere in città, pensavo, dove mi sento solo e dove vedo benissimo che la gente è cattiva, troppo furba e interessata.” Angoscioso in tal senso il rapporto che egli ha con la città in quel suo continuo rifugiarsi solitario nei cinema, nei quali cerca di anestetizzare i suoi “mali”: “Lì i miei pensieri si placavano”.

La campagna invece, in quanto luogo della natura, è investita da Albino di valenze che la rendono, ai suoi occhi, pura e incontaminata, ancora candida e innocente, così come, in fondo, egli si vive ed è. Quindi una natura vissuta come madre benigna e salvifica in contrapposizione alla natura ostile della fabbrica. E, in questo conflitto, vissuto da Albino in tutta la sua ingenua visionarietà si annida in realtà un conflitto reale che è quello tra la natura di cui l’uomo è parte e le macchine cuore pulsante della fabbrica; tra la perdita di centralità dell’uomo e del suo ambiente a favore di un’altra centralità quella appunto delle macchine, simbolo e mezzo di un sistema votato al dominio e alla logica della produzione.

E’ quindi, a questo livello, uno scontro antropologico quello che incarna Albino, lo scontro cioè tra una cultura tradizionale che trova le sue radici nel mondo contadino e quella cultura industriale che rappresenta la modernità, nella quale il senso dei legami reciproci tra gli uomini e tra questi e la terra è soppiantato. Lo scontro alienante, narrato all’interno di “Memoriale” più ancora che dentro la fabbrica è perciò nel rimando alle mutazioni che la fabbrica e il mondo che essa rappresenta determinano nei rapporti e nelle relazioni umane e quindi nella concezione stessa dello stare al mondo. E chi, come Albino, non è capace di adeguarsi e, al tempo stesso, non vuole adeguarsi a questa mutazione è destinato a soccombere. Perché neanche il sogno elegiaco della campagna lo potrà salvare e fargli trovare quell’umana armonia del mondo che egli utopicamente cerca, quella che egli definisce “una vita completa”, laddove egli stesso si avvede che la campagna è un illusorio rifugio, un’effimera isola felice che lo lascia impotente e solo con se stesso di fronte ai suoi “mali”

In questo senso “Memoriale” si configura anche come un grande romanzo su “i soccombenti” nel significato che tale termine ha nell’opera di Thomas Bernahard: “…gli scritti di Bernhard sono un omaggio ai soccombenti, a chi ha fallito…”(L. Reitani – “Thomas Bernhard. Una commedia una tragedia” – numero monografico di “Aut Aut” (325/2005) p.48).

E quindi “Memoriale” è anche un romanzo sul fallimento come condizione dell’esistere, connaturato cioè alla condizione umana. Tanto più nello specifico della contemporaneità, votata a proclamare efficienza, risultati e prestazioni che, da valori interni e costitutivi dell’impresa si sono trasferiti all’intera società, dettandone il suo funzionamento dal quale l’idea stessa di fallimento è del tutto esclusa, avendo ad essa sostituito quella pura e semplice di perdente. Spostando cioè sui singoli e sugli individui, come fosse un loro handicap, quelle che, invece, sono dinamiche e contraddizioni che attengono e attraversano la collettività e la società.

Ma Albino Saluggia cercherà fuori dalla fabbrica anche quell’umanità e quell’affettività che sono suoi bisogni profondi di cui vive tutta la loro carenza e che, illusoriamente, aveva creduto di poter trovare dentro la fabbrica. Perché in Albino vi è quella sua “tristezza dell’infanzia” in cui si annida, sin da allora, quel rapporto di amore/odio per sua madre, nei confronti della quale nutre quel suo sospetto, sorto quand’era bambino a seguito di un episodio da lui “intravisto”, che ella abbia tradito suo padre, avendo ciò indotto in lui un trauma mai affrontato e risolto. La cui più evidente conseguenza è quella sua congenita difficoltà di rapporto con le donne, nelle quali egli cerca e idealizza una purezza che però nella realtà concreta delle figure femminili che incontra e conosce non troverà mai.

Dalla moglie del suo primo capo Grosset – unico “collega” a cui si legherà e si sentirà legato e verso cui proverà un’istintiva e naturale solidarietà – la quale, notoriamente, tradisce il marito. Alle donne con lui ricoverate in sanatorio che lo irrideranno in quanto si rifiuterà, con disprezzo, di fare con loro l’amore come esse fanno con tutti gli altri ricoverati, senza alcun trasporto amoroso. Fino a quel vero e proprio sfruttamento di cui sarà vittima da parte di quella “banda” di loschi guaritori che lo manipoleranno con promesse non solo di guarigione dalla sua malattia ma, soprattutto, con fasulli momenti di ascolto e di intimità assicurati dalla donna del gruppo ai quali si concede per provare un po’ di quel calore e quell’affetto che non ha. A fronte dell’essere, quei momenti, dei miseri e penosi surrogati di quel calore e di quell’affetto. E, infine, la più cocente delle delusioni la proverà per Giuliana un’addetta della mensa della fabbrica che Albino conosce e con la quale fantastica di avere una relazione e invece la vedrà avere un rapporto in aperta campagna di giorno con un semisconosciuto. Rivivendo per lui, in quella scena, l’antico tradimento materno. In quel caso sospettato e non visto, in questo fattosi esplicito e reale, infangando e infrangendo, ai suoi occhi, quel suo solitario sogno d’amore e ridestando quel suo sentirsi escluso dal mondo degli affetti.

Ma in questa sua ricerca ostinata, se pur non risolta, di affetto Albino rivela quei suoi nuclei profondi di autenticità e di sensibilità di fronte ai quali la sua diversità e la sua debolezza assumono un significato e un valore diversi. Le sue difficoltà e i suoi problemi non sono la conseguenza di una personalità malata, subalterna o gregaria. Albino Saluggia non è un inetto o un incapace né, tanto meno, un matto o un paranoico, sebbene spesso si comporti come tale. Il punto è che Albino nella sua autenticità, se pur ingenua e “complessata”, squarcia il velo della falsa coscienza e mette a nudo la sua verità, ma proprio per questo egli viene “eliminato” dalla fabbrica e dal mondo facendolo passare per un “malato”.

Albino è invece una persona reale che lancia un grido che è di ribellione e di aiuto al tempo stesso. Una persona che nella sua umana irregolarità afferma quella sua irregolarità e cerca di darle giustizia. E, come avverrà alla fine del romanzo, nel constatare l’ irrisolvibilità di quella sua diversità, rispetto alla quale non vi sono più mediazioni possibili, Albino rivela tutta la sua irriducibilità alla “normalità”.

Egli, affermando la sua umanità di individuo che lotta contro le regole e le “ragioni” del sistema ne mette a nudo il suo contenuto vessatorio e omologante, rivelando e patendo la sua fragilità dà voce e visibilità a quella sua diversità la quale finisce per assumere un carattere eversivo sia in senso sociale e normativo che esistenziale e valoriale. Albino non lotta contro lo sfruttamento lavorativo, né contro le sue condizioni oggettive, ma contro delle condizioni ancor più dure e dolorose che attengono “il fattore umano”, nei confronti delle quali il contesto della fabbrica – la quale diventa, a questo livello, metafora del mondo – è sordo e cieco. Tanto che anche la componente istituzionalmente deputata a svolgere compiti antagonistici dentro la fabbrica si rivela incapace di soccorrerlo, priva, come essa è, degli strumenti e degli schemi atti a comprenderlo.

E, attraverso il suo essere portatore di quei suoi bisogni soggettivi e interiori, individuali ed esistenziali Albino non solo afferma il valore di quei bisogni ma, di fatto, svolge un’impietosa demistificazione della disumana razionalità della fabbrica e, attraverso di essa, del mondo: “L’ “irrazionalità” del mondo di Albino, la sua ribellione solitaria in nome di tutta una serie di motivi istintivi, elementari, immediatamente umani – come appunto i suoi “mali”, i terrori di una difficile sopravvivenza, il rapporto diretto con la natura, il bisogno quasi fisico di “vera amicizia” – diventa un’efficacissima arma contro la “razionalità” del sistema…Albino si porterà dentro questa capacità di “resistere”, di essere al tempo stesso vittima straziata di un mondo nemico invincibile, e antagonista solitario, giudice implacabile, oggettivo elemento di disordine e di scandalo all’interno di esso.”( Gian Carlo Ferretti – “La letteratura del rifiuto” – Mursia – 1968 – p. 231)

Ma questa che è e resterà la sua forza è e resterà anche la sua debolezza e in quell’ excipit con cui si conclude “Memoriale” essa sarà affermata come una definitiva verità che è la definitiva verità di Albino Saluggia e di tutto il romanzo: “A quel punto ho capito che nessuno può arrivare in mio aiuto”

2 thoughts on ““Memoriale” – Paolo Volponi – Seconda parte

  1. Elena Grammann 15 luglio 2017 / 23:29

    Ciao Raffaele,

    hai scritto una recensione impeccabile e molto coinvolgente di un’opera (e di un autore) che credevo lontani dai miei interessi.
    “E, come avverrà alla fine del romanzo, nel constatare l’ irrisolvibilità di quella sua diversità, rispetto alla quale non vi sono più mediazioni possibili, Albino rivela tutta la sua irriducibilità alla “normalità”.” Questo è il punto, mi pare, ed è un grosso punto, che io sento molto. Credo anche che sia un punto importante del secondo Novecento, almeno fino agli anni Ottanta (citi Bernhard, a me viene in mente anche Peter Handke, benché con altre modalità). Attualmente, con lo sbiadire delle individualità, mi sembra che sia sbiadito anche il problema (annegato nella coazione a integrarsi in una collettività).
    Grazie dell’ottimo lavoro e buona domenica,

    Elena

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    • ilcollezionistadiletture 17 luglio 2017 / 9:03

      Ciao Elena

      e grazie molte per questi tuoi apprezzamenti davvero belli.
      Sono contento, soprattutto, di avere suscitato il tuo interesse per questo libro che è effettivamente ricco e complesso per livelli e piani di lettura oltre che di un’intensità notevole avendo, come esso ha, una sua poetica, struggente bellezza.
      Anche per me, in questo senso, è stata una scoperta e, anch’io, ho rivalutato molto Volponi per questa sua ricchezza e per la sua capacità di far interagire critica sociale e poesia, realismo ed interiorità, senza pero’ scrivere né un testo “impegnato”, né un testo “intimista”, riuscendo invece a trovare una sintesi originale e personale, un suo canone che oltrepassa quelli che ho appena detto senza negarli.
      E c’è riuscito, secondo me, avendo posto al centro la persona nella sua individualità che, in un mondo dominato dagli individualismi tutti uguali a se stessi, annegati, come di ci tu, nella coazione a integrarsi in una collettività, affermare la propria individualità è una sfida lacerante, laddove tutto tende a negarla.
      E, letto in questa prospettiva “Memoriale” è un libro che è riuscito ad affrancarsi dal momento in cui è stato scritto e a parlare di aspetti della condizione umana che vanno oltre il tempo e lo spazio.
      Insomma un consiglio di lettura che mi sento di dare.
      Grazie ancora e buon inizio di settimana.
      Ciao
      Raffaele

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