“Mine – Haha” – Frank Wedekind

In un grandissimo e bellissimo parco, cinto da un “alto muro” e chiuso da “un’alta cancellata di ferro”, a sua volta tenuta chiusa con “un pesante catenaccio”, sono “sparse trenta case”. In ciascuna di queste case, tra loro tutte uguali, ma del tutto indipendenti l’una dall’altra, vivono insieme, in piccoli gruppi, bambine e fanciulle.

L’ingresso in queste case avviene dopo essere state, per alcuni anni, in un’altra casa più grande, posta sempre all’interno del parco, nella quale si entra ancora lattanti e in cui sono presenti anche bambini. Questa grande casa funge da svezzatoio. Infatti, raggiunti i 5 anni, a ciascun bambino e a ciascuna bambina viene affidato un bambino più piccolo di cui prendersi cura. A sovraintendere il tutto ragazze più grandi. Intanto, mentre si è in questa prima casa, si cominciano a ricevere le prime nozioni e a svolgere i primi esercizi di “educazione fisica” la quale costituirà il contenuto permanente della vita delle fanciulle lì dentro.

Su: il perché sono lì, che cosa le aspetta, a cosa sono destinate e se e quando potranno uscire, ad esse non è detto nulla. Lo scopriranno da sole col tempo. Tutto è perfettamente ordinato e curato. Gli edifici sono geometrici e razionali. La natura, all’interno del parco, è rigogliosa e ben tenuta. Il vitto e gli alloggi ottimi. Il vestiario completo, funzionale ed essenziale. Un po’ prima dei 10 anni avviene il trasferimento in una delle trenta case. La separazione dal gruppo con cui si è cresciuti nella grande casa di ingresso è netta. Vengono separati i maschi dalle femmine e vengono separate anche le femmine tra loro. Ognuna viene assegnata ad una casa diversa, impedendo quindi il mantenimento dei legami che erano nati fino a quel momento.

L’arrivo nella nuova casa avviene in una cesta nella quale si viene collocate, nude, la sera prima. La cesta viene fatta trovare la mattina dopo di fronte alla casa. Le più grandi che già vivono lì gestiranno l’ingresso della nuova arrivata, la quale farà lo stesso quando sarà divenuta a sua volta più grande. Da quel momento, per la nuova arrivata, inizierà la sua vera e propria vita lì dentro, uguale a quella di tutte le altre, che si baserà su: mantenimento del più totale isolamento rispetto al mondo esterno; assenza di qualsiasi educazione diversa da quella fisica e “artistica”: musica, danza, recitazione; assenza di qualsiasi figura adulta sia esterna che interna fatta eccezione per quelle loro “misteriche” insegnanti; inesistenza dei genitori; mancanza di contatti tra fanciulli e fanciulle.

Siamo quindi in un luogo concentrazionario/reclusorio fondato sull’applicazione di un sistema di regole inappellabile e indiscutibile. Non è infatti concessa né prevista alcuna possibile decisione autonoma né, tanto meno, è possibile lasciare di propria volontà il parco. Pur a fronte di una vita organizzata sui principi della condivisione, della coesistenza e dell’accudimento reciproco è vietato il formarsi tra le ragazze di “amicizie particolari”. Le frequentazioni per quanto quotidiane sono legate allo svolgimento dei compiti che a ciascuna competono ma senza che ciò dia luogo a “relazioni”. Chi trasgredisce tali regole e convenzioni viene tenuta a vita all’interno del parco, ridotta alla condizione di reietta, segregata da tutte le altre e addetta ai compiti più umili:”Non si riusciva più a considerarle degli esseri umani…In ognuna delle trenta case c’erano due esemplari di questa specie. Tutte conducevano la stessa desolata e disprezzata esistenza di schiave. Nessuna di loro aveva mai conosciuto il mondo. Tutte negli anni della loro infanzia nel parco si erano rese colpevoli di qualcosa, in un modo o nell’altro”.

Tutte le fanciulle ospiti nelle trenta case conducono quindi una vita completamente asessuata e coatta, dove il controllo e la sublimazione delle pulsioni è totale. La femminilità è esaltata solo in funzione delle prestazioni fisico-espressive su cui si basa la loro crescita. Ogni istinto e ogni forma di vanità sono repressi in nome di una corporeità, di un affinamento delle capacità “artistiche” e di un ascetismo estetico che sono le ragioni stesse della vita lì dentro. Tale modello, basato sul controllo corporeo e sul controllo emotivo, costituendosi da subito come un imprinting, pervaderà, inesorabile, l’esistenza delle fanciulle. Tutto il patrimonio energetico viene quindi dirottato su quelle attività che, per anni, scandiranno, in modo esclusivo, la loro vita: l’esercizio fisico, gli esercizi di portamento, l’applicazione nella danza, lo studio della musica e dei suoi strumenti, la recitazione.

L’implicito impulso autoritario su cui si basa l’esistenza di questo non-luogo è paradossalmente travalicato e mimetizzato da questa ansia e ricerca di applicazione e di purezza che diventa per tutte un dovere assoluto e un terreno di emulazione/competizione. E’ un mondo dominato da un potere, un potere peraltro senza volto, che avvolge tutto e trasmette, senza dirlo, ma con la pratica organizzazione quotidiana, il rispetto delle gerarchie, dei ruoli, della supremazia. A ciò le fanciulle vi aderiscono in modo assolutamente disciplinato come se anche tutto questo contenesse una sua estetica. “” In questo anno” disse ” ognuna di voi deve assolvere il compito più sacro che mai assolverete. Avete a casa sei ragazze sotto la vostra custodia. Che queste ragazze diventino belle, grandi e forti come voi siete, di questo siete responsabili. Che queste ragazze imparino a danzare e ad adoperare le loro membra come voi avete imparato, di questo siete responsabili. Io vi dirò quali difetti hanno queste ragazze, e se non migliorano voi ne siete responsabili. Che le ragazze siano felici sotto la vostra custodia, che tutte allo stesso modo vi vogliano bene, che si sentano a loro agio nella vostra casa e che in estate e in inverno siano sane e allegre, di questo siete responsabili.””.

Queste sono le parole che vengono rivolte da Simba – la loro ieratica insegnante di danza – alle fanciulle che arrivano ad occupare il posto di responsabili all’interno delle trenta case. Traspare da tali parole una ricerca di perfezione assoluta e la volontà di negazione di qualsiasi conflitto: l’errore non è ammesso, la debolezza aborrita, il dolore sconosciuto, l’esercizio del comando inculcato. Vi è, in tutto ciò, un’inquietante perversione, tanto più perversa quanto all’apparenza non vi è alcuna esplicita perversione. Anzi vi è un evidente “invito alla felicità” assunto come un obiettivo da raggiungere: “Che le ragazze siano felici sotto la vostra custodia” dice loro Simba. Perché dalle fanciulle non solo si pretende l’esattezza ma anche di viverne il suo godimento. In altre parole è come se lì non si potesse non essere anche felici perché il non esserlo svelerebbe l’imprendibilità di quella felicità. E così la protagonista-narratrice – da cui, nel prologo, Wedekind ci dice di avere ricevuto quel manoscritto dal misterioso titolo di “Mine Haha” che egli non fa altro che riportare fedelmente – dirà: “Eravamo felici, tutte quante, ma questo era tutto”.

Ma in quella dichiarazione di felicità, uguale per tutte, vi è un implicito senso di annullamento, di in-coscienza, di astratta assenza dal mondo: il senso del Nulla. E, riguardo a ciò, dice Roberto Calasso nella sua postfazione: “”Il nichilismo è un sentimento di felicità” aveva osservato Nietzsche, il massimo esperto. Se mai in un luogo quel sentimento si è mostrato allo stato puro, è nel parco di “Mine – Haha”, e inoltre: “L’educazione del corpo delle fanciulle nel parco è, nel suo prodursi, il trionfo dell’art pour l’art, prima formula, ancora un po’ grezza, del grande formalismo moderno: puro esercizio nella camera piombata del nulla, dimentico di ogni funzione, e che addirittura non più conosce che cosa una funzione possa essere”.  E’ l’affermazione del non appartenersi. Da cui quel principio di equivalenza che le fanciulle riproducono deprivate come esse sono dell’idea, prima ancora che della possibilità, di qualsiasi differenziazione: “A causa della totale ignoranza in cui vivevamo, i nostri rapporti erano limitati agli elementi più semplici. Così non ricordo nemmeno che tutte quelle ragazze nel parco mi siano mai apparse spiritualmente differenti una dall’altra. L’una pensava e sentiva come l’altra, e se una apriva la bocca tutte le altre sapevano già sempre quello che voleva dire. E così parlavamo pochissimo. Ai pasti spesso nessuna diceva una parola. Tutte mangiavano sprofondate nel silenzio. Ci si distingueva una dall’altra soltanto per le differenze fisiche…Di nessuna delle ragazze mi è rimasto nella memoria come parlava. So ancora di ognuna soltanto come camminava”.

L’espressività corporea e “artistica” si riduce quindi a prestazione, a “bravura”, scissa da qualsiasi interiorità, se pure in una continua ricerca di elasticità, acutezza, ipersensitività, voluttuosità che rimandano ad un erotico eternamente inappagato. E’ il dominio della tecnica, se pure di una tecnica ammantata di candore e di eterea bellezza. L’intrinseca perversità che esiste nel parco di Mine – Haha sta quindi proprio fra quel non detto che nasconde la spietata catena di montaggio a cui quei corpi sono destinati e in cui sono immessi e quello che viene detto e preteso e cioè la presunta sacralità di ciò che esse sono chiamate a fare.

Sospinte verso questa dimensione rituale le fanciulle sono immolate sull’altare della loro definitiva trasformazione in corpi oggetto. Perché l’esito di tutto il loro duro lavoro sarà: Il Teatro. In un edificio, posto all’interno del parco, senza porte né finestre – che si rivelerà per le fanciulle luogo di confine tra il parco e il mondo – esse, raggiunta età e preparazione adeguata, vengono date e si danno in spettacolo ad un pubblico assiepato dietro delle grate che le vede senza essere visto. Un pubblico o meglio una folla invisibile di cui le ragazze “sentono” l’esistenza: le voci, lo scalpiccio dei piedi, le esultanze, ma mai ne vedranno la fisionomia. Ed è per quel pubblico che esiste il parco e la sua organizzazione, ed è quel pubblico che “mantiene” le fanciulle e le fa vivere lì, così. Gli introiti di quegli spettacoli finanziano il parco di Mine Haha.

Le fanciulle private della libertà, private della loro stessa interiorità, ridotte a puro “esercizio” si rivelano essere inconsapevoli strumenti di un perfetto processo di scambio: creazione del valore (corpo delle fanciulle), immissione del valore in un ciclo di produzione( addestramento/esercizio), incorporazione del valore in un bene/prodotto (recite), ciò a fronte delle condizioni necessarie alla loro riproduzione (accudimento, cura, mantenimento delle fanciulle). Escluse dalla proprietà su di sé si scopre che esse sono state, sin dall’inizio, puro valore d’uso. Da ipotetici emblemi di qualcosa le fanciulle appaiono ridotte a pure merci in un percorso già descritto, se pure in altri contesti, da Walter Benjamin: “gli emblemi ritornano come merci”.

Ma quella felicità conosciuta nel parco di Mine – Haha sarà per sua natura irripetibile perché nel separarle dal mondo le ha anche fino a quel momento preservate dal mondo. Nel mondo saranno infatti “costrette” e questa volta senza più protezione alcuna: costrette a diventare persone. Giunto infatti il momento in cui i corpi non sono più corpi di fanciulle ma corpi di donna il compito è esaurito, la diversità si fa estraneità, e si fa, da se stessa, consapevolezza: “D’un tratto mi si erano così ingrossate la vita e le gambe, e i miei seni si gonfiavano. Non ero più sicura dei miei movimenti. Mi ero sempre d’impiccio. Quando mi svestivo, mi tastavo piena di rabbia e non riuscivo a capacitarmi che io dovessi essere tutto quello…Il ventre, i polpacci, le cosce,i seni, le labbra, tutto in me era turgido…per quanto felici fossimo nel parco; io non ne facevo più parte”.

Così quelle fanciulle non più fanciulle saranno gettate nel mondo, destinate a dissolversi in esso. E in quell’apparente scena di giubilo in cui avviene quel loro ingresso c’è un che di feroce che sembra alludere ad un rito orgiastico-sacrificale, anche se quel corteo che le fanciulle percorreranno sembra essere parte di un rito nuziale giacché a loro fianco, ad accompagnarle, vi sono dei fanciulli che sono quei bambini da cui erano state separate da piccole: “Camminavamo a tempo di musica; all’inizio tenevo la testa china e avevo paura di calpestare i fiori che coprivano la strada. Solo quando dalle finestre mi ebbero più volte ricoperta di fiori osai alzare lo sguardo, ma il mare sterminato di bandiere e gagliardetti letteralmente mi terrificò…Intanto quasi soffocavamo sotto i fiori che piovevano su di noi da tutta la piazza e spesso ci colpivano dolorosamente sul viso”.

Un rientro nel mondo che sembra voler ristabilire ruoli e regole, sebbene il tripudio e l’esaltata eccitazione che circonda quel corteo rende quella scena profondamente ambigua. E così come in quei primi giochi nel parco che da bambina avevano affascinato la narratrice:”Non dimenticherò mai quello che allora mi apparve. Fra strette sponde verdi scorreva un largo ruscello. Di qua e di là fitti cespugli lungo le sponde, sembrava di essere isolati dal mondo, e ai due lati del ruscello, fin dove giungeva il mio sguardo, centinaia di ragazze che si spogliavano per fare il bagno”, adesso sarà ancora in quell’elemento cioè l’acqua che verrà condotta, ma con ben altro misterioso destino: “Una folle paura mi prese alla vista della fitta folla formicolante che riempiva fin l’ultimo angolo del cortile posteriore; ma poi, passando senza difficoltà fra le tribune di pietra, arrivammo alla grande vasca…”.  Ma qui il manoscritto si interrompe e Wedekind vi aggiunge solo una postilla in cui ci dice che Mine – Haha significa: “Acqua ridente” elusiva ed enigmatica conclusione di un testo elusivo ed enigmatico in sé, pieno di inquietanti interrogativi e al tempo stesso di premonizioni.

Come detto Wedekind fa precedere l’inizio della narrazione vera e propria da un prologo in cui ci dice che Helene Engel l’autrice del manoscritto, nonché protagonista-narratrice, era sta indotta a consegnare a Wedekind quel manoscritto in conseguenza del fatto che aveva letto poco tempo prima un suo libro: “Risveglio di primavera” e quello che lei aveva scritto le sembrava “qualcosa di simile” rispetto a quanto contenuto nel libro di Wedekind. Per questo riteneva che Wedekind avrebbe potuto comprendere quanto era riportato nel manoscritto e per questo glielo aveva dato. Poche settimane dopo quella consegna accade però che: “La mia vicina di stanza, l’ottantaquattrenne Helene Engel, si era buttata dal quarto piano giù nel cortile…il fatto veniva ritenuto conseguenza di uno squilibrio mentale che da diversi anni si era manifestato nella vecchia signora sotto forma di attacchi improvvisi di paura, confusione ed esaltazione”, che, letto a posteriori, sembra un inquietante epilogo della vita di chi in quel parco ha vissuto. A quel punto – dice Wedekind – potendo disporre liberamente del manoscritto e valutatolo “degno di pubblicazione per la sua singolarità stilistica”, decide per la sua pubblicazione.

Ma conta ora qui, prima di tutto, far cenno a “Risveglio di primavera” che è il primo dramma di Wedekind, scritto nel 1891, laddove “Mine – Haha” è del 1900. Ebbene in “Risveglio di primavera” Wedekind aveva affrontato il tema dell’erotismo degli adolescenti, soffocato dalla falsità e dall’insensatezza della morale erotica borghese, mostrando come le convenzioni sociali possono arrivare a comprimere, fino a pervertirlo, ogni impulso naturale generato da un istinto sano. Il riferimento a “Risveglio di primavera” che Wedekind fa nel prologo di “Mine Haha”e l’indurre lui stesso l’idea, se pure attraverso Helene Engel che, tra i due testi, vi sia qualcosa di simile – affermazione che egli peraltro non smentisce ma, di fatto, avalla – fa intuire come il tema dell’erotismo adolescenziale intervenga anche in “Mine Haha”.

Se è pur vero che “Mine Haha” non è riducibile solo a questo avendo, come si è visto, più ampi risvolti tuttavia è indubbio che “Mine – Haha” è un testo attraversato da forti implicazioni erotiche, sia per ciò di cui parla, sia per come ne parla. A fronte di una evidente repressione sessuale agita sulle fanciulle che fa scomparire sia a livello di agito che di dichiarato la sessualità dalla scena – essendo anzi proprio la promiscuità sessuale una delle cause della segregazione di coloro che vengono tenute rinchiuse nel parco essendosi macchiate di quella colpa – vi è tuttavia costantemente sia nello stile che nella narrazione in sé, l’evocazione di un erotismo che pervade tutto ciò che accade nella vita del parco di “Mine – Haha”. E’ come se all’impossibilità di esplicitare la sessualità, venisse sostituita un’ erotizzazione non agita ma trasferita dalle fanciulle nelle loro manifestazioni corporee, nelle loro movenze, negli sguardi che l’un l’altra esse vanno posando sui loro corpi.

La competizione/emulazione tra di loro si confonde quindi con l’attrazione e nell’ammirazione che, le più brave e le più “belle” suscitano nella narratrice, si percepisce sempre una neanche tanto sottintesa eccitazione. Grazia e leggiadria si mischiano quindi, in molte descrizioni, con turbamento e desiderio. La compressione esistenziale e sociale a cui sono costrette le fanciulle da parte dal mondo esterno che le tiene così per assecondare il suo piacere di vederle “voyeuristicamente” attraverso le grate del teatro, senza però essere visto, fa, a sua volta, pensare chiaramente alla denuncia di quell’ipocrisia borghese – già affrontata da Wedekind in “Risveglio di primavera” – che nega in pubblico quello che poi morbosamente si fa in privato, con tutti i guasti che questo comporta su chi è oggetto di tale ipocrisia e di tali morbosità.

Al punto che in “Mine Haha” Wedekind ne fa, di tutto ciò, una vera e propria istituzionalizzazione attraverso la messa a regime dello “sfruttamento” a cui sono sottoposte le fanciulle nel parco di “Mine Haha” facendole diventare proprietà sociale degli abbienti finanziatori del parco e frequentatori del teatro. E, alla fine, in conclusione viene da chiedersi se poi fa più orrore il parco di “Mine – Haha” e la vita che in esso si conduce o quel mondo esterno che quel parco l’ha creato e quella vita la “pretende”, a cui interessa solo avere dei corpi levigati da guardare, pronto ad immolarli sull’altare, nuziale o meno, di quella “grande vasca…”

 

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