“Breve lettera del lungo addio” -Peter Handke

Leggere adesso “Breve lettera del lungo addio”, mi ha riportato alla mente ricordi e sensazioni di almeno 30 anni fa, per intenderci degli anni ’80. Quando i vissuti personali e generazionali di allora trovavano rispecchiamento nei libri di Handke o nei film di Wim Wenders e di Jim Jarmusch, perché in quei libri e in quei film si ritrovavano cose che, in quegli anni, contribuivano ad una presa di coscienza e, al tempo stesso, davano identità.

La ricerca allora era di contrapporre al conformismo, all’ unidimensionalità dilagante, alla misera quotidianità, al disimpegno superficiale, al mito del vincente, il valore della libertà, della non mediocrità, dell’autenticità, del disinganno, dello stare ai bordi.

Quegli autori, attraverso i protagonisti dei loro libri e dei loro film, non raccontavano grandi imprese o atti di eroismo, quanto, piuttosto, un girovagare allucinato e allucinante. Penso al vagare dissociato del protagonista di Paris – Texas di Wim Wenders, all’ alienazione totale in cui Handke fa muovere i personaggi dei suoi libri, a Stranger than Paradise di Jim Jarmusch, in cui dopo aver girovagato con il suo amico da una città all’ altra degli States, il protagonista se ne esce a dire: ma queste città sono tutte uguali.

E così leggendo questi libri e vedendo questi film si voleva fuggire come fuggivano i personaggi di questi libri e di questi film. Perché la fuga era il presupposto necessario per uscire da tutto e, durante la fuga e mediante la fuga, mettersi in viaggio alla scoperta di una possibile purificazione, liberazione, riappropriazione di sé, senza più compromessi e mediazioni. La idealizzazione di tutto questo era il “mito americano” e la sua materializzazione esistenziale e fisica era l’ ”on the road” attraverso gli States possibilmente su un bus Greyhound.

La meta non esisteva, non era quello il punto. Era il viaggio in sé, l’ “on the road” in sé la meta, durante la quale sperimentare e vivere quelle esperienze di alienazione, dissociazione, spaesamento, straniamento che facessero perdere la consapevolezza del proprio io: come un lavacro disinibitorio da cui uscire distaccatamente disincantati. Alla ricerca di una neoinnocenza, in cui stabilito che la realtà è il nulla, a quel nulla non si può contrapporre che la propria estraneità e la propria dissociazione e in queste rinchiudersi, creando microcosmi solitari, in cui appartarsi e separarsi dal mondo. Una risposta neoindividualista all’ individualisno dilagante.

In questo contesto la relazione con l’altro/a non è più un’esperienza stabile e stabilizzante, ma è un’esperienza frammentaria e frammentata che, o diventa fusione simbiotica e gli io si fondono in un unico io (la relazione come setta: questo può essere vero anche a due) o diventa evento passeggero: un/una compagno/a di strada con cui facciamo un pezzo del viaggio ma non tutto il viaggio. E, comunque, in entrambi i casi sia che ci si fondi sia che ci si separi, l’altro come diversità da sé resta un problema irrisolto. Perché non c’è più la comunità, se non come somma di individualità. Ne deriva che la società esiste come proiezione collettiva nella storia, non come intimità affettiva ed emotiva con l’altro capace di superare il dominio del proprio sé.

E più o meno di tutto questo che si parla in “Breve lettera del lungo addio” e, leggendolo adesso, ci si accorge che quei libri e quei film ci hanno dato delle consapevolezze, e non è poco, ma non ci hanno dato delle risposte, lasciando irrisolto il problema del superamento dell’estraneazione e della dissociazione, come unica soluzione al dominio del nulla. Ed è per questo che “Breve lettera del lungo addio” appare oggi così datato e distante.

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