“Aspettando i barbari” – John Maxwell Coetzee

Se è vero che la nostra “civiltà” è protesa a rendere tutti sempre più simili e a ridurre l’alterità di qualunque tipo essa sia, tendendo a razionalizzare e omologare il mondo, “Aspettando i barbari” è non solo un romanzo che affronta l’esistenza di quella alterità, ma ne rivela tutta la sua irriducibilità e la sua inafferrabilità. Le vicende narrate in “Aspettando i barbari” sono la metafora di un mondo che combatte l’alterità e cerca di sottometterla considerandola il proprio nemico e come tale la tratta e vi si rapporta. Anzi, per meglio dire, crea l’Altro come nemico, lo istituisce come tale, in quanto lo trasforma da quello che esso è e cioè il diverso da sé, in un nemico, proprio perché e solo perché è diverso da sé. E per stigmatizzare e sancire ciò attua una violenza che, nel contenere quella fisica, ne contiene una ancora più profonda, che è poi quella che genera quella fisica, e cioè quella dell’umiliazione e dell’offesa. E’ umiliando e offendendo l’ Altro in quanto essere umano che se ne qualifica la sua esistenza come Altro e lo si identifica come proprio nemico. Ma l’Altro, a sua volta, come accade in “Aspettando i barbari”, può essere violato e umiliato ma la sua alterità resta impenetrabile e imprendibile perché gli appartiene e tale distanza e differenza è ineliminabile.

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“La famiglia che perse tempo” – Maurizio Salabelle

Riporto una nota scritta un po’ di tempo fa su “La famiglia che perse tempo” di Maurizio Salabelle, autore che ho amato e amo molto e di cui ho già parlato, più ampiamente, nel mio commento ad un altro suo libro: “Un assistente inaffidabile”. Un gradito feed ricevuto, su quel commento, da parte di “Dalla mia tazza di tè. Il blog di Elena Grammann”, mi ha fatto venire in mente questa nota e mi ha indotto a pubblicarla affinché, soprattutto, l’opera di Salabelle possa essere conosciuta da un sempre maggior numero di lettori.

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“Mine – Haha” – Frank Wedekind

In un grandissimo e bellissimo parco, cinto da un “alto muro” e chiuso da “un’alta cancellata di ferro”, a sua volta tenuta chiusa con “un pesante catenaccio”, sono “sparse trenta case”. In ciascuna di queste case, tra loro tutte uguali, ma del tutto indipendenti l’una dall’altra, vivono insieme, in piccoli gruppi, bambine e fanciulle. Continua a leggere