“Cecità” – José Saramago

In uno degli interventi contenuti ne “Il quaderno” che raccoglie i testi scritti e pubblicati da Saramago sul suo blog tra il 2008 e il 2009, lo scrittore portoghese mette a confronto, ponendole in una sorta di classifica ideale, tre virtù: la carità, la giustizia e la bontà e, in relazione ad esse, afferma: “Se mi dicessero di disporre in ordine di precedenza la carità, la giustizia e la bontà, metterei al primo posto la bontà, al secondo la giustizia e al terzo la carità. Perché la bontà, da sola, già dispensa la giustizia e la carità, perché la giustizia giusta già contiene in sé sufficiente carità. La carità è ciò che resta quando non c’è bontà né giustizia.” (1) La bontà è quindi per Saramago il valore in assoluto più importante e onnicomprensivo, quello cioè che qualifica più di ogni altro, in senso sia morale che umano, gli uomini.

Al punto che, in un’altra sua dichiarazione – contenuta in una sua intervista – egli la antepone pure all’intelligenza essendo in realtà quest’ultima, secondo lui, il modo più alto in cui si esplicita la bontà: “…la bontà viene addirittura prima dell’intelligenza, o meglio è la forma più alta dell’intelligenza.” (2) Tuttavia, sempre in quell’intervista, Saramago rivela come egli non si nasconda quanto la bontà sia in realtà una virtù assai difficile dal venire messa in pratica. Perché se la bontà, come egli afferma, va intesa né come “bontà contemplativa, in fondo abbastanza egoista”, né come “bontà caritatevole”, bensì come “bontà attiva” ebbene, quest’ultima, egli osserva, è una “…virtù tanto più difficile perché si manifesta in un periodo storico in cui è palesemente disprezzata, annichilita dal cinismo imperante” laddove, questa bontà, è una bontà che si dovrebbe manifestare “…nella pratica quotidiana, che non è animata da nessun pensiero salvifico sull’intera umanità; che si accontenta di far “lavorare” il proprio minuscolo granello di sabbia. Nel tentativo di recuperare una relazione umana che sia effettivamente tale”.

Saramago, con queste sue affermazioni, ci mette quindi di fronte ad una serie di significati che evidenziano una visione del mondo e una sensibilità basata sul valore supremo della dignità e del rispetto dell’essere umano, praticato con spontanea e disinteressata generosità, in altre parole sul valore dell’attenzione all’altro e agli altri di cui ne denuncia, al tempo stesso, il progressivo svilimento nel contesto del nostro contemporaneo. Ed è proprio di questa morte della bontà e delle conseguenze a cui tale morte può condurre gli esseri umani che Saramago ci parla in “Cecità”, mettendo a nudo il grande tema di cui siamo sempre più partecipi oggi cioè l’affievolirsi e diradarsi di “una relazione umana che sia effettivamente tale”.

In “Cecità” Saramago prende le mosse dall’immaginare un improvviso e inspiegabile fenomeno che si diffonde ben presto in modo inesorabile. Si tratta di una ignota forma di cecità che colpisce indiscriminatamente, trasmettendosi per contagio e dando luogo ad una vera e propria epidemia. L’anomalia di tale cecità è che essa non ha avuto segnali premonitori in colui che ne è stato la prima vittima, né egli è una persona per qualche aspetto particolare, bensì è una persona qualunque che vive in una città di un paese qualunque, quindi una persona del tutto simile a noi che vive nel “mondo” in cui viviamo noi. Nella più assoluta normalità irrompe quindi questa assoluta anormalità. E ad esasperare la natura sconosciuta di questa malattia vi è il fatto che le vittime pur piombando di fatto nell’oscurità che deriva dal non vedere, in realtà sono come immerse in un candore luminoso dato che quello che appare loro è come un mare di latte, da cui quel nome di “mal bianco” dato alla malattia.

Siamo quindi portati dentro una serie di fatti inquietanti e di stravolgimenti che alimentano un senso di angoscia e di impotenza che, dall’iniziale smarrimento, condurrà le vittime di tale cecità ad uno stato di vero e proprio panico. E dal diffondersi di quella notte permanente, se pur bianca, causata dal non vedere più si passerà, ben presto, al diffondersi di una vera e propria notte della ragione. Perché, nell’illusione di circoscrivere il contagio, il primo cieco e quelli che con lui erano venuti in contatto, contagiandosi, vengono rinchiusi ed isolati in un ex manicomio, messi di fatto in una condizione di prigionia, nella quale sono abbandonati a se stessi, privi di qualsiasi accudimento e assistenza, salvo l’essere riforniti di cibo; tenuti a distanza, sorvegliati e circondati da soldati pronti ad aprire il fuoco nel caso tentino la fuga. Costoro si troveranno perciò a combattere con le più elementari difficoltà dovute al non vedere e, tali difficoltà, li sprofonderanno molto rapidamente nel più totale abbrutimento, costretti in tutto e per tutto a doversi muovere e a doversi accudire da soli.

Pur cercando di organizzarsi in qualche modo tra loro, la solidarietà si scontrerà con l’individualismo e le individualità di ciascuno e la vita diverrà sempre di più, per tutti, una vera e propria lotta per la sopravvivenza. In primo luogo fisica: ossessivo in tal senso il rapporto col cibo e con l’ansia di non riceverne o di non riceverne a sufficienza, e poi mentale ed emotiva, mancando totalmente appigli per comprendere che cosa sta accadendo loro e che cosa accadrà. “Cecità” si fa ben presto un romanzo disturbante perché nel realismo delle descrizioni del quotidiano di quei ciechi che, è bene ricordare, sono individui piombati all’improvviso nella cecità e quindi ad essa del tutto impreparati da ogni punto di vista, ebbene in quelle descrizioni si manifesta tutta la disumanità, umiliante e feroce, che deriva da quella situazione. La quale genera raccapriccio sia in relazione alle condizioni materiali di vita a cui i ciechi devono far fronte, sia all’abominio di quelle autorità che hanno deciso così, affermando cioè l’emarginazione e l’indifferenza invece che il farsi carico di quelle persone ed aiutarle.

“Cecità” si incanala quindi sempre di più tra la tragedia grottesca e la favola apocalittica, restando Saramago attento a dosare il dramma e la disperazione che dalle vicende narrate emana, con l’irrealtà e i parossismi che una vicenda a suo modo “fantastica” e surreale come questa può ispirare. Ma questo uso che Saramago fa di una ambientazione narrativa di tipo “fantastico”, basata cioè su un ricorso forte all’immaginazione e alle invenzioni narrative, creando un’ “altra realtà”, lungi dall’essere il tema in sé del romanzo appare, con tutta evidenza, funzionale alla rappresentazione allegorica del reale che ci circonda, alla costruzione di parabole che parlano del nostro mondo, alla evocazione di metafore che ci riguardano, attraverso cui veicolare quella sua visione etica incentrata su: umanità, giustizia, rispetto, dignità, bontà di cui si diceva. L’immaginazione di Saramago, sempre impregnata di un’ amara e sofferta ironia, finisce infatti per ricondurre ad un senso di profonda compassione per coloro che sono vittime di ciò che egli crea e narra trasmettendoci, a partire da ciò, una compassione più generale per gli uomini nel loro insieme e per il loro destino.

Quella che Saramago crea in “Cecità” è quindi una sorta di realtà virtuale basata sull’invenzione di un’ipotesi: mettiamo che accada che prima singoli individui, poi piccoli gruppi, infine tutti diventino ciechi, che cosa succederebbe. L’esito che Saramago immagina è spietato perché le dinamiche e i comportamenti che egli, nel suo analitico descrittivismo, fa scaturire, prima fra sani e malati, poi fra questi tra loro, rimanda a una visione che prefigura il prevalere della malvagità e della crudeltà, dove la cecità fisica finisce per diventare disvelatrice di un’assoluta cecità verso l’altro. Una cecità morale e umana che porta e riporta tutto e tutti ad una vera e propria barbarie.

L’excursus delle vicende assume infatti una progressione via via sempre più devastante e catastrofica. Al primo gruppo di ciechi internati faranno infatti seguito ondate successive e crescenti di altri ciechi e tra lotte per il cibo e difficoltà di convivenza che si muteranno in esplicite ostilità assistiamo all’esplodere della natura umana in tutta la sua abiezione. Nelle camerate di quel luogo dove i ciechi sono rinchiusi, divenute orribilmente sovraffollate, malsane e putride, scoppiano tumulti, aggressioni, prese del potere da parte di alcuni sugli altri; delle vere e proprie violenze fisiche come gli stupri che quel gruppo di uomini ciechi, impossessatisi prepotentemente del dominio assoluto, perpetrerà sulle donne cieche. E in un crescendo di violenza e di violenze dalle quali nessuno sarà escluso anche chi le agirà a “fin di bene” – affermandosi in tal modo una regressione collettiva a un mondo ferino e brutale – si giungerà ad una catarsi della violenza, sotto forma di un incendio, a suo modo liberatorio, che restituirà, a chi uscirà vivo da quell’incendio, la libertà di potersi allontanare da quel luogo dato che, come costoro scopriranno ben presto, ormai all’esterno tutti sono diventati ciechi e anche la guarnigione che lì stazionava si è dissolta.

L’azione da qui in poi torna incentrarsi e a focalizzarsi su quel primo gruppo di ciechi che erano stati internati, tra i quali si era formato e si era mantenuto un legame basato su un reciproco istinto di sopravvivenza che, sopravvissuti all’incendio, si allontanano da lì insieme. In realtà quel gruppo è tenuto insieme e reso coeso dall’unico personaggio non cieco presente nel romanzo: la moglie di quell’oculista che aveva visitato il primo cieco ed era divenuto cieco anch’egli e la cui moglie, per seguirlo e restare con lui, si era finta anch’essa cieca pur non essendolo e tale aveva continuato ad essere, restando singolarmente immune dal contagio, ma non rivelando ciò a nessuno, tranne che al marito, per evitare di divenire possibile ostaggio degli altri ciechi. Svelata a questo punto anche agli altri la sua non cecità essa assumerà la guida del gruppo rappresentando di fatto il testimone, pienamente partecipe, degli eventi. Colei che, “costretta” a vedere, svela ciò che accade e si fa tramite del mondo, facendo vedere a chi è con lei, ma anche a noi, quella realtà.

Ma incarnando anche, in un mondo in cui la dignità e il rispetto non hanno più salvezza, quella pietà verso gli altri e quel prodigarsi generoso in altre parole quella bontà di cui si rivelerà coraggiosamente capace, nella consapevolezza della cecità interiore degli uomini divenuta imperante che ella ben comprenderà, affermata nella famosa frase che Saramago le farà pronunciare: “Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”. ( Si noti l’anomala punteggiatura adottata da Saramago, incentrata sull’uso delle virgole, volta a creare un flusso continuo nella narrazione)

Orientato dagli occhi di questa donna e dalle sue fattive e concrete intuizioni ed iniziative, quel gruppetto vagherà tra le devastazioni umane e materiali di quel mondo in cui ormai vige solo la legge della forza, con la città in totale abbandono preda di saccheggi e gruppi di ciechi che si aggirano come esseri inselvatichiti occupando le case altrui e lottando l’uno contro l’altro per assicurarsi il cibo. Quel piccolo gruppo e quella donna che non si è lasciata accecare dall’egoismo e che ha sempre accettato la realtà anche quando ne derivava dolore e frustrazione, sapendo elaborare reazioni attente sia verso di sé che verso gli altri, tenendo sempre vivi la ragione ma anche i sentimenti, piano piano si abitueranno ad agire come una comunità, ricostituendo, senza accorgersene, un senso di comunità fondato proprio su quel binomio ragione-sentimento.

E tuttavia in quel mondo vige il dominio della cecità e anche Dio è ormai cieco come Saramago fa intendere in quella metafora della chiesa al cui interno anche il Cristo sul crocefisso e le statue dei santi sono state bendate da una mano ignota e quindi non vedono. Perciò chi anche tenti di salvarsi o riesca a salvarsi in un mondo così la sua resterà lo stesso un’esistenza estrema e terribile, verso cui non si finirebbe che provare un’altra volta una grande compassione. Ma ogni compassione contiene in sé un germe di di identificazione ed è per questo che “l’esperimento” di Saramago ci turba. Perché ci rappresenta, dice di una nostra possibilità, dà voce a una condizione condivisa, a un generale senso di impotenza, ad una inibizione del nostro essere. Se gli esseri umani sono per definizione esseri sociali quindi solidali in quanto in relazione tra loro, che ne è della loro stessa essenza ed esistenza nel momento in cui quel loro stare in relazione scompare dal loro orizzonte.

Saramago con “Cecità” lancia un monito severo e visionario richiamando alla responsabilità, intesa come responsabilità verso noi stessi. Perché nello smarrirsi dell’assunzione di responsabilità verso l’altro e verso gli altri in realtà smarriamo la responsabilità verso tutti noi. Ed è proprio il perdersi e lo svanire del noi – un noi aperto e inclusivo come quello che quel gruppo alla fine metterà in atto al suo interno ma anche verso l’esterno – ciò che più di ogni altra cosa accade in “Cecità” e che mina ed erode dall’interno tutte le forme della relazione umana così come l’apologo di Saramago ci mostra senza pietà. Solo fondandosi all’interno di un noi è dato vivere e nel momento in cui tale noi si perde di vista l’istinto è a riaffermare la legge del più forte, in una lotta di tutti contro tutti. “E’ di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria” fa dire Saramago ad uno dei personaggi e nella crudezza di ciò affonda la constatazione di ciò di cui l’uomo lasciato a se stesso sia capace.

Come fosse stata “…davvero una storia dell’altro mondo quella in cui si era detto, Sono cieco”, i ciechi altrettanto inspiegabilmente e altrettanto improvvisamente torneranno a vedere. Tutto alla fine sembra essere stato solo un gran brutto sogno, il sogno di una cecità, ma ci si chiede se in fondo Saramago non avesse già visto che in quella cecità, la cecità di coloro che “pur vedendo non vedono”, ci siamo già finiti anche noi senza accorgercene.

_______________

(1) José Saramago – “Il quaderno – Testi scritti per il blog (settembre 2008 – marzo 2009)” – Bollati Boringhieri – 2009

(2) “José Saramago. Al primo posto la “bontà” la virtù più disprezzata” intervista di Franco Marcoaldi a José Saramago apparsa su “Repubblica” il 19.11.2009

8 risposte a "“Cecità” – José Saramago"

  1. Alessandra 15 gennaio 2018 / 1:07

    Bel romanzo, l’avevo letto anni fa e mi aveva presa molto. Anche per quell’idea basilare di paragonare la cecità della coscienza alla cecità fisica. E poi la scrittura di Saramago mi piace molto, la trovo sciolta, scorrevole, oltre che originale come stile.
    Complimenti per l’accurata analisi.

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    • ilcollezionistadiletture 15 gennaio 2018 / 8:29

      Grazie Alessandra per la visita e l’apprezzamento. Si, “Cecità” è una grande metafora che, come dici tu, parla alla nostra coscienza e contiene un richiamo che è, e penso resterà, sempre attuale. Un carissimo saluto e complimenti a mia volta per la tua di recensione che ho letto e apprezzato.
      Ciao
      Raffaele

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  2. Elena Grammann 15 gennaio 2018 / 11:10

    Saramago è un autore che, nei pochi tentativi di approcciarlo, non mi ha convinto. Ho letto “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” che ho trovato interessante, benché deludente nel finale e in generale un po’ presuntuoso. Poi ho provato con “Le intermittenze della morte”, ma dopo le prime quaranta pagine l’ho regalato a una collega estimatrice dell’autore, tanto il “flusso continuo nella narrazione” mi aveva irritato. Magari se lo rileggessi adesso, dopo dieci anni, mi conquisterebbe, è già successo.
    La tua recensione, in ogni caso, tocca temi di un peso e di una rilevanza straordinaria: “Se gli esseri umani sono per definizione esseri sociali quindi solidali in quanto in relazione tra loro, che ne è della loro stessa essenza ed esistenza nel momento in cui quel loro stare in relazione scompare dal loro orizzonte.” Mi sembra che il romanzo di Saramago si muova all’interno di un’aporia dell’umano: se l’essere umano è capace di bontà, perché è più facilmente e più generalmente cattivo? Perché in situazioni in cui, per vari motivi, i freni inibitori saltano, la sua cattiveria assume forme e proporzioni difficilmente immaginabili? Perché, se è così fatto, come è fatto, per stare con gli altri, gli altri diventano per lui così spesso un problema?
    L’ostacolo è sicuramente l’egoismo, eppure l’egoismo è anche necessario: un’applicazione radicale del Vangelo porterebbe all’estinzione della specie.
    E’ interessante, in questo contesto, che Saramago parli della bontà come di una virtù, cioè come di qualcosa che non è spontaneamente in dotazione alla specie, ma che deve essere acquisito individualmente attraverso l’esercizio e la pratica. In altre parole, per essere buoni non basta schierarsi con i (politicamente) buoni, che è la scorciatoia che prendono in molti.
    Scusa questi “pensieri in libertà” a proposito di un autore che oltretutto conosco poco, ma la tua recensione, come detto, tocca temi potenti che non possono lasciare indifferenti.
    Ciao e a presto

    Elena

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  3. ilcollezionistadiletture 15 gennaio 2018 / 14:09

    Prima di tutto grazie Elena di avere valorizzato con le tue considerazioni questo commento.
    Le questioni che pongo, ma perché in realtà le pone Saramago, sono cruciali – così come hai sottolineato e così come anch’io le sento e le vivo – perché nel nostro contemporaneo lo stanno diventando sempre di più per effetto della perdita dei legami a tutti i livelli: sociali, affettivi, interpersonali, relazionali. Non c’è più o non c’è di nuovo la barbarie esplicita, ma c’è sicuramente l’indifferenza.
    Nel mio commento a “Perturbamento” di Bernhard avevo fatto ricorso a un passo di Eugenio Borgna che ti riporto, che è illuminante in relazione a questo discorso sull’ indifferenza e in cui echeggiano fortemente i temi di “Cecità”.
    Scrive Eugenio Borgna: “Si, l’indifferenza è davvero la malattia più crudele e inesorabile della vita psichica, e in essa siamo prigionieri di un deserto della speranza che non consente alcuna reale comunicazione, alcuna sincera relazione, con il mondo delle persone e delle cose. Nella indifferenza siamo immersi in una solitudine arida e pietrificata, che nulla ha a che fare con la solitudine interiore, con la solitudine creatrice, e che diviene invece isolamento. Nell’isolamento diveniamo monadi senza porte e senza finestre: negati a qualsiasi slancio altruistico, e solo incentrati sui ghiacciai di un individualismo implacabile, e dilagante. Nella indifferenza si inaridisce, e si spegne, ogni possibile comunità di destino che è invece la cifra tematica, l’immagine, la metafora palpitante e viva, di una condizione di vita che rende la vita degna di essere vissuta anche nel dolore e nella sofferenza, nell’ angoscia e nella disperazione….Avviandomi a una preliminare definizione di comunità di destino non potrei se non dire che in essa si vuole tematizzare una visione del mondo, una Weltaschauung, nella quale si esca dalla nostra individualità, dai confini del nostro egoismo, e non si riviva il dolore, la sofferenza altrui come qualcosa che non ci interessi, come qualcosa che non ci appartenga, come qualcosa che nemmeno sfiori la nostra ragione di vita, ma invece, e sinceramente, come qualcosa che ferisca anche noi: come qualcosa, cioè, che non ci sia estraneo, o indifferente, e nel quale si sia tutti implicati. Insomma si forma una comunità di destino, una comunità solo visibile agli occhi del cuore, quando ciascuno di noi sappia sentire, e vivere, il destino di dolore, di angoscia, di sofferenza, di disperazione, di gioia e di speranza, dell’altro, come se fosse, almeno in parte, il nostro destino,: il destino di ciascuno di noi.” ( Aldo Bonomi, Eugenio Borgna – “Elogio della depressione” – Einaudi – 2011)
    Detto questo in effetti, come Saramago, penso che la natura umana sia basata sull’istinto di dominio e di sopraffazione, lo stato di natura di Hobbes per intenderci, non certo il buon selvaggio, e che la bontà non sia insita nella natura umana ma sia una conquista della specie, un effetto delle mutazioni antropologiche della specie umana che ha compreso, per istinto di sopravvivenza e di conservazione, i vantaggi del divenire esseri relazionali di cui il perseguimento della pace è la più classica aspirazione, da cui è derivato il concepire l’ essere compassionevoli e buoni, in quanto necessario e utile e, al tempo stesso, gratificante.
    In altre parole un processo acquisitivo dettato da istinti progressivamente razionalizzati e ricondotti dentro ciò che si suole definire ragione per allontanare, in realtà, la paura del pericolo, in altre parole la paura della morte che, vivere in uno stato di natura dove l’uomo è in un’eterna lotta per affermare il proprio “egoismo”, produce. Ma ciò è un processo di razionalizzazione continua che l’uomo deve fare perché – il ‘900 ce lo insegna, ma accade anche nel nostro contemporaneo – l’istinto a sopraffare l’altro è sempre dietro l’angolo. Tuttavia oggi siamo di fronte a una forma nuova di sopraffazione che è meno nella forma della violenza esplicita, cioè nella forma della guerra, ma si manifesta nella forma di processi di esclusione/separazione che allontanando/atomizzando gli esseri umani li rende sempre più estranei tra loro. E ciò incrina quella componente sociale/relazionale che la specie umana ha progressivamente sviluppato ed elaborato e perciò mette in crisi la bontà e tende a farla morire. E a che cosa questo può portare e come si evolverà non lo sappiamo. Oggi assistiamo al formarsi delle crepe nell’edificio ma che cosa ne sarà dell’edificio non lo sappiamo.
    Saramago stilisticamente e per quel suo procedere “retorico” so che può piacere e può non piacere. Qui, come ne “La caverna”, l’unico altro suo libro che ho letto, la sua forza sta soprattutto nella forza evocativa, in senso etico-morale ed esistenziale, dei temi che affronta, non a caso la critica ha definito il suo canone “realismo etico”. Per me è soprattutto un grande affabulatore e costruttore di metafore e di apologhi tendenti ad una riflessione sull’uomo, non a caso il titolo originale di “Cecità” in portoghese è “Ensaio sobra a Cegueira” cioè “Saggio sulla cecità”, che dice appunto di questa sua tendenza a riflettere sull’esistenza umana.
    In questo senso è uno degli ultimi grandi umanisti nella letteratura del ‘900, un tipo di figura e una tradizione ormai in via di estinzione e la sua cifra penso si possa sintetizzare nella sua ricerca di un’umana aspirazione al dialogo nella consapevolezza della sua sempre possibile catastrofe.
    Grazie ancora e un carissimo saluto.
    Raffaele

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  4. dietroleparole 15 gennaio 2018 / 17:27

    Ritengo José Saramago un narratore irresistibile, nel senso che trovo difficile non lasciarsi irretire dalla sua prosa apparentemente piana e discorsiva, quasi monocorde – così uniforme e fluida che risulta arduo interromperne la lettura – ma che è in realtà l’esito di una raffinatezza incurante di se stessa. Una prosa ondivaga sulla quale non si può che galleggiare, e per galleggiare bisogna apprendere il segreto della leggerezza. E non ci sono dubbi sul fatto che sia uno scrittore colmo di un empito etico che gli suggerisce le sue impagabili metafore, le sue fabulae che ben si reggono come castelli narrativi ma che invitano alla condivisione, alla immedesimazione, a una lettura critica della società di cui facciamo parte. Ma la sua è un’etica intrisa di quella pietas che la costringe a scendere dai piedistalli e, anche, spesso, a sorridere un po’ indignata e un po’intenerita dello spettacolo spesso indecoroso che gli uomini danno di se stessi. Quello che traspare dalle sue righe non è satira, e nemmeno ironia, sembra piuttosto un sincero affetto partecipe per quella umanità che gli offre una riserva infinita di materiale narrativo, per l’oscuro e sorprendente animo umano che racchiude in sé tutto ciò che vale la pena raccontare. Certo “Cecità” rappresenta forse il punto più drammatico della sua produzione, dove si toccano le estreme conseguenze, dove il gioco dell’allegoria è condotto a un passo dal baratro sociale. Mi verrebbe in mente, pur con tutti i dovuti distinguo “La peste” di Camus, se non agisse anche in queste pagine, l’alchimia di una prosa che possiede la capacità di alleggerire, forse anche grazie al suo ritmo trascinante che non consente soste, che non permette al lettore di penetrare fino in fondo al dramma sociale e individuale a cui è costretto ad assistere. Interessante ciò che dici riguardo al titolo originale del romanzo – “Saggio sulla cecità” – anche perché gli stessi personaggi sono presenti in un altro romanzo di Saramago che viene considerato il seguito di questo e che si intitola “Saggio sulla lucidità”. Se intendi continuare con Saramago ti consiglio di non perdere assolutamente quella che io considero la sua opera capolavoro, “L’anno della morte di Ricardo Reis”, sicuramente il suo romanzo più letterario, quello che trascina letteralmente il lettore nel mondo del più importante eteronimo di Fernando Pessoa. Un’esperienza impareggiabile per me è stata quella di partire da queste pagine di Saramago per conoscere il grande poeta portoghese, per leggere le sue poesie e per ritrovarle poi in una seconda lettura sparse nella prosa cantante e ricchissima del romanzo. Un’ultima cosa: ritengo il suo “Viaggio in Portogallo” il libro di viaggio più bello che io abbia mai letto.

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    • ilcollezionistadiletture 16 gennaio 2018 / 15:07

      Grazie per queste tue ricche e sentite considerazioni su Saramago e la sua opera che consentono di inquadrare “Cecità” in un contesto più ampio, trasmettendo il frutto della tua lettura sicuramente appassionata, che ne fa cogliere ulteriori sfumature e risvolti.
      Già un’altra persona che, come te, amava profondamente Saramago mi aveva decantato “L’anno della morte di Ricardo Reis” definendolo, come te, il capolavoro di Saramago.
      Peraltro avendo amato e amando Pessoa sarà, anche per questo, oltre che per le “referenze”, un libro che, prima o poi, leggerò sicuramente.
      Grazie ancora e un carissimo saluto.
      Raffaele

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  5. giacinta 16 gennaio 2018 / 11:53

    Letto nel secolo scorso, 🙂 , mi turbò decisamente, forse per i motivi che tu hai sottolineato nella tua bellissima recensione. E’ il romanzo di Saramago che più ho apprezzato.

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    • ilcollezionistadiletture 16 gennaio 2018 / 12:44

      Grazie Giacinta per il tuo generoso apprezzamento. “Cecità” penso lo si possa considerare ormai un vero e proprio classico dato che dal secolo scorso ad oggi mi sembra ancora ben vivo e vegeto, visto che i temi di cui tratta sono sempre più attuali e il modo in cui li tratta si mantiene coinvolgente.
      A me era piaciuto molto anche “La caverna” ma penso che devo leggere ancora altro di Saramago per farmene un’idea più completa.
      Grazie ancora e un carissimo saluto
      Raffaele

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