“Aspettando i barbari” – John Maxwell Coetzee

Se è vero che la nostra “civiltà” è protesa a rendere tutti sempre più simili e a ridurre l’alterità di qualunque tipo essa sia, tendendo a razionalizzare e omologare il mondo, “Aspettando i barbari” è non solo un romanzo che affronta l’esistenza di quella alterità, ma ne rivela tutta la sua irriducibilità e la sua inafferrabilità. Le vicende narrate in “Aspettando i barbari” sono la metafora di un mondo che combatte l’alterità e cerca di sottometterla considerandola il proprio nemico e come tale la tratta e vi si rapporta. Anzi, per meglio dire, crea l’Altro come nemico, lo istituisce come tale, in quanto lo trasforma da quello che esso è e cioè il diverso da sé, in un nemico, proprio perché e solo perché è diverso da sé. E per stigmatizzare e sancire ciò attua una violenza che, nel contenere quella fisica, ne contiene una ancora più profonda, che è poi quella che genera quella fisica, e cioè quella dell’umiliazione e dell’offesa. E’ umiliando e offendendo l’ Altro in quanto essere umano che se ne qualifica la sua esistenza come Altro e lo si identifica come proprio nemico. Ma l’Altro, a sua volta, come accade in “Aspettando i barbari”, può essere violato e umiliato ma la sua alterità resta impenetrabile e imprendibile perché gli appartiene e tale distanza e differenza è ineliminabile.

Pubblicato nel 1980 “Aspettando i barbari” è, in ordine cronologico, il terzo romanzo di J.M. Coetzee ma, in realtà, il primo romanzo dello scrittore sudafricano ad avere ricevuto attenzioni e riconoscimenti internazionali. Sebbene in “Aspettando i barbari” sia possibile riscontrare riferimenti impliciti alla realtà del Sudafrica di quegli anni – si tenga presente che erano quelli anni in cui in Sudafrica vigeva ancora l’apartheid e i conflitti interrazziali laceravano il Paese – tuttavia il modo in cui sono affrontate le vicende narrate non solo non ha espliciti riferimenti storico-geografici, ma utilizza un approccio squisitamente letterario, cioè fortemente allegorico, per affrontare un tema che, in realtà, è assai vasto. Perché “Aspettando i barbari” ci pone di fronte al tema della disumanizzazione dell’Altro, della sua negazione come essere umano, perché “colpevole” di essere diverso. Non più quindi altro da sé in ragione della diversa identità ma in ragione di un diverso grado di umanità a cui il diverso da sé va destinato e relegato.

Ambientato in un tempo indefinito e in un luogo indefinito “ Aspettando i barbari” si svolge lungo la frontiera di un fantomatico Impero ai cui confini si ritiene stiano per premere i barbari così definiti per il loro essere popolazioni estranee a coloro che fanno parte dell’Impero. Eppure in quella città fortezza, posta al limite remoto di quel confine, dove viene inviato dalla capitale il sinistro colonnello Joll della potente e spietata Terza Divisione, con il compito di avviare una campagna contro i barbari, la vita si svolge pacificamente. Il Magistrato – che è il protagonista del romanzo – funzionario dell’Impero che lì ne amministra la giustizia e lo rappresenta manifesta da subito a Joll tutte le sue perplessità rispetto a quelle ipotetiche minacce di cui non vi è alcun riscontro.

E già da questo contrasto appare quella lacerazione, che attraversa tutto il romanzo, tra una concezione dell’esistenza quale quella del Magistrato basata su un sostanziale rispetto per ciò che lo circonda: “ Io credo nella pace, forse addirittura nella pace ad ogni costo”, dice a un certo punto il Magistrato, e la violenza, cupa e indifferente di Joll, emblema di un potere imperscrutabile, lontano e senza volto, orientato al dominio, sordo e cieco a qualsiasi cosa che non sia la propria affermazione. Peraltro il Magistrato non si è mai posto nella sua vita particolari problemi di coscienza, né particolari dubbi sulla sua fedeltà all’Impero, anche perché in quel “pigro territorio di frontiera”, nulla incrina la tranquilla routine della sua vita ed egli sa quanto siano ricorrenti e infondate quelle “voci” che si levano sulle minacce che proverrebbero dai barbari: “…a ogni generazione, a un certo punto si diffonde una specie di isteria sui barbari…Non c’è uomo che non sia stato colto dal terrore al pensiero di un’incursione di barbari nella sua casa: piatti rotti, tende in fiamme, figlie violentate… Fatemi vedere un esercito di barbari e ci crederò”, dice il Magistrato. Ma le cose prenderanno una piega che sovvertirà la tranquillità della sua vita.

Caso vuole che in quel momento siano reclusi nella fortezza, accusati di un presunto furto, due prigionieri – “Normalmente non avremmo avuto barbari da mostrarle” dice il Magistrato a Joll – appartenenti a quelle popolazioni indigene costituite da “Gruppi di poveretti che vivono lungo il fiume con le loro piccole greggi”, così come il Magistrato descrive quelle persone sostanzialmente innocue e pacifiche,

I barbari sarebbero quindi degli indigeni che vivono in tribù sparse sul territorio esterno alla frontiera, intenti a condurre la loro vita ed estranei a qualsiasi intento aggressivo. Vi è perciò un relativismo del termine barbari che nel definire quello che è un diverso modo di vivere diventa, per chi lo vuole fare diventare tale, sinonimo di minaccia e quindi di nemico. I barbari in sé non fanno paura ma, attraverso di essi si crea la paura, perché soltanto in opposizione a un Altro percepito come pericoloso e violento chi è pericoloso e violento può affermare se stesso.

E infatti Joll non si fa sfuggire l’occasione. Interroga “ a modo suo” i due prigionieri e uno muore a seguito dell’interrogatorio per le torture subite e, all’altro, sfinito da quelle torture, Joll estorce una confessione fasulla facendogli ammettere un fantomatico furto e, quel che è peggio, l’intenzione della sua tribù di “muovere guerra all’ Impero”. Anche la parola verità rivela quindi tutto il suo relativismo, perché c’è la vera verità, c’è la verità estorta e c’è la verità di Joll che per Joll non è nient’altro che il dolore fatto provare all’Altro: “Il dolore è verità, tutto il resto è soggetto al dubbio”, dice Joll. Laddove questa verità coincide con la degradazione, con la negazione dell’Altro, con la sua umiliazione e con la violenza che gli viene fatta subire. E il Magistrato comincia a comprendere che egli è, anche non volendo e anche non essendolo, un complice di tutto ciò: “Non mi sfugge che l’inquisitore può avere due maschere, parlare con due voci diverse, una dura e l’altra suadente”, dice a se stesso. Primo apparire di quell’interrogarsi sulla verità delle cose che lo costringerà a confrontarsi con la realtà della violenza, del pregiudizio, dell’identità dell’ Altro e di se stesso, ma anche della cosiddetta civiltà.

Intanto Joll, a seguito di quella confessione, fa quello che si riprometteva sin dall’inizio: “…un’incursione lampo fra i nomadi a prendere altri prigionieri”. La fortezza sarà riempita da un insieme di uomini e donne inermi, sprofondati ben presto nell’abulia di quella cattività, con tutta evidenza estranei ad ogni tumulto o insurrezione. Un grumo umano che, dopo i soliti interrogatori, sarà solo “un disperato piccolo nodo fatto di malati, affamati, feriti,terrorizzati”. Ripartito Joll per la capitale con il suo bottino di “verità”, il Magistrato darà ordine di lasciare andare quella povera gente e i sopravvissuti a quelle torture se ne andranno tutti tranne una ragazza che ha i piedi feriti e la vista rovinata per ciò che le hanno fatto. Il Magistrato la nota perché la vede fare l’elemosina e ciò alimenta in lui quel senso di vergogna per tutto ciò che gli sta accadendo intorno che aveva già provato – “Maledico il colonnello Joll per tutti i guai e la vergogna che mi ha portato”, aveva detto – e che, adesso, prova nuovamente vedendo quella ragazza. La convincerà a seguirlo e la porterà con sé liberandola e liberandosi almeno da quella vergogna: “L’ho liberata dalla vergogna di mendicare” dirà.

Ma in questa vergogna che il Magistrato sente per l’umiliazione fatta a coloro che ne sono vittime e che fa crescere in lui il senso di una colpa che lo metterà in conflitto con se stesso e con il suo mondo, vi è una consapevolezza più profonda. Quella che esiste una storia umana, un passato, non per altro il Magistrato ama l’ archeologia e conduce in quei luoghi, per suo conto, scavi e ricerche. In altre parole prima della “civiltà” che ha civilizzato il mondo vi è la civiltà umana come storia degli uomini, e le altre culture e gli altri popoli non possono essere negati come nell’Impero si vorrebbe fare: “Gli uomini nuovi dell’Impero, loro si che credono nelle palingenesi, nei nuovi capitoli, nelle pagine bianche. Io mi accanisco con la storia del passato, sperando che prima che finisca mi riveli la ragione per cui ho ritenuto che ne valesse la pena.” dice, nelle sue riflessioni con se stesso.

Consapevole del suo isolamento e della sua diversità ma altresì conscio della realtà e complessità delle cose, quella vergogna diventa il segno di una sensibilità che tiene il Magistrato in una sorta di zona intermedia combattuto fra il dissociarsi dall’Impero e, cosa ancora più difficile, mettersi dalla parte dei barbari. Ma l’incontro con quella donna aprirà altri e nuovi interrogativi rivelandogli quanto l’Altro resti comunque tale. Perché se la cieca violenza di Joll può violentare l’alterità, assai più difficile è entrare nell’alterità dell’Altro.

Il Magistrato decide di curare le ferite e le piaghe della ragazza e la porta nella sua casa. Ne nasce un rapporto fatto di un ambiguo erotismo: la massaggia, la lava, la accarezza e la ragazza, a sua volta, non si sottrae a quelle cure, a suo modo non si nega. Eppure il Magistrato in quell’intimità pressoché totale che ha con la ragazza non riesce ad entrare realmente in intimità con lei. C’è una distanza che non riesce a colmare: “Con questa donna qui è come se non ci fosse un’interiorità, solo una superficie sulla quale faccio avanti e indietro inutilmente, cercando un’entrata”, dice a se stesso.

Il Magistrato percepisce che dietro quella sua difficoltà a penetrarla, che si manifesta come difficoltà ad avere un rapporto sessuale con lei, vi è un senso di estraneità che egli sente e prova, perché è proprio l’intimità della ragazza come persona che egli non riesce a penetrare, rivelandosi ella custode gelosa di quella sua intimità. La ragazza infatti oppone un’altra, per lo più muta, visione delle cose, restando estranea ai moti di generosità, così come a quei rituali di purificazione messi in atto dal Magistrato. Ella si offre, ma si offre passivamente alle sue cure, non si lascia, per così dire, addomesticare, mettendo a nudo come in quelle cure, agite unilateralmente dal Magistrato, si annidi, di fatto, la riproposizione di una dominazione. L’illusione di riparare al male fattole dai suoi torturatori riscattandola così dall’umiliazione e sottraendosi egli dal suo senso di colpa, non solo non si realizza, ma anche il Magistrato, nel tentativo che egli fa di entrare nell’intimità di lei finisce, in definitiva, per violarla, cercando di penetrare un’alterità che è e gli resta estranea. Ed è questa distanza e questa differenza che la ragazza afferma e difende con il suo comportamento.

Lui appartiene al mondo di coloro che l’hanno torturata, appartiene ad un altro mondo, un mondo a lei estraneo e quindi la loro resta una relazione comunque diseguale. E anche lui si rende conto che quell’alterità resterà per lui un segreto: “Non so che fare con lei, non più di quanto una nuvola in cielo sappia cosa fare con un’altra nuvola”, dirà infatti. Decide quindi di partire con lei per restituirla alla sua gente pensando che restituendo l’ Altro al suo proprio mondo, restituendogli l’integrità, forse sarà possibile incontrarsi. Ma quando raggiunto un avamposto della sua tribù le propone di tornare con lui in città, rendendola quindi “libera” di scegliere, ella opporrà un ultimo e definitivo diniego, scegliendo di stare nel suo mondo. La ragazza e il magistrato hanno avuto un rapporto durante il viaggio laddove soltanto la zona franca di quel vasto deserto in cui hanno viaggiato li ha accomunati consentendogli di liberare i loro sentimenti e permettendogli un, se pur breve, incontro. Ma ciò non basta e non basterà, la ragazza sa che il mondo a cui il Magistrato appartiene si fonda sulla discriminazione e sulla disuguaglianza, sul disconoscimento dell’Altro, vi è una disparità che rende quel mondo ostile e minaccioso: “No, non voglio tornare in quel posto” le risponderà, infatti.

Sono così le differenze, le diversità, la sfiducia a restare prepotentemente in primo piano, perché in assenza di un riconoscimento dell’Altro, del suo esistere, del suo essere un Altro questi porrà resistenza e opporrà resistenza. Quel ruolo di “ponte” che il Magistrato, riportando la ragazza tra la sua gente si è trovato a svolgere appare a lui stesso in tutta la sua ipocrisia, facendone, di fronte a quella gente a cui la ragazza appartiene, che lo tratterà con sprezzante freddezza, quello che, lui stesso, sente di essere: “Un intermediario insomma. Uno sciacallo dell’Impero, nei panni dell’ agnello”, finendo per venirsi a trovare in una terra di nessuno, né di qua né di là. La sua fantasia di trasformare la relazione con la ragazza in una relazione tra pari fallisce perché quella relazione era – e non poteva essere altrimenti – una relazione di potere.

Ma in quella relazione si era anche introdotto un sentimento che l’aveva attraversata, un sentimento d’amore che in sé era autentico e reciproco, eppure impossibile da realizzare perché richiedeva di oltrepassare barriere invalicabili: “…mi sorprendo a pensare con stupore di aver potuto amare una creatura di un regno così remoto” dice il magistrato mentre fa ritorno nel suo mondo. Quello che egli aveva inconsapevolmente ma umanamente tentato era di fondare l’incontro con l’ Altro al di fuori della storia, al di là cioè del trauma creato e imposto dall’Impero che è il trauma imposto da una “civilizzazione” che non è la storia di tutti gli uomini ma fatta da alcuni su altri e che si ritorce contro gli uomini perché si fonda sulla lotta e sul predominio: “Che cosa ci ha impedito di vivere nel tempo come i pesci nell’acqua, come gli uccelli nell’aria, come i bambini? E’ colpa dell’Impero! L’Impero ha creato il tempo della storia. L’Impero ha posto la sua esistenza non nel tempo lento, ricorrente, circolare delle stagioni, ma in quello acuminato dell’ascesa e della caduta, dell’inizio e della fine, della catastrofe.”, dirà infatti il Magistrato.

Ma se quella sorta di tempo mitico che le parole del Magistrato evocano, basato sull’innocenza e la naturalezza, estraneo ad ogni divisione è ormai perduto, agli uomini è dato solo il tempo della storia, solo in esso può avvenire il loro incontro. L’opposizione fra Noi e l’Altro è comunque destinata a svolgersi, che non vuol dire risolversi, dentro quel tempo contrassegnato da lotte e continui tentativi di predominio. E il Magistrato verrà anche lui trascinato in questa lotta, divenendone parte e incarnando una ribellione a un potere e a una violenza di cui sente sempre di più su di sé il peso e la colpa e del cui ingranaggio diverrà lui stesso vittima.

Ritornato in città verrà accusato di avere complottato con il nemico a seguito di quella spedizione nei territori dei barbari fatta per riportare la ragazza dai suoi venendo, per questo, imprigionato: “Conosco la ragione della mia esultanza: la mia alleanza con i custodi dell’Impero è finita: Mi sono messo contro, il legame è spezzato, sono un uomo libero.” Ma questa euforica liberazione sarà pagata a caro prezzo perché anche a lui toccherà l’esperienza dell’umiliazione e dell’offesa al suo corpo e alla sua dignità che lo assimilerà, fino in fondo e né più né meno, che a un barbaro: “…mi accorgo…di quanto ogni giorno che passa io diventi sempre più simile a una bestia…allora mi prende un terrore vertiginoso e mi metto a correre nella cella come un forsennato… Ma ci sono anche altre umiliazioni… Se quando mi hanno rinchiuso sono stato oggetto di un’ingiustizia…ora non sono altro che un ammasso infelice di sangue, ossa e carne”, dirà con se stesso.

Tutto ciò fino a quell’urlo, a quel “No” urlato apertamente, senza più reticenze, allorquando sfuggito ai suoi sorveglianti si troverà ad assistere, nel cortile della fortezza, a quella scena in cui Joll tornato da una nuova spedizione, in cui ha fatto un’altra razzia di prigionieri, sta per prendere letteralmente a martellate un prigioniero, dopo aver scritto la parola “NEMICO” sulla schiena dei prigionieri, mentre la folla lì assiepata assiste eccitata a quello spettacolo. Quel “No” sarà in realtà per il Magistrato il suo modo, unico ed estremo per salvarsi: “Non posso salvare i prigionieri, quindi devo salvare me stesso. E che alla fine si dica, se mai in un futuro lontano qualcuno si dovesse interessare a noi, si dica che in questo remoto avamposto dell’Impero è esistito un uomo che, nel profondo del cuore, non era un barbaro.” – aveva appena detto con se stesso prima di quel “No” – laddove, in questo caso, la parola barbaro assume il suo senso più tipico e brutale.

E il magistrato pagherà venendo messo al bando e ridotto a un relitto umano, per aver voluto con quel “No” affermare la sua coscienza e la sua dignità. Egli, ancora una volta, ha cercato di abolire le differenze tra Noi e Loro, di superare la disumanizzazione, di ristabilire l’integrità umana: “Nemmeno con una bestia si usa il martello”, aveva gridato di fronte a tutti e poi ancora: “Guardate questi uomini! – Uomini! – Tra la folla, quelli che ci riescono si chinano a guardare i prigionieri e perfino le mosche che cominciano ad appiccicarsi sulle loro ferite sanguinanti.”.

Perché è questa la vera alterità in gioco e cioè quella tra umano e disumano, laddove siamo Noi che diventiamo altro da noi stessi nel momento in cui agiamo la disumanizzazione dell’Altro, che diventiamo il vero Altro, il vero diverso, i veri barbari. E questo già nel momento in cui iniziano le umiliazioni e le offese dell’Altro: “Quei poveri prigionieri che ha trascinato qui sono loro il nemico che devo temere? E’ questo che mi sta dicendo? Lei è il nemico colonnello. Lei ha cominciato la guerra…E non ha cominciato oggi ma un anno fa, quando ha compiuto le sue prime sporche atrocità! La storia mi terrà fuori da tutto questo”, dirà il Magistrato a Joll nel loro ultimo colloquio.

I barbari non arriveranno mai, le spedizioni militari saranno decimate dal freddo e dalla fame e si ritireranno, i soldati lasceranno la guarnigione e la città perpetrando saccheggi nelle case lasciate vuote da chi era fuggito pensando all’imminente arrivo dei barbari, tra la popolazione rimasta monterà la rabbia per quei comportamenti da parte di chi la doveva proteggere e per essere stata lasciata a se stessa con le sue paure.

Una sorta di pace cala sulla narrazione, nel suo vagabondare di casa in casa, per ottenere un po’ di cibo, il vecchio Magistrato riprende contatto con le persone, ricostituisce un po’ di quell’umanità perduta, ritorna ad essere riconosciuto e ascoltato. Ma non c’è nulla di definitivo, di lineare, la sensazione è che tutto possa riproporsi di nuovo. Leggere quanto accaduto e trarne delle conclusioni, sul che fare, per il Magistrato non sarà facile: “Qualcosa mi ha guardato dritto in faccia e io ancora non la vedo” dirà nell’ultimo dei suoi pensieri Ribadendosi quella irresolubile e forse irrisolvibile, per lui, posizione di chi non riesce a trovare un posto, una parte in cui stare, in fondo costretto, quasi condannato, a quella solitudine nella quale ha sin lì vissuto quelle vicende e in cui ha vissuto la sua vita.

Ma a noi che leggiamo questo libro ci mostra quanto sia difficile incontrare l’Altro ma anche quanto sia facile gettare su di esso quella disumanità che rende capaci di non essere più pienamente umani.

4 thoughts on ““Aspettando i barbari” – John Maxwell Coetzee

  1. giacinta 19 ottobre 2017 / 9:39

    Riprendo una sequenza del tuo scritto, “La ragazza e il magistrato hanno avuto un rapporto durante il viaggio laddove soltanto la zona franca di quel vasto deserto in cui hanno viaggiato li ha accomunati consentendogli di liberare i loro sentimenti e permettendogli un, se pur breve, incontro.”
    Mi viene da considerare che il momento dell’incontro coincide con l’attraversamento di una zona che non è familiare né al Magistrato, né alla ragazza; ciò mi ha fatto pensare a quanto sia prezioso l’atteggiamento del viaggiatore, o, se vuoi, del pellegrino, di colui che non è interessato al possesso e al controllo di un luogo, ma semplicemente al cammino e alla conoscenza..

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    • ilcollezionistadiletture 19 ottobre 2017 / 15:37

      Si, il problema sono proprio i legami con le cose che impediscono l’incontro, solo staccandosi da quei legami o, quanto meno, non subendoli, sarebbe possibile l’incontro ma, in questo caso, né il Magistrato poteva diventare un barbaro, né la ragazza una cittadina dell’ Impero, avrebbero dovuto inventare una cosa completamente nuova, paradossalmente una vera e propria traversata nel deserto, in tutti i sensi.
      Grazie Giacinta della visita e del contributo.
      Un saluto.
      Raffaele

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  2. Elena Grammann 19 ottobre 2017 / 21:43

    “La specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici, è la distinzione di amico (Freund) e nemico (Feind). Essa offre una definizione concettuale, cioè un criterio, non una definizione esaustiva o una spiegazione del contenuto. […]Non v’è bisogno che il nemico politico sia moralmente cattivo o esteticamente brutto; egli non deve necessariamente presentarsi come concorrente economico e forse può anche apparire vantaggioso concludere affari con lui. Egli è semplicemente l’altro, lo straniero (der Fremde) e basta alla sua essenza che egli sia esistenzialmente, in un senso particolarmente intensivo, qualcosa d’altro e di straniero, per modo che, nel caso estremo, siano possibili con lui conflitti che non possano venir decisi né attraverso un sistema di norme prestabilite né mediante l’intervento di un terzo ‘disimpegnato’ e perciò ‘imparziale’.” (Carl Schmitt, Le categorie del politico)
    Molto bello e molto chiaro il tuo articolo. Più della stupida malvagità del colonnello Joll (strumentale, sembrerebbe, alla presa di coscienza del Magistrato), mi interessa il tentativo del magistrato di instaurare un contatto con l’Altro (lo straniero), senza mai veramente riuscirci, nonostante tutta la buona volontà, tranne, come fa notare Giacinta, in uno spazio rarefatto e quasi sprovvisto di qualità (o di proprietà), in cui il soggiorno può essere solo momentaneo.
    Dici molto bene: “Quello che egli aveva inconsapevolmente ma umanamente tentato era di fondare l’incontro con l’ Altro al di fuori della storia, al di là cioè del trauma creato e imposto dall’Impero che è il trauma imposto da una “civilizzazione” che non è la storia di tutti gli uomini ma fatta da alcuni su altri e che si ritorce contro gli uomini perché si fonda sulla lotta e sul predominio”. Io però penso che mentre l’Impero e ciò che rappresenta corrisponde a una realtà, i “barbari”, cioè le vittime, siano un’astrazione – non nel senso che non ci siano concretamente vittime, naturalmente ci sono; ma nel senso che il loro status ontologico sia di essere vittime. Sono vittime per caso: in altre circostanze sarebbero oppressori. Cioè: dalla storia non si esce, e ogni “fuori” è un fuori mitico.
    Complimenti ancora per l’articolo e buon resto di serata (Questo Coetzee bisogna proprio leggerlo…)

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    • ilcollezionistadiletture 20 ottobre 2017 / 10:27

      Ottime e assolutamente appropriate queste tue considerazioni che condivido pienamente.
      In primo luogo hai colto, utilizzando le parole di Carl Schmitt, il senso preciso di ciò che è e diventa l’ Altro nel contesto storico-culturale che lo crea: “Egli è semplicemente l’altro, lo straniero (der Fremde) e basta alla sua essenza che egli sia esistenzialmente, in un senso particolarmente intensivo, qualcosa d’altro e di straniero” Quello che è rilevante in “Aspettando i barbari” è l’assoluta applicabilità delle dinamiche, delle logiche e della violenze che vi sono descritte al nostro contemporaneo, evidenziando ciò come il libro di Coetzee va oltre il tempo e lo spazio, in quanto quelle dinamiche, quelle logiche e quelle violenze sono tipiche della storia (umana). In questo senso è assolutamente vero, come dici, che le condizioni di vittima e carnefice siano intercambiabili, non siano cioè ontologiche ma storiche. Basti pensare, pur nella schematicità, a quello che fanno e dicono nei confronti dell’ Altro, utilizzando la sistematica umiliazione e offesa dell’ Altro, gli spregevoli e disgustosi razzisti che si aggirano qui da noi, con tanto di seguito elettorale, nonché in giro per l’ Europa e quello che fanno contro di Noi quei “barbari” dell’ Isis e chi dentro e dietro di essi si muove. Vittime si diventa non si è, e lo si diventa nella misura in cui, come ho scritto, “soltanto in opposizione a un Altro percepito [e aggiungo: fatto percepire] come pericoloso e violento chi è pericoloso e violento può affermare se stesso.”
      Grazie di tutto e un carissimo saluto.
      Raffaele

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