“La famiglia che perse tempo” – Maurizio Salabelle

Riporto una nota scritta un po’ di tempo fa su “La famiglia che perse tempo” di Maurizio Salabelle, autore che ho amato e amo molto e di cui ho già parlato, più ampiamente, nel mio commento ad un altro suo libro: “Un assistente inaffidabile”. Un gradito feed ricevuto, su quel commento, da parte di “Dalla mia tazza di tè. Il blog di Elena Grammann”, mi ha fatto venire in mente questa nota e mi ha indotto a pubblicarla affinché, soprattutto, l’opera di Salabelle possa essere conosciuta da un sempre maggior numero di lettori.

Mi piace e mi diverte troppo questo Salabelle. C’è, anche in questo suo libro, quello spiazzare, quel lasciare costantemente privi di certezze che è proprio il senso del non senso di Salabelle. Perché è un continuo esercizio di destabilizzazione dell’ordine delle cose e del pensiero quello che fa e che fa fare Salabelle.

Me lo immagino come se nella sua mente i pensieri e le immagini deflagrassero ed esplodessero in una miriade di frammenti e di schegge, muovendosi come atomi impazziti ma in armonia tra loro, che si moltiplicano incessanti. Quel profluvio di mappe, carte, piante, piantine e atlanti nei quali i vari personaggi cercano di fissare e trovare le risposte e i confini di quanto gli accade, del tutto inutilmente peraltro, è proprio lo specchio di questa catastrofe del razionale. Questo libro, più di “Un assistente inaffidabile”, è, secondo me, un libro fatto di nevrosi e sulla nevrosi e che diventa sempre di più un libro fatto di ossessioni e sulla ossessione della sfuggevolezza delle cose, sia nel loro apparire che nel loro scomparire.

Il bello che in tutto questo caos del mondo Salabelle è rigorosissimo, non si concede e non ci concede battute d’arresto e procede imperterrito e imperturbabile per la sua strada. E, anche da questo, nasce quel senso labirintico e claustrofobico che è nella forma ma che è anche il contenuto del suo mondo. In un contesto del genere tutti i riferimenti che fanno da ancoraggio alla realtà: luoghi geografici, nomi, storia, passato, saltano perché qui siamo in una metanarrazione permanente che crea e evoca una proiezione della realtà, dando vita a un mondo a sé.

Forse Salabelle ci vuole portare nei nostri incubi, nella follia a occhi aperti, in una metafora nichilista. E, probabilmente, tutte queste cose ci sono e convivono dato che l’una si collega all’altra e questo ci dice della “visione” di Salabelle che è assai più complessa e profonda di quanto il suo narrare strampalato e, talora, quasi buffonesco faccia credere. Basti pensare ai “discorsi” su tempo e spazio, oblio e predestinazione che fa passare qui.

Penso che quello che Salabelle vuole raggiungere è spaesarci. Se quindi, leggendo questo libro, si prova questo spaesamento vuol dire che non solo questo libro non lascia indifferenti ma ha anche raggiunto il suo bell’effetto che, detto con un’altra immagine, è quello di farci sentire come se si nuotasse controcorrente.

E forse, come mi aveva detto una volta una persona a proposito di questo libro, questo è un libro davvero “mostruoso”.

Un’ultima annotazione di tipo visuale. Due quadri che rendono la “visione” che emana dalle pagine di questo libro e che, volendo, lo possono sintetizzare. Il famoso “Gli orologi molli: la persistenza della memoria” di Salvador Dalì, dove, in una landa deserta, degli orologi, dalla consistenza quasi fluida, colano e i famosi omini in bombetta che piovono dal cielo come fosse pioggia di René Magritte.

6 thoughts on ““La famiglia che perse tempo” – Maurizio Salabelle

  1. Elena Grammann 10 giugno 2017 / 21:36

    Non fa una piega. Preciso e puntuale. Riferimenti iconografici al surrealismo della prim’ora,cioè a un movimento che, nella sua forma più pura, aborre il romanzo. E poi quell’osservazione così corretta: “atomi … che si moltiplicano incessanti”. Ed è proprio questo il punto: io sono legata a un’azione che per essere tale deve avere, come dice Aristotele (mi pare), un inizio, un punto medio e una fine. Ora, gli atomi che si moltiplicano incessanti di sicuro non ce l’hanno, £ allora che facciamo? Diciamo addio al romanzo? E’ una possibilità; però estrema.
    (Non sai quanto mi piacciono queste conversazioni)

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  2. ilcollezionistadiletture 11 giugno 2017 / 8:28

    Più che un addio al romanzo penso che sia in corso da tempo ( e da molto tempo, almeno da Joyce e Musil) un addio a una certa idea di romanzo, diciamo linear-sequenziale, come unica forma possibile di romanzo.
    E più si è andati avanti e più si va avanti, più la frammentazione, la policentricità, la complessità, la liquefazione, l’incertezza, il caos che sono oggi, più che mai, del mondo e nel mondo si riversano e invadono la letteratura facendola deflagrare in mille mondi e modi possibili.
    Nella quarta di copertina di “Arcobaleno della gravità” il capolavoro di Thomas Pynchon, è riportato un estratto di una recensione del Financial Times che dice: “Entrare in questo imponente romanzo è come acquistare un biglietto per un treno invisibile e catapultarsi in un mondo di illusioni metafisiche dove qualsiasi nozione precostituita sulla vita, le lettere, persino il Romanzo deve essere dimenticata”
    Penso che oggi le cose in relazione al romanzo e, in particolare, in relazione ai romanzi di cui abbiamo parlato, stiano più o meno così.
    Per tutto il resto grazie.
    (Piacciono anche a me)

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    • Elena Grammann 12 giugno 2017 / 7:51

      Non ho letto nulla di Pynchon, e anche Underworld è in attesa di lettura, quindi mi trovi piuttosto impreparata sul postmoderno di vaglia. D’altra parte non volevo esprimere una nostalgia per il romanzo ottocentesco, ma semplicemente dar voce all’aspettativa (ingenua, lo riconosco) che una narrazione vada da un punto A a un punto B (cosa che fanno comunque anche i grandi innovatori novecenteschi, tranne forse Musil, il cui romanzo è infatti strutturalmente incompiuto), e non da un punto A a un punto A a un punto A a un punto A finché, non si capisce perché, finisce. Per questo singolo ma importante motivo, Salabelle, che per altri versi è affascinante, mi fa l’impressione di un Kafka andato in loop.
      (Ci trovo anche qualcosa di fastidiosamente italiano in questa ferma determinazione a non avanzare – mi sembra che il romanzo veramente nazionale non siano I promessi sposi ma Il deserto dei tartari).
      Aspetto con impazienza il seguito su Mörike!

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  3. ilcollezionistadiletture 12 giugno 2017 / 19:43

    Infatti il punto è proprio questo che la compiutezza, l’andare da un inizio a una fine, il concetto stesso di trama ormai non sono più condizioni necessarie, né tanto meno obbligate in letteratura.
    Proprio a partire dalle musiliane azioni parallele, il romanzo non ha più un suo centro, ma si muove in modo policentrico, spostando l’azione di qua e di là in modo anche arbitrario e aprendo al suo interno tracce narrative vuoi parallele: varie A che non convergono in nessun punto; vuoi circolari: varie A che ritornano al punto di partenza, dove più che la narrazione è la metanarrazione che predomina, dove gli inserti e le digressioni narrative vivono di vita propria. Insomma la letteratura si è fatta divergente invece che convergente. Può non piacere ma ormai sono canoni che esistono.
    Importante che il “caos” che tutto ciò può produrre non si riduca ad un autocompiaciuto esercizio stilistico ma apra percezioni del mondo e delle cose nuove e diverse, ampli le prospettive di riferimento, espanda i significati, conduca in universi mentali ed emotivi spiazzanti e coinvolgenti, insomma ci parli e ci catturi.
    Se la letteratura (come peraltro l’arte nel suo insieme) deve essere “sovversiva”, nel senso letterale che deve sovvertire la percezione e l’idea del mondo così come ci appare, facendocene vedere altre possibilità, condizioni e letture, la letteratura di cui stiamo parlando è questo quello che tendenzialmente fa.
    Laddove poi c’è chi lo sa fare meglio, lasciando un suo “segno” inconfondibile e quindi diventa un “autore”, e questo, secondo me è il caso di Moresco e Salabelle e chi invece lo fa peggio diventando un mero epigone.
    Ed evocando Buzzati fai benissimo perché il primo che, da noi, abbia esplorato i territori narrativi di cui stiamo parlando e abbia portato avanti una letteratura assolutamente antirealistica, colui che di fatto ha introdotto la dimensione del “fantastico” nella nostra letteratura colmando una lacuna che durava da decenni rispetto ad altre letterature, proprio perché quella dimensione non ci è mai appartenuta, è stato proprio Buzzati.
    Tanto che per anni è stato considerato un estraneo nel panorama della nostra letteratura e ci sono voluti anni perché venisse accettato, anche se non credo che siamo già al punto che si possa dire che il “romanzo veramente nazionale” è “Il deserto dei tartari”. Magari lo fosse.
    Insomma le vicende di Buzzati mi sembrano, per molti versi, simili a quello che oggi succede a Moresco e Salabelle.
    Ciao.
    Raffaele

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