“Oscurato” – Paul Celan

Paul Celan – “Oscurato” – Traduzione e Nota introduttiva di Dario Borso – Einaudi.Collezione di Poesia – 2010

…il 26 ottobre 1965 Paul Celan, disperatamente in viaggio per la Provenza, cercava sotto il segno di Mandel’stam di ristabilire un contatto con la moglie Gisèle. Di lì a un mese avrebbe tentato di accoltellarla. Recluso in manicomio, verrà trasferito verso metà febbraio del ’66 alla clinica psichiatrica della Sorbona. Da qui, per due mesi Celan non smette di scrivere: trentacinque poesie che consegna via via a Gisèle, dedicandogliene metà. Così uscito dalla clinica, si ritrova con un piccolo canzoniere…Un canzoniere ribaltato e deformato. Se in quello di Petrarca la donna era in cielo e l’uomo in terra, in quello di Celan la donna è in terra e l’uomo in ceppi: oscurato. Ma non è oscurata la poesia di Celan…Questi versi costituiscono una delle sue più belle raccolte, lirica e tragica allo stesso tempo, mortuaria e vitalissima.” (dalla quarta di copertina)

ATTORNO AL VISO TUO i fondali,

fondali azzurro e grigio,

un canto ch’è maturo –

tu bianco-e-impreciso.

 

L’abisso senza gradi

si spalanca da sé –

Arriva il cala-e-cadi,

e solo infine vai.

 

I becchi di rapace

si strappan via da te –

rumori voi, caucasici,

nel grande Tran Tran.

 

*

 

EROSI

dall’inondante dolore,

amareggiati,

 

tra gli ossequi verbali

eretti, liberi.

 

Le vibrazioni che ancora

una volta in noi

 

si annunciano.

 

*

 

NEL GIRO, udito

sproloquiare a vuoto,

con guaito servile

in certe pause –

 

Ti ridon dietro, e tu

con presagi in gola,

bocca goffa,

traversi a nuoto il tratto di destino.

 

Il grido di un fiore

cerca di giungere a esistenza.

 

*

 

DOPO LA RINUNCIA ALLA LUCE:

il giorno chiaro, risonante

del passo di un nunzio.

 

L’annuncio lieto in fiore,

via via più acuto,

trova l’orecchio sanguinante.

 

*

 

NETTO, laggiù, l’aperto

segno dei ceppi,

 

Anche sciolti gli amanti

dalla radice-cella d’olmo,

 

Ciò ch’è nero-

forcuto, maturo all’agonia,

rialza la voce, il profuso di luce

si avvicina.

 

*

 

OSCURATO

il potere delle chiavi.

La zanna governa,

dai resti del cretaceo,

contro l’attimo

mondiale.

 

*

 

FICCA IL CORDOGLIO nelle borse degli occhi,

il grido vittimale, il diluvio salato,

 

giungi con me a una tregua

e oltre.

 

*

 

POSTI SELVAGGI, inserti con i giorni attorno a noi.

 

In volo solitario

continuamente frulla,

oltre le torri di avvistamento,

l’ala destra di un grande

uccello bianco

verso qui.

 

*

 

NON SCRIVERTI

tra i mondi,

 

imponiti alla

varietà dei significati,

 

confida nella scia di lacrime

e impara a vivere.

 

*

 

SOFFIATA QUI con il saluto

dallo sparto tutto aperto a ventaglio,

non ci sarò

quando farai la ruota del beare, sotto il

                                                                          cielo,

 

la ruota celestiale

che da distanza impensabile

afferrerò per i mozzi,

solitario, scrivendo.

 

 

6 risposte a "“Oscurato” – Paul Celan"

  1. dietroleparole 28 gennaio 2018 / 17:37

    Ti ringrazio Raffaele per avermi dato la possibilità di leggere questi versi di Celan che non conoscevo. Li ritengo sconvolgenti, come d’altra parte sono sempre le sue poesie che affascinano e penetrano obbligando il lettore a mettere in discussione ogni suo preconcetto intellettuale e poetico. Le sue parole alludono a strade diverse, a un diverso modo di comprendere, del tutto emozionale, legato a immagini, insolite, ardite e dirompenti. In questi versi ancora di più, forse per la disperazione, forse per la malattia o addirittura forse per una lucidità mentale offuscata. Quello che però mi appare sicuramente non offuscato ma, anzi, ancora più fulgido, è il dono straordinario di Celan di saper evitare ciò che anche in letteratura è abusato, è preconfezionato, la sua capacità di creare “frasi vere”, di dare vita a ciò che non è mai esistito e mai più esisterà. E’ una cosa talmente forte che ha saputo resistere anche alla malattia. Questi versi mi hanno riportato – ed era inevitabile anche per il rapporto strettissimo intercorso tra i due – a quelli contenuti nell’ultima raccolta, uscita postuma, di Ingeborg Bachmann, “Non conosco mondo migliore”, composta tra il 1962 e il 1964, in un periodo altrettanto difficile nella vita della poetessa, in buona parte durante ricoveri in ospedali psichiatrici. Anche in queste poesie è riconoscibile lo stile dell’autrice che appare però in qualche modo reso ancora più essenziale, diretto, ripulito, quasi sfrontato. Te ne riporto alcuni: “Sei in mano nemica/ macinano già le tue/ ossa, pretendono/ il tuo sguardo/ ti spengono gli sguardi/ con i piedi/ ti trillano nell’orecchio/ con i fischietti d’allarme/ allarme”, “La sera già così presto, e così tardi il mattino,/ il buio scende sempre nella stanza,/ neve, nebbia come sfondo, quanti inverni oramai?”, “Lasciatemi morire./ Giocare a carte di notte/ non è nulla per me,/ ed è nulla parlare,/ sedere nelle case con / gli amici. Non lo sentite/ amici, non lo vedete?”, “Mi riposo,/ un lenzuolo nero di/ parole, e cuscini/ pieni di discorsi, i bicchieri inghiottiti/ a forza quasi insieme al vetro.”, “Così parlò/ e la luce/ si spense,/ scrisse, e/ un uomo cadde a pezzi/ come un vestito vecchio”. Non si deve spegnere la luce su queste grandi voci, bisogna rendere loro l’omaggio dovuto come hai fatto tu.

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    • ilcollezionistadiletture 29 gennaio 2018 / 14:38

      Come sempre le tue parole arricchiscono ed evolvono quello su cui si posano, ne colgono sensi e sfumature, impreziosiscono e approfondiscono.
      Si questi versi non sono forme ermetiche volutamente esasperate ma, al contrario, esaltano una libertà, quella del dirsi, anche nell’angoscia e nel dolore, in modo assolutamente antiretorico, spudoratamente sincero, in una ricerca di autenticità spietata nell’esprimere il proprio sé e il proprio sentire.
      Quella “sua capacità di creare “frasi vere””, come tu la definisci che sappiamo era la stessa ricerca che conduceva e motivava la Bachmann e che li accomunava:
      “…uno scrittore non può servirsi del linguaggio che è stato già trovato, cioè delle frasi, ma scrivendo, deve distruggerle e il linguaggio che parliamo noi e che parlano quasi tutti è un linguaggio fatto di frasi” (Ingeborg Bachmann – “In cerca di frasi vere”- Colloqui e interviste a cura di Christine Koschel e Inge von Weidenbaum – Laterza – 1989 – p.142)
      Così come la Bachmann era una donna intransigente – prima di tutto con se stessa – che scriveva in modo intransigente, anche Celan lo era come uomo e come poeta. Ma è un’intransigenza che si qualifica, in entrambi, come sforzo di essenzialità e di purezza, nella ricerca di assonanze evocatrici che mettano a nudo e facciano parlare la propria anima.
      Come afferma in questo senso Ladislao Mittner quando dice: “Assai propriamente si è parlato di una celaniana “poesie pure”, in cui il testo è e vuole restare sine causa. Le assonanze evocatrici creano corrispondenze che dicono e non dicono ciò che vogliono dire…La poesia è cioè l’oppio estratto dal “papavero”, che ci libera dalla realtà del tempo, per indicare la via dell’atemporale: non passando sopra il tempo ma penetrandovi magicamente…L’arte di Celan è addolcita da una scrittura singolarmente nitida, precisa e lieve, da una scrittura a punta di diamante, che scalfisce senza quasi mai lacerare. L’assurdo di una trascendenza non creduta e pure valida è da lui reso “facile” poiché alla disperata malinconia si unisce una non meno disperata grazia. In tale particolarissima grazia è forse il più profondo e segreto valore della lirica di Celan”( L. Mittner – “Storia della letteratura tedesca” – 2. Dal fine secolo alla sperimentazione (1890-1970) – Tomo terzo – Einaudi- 2002 – pp. 1636,1637).
      E anche fra queste poesie, fra le ferite aperte che le attraversano c’è, nello strazio, l’anelito della vita, la sua inestinguibile voglia di venire alla luce, una forza e una pulsione che lotta contro l’inesorabile repressione. C’è un senso di umanizzazione del mondo e delle cose che si erge e si dichiara contro il mondo e le cose, una nascita che è una continua rinascita, come lo sforzo di una materia viva che cerca di farsi largo dentro una materia che la opprime. Insomma non sono queste le poesie di uno sconfitto né di una sconfitta, ma di una perenne, ardente, disperata resistenza. Poesie sagge in cui, nonostante tutto, c’è più luce che buio.
      Grazie a te per averle apprezzate ed “accolte” e grazie per i lucidi e potenti versi della Bachmann che si affiancano mirabilmente a quelli di Celan.

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  2. Elena Grammann 28 gennaio 2018 / 19:13

    Dapprima mi ribello contro la difficoltà, l’oscurità e, verrebbe da dire, l’arbitrarietà di questi testi e delle loro metafore irraggiungibili al di là di ogni analogia (ma qui non si può nemmeno più parlare di metafore, questo è un linguaggio parallelo). Ma poi sono conquistata da quello che Dietroleparole chiama “il dono straordinario di Celan di saper evitare ciò che anche in letteratura è abusato, è preconfezionato, la sua capacità di creare “frasi vere”, di dare vita a ciò che non è mai esistito e mai più esisterà.” E’ veramente “Il grido di un fiore /[che] cerca di giungere a esistenza”.
    Grazie per averli pubblicati (e compimenti a Dario Borso).

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    • ilcollezionistadiletture 29 gennaio 2018 / 15:33

      Grazie a te Elena nell’esserti soffermata a condividere queste poesie di Celan che li per lì, lo so, confondono e scombussolano. Perché la ragione non le afferra e non le può afferrare e non solo perché, come giustamente dici, usano “un linguaggio parallelo”. Ma perché, proprio tramite quel linguaggio, sviluppano un sentire che si gioca tutto sul piano dei sensi e della sensibilità. Vi è in queste poesie una emozione e una emotività continua che sfugge ai significati e si fa significato essa stessa. E’ come un’epifania che appare dietro lo sconcerto e l’incomprensibile e apre percezioni che catturano. Come visioni che si formano più come impressioni che nella mente, come se tutto si svolgesse in una zona di confine tra il tragico e il lirico senza mai scendere dal crinale di quel confine. E quel verso da te riportato mi sembra sintetizzi molto bene proprio questo connubio tragico/lirico.
      Grazie di nuovo quindi ed estendo, anche da parte mia, i tuoi complimenti a Dario Borso che ha, attraverso un paziente lavoro su varie “fonti”, ricostruito la sequenza degli eventi coevi alla creazione e alla pubblicazione di queste poesie, come da lui riportati nella “Nota introduttiva”, oltre che essersi assunto l’onere della traduzione.
      Un carissimo saluto.
      Raffaele

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    • dietroleparole 29 gennaio 2018 / 18:35

      Ti ringrazio Elena. Confesso che sono giunta alla poesia di Celan grazie ad una maestra d’eccezione, Ingeborg Bachmann, che è da molto tempo la mia poetessa – ma potrei anche dire poeta – preferita. Questi testi, così oscuri alla prima lettura, si rivelano un po’ alla volta, richiedono abnegazione e suscitano affezione. Difficile poi dimenticarli. Per fortuna c’è chi non smette di riproporli. Un caro saluto. Anna

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      • Elena Grammann 31 gennaio 2018 / 15:51

        Sono io che ringrazio. Ho molto da imparare sulla poesia, in particolare della seconda metà del Novecento. Ingeborg Bachmann mi è quasi sconosciuta, soprattutto come poetessa (ricordo però che trovavo la sua prosa, già, eccessivamente lirica). Anche Thomas Bernhard ne pensa un gran bene, per questo avevo provata ad affrontarla, ma con scarso successo. Immagino che sia un problema di impazienza da parte mia – di scarsa abnegazione. Cercherò di migliorare. Grazie per le dritte e un caro saluto anche da parte mia. Elena

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