“Il caso Franza” – Ingeborg Bachmann

“Al primo tentativo di muoversi Franza si accorse che non ci riusciva, poiché non riusciva nemmeno a rispondergli, alla prima parola impercettibile la sabbia si sbriciolò entrandole nella bocca e negli occhi, e il fango la tenne inchiodata al suolo col peso di un quintale. Era murata viva. Lui la guardò spazientito, non capì che lei non poteva chiamare, non poteva spiegare nulla. Franza tentò di urlare. Lui continuò a non accorgersi di nulla. Il piombo le appesantiva la cuffia da bagno. Era sepolta viva.”  Vi è in questa scena l’evidenza di una condizione, quella dell’essere fagocitati, cioè dell’essere inglobati ancora vivi e distrutti.

Essa sintetizza, simbolicamente, l’esistenza di Franza (F.), la sua vita, solo che nella vita di F. tale distruzione avviene per effetto di un’aggressione ai suoi “luoghi interiori”: “I veri luoghi dell’azione, quelli interiori” (P.12) E ciò in modo da portarla ad incapsularsi con le sue stesse mani, senza che colui che l’ha indotta a farlo ne appaia la causa, fino alla distruzione totale. La quale dall’esterno apparirà un’autodistruzione, laddove, in realtà, è l’altro che, in modo premeditato, l’ ha risucchiata in una spirale dolorosa e annientatrice: “Credo che si tratti proprio di questo! Si umilia l’altro, lo si paralizza, gli si strappa il suo essere, poi i suoi pensieri, poi i suoi sentimenti, poi gli si toglie anche l’ultimo resto di istinto, di impulso vitale, poi gli si sferra un calcio, quando è già finito.”.  

Questo è il percorso narrato ne “Il caso Franza”, un percorso che conduce al morire. Un morire che non potrà non assumere che la forma del suicidio, laddove, in realtà, si tratta di un vero e proprio delitto: “questi delitti sono tanto sublimi che quasi non riusciamo da accorgercene e a comprenderli, benché vengano commessi ogni giorno nel nostro ambiente, tra i nostri vicini di casa…I delitti che hanno bisogno dello spirito, che turbano il nostro spirito…quelli insomma che ci toccano più profondamente – avvengono senza spargimento di sangue, e la strage si compie entro i limiti del lecito e della morale”.

”Il caso Franza” doveva essere il terzo romanzo di un ciclo intitolato dalla Bachmann “Cause di morte”. Di questi tre romanzi la Bachmann terminò e pubblicò solo il primo: “Malina”, mentre gli altri due: “Requiem per Fanny Goldmann” e “Il caso Franza”, rimasero incompiuti. Ma se di “Requiem per Fanny Goldmann” ne esistono solo degli abbozzi, contenuti anch’essi in questo volume, lo stato di avanzamento de “Il caso Franza”, arrivato nella stesura lasciata dalla Bachmann sino al terzo capitolo, ha invece una sua compiutezza. “il caso Franza” possiede infatti una trama e un tema delineati, ad uno stadio tale da conferirgli una sua autonomia e una sua struttura, tanto che ne fu realizzata nel 1986 una versione cinematografica: “Der fall Franza”, presentata nello stesso anno alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, per la regia di Xavier Schwarzenberger.

Quello che più scuote ne “Il caso Franza” è la cruda e impietosa descrizione di quei passaggi “dall’una all’altra stazione del dolore” che F. attraversa nel corso di quella fuga che intraprende per scappare da quell’uomo, suo marito, il professor Leopold Jordan (L.J.), un luminare della psichiatria. Da quell’uomo che l’ha fatta diventare uno dei suoi casi: “Lui mi elaborava, mi preparava, ero il suo caso” , fino a constatare che suo marito ha fatto su di lei un fascicolo: “nei fascicoli di Jordan, il caso Franza, io ridotta a un caso”.

F. è sposata da circa dieci anni con il professor L.J. Quel matrimonio non aveva avuto presupposti patologici, caso mai una sottintesa ricerca nell’uomo J. di un sostituto della figura paterna. “Eppure io non ero malata, eppure non mi sono rivolta a lui come paziente, questo lo avrebbe giustificato. Sono andata da lui, mi sono affidata a lui, che altro potrebbe essere il matrimonio se non un affidarsi, un mettere nelle mani di qualcuno ciò che si è, per poco che sia” Un affidarsi che F. stessa riconoscerà contenere istanze affettive analoghe a quelle verso il padre: “ho scambiato il mio assassino per mio padre. L’ho scambiato per quella grande ombra di protezione e sicurezza” Ella sconta infatti una “nascita sociale” segnata dall’assenza delle figure genitoriali morte quand’era ancora adolescente, e questa “carenza” ne ha esaltato una tendenza all’estraniarsi dalla realtà e a rifugiarsi in un suo mondo “magico”:” io sono di una razza inferiore. O forse bisognerebbe chiamare classe. In realtà si possono derubare soltanto coloro che vivono in modo magico e per me tutto è colmo di significati”.

Questa sospensione dalla realtà ha reso F. sicuramente vulnerabile, tendenzialmente indifesa nei confronti delle aggressioni, a suo modo una potenziale vittima, impreparata agli impatti con la realtà e quindi alla ricerca di sicurezze e di protezione. In questo senso la Bachmann nelle descrizioni che ne fa, denuda il suo personaggio, rivelandone tutta l’intima fragilità di donna, messa di fronte ad una dimensione del maschile che, per affermarsi, deve patologizzare l’altro. Ed è questo il meccanismo malato che la Bachmann esplora, mossa da un bisogno di verità sulla reale natura dei rapporti tra universi maschile e femminile. Da qui la narrazione delle “devastazioni dell’anima” subite da F., fagocitata da L.J. al fine di annullarla come persona per dimostrare la sua superiorità di uomo, di medico, di marito.

E, a questo livello, la Bachmann crea e introduce quell’interessante concetto di “fascismo privato”, che rende molto bene la violenza che si consuma ed entra in gioco in questo tipo di situazione: “Tu parli di fascismo, è ridicolo, non ho mai sentito questa parola riferita a un comportamento privato…Ma va bene così, da qualche parte si deve pur cominciare” e l’introiezione della violenza subita si evidenzia per intero nei sogni di F.: “stanotte ho sognato di essere in una camera a gas, completamente sola, tutte le porte sono sprangate, non ci sono finestre e Jordan sta fissando i tubi e fa affluire il gas”

Ma vi è anche per contrappunto la umanissima e strenua resistenza di F. se pur disperata e alla fine inutile. Quei suoi tentativi di riaffacciarsi alla vita e reimpossessarsene, anche attraverso il recupero di quel rapporto affettuoso e fraterno con Martin suo fratello. Il quale sarà testimone per quanto premuroso, in realtà impotente del dramma di F. in quel loro viaggio/fuga in Egitto che voleva essere un viaggio della speranza ma che così non sarà. “Sono andati nel deserto…La grande clinica, il grande purgatorio dal quale è impossibile uscire benché sia aperto da tutte le parti: Sahara. La casa di cura li aveva accolti” Perché le alterazioni in F. sono ormai irreversibili, il suo equilibrio leso, e perenne imperversa in lei l’ossessione di essere braccata: “Braccata ancora e sempre” Finché anche il deserto si trasforma esso stesso in un paradossale vicolo cieco: “La purezza davanti agli occhi, e in fuga da chissà cosa, ogni giorno braccata, incalzata ogni giorno verso il deserto, dentro il deserto, sempre più dentro, per bervi con gli occhi ancora altro deserto”.

 L’impossibilità della liberazione apre definitivamente il “varco della decomposizione” e predispone all’esecuzione di uno di quei delitti “che nessun articolo del codice reputa perseguibili”. Nella figura di F. la Bachmann mette infatti a fuoco quel meccanismo perverso che porta la donna ad essere, da vittima degli uomini, carnefice di se stessa. E così il sadismo di L.J. crea il masochismo di F.: “i sadici possiamo trovarli non solo nei reparti psichiatrici e nelle aule dei tribunali, ma in mezzo a noi, con le loro camicie immacolate e i loro titoli accademici, con gli strumenti di tortura dell’intelligenza…E F. disse: perché mai uno vuole assassinare la propria moglie? Perché uno odia le donne e vive con loro?”

Ed in queste domande è racchiuso il nucleo teorico de “Il caso Franza” e cioè la questione dell’omicidio, prima ancora culturale che fisico, del femminile da parte della dimensione simbolica del maschile. Questione le cui proporzioni la Bachmann mette sullo sfondo della Storia: “La mia storia e le storie di tutti, quelle che poi costituiscono la grande Storia, dov’è che si congiungono alla grande Storia?” farà dire a F., consapevole di quanto di archetipico vi è in questa questione e come essa si inscriva nel profondo della Storia umana. Ma è la radicalità dolorosa delle implicazioni di questa questione in F. che si impongono fino alla fine e trovano nell’epilogo della morte di F. una loro micidiale realizzazione.

A F. non sarà data infatti neanche la libertà di affermare se stessa nella morte, scegliendosela, come aveva tentato recandosi da quel medico nazista e criminale di guerra da lei scovato lì al Cairo, a cui aveva chiesto un’iniezione letale. Ma ella non morirà così. L’imporre una volta tanto la sua volontà, non troverà sponda in quel medico che si rifiuterà di “darle la morte”. Ancora una volta quindi la volontà femminile dovrà soggiacere alla volontà maschile e il tentativo fallito di F. di ribaltare questo meccanismo in realtà lo sancisce di nuovo. E così F. morirà in conseguenza di un’ennesima replica del meccanismo di cui è stata sin qui vittima e cioè la violenza maschile che genera l’autodistruzione femminile. F. sarà infatti violentata da un “bianco” a ridosso delle piramidi di Giza e subito dopo sbatterà deliberatamente con tanta violenza la testa contro i massi di una piramide da rimanerne uccisa.

 

 

 

 

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