“Requiem” – Antonio Tabucchi

“Requiem” è un romanzo volutamente portoghese. Dico volutamente non solo perché è lì in Portogallo e, in particolare, a Lisbona che Tabucchi lo ambienta. Non solo, inoltre – cosa ancor più significativa – perché è in portoghese che Tabucchi lo scrive. Ma lo è, soprattutto, perché con “Requiem” Tabucchi dà riconoscimento e, al tempo stesso, esprime riconoscenza a ciò che il Portogallo ha per lui rappresentato e insieme gli ha dato.

“…prima di tutto questo libro è un omaggio ad un paese che io ho adottato e che mi ha adottato a sua volta, ad una gente cui sono piaciuto e che, a sua volta, è piaciuta a me.” Così Tabucchi descrive nella “Nota” che apre “Requiem” la volontà e l’intenzione che egli ha “sentito” nello scrivere questo libro. Una volontà ed una intenzione quindi prima di tutto interiore che fa di “Requiem” una sorta di libro dell’anima, un ritrovarsi cioè con ciò che era diventato per lui parte della sua anima, stante le profondissime implicazioni personali e private nonché letterarie che a quel paese e a quella letteratura lo hanno legato.

Da qui anche la scelta di scrivere “Requiem” in portoghese, essendo diventata quella lingua per Tabucchi “…un luogo di affetto e di riflessione”, come lui stesso dice nella “Nota” e come tale, perciò, necessaria per ciò che aveva intenzione di scrivere: “…ho capito che non potevo scrivere un Requiem nella mia lingua, e che avevo bisogno di una lingua differente”. Quella “lingua differente” ormai fatta propria, diventata personale, viene perciò eletta da Tabucchi a veicolo di un mondo interiore, intimo e profondo, quale quello che scrivere “questo” requiem evocherà in lui. E infatti “Requiem” è una rivisitazione ma forse, ancor meglio, una visitazione di ciò che è impresso nel ricordo e nell’esperienza, ma anche nelle proprie inquietudini e nel proprio inconscio: “E’ vero, dissi io, io l’anima ce l’ho, di sicuro, ma ho anche l’ Inconscio, voglio dire, ormai l’Inconscio io ce l’ho, l’Inconscio uno se lo prende, è come una malattia, mi sono preso il virus dell’ Inconscio, capita.”, dirà l’ “io” narrante a proposito del suo inconscio.

“Requiem” diventa allora un viaggio di quest’ “io” di Tabucchi che egli compie con se stesso e in se stesso, dando convegno a personaggi e persone, appartenenti a quel luogo, ma non solo, che a loro volta, “appartengono” alla sua vita e alla “sua” letteratura. Un viaggio che, anche narrativamente, si configura come un sogno – avendone del sogno tutta la leggerezza e tutta la sospensione – nel quale vita e letteratura si mischiano fino a confondersi e a fondersi. Nello spirito di quell’incarnarsi della vita nella letteratura e della letteratura nella vita che ha contraddistinto tutta l’opera e l’esistenza di Tabucchi.

E in questo sogno vi è un intrattenersi di Tabucchi sia con i vivi che con i morti, senza distinzioni e distanze, in un dialogo che non è assoggettato al tempo e allo spazio: “Questo Requiem…è anche un sogno, nel corso del quale il mio personaggio si trova ad incontrare vivi e morti sullo stesso piano” dice Tabucchi nella “Nota”. Una mappa esistenziale e narrativa perciò fitta quella che Tabucchi fa percorrere al suo personaggio che si sovrappone a quella geografica, in un romanzo in cui la geografia di Lisbona viene descritta con precisione, offrendo al lettore riferimenti costanti, ma sempre al servizio di eventi narrativi inassimilabili al reale né, per questo, assimilabili al fantastico, essendo essi sempre su una linea di confine altra che scorre tra questo mondo e l’altro mondo, tra finzione e realtà, tra vissuto e immaginazione: “…sto sognando ma mi pare che sia vero e devo incontrare delle persone che esistono soltanto nel mio ricordo”, dice in una delle prime pagine l’”io” narrante.

In un mescolarsi quindi di passato e presente, di materialità e di immaterialità, di onirico e reale, creando in tal modo Tabucchi una “sua” realtà che gli serve per narrare e per narrarsi, per interrogare e per interrogarsi. Tutto ciò fa di “Requiem” un romanzo in cui veniamo portati dentro una storia e un mondo che è quello che Tabucchi crea e plasma attraverso le azioni e le riflessioni che fa fare al suo personaggio le quali hanno un fine preciso che egli ci dice da subito nell’incipit della “Nota”: “Questa storia, che si svolge una domenica di luglio in una Lisbona deserta e torrida, è il Requiem che il personaggio che chiamo “io” ha dovuto eseguire con questo libro.”

Nell’indicarci quindi tempo, luogo e clima dell’azione Tabucchi ci dice che il suo “personaggio”, nel corso di questo libro e attraverso questo libro, ha “dovuto eseguire” un requiem. Ma un requiem che, come vedremo, non sarà rivolto ad altri, all’esterno, al di fuori di sé, non sarà cioè una preghiera rivolta a dei defunti per dare loro pace ma, bensì, sarà un requiem rivolto a se stesso per cercare di dare pace a se stesso. L’ “io” protagonista è quindi un vivo che con il “suo” requiem farà un percorso a suo modo liberatorio, sciogliendo o, almeno, tentando di sciogliere, dilemmi, cose rimaste irrisolte, turbamenti, che si portava dietro e dentro. In altre parole fantasmi della sua coscienza con cui conviveva e con i quali si voleva riconciliare. E proprio gli incontri con i morti che “incarnano” questi fantasmi serviranno a svolgere questa funzione catartica con cui quest’ “io”cercherà quella riconciliazione che sarà anche una riconciliazione con se stesso.

E sarà uno di questi fantasmi a convocare e a fare entrare in scena, o meglio nel sogno, il protagonista, sbalzandolo dalla quiete della campagna dell’ Alentejo in cui si trovava in vacanza, mentre disteso sotto un albero stava leggendo “Il libro dell’ Inquietudine” di Fernando Pessoa, e facendolo riapparire nella calura di mezzogiorno su quel molo di Lisbona dove gli ha dato appuntamento. Ma questo fantasma – “che è un grande poeta” – all’appuntamento non c’è e quell’ assenza aleggerà come una presenza per tutto il romanzo.

Non solo perché il protagonista incontrerà solo alla fine del romanzo quel fantasma e quindi quella sua giornata si tramuterà nell’attesa di quell’incontro ma soprattutto perché quel fantasma, sebbene non sia nominato è, come ovvio, Fernando Pessoa, e quindi “Requiem” stesso, come romanzo, nasce sotto il segno della presenza di Fernando Pessoa. Un segno non solo sotto forma di tributo e atto d’amore di Tabucchi a Pessoa, considerato quanto appassionato e impareggiabile studioso di Pessoa egli è stato, ma anche e soprattutto nel senso che “incorporando” sin dall’inizio Pessoa all’interno del romanzo Tabucchi fa di “Requiem” un romanzo a tutti gli effetti sotto il segno di Pessoa il cui fantasma, non a caso, avrà come unico appellativo quello allusivo di Convitato.

E così “scivolato” prima dentro “Il libro dell’Inquietudine” e poi ritrovatosi a dover attendere per dodici ore quell’incontro: “…lui aveva fissato per le dodici, ma forse aveva voluto dire le dodici di notte, visto che i fantasmi appaiono a mezzanotte”, il protagonista inizierà il suo vagabondaggio in giro per Lisbona come in “un’allucinazione”, come recita in tal senso il sottotitolo di “Requiem”. Un’ allucinazione che lo porterà a fare incontri dettati dal caso ma dove le evocazioni dettate dall’ Inconscio saranno quelle decisive diventando così un’allucinazione nella quale tutto si espande e si dilata.

E il primo di tali incontri – che farà da viatico a quelli successivi – farà anche da trait d’union tra realtà e sogno, essendo con una persona che appare, al protagonista, del tutto simile a un personaggio che lui ben conosce: lo “Zoppo della Lotteria” de “Il libro dell’ Inquietudine”: “…lei è lo Zoppo della Lotteria che rompeva inutilmente le scatole a Bernardo Soares, ecco dove l’ho incontrata, in quel libro che stavo leggendo sotto un gelso”, dirà il protagonista, frastornato da quell’inattesa apparizione. E lo Zoppo della Lotteria, come una sorta di traghettatore, introdurrà, con l’essere egli stesso un’allucinazione, il protagonista in quel mondo di allucinazioni che lo attendono: “Oggi è l’ultima domenica di luglio, disse lo Zoppo della Lotteria, la città è deserta, ci saranno almeno quaranta gradi all’ombra, suppongo che sia il giorno più indicato per incontrare persone che esistono soltanto nel ricordo, la sua anima, pardon, il suo Inconscio avrà un gran daffare in un giorno come questo, le auguro una buona giornata e una buona sorte”

La “trama” del romanzo da qui in poi diventa intessuta di incontri che danno vita a delle storie. Quelle con coloro che, per convenzione, definiamo i vivi che l’ ”io” protagonista incontra attraverso Lisbona con cui vivrà e condividerà spezzoni di “realtà” che ci rendono partecipi di una molteplicità di esistenze. Quanto poi tali esistenze siano reali o immaginarie, fuoriuscite dalla Lisbona letteraria o da quella reale non importa. Sono “camei” dell’universo simbolico ed esistenziale di Tabucchi; sono il tramite per una riscrittura, dentro lo spazio della memoria, della città e dei suoi simboli; sono testimoni di quei cibi e di quei vini, dalle cui descrizioni sembra di sentirne uscire i sapori e di respirarne gli aromi; sono insomma, queste presenze, un modo per farci scorgere il mistero anche dentro quell’esistenza senza mistero che chiamiamo realtà. Infatti scaturisce da questi incontri un sottofondo poetico, una sottile fascinazione, un’immediata intimità. E nei dialoghi che l’”io” narrante e questi personaggi intrecciano si definisce ogni volta un dizionario interiore che ci fa scoprire, sia dell’uno che degli altri, qualcosa della loro storia e della loro anima.

E così passa di fronte a noi una rassegna di personaggi che sembrano “presi” dal reale ma che portati dentro la finzione letteraria assumono inevitabilmente un’altra identità come fossero figure, immagini, piastrelle, staccate da un azulejos, che vivono di vita propria: la Vecchia Zingara che vende Lacoste, il Tassista di Sao Tomé, il Guardiano del Cimitero, il Signor Casimiro e la Moglie del Signor Casimiro, il Portiere della Pensione Isadora e la Isadora, il Barman del Museo di Arte Antica, il Copista che riproduce, in quadri giganti, particolari delle “Tentazioni di sant’Antonio” di Bosch per un petroliere texano, il Controllore del Treno, la Moglie del Guardiano del Faro, il Maitre della Casa do Alentejo, il Venditore di Storie, il cameriere nonché omosessuale La Mariazinha, il Suonatore di Fisarmonica.

Tutti questi personaggi sono quindi quell’elemento di “realtà” che interconnette il peregrinare del protagonista dentro la città, nel segno di una molteplice e multipla moltitudine, in altre parole, una serie di “altri” a cui è stata data voce. Una varietà di esistenze e di anime che pur “rappresentando” il presente di quella giornata, all’interno della quale il protagonista si muove, in realtà sono attratte anch’esse in un alone che le fa diventare parte del suo sogno, finendo per dematerializzarsi in una loro miracolosa e irreale leggerezza. E di questa “doppiezza” tra realtà e sogno ne è latrice la Vecchia Zingara quando, in modo esplicito, gli dirà: “ Figlio disse la vecchia, ascolta, così non può andare, non puoi vivere da due parti, dalla parte della realtà e dalla parte del sogno, così ti vengono le allucinazioni, sei come un sonnambulo che attraversa un paesaggio a braccia tese e tutto quello che tocchi entra a far parte del tuo sogno, anch’io, che sono vecchia e grassa e peso ottanta chili, mi sento dissolvere nell’aria a toccarti la mano, come se anch’io facessi parte del tuo sogno”

Anche la realtà vive perciò in una sorta di sua onirica assolutezza perché è in quella veste che parla e che ha bisogno di parlare essendo, come profeterà la Vecchia Zingara, destinato, quell’”io”, a passare quella sua giornata dentro quel suo sogno: “…questo giorno ti aspetta e tu non puoi sfuggirgli, non puoi sfuggire al tuo destino, sarà un giorno di tribolazione ma anche di purificazione, forse poi sarai in pace con te stesso, figliolo, perlomeno è quel che ti auguro.” E’ quindi con il suo passato che è inesorabilmente predestinato a “incontrarsi” quell’ “io” e dentro il sogno elaborare o tentare di elaborare quel passato. Tanto che riprendendo il titolo di una delle più note raccolte di racconti di Tabucchi si potrebbe dire che il protagonista farà “sogni di sogni”.

E da ciascuno di essi fuoriusciranno realtà che rimandano a cose non dette, covate, attese. Sono cose che provengono da un passato con cui non si sono fatti fino in fondo i conti, le cui ricadute non sono ancora finite o forse non sono neanche cominciate. E in questi sogni e nei relativi “incontri” è come se quell’ ”io” si svestisse ogni volta di una parte di sé, rivelando ciò che in fondo accomuna quei sogni e quegli “incontri” e cioè la nostalgia, i rimorsi, le colpe. Sono infatti nostalgie, amarezze, rimpianti, quelli che l’”io” vivrà e affronterà con quei suoi fantasmi.

Un incontrarsi che sarà anche un congedarsi, uno stare insieme un’ultima volta. Un parlarsi, un guardarsi, un condividere quell’intimità segreta che con ciascuno di essi si è vissuto. In questo senso “Requiem”è anche un omaggio alla scrittura e, più in generale alla letteratura per le possibilità che essa dà di dare realtà al sogno; di rendere possibile, attraverso la finzione, l’evocazione; di far esprimere se stessi e, attraverso ciò, dichiarare e manifestare i propri affetti.

Ed è infatti un mondo degli affetti quello in cui si intratterrà e sosterà quell’ “io” di Tabucchi in quei suoi incontri con quei suoi fantasmi. Un mondo degli affetti che scorre fra l’amicizia che lo ha legato ad un vecchio amico e l’amore per una donna, fra l’affetto per il proprio padre e l’ascolto devoto per “il grande poeta”. Ma anche per luoghi rimasti tappe della sua esistenza e della sua memoria: una vecchia casa, un quadro, la città tutta.

Non a caso proprio da un Cimitero inizia quel viaggio a ritroso e, come fosse una discesa nell’ Ade, è lì che l’ “io” di Tabucchi farà il primo di quei suoi incontri con il suo vecchio amico e scrittore Tadeus che “è morto senza spiegarmi niente” egli dice a motivo di quell’incontro. Perché entrambi hanno amato e avuto in comune una donna quell’ Isabel che si è uccisa e il perché l’abbia fatto è ciò che l’ “io” vorrebbe finalmente sapere. Restandogli altresì oscuro quanto abbia pesato su quella morte quell’aborto che ella fece e chi, se lui o Tadeus, era il padre di quel bambino mai nato. Un groviglio di cose inestricabili che resteranno tali perché Tadeus si sottrarrà a quelle domande rinviando l’”io” a farle a Isabel stessa che egli incontrerà ma senza che a noi lettori sarà dato sapere nulla di quell’incontro se non, appunto, che anche quell’ incontro “sperato” è avvenuto.

Così da quel riannodare i fili con Tadeus e da quell’ascoltare un’ultima volta la voce di Isabel rimane aperto un senso di “vuoto” che parla di cose che forse non possono avere risposta. Una sorta di ricerca senza fine, un tentare di afferrare qualcosa un tempo sfuggita per ritrovarla così da ritrovare se stessi, per quanto vano ciò possa essere. Ma l’esito di questa ricerca resta comunque personale e privato, di fatto indicibile.

Uno scavo in ogni caso doloroso tanto più se è in relazione ad affetti come quelli dettati da un legame “forte” come quello col Padre a cui sognerà di raccontare quali saranno il suo futuro e la sua fine immaginando di incontrarlo ancora giovane nelle vesti di marinaio sbarcato a Lisbona negli anni ’30. Sicuramente il sogno più personale e privato che Tabucchi fa fare al suo “io” in cui ricostruisce quella che è stata la tormentata ed effettiva vicissitudine che, nell’ assistere suo padre malato, egli ebbe, da cui il senso di colpa che di quell’esperienza gli rimase. E nel toccante dialogo tra Padre e figlio si compie l’elaborazione e la liberazione da quella colpa ritrovando un’intimità fatta di tenerezza: “… disse lui, quel che voglio sapere è se sei stato un bravo figlio, come hai reagito col medico che mi aveva operato. Senti padre, dissi, non so se ho fatto bene, forse avrei fatto meglio a comportarmi in un altro modo, se lo avessi preso a schiaffi quel tipo, sarebbe stata una soluzione più coraggiosa, ma non l’ho fatto, è per questo che ho questo senso di colpa, invece di prenderlo per il bavero ho scritto un racconto sulla conversazione che avevamo avuto e lui mi ha denunciato affermando che era tutto falso, io non sono riuscito a dimostrare al giudice la mia verità e così ho perso il processo…Non prendertela, figlio mio, disse il mio Padre Giovane, hai fatto meglio così, meglio usare la penna che le mani, è un modo più elegante di dare cazzotti. Meno male che mi consoli, padre, dissi, perché non sono soddisfatto di me stesso. E’ per questo che sono in questa stanza disse il mio Padre Giovane, perché volevo tranquillizzarti e tranquillizzare me stesso, ora che mi hai raccontato tutto sono molto più sollevato.”

Ma il girovagare allucinato dell’ “io” di Tabucchi è anche un pellegrinaggio in alcuni luoghi della “sua” memoria: l’andare a vedere ancora una volta le “Tentazioni di Sant’ Antonio” al Museo Di Arte Antica, la visita alla casa di Cascais dove ha abitato un tempo e che adesso è in rovina. E così stanze da letto col tetto ormai scoperchiato si mischiano con strade, case, pensioncine della vecchia Lisbona diventando tutta la città luogo della memoria e, al tempo stesso, luogo letterario. E, comunque, ogni luogo e ogni spostamento servono al protagonista a dare un volto a se stesso, a riappropriarsi della propria identità, a pacificare il ricordo dei rapporti con quei luoghi, stemperandoli dall’inquietudine che un tempo per lui avevano avuto così come egli stesso dice nel racconto che fa alla Moglie del Guardiano del Faro: “ Sa che ci facevo io con questo faro, una volta?, dissi,senta, ora glielo dico, facevo un gioco, di tanto in tanto, quando non riuscivo a dormire, venivo in questa stanza e mi mettevo alla finestra, il faro ha tre luci intermittenti, una bianca una verde e una rossa, io giocavo con le luci, avevo inventato un alfabeto luminoso e parlavo attraverso il faro. E con chi parlava?, chiese la Moglie del Guardiano del Faro. Beh, dissi io, parlavo con certe presenze che non si vedevano, allora stavo scrivendo una storia, diciamo che parlavo con i fantasmi. Oh mio Dio, esclamò la Moglie del Guardiano del Faro, il signore ha il coraggio di parlare con i fantasmi? Non avrei mai dovuto farlo, dissi io, non consiglierei a nessuno di parlare con i fantasmi, è una cosa che non si deve fare, ma a volte bisogna, non so spiegarlo bene, è anche per questo che sono qui”

E’ come quindi se assistessimo a uno “sdoppiarsi” del protagonista in altri se stesso, quasi dei suoi eteronimi senza nome ma comunque altri da sé, nel solco di un’ispirazione squisitamente pessoana, laddove Pessoa, il poeta plurale, era stato uno e molti, scindendosi nelle personalità dei suoi eteronimi. E qui, alla fine, il Convitato-Pessoa viene fatto apparire, affidandogli Tabucchi una parte decisiva per portare a compimento la catarsi liberatoria del suo “io”. L’incontro fondamentale, quello al quale il narratore si preparava fin dal mattino sarà infatti l’ultimo della giornata e dell’intero romanzo. E, in questo senso, “Requiem” può essere letto anche come un atto d’amore e al tempo stesso come un commiato di Tabucchi da Pessoa. Fa dire infatti Tabucchi al suo “io” avendo di fronte Pessoa: “…ho passato la vita a fare ipotesi sul suo conto ed ora sono stanco di farne, ecco che cosa volevo dirle…Lei non ha bisogno di me, dissi io,…c’è il mondo intero che l’ammira, ero io ad aver bisogno di lei, però adesso vorrei smettere di aver bisogno, tutto qui.”

Un commiato che è quindi anche una dichiarazione di emancipazione dal “fantasma” del proprio Maestro, una frequentazione così assidua, quasi una “fusione”, dalla quale “liberarsi” per ritrovare un proprio se stesso: “Non è stato bene in mia compagnia? chiese lui. No, risposi, è stata molto importante, ma mi ha inquietato…Eh già, confermò lui, con me va sempre a finire così, ma senta, non crede che sia proprio questo che la letteratura deve fare, inquietare?, da parte mia non ho fiducia nella letteratura che tranquillizza le coscienze. Nemmeno io, approvai, ma vede, io sono già abbastanza inquieto per conto mio, la sua inquietudine si aggiunge alla mia e produce angoscia. Preferisco l’angoscia ad una pace marcia, affermò lui, tra le due cose preferisco l’angoscia”

L’incontro con Pessoa vive quindi più di tutti gli altri in quell’informe mondo che sta tra la vita e la letteratura, seduti infatti al tavolo di un improbabile ristorante post-moderno serviti da un improbabile cameriere omosex, in una sorta di apoteosi della finzione, Tabucchi e Pessoa discutono di letteratura ed evocando Kafka, Pessoa dice: “…pensi per esempio a quel cecoslovacco che scriveva in tedesco, ora non mi viene in mente il suo nome, non crde che abbia scritto pagine di un coraggio stupefacente? Kafka, dissi io, si chiamava Kafka. Lui, si, disse…che coraggio aver scritto quel libro meraviglioso, sa?, quel libro sulla colpa. Il processo domandai, dev’essere Il processo. Si, certo, disse lui, è il libro più coraggioso del nostro secolo, ha il coraggio di affermare che tutti siamo colpevoli. Colpevoli di che? domandai. Come di che? disse lui, di essere nati, forse, e delle cose che sono successe in seguito, siamo tutti colpevoli”

Il senso di colpa dell’ “io” protagonista non è dunque risolvibile e non è a lui riducibile, perché fa parte della condizione dell’essere umano e come tale va riconosciuto e accettato. Tabucchi fa quindi svolgere a Pessoa la funzione liberatoria del suo “io” dai suoi rimorsi e dai suoi rimpianti: se tutti siamo colpevoli e nessuno è innocente diventa inutile tormentarsi e vivere con i sensi di colpa. E infatti l’”io” di Tabucchi dichiarererà al Convitato-Pessoa, alla fine di quella giornata, di sentirsi “più tranquillo, più leggero”, esprimendogli la sua gratitudine: “…è soddisfatto della giornata che ha avuto?, chiese lui. Non saprei spiegarle, risposi, mi sento più tranquillo, più leggero. Era di questo che aveva bisogno, disse lui. Le sono molto grato dissi”

Perché, alla fine, l’unica vera possibilità concessa e l’unica verità possibile è sentire, cioè avere una sensibilità profonda ed autentica come Tabucchi fa dire in modo perentorio a Pessoa: “…replicò il mio Convitato, quel che è davvero importante è sentire. Infatti, dissi, sono convinto che lei sentisse tutto, anzi ho sempre pensato che lei sentisse cose che le persone normali non erano in grado di sentire.”

Alla fine, così come un fantasma Pessoa era apparso e come un fantasma su quel molo sparirà e risvegliatosi dal suo sogno, sotto quel gelso, il protagonista si congederà anche lui dando la “buonanotte a tutti” con il capo all’indietro rivolto “a guardare la luna.”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...