“La figlia oscura” – Elena Ferrante

“La figlia oscura” è un romanzo che parla di personaggi irrisolti, ma che ahimè, mi è parso anch’esso irrisolto. E questo perché non ci dà prospettive, non ci porta oltre quello che narra, lascia tutto così come sostanzialmente lo abbiamo trovato al suo inizio.

Il viaggio interiore di Leda la protagonista, che ripercorre, per tutto il libro, le tappe della sua sofferta esperienza di madre , finisce per risultare una sorta di diario mentale del suo malessere oscuro e occultato, per la sua quasi impossibilità di essere stata e di essere veramente madre. E in un certo senso è questo , cioè questa impossibilità, forse l’unico esito a cui “La figlia oscura” perviene. Ma non c’è mai la sensazione di una vera prese di coscienza che diventa crescita del proprio sé o che si trasforma in una qualche forma di distacco lucido o dolente che sia o che, soprattutto, faccia emergere ciò che più conta l’affetto e gli affetti, mai pienamente vissuti da Leda, quasi sempre resi impotenti e soffocati.

Prevalgono sempre pulsioni negative, distruttrici o autodistruttrici, incattivimenti, rimpianti cupi, senso di sconfitta, protagonismi da perdente. E ciò vale anche per gli altri personaggi e in particolare per le altre madri che Leda incontra nel suo viaggio – vacanza: Nina prima di tutto, ma anche Rosaria,(anch’essa prossima alla maternità) se pure su una declinazione più proterva e aggressiva. Il conflitto fra ruolo materno e autorealizzazione sociale e professionale stritola Leda che uscirà quasi passivamente da entrambe queste esperienze, senza averne padroneggiato né l’una né l’altra. Sentendosi irrisolutamente colpevole di avere abbandonato per tre anni le figlie in nome della “carriera”, senza peraltro essere riuscita a farla questa carriera, scelte che gli si ritorceranno dolorosamente contro, lasciandola inappagata sia come madre, sia come studiosa e ricercatrice.

Qui non si intende dire che non esistano questo tipo di donne e di madri, ma è il modo programmaticamente ripiegato e premeditatamente perdente della Ferrante che non convince.In questo scenario fosco non si salva niente e nessuno, né i personaggi principali, né quelli di contorno.E’ un’umanità, quella della Ferrante, che si nega ed è negata, ma senza averne una qualche grandezza tragica, né una qualche forma di furore intransigente, né almeno una pietà distaccata o una sorta di caritas verso di sé e verso gli altri.In conclusione “La figlia oscura” è un romanzo profondamente claustrofobico, ma in cui la claustrofobia finisce per soffocare non solo i personaggi e gli eventi narrati, ma anche l’impianto e lo sviluppo in sé della narrazione.

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