“La figura nel tappeto” – Henry James

“La figura nel tappeto” è un racconto estremamente elusivo e sfuggente che, nella sua apparente semplicità, in realtà racchiude una complessità di cui la bella e articolata introduzione ci dà ampiamente conto. E, anche grazie alla sua lettura, mi sono scaturite alcune considerazioni che “La figura nel tappeto”, a mio modo di vedere, offre.

La prima di esse riguarda la questione dell’attesa. “La figura nel tappeto” si può infatti leggere, secondo me, come un racconto sull’ attesa. Nel caso specifico l’attesa di qualcosa che deve accadere, l’ attesa di qualcosa che si deve venire a sapere. Un’attesa che ha quindi un suo scopo, una sua finalità, ma che, alla fine, non avrà sbocchi, non condurrà a nulla. Sarà stata un’ attesa vana, giacché ciò che si attendeva di venire a sapere e cioè qual’era la figura “nascosta” nel tappeto, non verrà alla luce.In questo senso James mette abilmente di fronte il protagonista (nonché io narrante) e il lettore, conducendoli entrambi lungo i tornanti di quest’attesa, suscitando in loro un incalzante e sempre maggiore desiderio di “penetrare” il segreto finale a cui questa attesa dovrebbe condurre e della cui non esistenza, ahimè, il protagonista e il lettore saranno, in realtà i testimoni e i destinatari finali.

L’attesa diventa quindi l’elemento conduttore del racconto e coinvolge tutti i personaggi, i quali avranno, ognuno, le loro attese da consumare. Ma durante queste attese accadono cose, la vita scorre, si svolgono eventi “inattesi”, i quali spostano costantemente il tempo dell’attesa: ora rallentandolo, ora accelerandolo e l’attesa stessa prende forme diverse in virtù degli accadimenti che si verificano i quali ne fanno mutare prospettive e scenari, introducendosi, via via, progressivamente e sottilmente, il dubbio dell’inesistenza di ciò per cui l’attesa è impiegata. L’attesa quindi progressivamente si svuota di senso e di significato, assume un che di indistinto: non sapendo se c’è qualcosa da attendersi non si sa più perché attendere.

E qui veniamo ad una seconda considerazione, ancora più profonda e complessa che “La figura nel tappeto” solleva e cioè se c’è, o meno, un senso compiuto e generale, preciso e definito nelle cose: un piano e un volere che tiene insieme il tutto. Nel racconto la ricerca di questo senso generale e compiuto, è l’oggetto dell’attesa, è la figura nel tappeto, di cui si vorrebbe scoprire l’esistenza, ed è rappresentato dall’ individuazione di un filo, di un nesso, di un senso che tiene insieme tutta l’opera dello scrittore Vereker, della cui esistenza lui stesso alimenta l’idea e di cui i suoi “critici”, tra cui il protagonista, si gettano alla ricerca. Ma questa sorta di gestalt, di figura sfondo: appunto la “figura” nascosta nelle pieghe delle pagine dell’opera dello scrittore Vereker: appunto il “tappeto”, che il “critico” avveduto dovrebbe saper cogliere, in realtà, probabilmente non esiste e non è mai esistita e comunque né a noi, né a nessuno sarà dato saperlo.

E chi l’aveva inspirata e cioè lo stesso scrittore Vereker e chi diceva di averla carpita il critico George Corvick e tramite egli la moglie, nonché scrittrice, Gwendolen Erme moriranno senza farne cenno ad alcuno, ma morendo non sapremo mai se Vereker aveva davvero in mente un senso generale e trasversale nella sua opera e se Corvick e Gwendolen Erme l’avevano carpito veramente.Siamo qui al centro di una delle questioni cruciali comuni alla vita e all’ arte e cioè l’esistenza del “senso”. Perché voler far emergere un “senso” dalle nostre azioni e nell’ arte è un’aspirazione ineliminabile e “tipica”, ma il rintraccio di questo senso è un’esperienza il più delle volte vana e illusoria, laddove forse l’unico senso risiede nella consapevolezza e nello svelamento che non vi è alcun senso da svelare e che perciò la finzione può farsi beffe della realtà, il falso del vero, la menzogna della verità.

In questo senso James si dimostra qui non solo un maestro, ma un precursore lucidissimo dell’impossibilità di una ricomposizione tra finzione e realtà, tra falso e vero, tra menzogna e verità e, ovviamente tra ricerca di senso e inesistenza di un senso, laddove in fondo “La figura nel tappeto” ci dice, in conclusione, che l’unica certezza è l’incertezza.

 

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