Ettore Lo Gatto, uno dei nostri più insigni slavisti, nel suo “La letteratura russa moderna” (Sansoni-1968), nel capitolo che dedica a Ivàn Turgénev, parlando del racconto “Un re Lear della steppa” lo definisce “…uno dei suoi capolavori” (pg.279), considerandolo quindi uno dei più rilevanti all’interno dell’ampia produzione di racconti dello scrittore russo. E quanto fosse stato rilevante anche per Turgénev lo dimostra l’estrema cura ed attenzione che vi mise nello scriverlo, avendo dedicato alla sua stesura ben un anno: dalla fine di febbraio del 1869, all’inizio di marzo del 1870, anno nel quale fu poi pubblicato.
Edito per la prima volta da noi nel 1885, “Un re Lear della steppa” ha avuto nel corso dei decenni varie e successive edizioni, l’ultima delle quali è stata, per moltissimi anni, quella della Passigli Editore che risale al 1987, mettendo ciò a repentaglio la circolazione di quest’opera presso il pubblico dei lettori, data appunto la prolungata assenza di nuove edizioni. Va perciò dato merito alla casa editrice Quodlibet che, quest’anno, ha riedito “Un re Lear della steppa” nella bella collana Compagnia Extra diretta da Ermanno Cavazzoni, proponendolo nella prestigiosa traduzione proprio di Ettore Lo Gatto.
“Un re Lear della steppa” è un cosiddetto racconto lungo che narra una vicenda che si rifà, come si evince dal titolo, all’omonima tragedia shakespeariana di “Re Lear”. Ed è in questo senso significativo come il grande drammaturgo inglese fosse stato, nel corso dell’ Ottocento, fonte di ispirazione per più di uno scrittore russo dell’ epoca. Oltre a Turgénev anche Nikolàj Leskòv trovò infatti ispirazione in Shakespeare, nel suo caso nel “Macbeth”, avendo scritto un famoso racconto che richiama già nel titolo il noto dramma shakespeariano e cioè “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk”, pubblicato pochi anni prima di quello di Turgénev, nel 1865.
Ora, il fatto che due grandi scrittori come Turgénev e Leskòv si fossero ispirati, quasi contemporaneamente, a personaggi del drammaturgo inglese fa intuire come ci fosse in questi autori la necessità di trovare modelli universali per comprendere e descrivere il mondo russo, modelli che evidentemente le opere di Shakespeare fornivano loro. I personaggi shakespeariani non erano infatti degli stereotipi, bensì figure complesse, contraddittorie e dominate da passioni totalizzanti, così come risulteranno anche i personaggi protagonisti dei racconti di Turgénev e Leskòv. Inoltre ambientando entrambi i loro rispettivi racconti nella provincia russa (la “steppa” o le province rurali), ciò gli consentì di dimostrare che le grandi tragedie umane non appartenevano solo alle corti, ma anche ai piccoli proprietari terrieri e ai contadini russi.
E in questo senso “Un re Lear della steppa” , corrispondendo a questi schemi, mette a fuoco dinamiche che richiamano archetipi del comportamento umano che trovano riscontro al di là dei confini di tempo e di luogo, quali il dramma della vecchiaia, l’orgoglio che acceca, il tradimento filiale, la doppiezza dei vincoli familiari, l’ingratitudine e l’ingiustizia umana. Laddove il gigantesco e barbarico Martyn Petrovič Charlov, protagonista del racconto, convinto di poter contare sull’affetto e la fedeltà delle due figlie fino alla sua morte si spoglierà, prima del tempo, dei suoi beni a loro favore, per scoprire che quella sua certezza era stata totalmente mal riposta allorché le figlie, impossessatesi di tutto, lo ridurranno in condizioni miserevoli, compiendo un atto di spietata ingratitudine e di ingiustizia che distruggerà il legame familiare che teneva uniti padre e figlie. Il vincolo familiare e di sangue si rivelerà quindi incapace di proteggere dalla brama di possesso e dalla prepotenza insita nel desiderio di affermazione.
Peraltro l’ inizio stesso del racconto evoca e cita esplicitamente Shakespeare avendo Turgénev immaginato che in una “…sera d’ inverno…una mezza dozzina di amici”, intrattenendosi tra loro si soffermassero “…a parlare di Shakespeare” ed in particolare “…dei personaggi dei suoi drammi, della profondità e potenza con cui ogni tipo umano è compreso”. E ognuno affermò di avere ravvisato, tra le persone conosciute, “… degli Otello, degli Amleto, dei Falstaff, ed anche dei Riccardo III e dei Macbeth”. E uno di costoro, colui che poi racconterà il racconto, a sua volta rivelerà di avere “… conosciuto un re Lear”, cominciando da quel momento la narrazione vera e propria. E’ evidente quindi che per Turgénev, Shakespeare, attraverso i personaggi che aveva creato, aveva individuato una serie di idealtipi umani che assumevano un valore e un significato paradigmatico e universale, la cui presenza era possibile rinvenire nel concreto dei rapporti umani, e ciò anche all’ interno della realtà russa.
Dimitrij Semënovič, colui che narrerà la vicenda, rievoca – essendone stato partecipe in prima persona – dei fatti accaduti quando adolescente si trovò a vivere nei possedimenti della madre, ricca proprietaria terriera. Ella era in stretti rapporti con Martyn Petrovič Charlov, anch’ egli possidente terriero il quale, avendola una volta salvata da sicura morte, godeva della grande riconoscenza di lei, facendogli, ella, da consigliere e da protettrice, oltre ad ospitarlo assiduamente in casa sua dove Dimitrij aveva avuto modo di conoscerlo bene. Charlov pur essendo semianalfabeta e pur essendo assai grezzo nei modi aveva tuttavia una personalità fortissima derivante sia dalla sua enorme stazza e dalla sua forza erculea, sia dal carattere prorompente ed autoritario che induceva alla sottomissione chi lo frequentava, a partire dai suoi contadini che lo temevano oltremodo. Un uomo insomma che si sentiva forte del “…suo potere illimitato assoluto”.
Questo suo carattere sfociava in un orgoglio smisurato e in un’ indiscutibile indipendenza che lo rendeva refrattario ad ogni forma di sudditanza. E quell’orgoglio si riverberava su tutto ciò che aveva a che fare con lui a partire dalla sua casa, costruita con le sue mani, di cui andava estremamente fiero. Ma quell’orgoglio, sconfinando nella superbia, lo rendeva così ciecamente sicuro di sé che egli non poteva neanche concepire che qualcuno potesse contrapporsi alla sua volontà. Un patriarca insomma convinto che non sarebbe mai stato messo in discussione.
Rimasto vedovo di una moglie che, per paradosso, rispetto a un gigante come lui, era così piccola che si narrava “…che l’aveva fatta entrare nella camera nuziale portandola sul palmo della mano” , Charlov conviveva, in quella sua casa, con le sue due figlie: Anna, la maggiore, che viveva lì con il marito Vladimir Sletkin ed Evlampija, di Charlov la preferita. Anna non godeva, in generale, di una bella immagine, venendo considerata da chi la vedeva una persona “maligna” e la stessa madre del narratore, che pure l’aveva molto aiutata, “La trovava troppo arrogante” e assai poco riconoscente, dato che si atteggiava con lei in modo “freddo e riservato”. Un che di malevolo e un atteggiamento utilitaristico contraddistinguevano perciò Anna che pur obbedendo al padre non manifestava alcun particolare slancio e affetto verso di lui.
Sicuramente più affine e vicina a Charlov era Evlampija la quale sia per carattere che per aspetto gli assomigliava molto. “D’alta statura e di forte corporatura …quella monumentale ragazza era proprio la figlia di Charlov …c’era qualcosa di selvaggio, quasi di feroce nello sguardo di quella giovane…<<E’ un’indomita, un sangue cosacco>>”, diceva di lei il padre. Anche lei quindi, come il padre, aveva un atteggiamento fiero e sdegnoso, apparendo istintivamente predisposta ad assumere ruoli di comando e non avvezza a stare in posizione subalterna, come invece Charlov induceva le figlie stare nei suoi confronti, ritenendosi, come scriverà nel suo testamento, non solo il loro padre ma anche il loro capo, quasi fosse egli un sovrano.
A sua volta Vladimir Sletkin, il marito di Anna, viveva con malanimo il suo rapporto con Charlov nei confronti del quale era insofferente, dovendo soggiacere anche lui ai suoi voleri, ritenendosi non riconosciuto e non ricompensato adeguatamente per i suoi lavori nella tenuta, vivendo altresì in modo astioso le maggiori attenzioni che Charlov aveva per Evlampija rispetto a quelle che aveva per sua moglie Anna. Il contesto familiare di Martyn Petrovič Charlov quindi non era certo animato da uno spirito di reciproca corrispondenza di affetti. A fronte infatti del convincimento nutrito da Charlov sulla scontata obbedienza e l’indiscutibile rispetto nonché affetto delle figlie esse, in realtà, covavano e mantenevano vissuti e atteggiamenti distaccati e ambigui che non esprimevano un evidente trasporto verso il padre né un’accettazione incondizionata nei suoi confronti. Per non parlare poi dei vissuti rancorosi del genero.
Charlov tuttavia, pur a fronte di quella sua natura orgogliosa e selvaggia, non era esente da “…momenti di malinconia e di tristezza” e, soprattutto, “Quel colosso temeva la morte”. E convintosi, in seguito ad un sogno, che la sua morte fosse prossima e paventando che lo potesse cogliere alla sprovvista, decide di trasferire da subito alle due figlie la proprietà delle sue terre e dei suoi beni stabilendone altresì la relativa suddivisione e stabilendo contestualmente che fino alla sua morte gli fosse garantito di abitare nella sua casa e di avere assicurato il suo mantenimento. Questa decisione apparirà a Charlov come il suggello della sua esistenza: una conferma cioè degli obblighi e dell’obbedienza delle figlie per godersi la vecchiaia ricambiato dalla loro riconoscenza e dal loro affetto. E la stessa solennità quasi sacrale con cui Martyn Petrovič Charlov organizzerà la cerimonia connessa alla stipula di quell’atto rivelerà tutto il significato che quella decisione rivestiva per lui.
Eppure la madre di Dimitrij che, come abbiamo visto, aveva molta influenza su Charlov lo aveva messo in guardia sui possibili “imprevisti” che quella donazione “anticipata” poteva comportare. Ma egli non dandole ascolto e fidandosi ciecamente che la sua volontà sarebbe stata rispettata, darà seguito a quella sua decisione. Purtroppo per lui però quel sereno futuro che egli si attendeva non si avvererà, rivelandosi quella decisione fatale e foriera per lui solo della sua disgrazia.
Già durante quella cerimonia, durante la quale viene sancita quella donazione, un velenoso segnale, premonitore di quello che accadrà, si offre a Martyn Petrovič Charlov. Accade infatti che il suo perfido cognato, dall’improbabile nome di Souvenir – l’unica persona tra l’altro capace di fargli perdere le staffe, dati i suoi modi da sobillatore e da provocatore – oltre a rinfacciargli la morte della moglie di Charlov, cioè di sua sorella, evidenziando ciò un’ulteriore incrinatura nel suo entourage familiare, gli predice quella che sarà la sua fine. Che cioè sarà messo “…col groppone nella neve [essendosi] distrutto da se stesso come uno zero.”
Ed anche Charlov registra, a sua volta, un segnale. Egli era rimasto infatti colpito dalla freddezza proprio della sua figlia preferita Evlampija che, durante la cerimonia, si era mostrata “<<…di pietra; una vera statua…Nemmeno una parola: nemmeno uno sguardo; si inchina fino a terra, ma senza riconoscenza.>>” confesserà Charlov, turbato, alla madre di Dimitrij. E tali segnali si riveleranno più che mai fondati perché progressivamente Evlampija e Anna, divenute padrone di tutto e istigate dal marito di quest’ultima, circoscriveranno sempre di più la vita di Charlov, togliendogli di fatto la sua libertà e la sua autonomia. Sottraendogli i suoi spazi all’interno della casa, i suoi beni personali, il suo stesso fidato servitore e, soprattutto, non dandogli né affetto, né attenzione, così come invece Charlov si era illuso che avrebbe ricevuto.
Il narratore, rievocando come gli apparve Charlov quando un giorno, venuto a conoscenza della situazione, andò nella sua tenuta e se lo trovò di fronte, lo descrive come irriconoscibile. Gli si presentò infatti lacero, trasandato, con la barba incolta, abbrutito e inavvicinabile, e per di più ridotto a pescare con una lenza senz’amo. Insomma una sorta di selvaggio, abbandonato a se stesso, sulle cui guance, tuttavia, Dimitrij notò che scorrevano lacrime. Finché, piombato in una sorta di impazzimento, un giorno Charlov apparirà all’improvviso in casa di Dimitrij e di sua madre, avvolto in una massa informe di fango e grondante acqua, essendo egli arrivato lì a piedi dalla sua tenuta sotto una violenta tempesta autunnale che lo aveva trasformato in un essere “spaventoso”. “Non somigli ad un essere umano” gli dirà infatti la madre di Dimitrij vedendolo.
E lì circondato dal calore e dall’umanità di quella casa ospitale, Charlov riverserà tutta la disperazione e il dolore accumulati per quell’umiliante e miserevole trattamento subito dalle figlie al quale, per orgoglio e per vergogna, si era sin lì sottomesso, ammettendo l’errore che aveva commesso nel riporre in entrambe quella fiducia che esse avevano tradito. Il monologo di Charlov assumerà le valenze di una confessione tragica, mettendo egli a nudo tutta la crudeltà delle figlie e tutto lo strazio per quell’abbandono subito che lo aveva reso folle.
Ora già a partire dall’apparizione di Charlov coperto di fango la narrazione aveva assunto risvolti epici i quali, poco dopo, raggiungeranno il loro apice nella sconvolgente scena della distruzione, pezzo a pezzo, del tetto della sua amata casa, da parte di Charlov. Accadrà infatti che, schernito per la sua “dabbenaggine” dall’odioso cognato presente anch’egli lì in casa, Charlov sarà reso furibondo dalle irritanti e maligne, se pur veritiere, parole di questi che tacciatolo di essere divenuto un “…mendicante”, gli getterà pure addosso il ricordo di quel tetto della sua casa di cui andava tanto fiero. E come ispirato e, al tempo stesso, scosso da quel richiamo, Charlov si ricorderà chi era e rianimatosi di colpo si getterà come una furia nell’impresa di distruggere, come un novello Sansone, quel tetto. Laddove, attraverso quel gesto e attraverso la sua forza, egli si prefiggerà di perseguirà la sua vendetta e la sua redenzione.
E pur nel sacrificio finale che quell’impresa gli causerà, dato che di essa ne sarà vittima, tuttavia proprio attraverso di essa egli avrà modo di riaffermare la sua dignità e la sua fierezza. Quei contadini che fianco a fianco, come il coro di una tragedia greca – mentre Charlov furioso stacca una ad una le travi del tetto – gli riconoscono l’ingiustizia da lui subita, gli manifestano infatti rispetto ed onore. Ed è questo il sentire comune che alla fine resterà di Martyn Petrovič Charlov, cioè il ricordo di un uomo vittima dell’ingiustizia e dell’ingratitudine.
La rottura del vincolo tra padre e figlie in senso sia fisico che simbolico determinerà la definitiva rottura di quella famiglia destinata come essa sarà alla sua dissoluzione. Anche le due sorelle si allontenaranno, lasciando Evlampija i suoi beni ad Anna e andando via da quella casa, per mettersi a capo di una setta religiosa, come volendo espiare le sue colpe e purificarsi, senza, al tempo stesso, venir meno a quella sua predisposizione a comandare. Quell’ Evlampija che aveva tentato durante quei drammatici momenti finali di salvare, con un tardivo pentimento, il padre, chiedendogli perdono, ma invano. E di Anna – rimasta a governare e condurre le sue proprietà – divenuta vedova, si dirà che aveva avvelenato il marito Vladimir Sletkin. Avendo ella pienamente mantenuto nel tempo quel vissuto di donna razionale, attenta ai suoi interessi e alle sue convenienze. E così dissoltisi tutti quei legami, dell’originario nucleo di quella famiglia non rimarrà più nulla.
“Un re Lear della steppa” è, tra le tante cose, un impietoso resoconto di una tragedia familiare segnata in tutti i suoi passaggi da una violenza costante che è impressa nei personaggi e nelle loro vicende. Una violenza dalla quale nessuno si salverà, di cui saranno vittime i morti ma anche i sopravvissuti. Un racconto, questo di Turgénev, che si rivela quindi una spietata indagine sulla ferocia e, al tempo stesso, sulla potenza distruttrice dei rapporti familiari e sulle lotte intestine che essi sono in grado di produrre, e che ci mostra, altresì, come ciò possa essere comune a tutti. Laddove, evocando il “Re Lear” shakespeariano, anche in questo caso, come accade in “Re Lear”, il cedere la propria sovranità, da gesto magnanimo, si trasformerà nella perdita di se stessi.