“Paesaggio lacustre con Pocahontas” – Arno Schmidt

Parlando di come andava affrontata la lettura dei suoi libri Arno Schmidt affermava che i suoi testi erano da considerare come se fossero costituiti da un insieme di dadi da brodo e che quindi, come tali, fossero un concentrato che stava al lettore sciogliere nel “brodo della lettura”. Schmidt, di fatto, realizzerà tutte le sue opere in questo modo, incorporandovi in ciascuna di esse tantissimi di quei dadi, sotto forma di concentrati di narrazioni, il cui effetto sarà che egli non creerà, come convenzionalmente avviene, “un mondo” ma bensì una miriade di mondi e ciò attraverso una proliferazione del linguaggio e del senso che moltiplicherà le narrazioni presenti all’interno del testo.

Arno Schmidt navigherà e farà navigare anche noi fra inesplorati confini della lingua e delle parole; sconnessioni e riattribuzioni di significati; apparizioni e combinazioni eterodosse di parole, immagini, citazioni, idee; improvvisi abbandoni onirico sensoriali; superamenti dei nessi causali e delle sequenze narrativo/concettuali per cui, qualsiasi nozione precostituita, a partire dalla nozione stessa di Romanzo, con Arno Schmidt deve essere dimenticata e occorre predisporsi a un viaggio fra scogli e sirene. Nel senso che a volte si va a sbattere, altre volte si viene catturati e per questo ci si può sentire in balia del testo ma poi, capita l’antifona, si va avanti e si cominciano a fare delle scoperte completamente nuove della letteratura e nella letteratura. Perché quello che ci fa fare Arno Schmidt mettendoci lì scogli e sirene è di farci fermare e farci scoprire quei suoi mondi, con i quali e dei quali fare esperienza, entrando in costruzioni arditissime di forma e contenuto che strapazzano il linguaggio e il senso e ce ne forniscono di entrambi versioni mai viste prima.

Arno Schmidt come tutti i grandi innovatori è un sovversivo: distrugge, ribalta, scardina, ma non per un autistico sperimentalismo ma perché, da scrittore di stampo illuministico quale egli è, è assetato di conoscenza e, soprattutto, di nuova conoscenza intesa come esplorazione nei campi della creazione artistica. Quando in Pocahontas scrive la famosa frase: “Pensare. Non contentarsi di credere: andare avanti. Sempre avanti per i gironi del sapere,amici! E nemici. Non interpretate: studiate e descrivete. Non futurate: siate. Al più, pieni di curiosità” è proprio di quel piacere/necessità della scoperta insito nella conoscenza e nell’arte che ci sta parlando. Quel suo creare complessità è ricerca formale per approdare, attraverso le sue sculture verbali, a nuove percezioni delle immagini del mondo ma è anche rifondazione dei significati per svelarne la loro perdita di significato. I reticoli verbali di Schmidt sono potenziatori di enunciati di verità per lui importanti che aggrediscono la retorica, i luoghi comuni, il conformismo, la morale, il potere, la Storia, e attraverso cui egli conduce e genera quella sua incessante opera di demistificatore del mondo e delle sue rappresentazioni di cui la lingua è il tramite. “”Io presumo di essere un grande umorista tedesco” ebbe a dire in un’intervista del ’72” e leggendo Pocahontas l’aspetto umoristico in effetti non manca. Ma l’umorismo di Arno Schmidt non è ridanciano. Egli ride si ma il suo è un ghigno, la sua arte umoristica è l’arte del ghignare che è anch’esso un ridere, ma è un ridere in modo sinistro o sarcastico. Ma quel modo di ridere non è solo stilisticamente aderente al suo accanimento demistificatorio e disvelante, ma ne è cifra ad esso funzionale anzi necessaria.

Da tutto quanto sin qui detto si capisce come la trama sia l’ultimo problema di Arno Schmidt, giacché essa è del tutto incompatibile con il suo modo di procedere. Peraltro lui stesso lo esplicita allorquando – come riporta Dario Borso nella sua bella ed utilissima introduzione – egli afferma: “Nel mio Paesaggio lacustre non è necessaria una trama: anzi, più ancora, essa incollerebbe solo a mò di reclame i segni di acqua, cielo e sole, di consequenziale erotismo e – logicamente – ateismo”; “Essenziali non sono azioni e trame, ma condizioni e mentalità”. Infatti la struttura narrativa di “Paesaggio lacustre con Pocahontas” è quella di un racconto fatto, se vogliamo, di microracconti dati dalle segmentazioni che suddividono al suo interno il testo con delle barre oblique, dove l’azione è frantumata in una serie di narrazioni che si susseguono come in un album di foto. Queste narrazioni riproducono e descrivono scene, episodi, momenti; luoghi, ambienti, paesaggi; ma anche stati di coscienza, stati d’animo, processi mentali, interazioni verbali, congetture intellettuali, fantasie, dando a ciascun singolo frammento – assimilabile a quei concentrati di cui si diceva all’inizio – una sua specifica valenza narrativa come, appunto, quella che ha una foto all’interno di una sequenza di foto senza che per questo la sequenza perda la sua unitarietà complessiva.

Questo impianto è ovviamente voluto da Arno Schmidt il quale, così come si ricava sempre dall’introduzione, afferma: “In Pocahontas, per rendere la struttura cristallina del testo del tutto inequivocabile, ho anche separato tra loro i singoli frammenti con barre oblique” e inoltre “ci si ricordi di un qualsiasi piccolo vissuto,…sempre compaiono dapprima…singole immagini molto chiare (mia designazione abbreviata “foto”), attorno alle quali poi si pongono nel corso successivo del “ricordo” piccoli frammenti d’integrazione esplicativa(“testi”): una miscela siffatta di varie “unità foto-testo” è insomma il risultato finale di ogni tentativo cosciente di ricordo”.

Pocahontas è pertanto pensata e sviluppata come ricostruzione/narrazione di un ricordo o, se si vuole, dei ricordi che formano quel ricordo i quali vertono su una vacanza presso un lago dell’Oldenburgo dove il narratore: un intellettuale disoccupato e un suo amico: un imbianchino arricchito, entrambi reduci di guerra, incontrano due stenodattilografe con le quali nascerà una storia d’amore e di sesso. Da un pretesto narrativo di per sé frivolo/fragile Arno Schmidt prende spunto per mettere in scena un “piccolo mondo” – così come lui stesso definisce il tipo di contesto all’interno del quale si sviluppa la scena: “Paesaggio lacustre con Pocahontas… ha come tematica: “piccolo mondo” (paradisi o inferni in sé conchiusi)” – dal cui involucro fatto di quel suo indolente idillio lacustre fuoriuscirà un mondo polisensuale nel quale la faranno da protagonisti il paesaggio, l’intelletto e l’eros.

Arno Schmidt ci condurrà in tutto questo attraverso un flusso linguistico magmatico, operando continue rotture semantiche, sintattiche e lessicali che estendono, ampliano e straniano i significati creando nuovi significati; atomizzando la punteggiatura che si fa iconoclasticamente frantumante nei confronti del testo ma, al tempo stesso, imprevedibilmente illuminante ed allusiva; istituendo cortocircuiti percettivi, ritmi sincopati, onomatopee, parole che sono pure sonorità. Ne viene fuori: uno smantellamento sistematico degli ancoraggi del senso a favore di una sua reinvenzione sempre fervida e fertile perché dà suggestione e ispira suggestioni; un’implosione delle stereotipie suscitando la percezione delle loro implicite e intrinseche ipocrisie; una liberazione dello sguardo e del dire che lo descrive, sgombrati da sovrastrutture e infingimenti. E poi un profluvio di immagini che si installano di fronte a noi come pennellate che attingono dal reale ma delle quali ne cogliamo e ne godiamo tutta la loro espressionistica immaginazione e trasformazione: “Una chiazza di velluto rosso venne dalle sue labbra, si fece a punta, spinse impacciata, e mi sgusciò poi giù fondo in bocca…).”

Lo strato di Pocahontas che sta in superficie è un interminabile gioco di schermaglie acquatiche e amorose tra il narratore e Pocahontas così da lui ribattezzata, ma all’anagrafe fa Selma, la quale come novella Ondina – intendendo quella di La Motte Fouquè, autore di cui Arno Schmidt amava dilettarsi e di cui qui ce ne dà una sua personale citazione – viene fatta sgusciare fuori e dentro dall’acqua fra nuotate, giri in canoa per il lago, baci e carezze acquatiche con relative scottature, abbronzature e spalmature di creme solari. Arno Schmidt crea ritmi, immagini e soluzioni che rimandano ad un immaginario di tipo cinematografico. I personaggi sono figure, sagome o meglio ancora silhoutte: “qual silhoutte… in un mondo di silhoutte” si definisce e dice, in una delle prime pagine, il narratore. Essi si immergono nel paesaggio e ne sono risucchiati dentro, diventando essi stessi paesaggio. Perché“Paesaggio lacustre” è, in primo luogo, una creazione paesaggistica non a caso Schmidt lo definirà “l’hobbematico Pocahontas”, “Da Meinder Hobbema, paesaggista olandese della seconda metà del Seicento” (Intr. Nota 9 p. XII) Esso è quindi un fondale in movimento, un paesaggio-sequenza da cui il nesso con le foto riportate all’ interno del testo e che lo intercalano le quali sono riproduzioni di paesaggi, di cui mantengono la fissità di un quadro e trasmettono quell’impressione di sospesa irrealtà.

Ma “Pocahontas” è un’opera multistrato sotto la cui epidermide pullula e incalza un coacervo criptico che è dato, in prima istanza, dalle continue criptocitazioni di cui Dario Borso con il suo meticoloso e illuminante commentario ci dà conto. Da cui cogliamo l’erudita acutezza di Arno Schmidt che egli usa per creare ricchezza cognitiva e ampliare le potenzialità e le volontà interpretative del testo, come fa intendere quando, con svagata e ironica nonchalance, dice: “dunque la scholarship almeno a qualcosa serve” dove scholarship traduce appunto “erudizione” (Commentario p.77). Ma il substrato criptico, presente in Pocahontas, sta anche nel fatto che “sotto la superficie serena di una delle più belle storie d’amore della letteratura tedesca ribollono ricordi della recente guerra: tutto il testo è fittamente attraversato da un metaforismo di morte e violenza, che a lungo sfugge anche a i lettori più attenti” (Bernd Rauschenbach – “1 recipiente di parole” – pubblicato sul sito “www.lavieri.it/Schmidt”). Ad esempio: “(E Tell tremò tutto al lampeggiare lontano: “E’ nato ad Amburgo. Nelle notti dei bombardamenti: e allora non sciopporta proprio!” Dunque gli animali stessi!)./”. Tell è un cane. E Dario Borso nel commentario ci ricorda che ad Amburgo per quei bombardamenti, “A fine luglio 1943, ci furono cinquantamila vittime e un milione di senzatetto”.

E poi, ancor più ferocemente: “Il “signore” senza il cui volere non un passero cade dal tetto o non 10 milioni vengono gasati in campo di concentramento: dovrebbe essere un tipo notevole si – se poi esistesse!”, con cui Arno Schmidt ci mette lì anche tutto il suo ateismo di cui pronuncerà l’esplicita evocazione: “Io?: Ateo, altroché!: Come ogni persona per bene!”. Un ateismo che è incitamento contro l’ignoranza contenuta nel sacro: “Cosa diremmo mai oggidì se il figlio di Beppe il falegname qua davanti, è appena uscito dalle elementari, volesse indottrinarci su tutto e su tutti? Ma se non ha studiato niente! Non conosce le lingue, crede che la terra sia tipo na galletta, sa solo pettegolezzi di paese. Arte e scienza, matemachita o come cavolo si chiama: non ne ha la più pallida idea! Vissuto o esercitato un mestiere nemmeno, dunque anche nessun altra esperienza umana; patito niente – cos’ha sto qua d’importante da dirmi ? !”, a cui oppone sferzante l’intelligenza della ragione: “( Se non proprio Schopenhauer, la gente dovrebbe però conoscere la parolina “causa”)”.

Ma l’ateismo di Arno Schmidt è anche la logica prosecuzione del suo erotismo, per quanto di volutamente provocatorio e scandalistico vi è nel suo erotismo. Ma l’eros in Pocahontas è ben di più che un attacco frontale alla morale, esso è il materializzarsi della vita, l’abbandono al primordiale, l’evocazione di un paradiso utopico. I personaggi incastonati nel paesaggio ridiventano pienamente soggetti nella disinibita naturalezza dei loro giochi d’amore e di sesso: “Corse inseguita ciondoloni dai suoi vestiti, snella come un grillo, la mia bruna cicala. Si avventò su me in postura di mantide religiosa, mi posò le aguzze zampe anteriori sopra le spalle, e tentò a lungo di divorarmi. Con mani; con denti.”, felicemente complici di stare in quella loro intimità: “Selma dunque, come detto tutta in organza incantata, tra i dardi del sole, e mi prese rigida ambedue le mani; ci gingillammo a vicenda le dita, pure il mio cuore si mise sorprendentemente al trotto, e infine lasciammo da parte tutti gli ogam e futark, e ci dicemmo liberamente fuor dai denti: quanto siamo carini”, ma anche dediti ad una fisicità esuberantissima: “…ci cavalcammo a briglia sciolta: per irsute foreste incantate, dita brucarono, braccia bisciarono, mani caricarono rossi grilletti, talloni tambureggiarono segnali di picchio sotto ciuffi di dita dei piedi, in tutte le peste languirono occhi, mitili rossovellutati leccarono al suolo, stretti con strisce d’avorio da cui rilucevano alfabeti, sussurri sussero, umori stillarono, alternativamente sopra e sotto.)/.

E quell’ammaliante gioco della sensualità a cui Arno Schmidt dà letteralmente corpo combinato con i suoi giochi intellettuali sono alla fine, nel loro insieme, la bellezza e il lascito di Pocahontas, in un’indissolubilità della molteplicità, che resistendo a tutte le forze centrifughe del testo, rivela qual’è e cos’è l’arte di Arno Schmidt.

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