“La principessa di Clèves” – Madame de La Fayette – Un approfondimento – Seconda parte

Pressata dal bisogno di tenere lontano da sé il Duca di Nemours per non cadere vittima del sentimento che ella prova per lui e per cercare di impedire ogni possibile contatto che vi potrebbe essere tra loro, la Principessa chiede al marito di trasferirsi in una loro residenza di campagna “…fatta costruire di recente”, adducendo come motivo un generico stato di malessere. E pur contrastando, agli occhi del marito, tale motivazione con l’evidente e fulgida bellezza che ella più che mai promanava, egli acconsente e l’accompagna in quel di Coulommiers, sede di quella loro residenza. E lì giunti quel desiderio di solitudine e di lontananza dalla corte, che la Principessa così insistentemente persegue e manifesta, appare ancor più evidente e ciò insospettisce il Principe che ne chiede espressamente ragione alla moglie: “<<Ah, signora,>> gridò il Principe di Clèves <<il vostro accento, le vostre parole mi fanno capire che avete delle ragioni per desiderare di essere sola; io le ignoro; e vi scongiuro di dirmele!>>”

E sarà proprio in questo frangente che ella, messa alle strette dall’insistenza del marito, metterà in pratica quello che lei stessa si era prefigurata, avverrà cioè, da parte della Principessa, la fatidica “confessione” che costituirà uno dei momenti più altamente drammatici e dolorosi ma, al tempo stesso, più commoventi e “poetici” di tutto il romanzo. Perché per entrambi il prodursi di una ferita lacerante convivrà con una reciproca delicatezza e amorevolezza. Se infatti la Principessa percepisce, soffrendone, tutta l’intima violenza che ella fa al marito nell’avergli fatto intendere, oltretutto con un silenzio il cui non detto dirà più delle parole, che nel suo cuore vi è un altro uomo, il marito, a sua volta, proverà un’infelicità tremenda che lo getterà “…fuor di se stesso”. Tuttavia non vi sarà in nessuno dei due accanimento nei confronti dell’altro.

Non nella Principessa che, in ginocchio di fronte a lui, gli testimonierà il suo affetto e la sua fedeltà e l’attesa sincera di poter essere ancora amata da lui: “<<…Vi domando mille volte perdono se ho avuto dei sentimenti che possono dispiacervi; ma almeno non vi dispiacerò mai colle mie azioni. Pensate che, per fare ciò che faccio, bisogna avere per il proprio marito assai più affetto e stima che non si siano mai avuti; abbiate pietà di me e amatemi ancora, se lo potete.>>” Nel Principe, a sua volta, la convinzione di non restare offeso e di poter diventare della moglie “…amico fraterno e soccorrevole” nell’eventualità che ella gli confessasse una cosa come questa, come una volta le aveva detto, si infrange penosamente rivelandosi illusoria. Ma se pure in preda a un pathos che stordisce, tuttavia egli darà alla moglie riconoscimento per quella sua confessione, senza manifestargli alcuna aggressività: “…egli credette di morire dal dolore, ed abbracciandola e sollevandola : <<Abbiate voi pietà di me, signora>> le disse <<…Voi mi sembrate degna di stima e di ammirazione più di qualunque altra donna che mai sia stata al mondo; ma nello stesso tempo io mi reputo l’uomo più infelice che mai sia esistito…Mi rendete infelice, col darmi la più grande prova di fedeltà che mai donna abbia dato al marito>>”

E poi, nel congedarsi da lei, dovendo ripartire, la scongiurerà “… di credere che, per quanto afflitto, aveva per lei una tenerezza ed una stima che dovevano confortarla.” e ciò nonostante egli avesse ripetutamente chiesto alla moglie il nome di “colui” ed ella si fosse ostinatamente rifiutata di dirglielo: “<<Mi sembra che dovreste appagarvi della mia sincerità; non chiedetemi altro, e non mi fate pentire di ciò che vi ho detto; accontentatevi della certezza che ancora vi do, che nessuna delle mie azioni ha lasciato trasparire i miei sentimenti, e che nulla m’è stato mai detto di cui abbia potuto offendermi.>>”

Ma a dare ulteriore intensità narrativa a questo momento e a questa scena si aggiunge il fatto che ad essa assisterà, non visto, il Duca di Nemours il quale, venuto a soggiornare presso “…sua sorella, la Duchessa di Mercour, che era in campagna poco lungi da Coulommiers”, finì, durante una battuta di caccia, per ritrovarsi nei pressi della villa della Principessa della cui presenza, lì a Coulommiers, egli era a conoscenza. Ed attratto dalla prospettiva di poterla vedere si introdurrà nella villa ma, scorto il Principe che non pensava di trovare lì, si nasconde e in tale fortuita situazione egli assisterà clandestinamente alla conversazione tra il Principe e la Principessa ed ascolterà quindi la fatidica “confessione”. La quale, sul momento, lo elettrizzerà avendo capito, pur non essendo stato nominato, che è lui l’ oggetto d’amore della Principessa ma, subito dopo, “…riflettè che la confessione stessa che gli rivelava il sentimento di madame di Clevès per lui, doveva anche persuaderlo che non avrebbe mai ricevuto alcun segno di quell’amore e che non v’era speranza di vincere una persona che ricorreva ad un rimedio così radicale” . Dopo la “confessione” anche Nemours si sente quindi paradossalmente “respinto” dalla Principessa di Clèves, pur essendo da ella amato, così come si era sentito respinto il Principe in quanto non amato, finendo in tal modo entrambi vittime della “virtù” della Principessa. E Nemours sarà in quella sua riflessione preveggente e presago, prefigurandosi quello che sarà il suo destino, pur non sapendo ancora come esso si concretizzerà e pur non rinunciando a perseguire i suoi intenti volti a “conquistare” la Principessa.

Nel fattempo il Principe riuscirà ad intuire in modo fondato, attraverso uno stratagemma, che il misterioso “amante” della moglie era il Duca di Nemours tuttavia ella non lo confesserà mai apertamente ed egli dovrà convivere con quella “consapevolezza non detta”, soffrendone e suscitando a sua volta ciò altra sofferenza nella Principessa: “<<…Il signor di Nemours era fra tutti l’uomo che più temevo. Vedo il pericolo in cui siete; cercate di avere del dominio su di voi, per amore vostro, e, se possibile, per amor mio. Non ve lo chiedo come marito, ma come un uomo che ha per voi una passione più tenera e più forte di colui che il vostro cuore preferisce>>. Il signor di Cleves, pronunciando queste ultime parole, si commosse tanto che quasi non riusciva a terminarle. Sua moglie ne fu colpita e scoppiando in lacrime lo abbracciò con tanta tenerezza e melanconia che lo misero in uno stato poco diverso da quello di lei .”

Ora date le evidenti e prevedibili dolorose conseguenze prodotte in entrambi (ma anche nel Duca), dalla confessione ci si può più che mai chiedere se valeva davvero la pena farla questa confessione. Infatti “Si è molto discusso in sede critica del perché Mme de Clèves abbia avuto bisogno di dire al marito del suo amore per il Duca di Nemours, dal momento che il tradimento non era stato né sarebbe stato mai consumato…Perché infatti raccontare un crimine non commesso …[E] La risposta è…Perché per Mme de Clèves non esiste altra scelta. Perché non può nascondere quanto ha di più importante nel cuore.” ((Isabella Mattazzi – “Introduzione” in Madame de La Fayette – “La principessa di Clèves” – Neri Pozza – 2014).

Ella, in altre parole, non può non confessare quell’amore che prova per il Duca, giacché “sente” dentro di sé quel sentimento e il conseguente senso di colpa che ella prova ha bisogno di essere detto, di essere “liberato”. Un bisogno di verità il suo che rientra in una necessità di adeguatezza morale che, a sua volta, si traduce nella necessità di salvare la sua personale integrità di fronte a se stessa e di fronte al marito, come descritto nella prima parte di questo approfondimento. Ma tenendo per sé e dentro di sé il nome dell’amante ella crea una sorta di equidistanza tra marito e amante, confinando in un nucleo di segretezza il suo sentimento e lasciandosi così la “libertà” di poterselo coltivare con se stessa e in se stessa. La confessione svolge perciò, per la Principessa, una funzione di decolpevolizzazione che le consente, al tempo stesso, di continuare a tenere vivo dentro di sé il suo amore per il Duca: “…fattasi scudo della sua “straordinaria” confessione…può cedere…a questo sentimento proibito, ma in tal modo riscattato e quasi legittimato.” (F.Garavini –cit.)

Se ci soffermiamo infatti in un’altra delle grandi scene del romanzo che si svolge sempre nella residenza di campagna di Coulommiers nella quale il Duca, non visto, riuscirà di nuovo ad entrare e a sorprendere la Principessa che è lì sola, avendo ella allontanato tutti i domestici, assisteremo come spettatori insieme al Duca, alle fantasticherie alle quali la Principessa si abbandonerà in quella solitudine accuratamente procurata, le quali hanno tutte al centro cose che rimandano al Duca: “Intreccia nastri gialli (come quelli che Nemours aveva portato ad un torneo alludendo alla predilezione della principessa per quel colore) intorno a una canna d’India che gli è appartenuta e che di nascosto ella ha sottratto alla sorella di lui; poi contempla a lungo [trasognata] il suo ritratto, [illuminando con la candela il volto del Duca], nel quadro dell’assedio di Metz, copia che ha fatto eseguire sull’originale e che ha portato a Coulommiers.” (F.Garavini –cit.)

Siamo, con tutta evidenza, di fronte ad oggetti ed atti che trasportano nella vita della Principessa l’innamorato che non può e non deve esserci fisicamente. Il Duca non resiste all’emozione di questa scena e combattuto fra apparire alla Principessa e non apparirle, finisce, quasi per sbaglio, per palesarsi, ma come un fantasma, come una figura intravista dietro le tende e la Principessa, sebbene dubbiosa su ciò che ha visto, se ne accorge, capisce e scappa. Il Duca resterà lì, ancora molto tempo, ma non la rivedrà mai. Sarà come una notte di nozze per la Principessa e il Duca, la loro prima e unica notte che condivideranno, ma una notte tutta mentale, in cui non si consuma l’amore, ma agisce soltanto la fantasia con le sue logiche, così come la Principessa vuole che sia.

In questo modo pertanto Madame de Clèves non fa che alimentare i suoi sentimenti “libera”, dentro di sé, di poterlo fare: “Compiuto lo sforzo della confessione, e della decisione di sfuggire la presenza fisica di Nemours, non teme più d’ingannare il marito: la sincerità è in qualche modo il prezzo che ha pagato per poterlo tradire nell’intimo. Nell’ isolamento di Coulommiers, la Principessa afferma, senza confessarselo, il suo diritto a vivere la passione nel sogno, a coltivare nell’ animo una sorta di trovadorico amor lontano”. (F.Garavini –cit.)

E infatti dopo essersi subitaneamente allontanata dal luogo dove le era sembrato di vedere Nemours ha poi “… più volte la tentazione di rientrare nello stanzino, e di andare a vedere se nel giardino vi fosse qualcuno. Forse si augurava di trovarvi il signore di Nemours, nello stesso tempo che lo temeva; ma infine la ragione e la prudenza vinsero sugli altri sentimenti, e si disse ch’era meglio restare nel dubbio che non correre il rischio di sapere la verità”. “In tal modo infatti il reale riprenderebbe il sopravvento sull’immaginario e la Principessa, di nuovo confrontata al problema della irreprensibilità della propria condotta, vedrebbe frantumarsi il castello del sogno, la magica sfera dell’ altrove dove può essere se stessa in tranquillità di coscienza.”(F.Garavini –cit.)

Ma se nella prima circostanza in cui il Duca si era introdotto nella villa egli era passato del tutto inosservato sia alla Principessa che al marito, questa volta non solo sarà”quasi ” visto dalla Principessa ma, soprattutto, sarà chiaramente visto da un gentiluomo appositamente incaricato dal Principe di Clèves di sorvegliare l’ ingresso della villa dato che il Principe, lì a corte dove egli si trovava, era venuto a conoscenza che Nemours si sarebbe recato in quel di Coulommiers. E sospettando ormai sempre più convintamente di Nemours, decide di mandare quel gentiluomo, evitando di proposito di andare egli stesso, di persona, per non mettere sull’ avviso il Duca con il rischio di distoglierlo da quello che egli pensa essere il suo reale intento: andare a Coulommiers per incontrarsi con la Principessa. E quando quel gentiluomo riferirà al Principe di avere visto il Duca di Nemours fare il suo ingresso nella villa, starvi per tutta la notte e poi uscirne all’ alba, coì come era avvenuto, per il Principe sarà la prova che il Duca era andato lì proprio per quell’ intento che egli aveva immaginato: entrare in uno spazio di intimità con la Principessa.

E pur non non sapendo che cosa era effettivamente successo quella notte ha la prova che il Duca era stato lì e immaginando l’ infedeltà della moglie il Principe di Clèves si ammala, rivelando ciò la sua incapacità di reggere il “peso” che quella situazione per lui comporta, laddove la sua stessa fragilità l’ ha spinto a compiere quella bassezza di fare spiare la moglie. Per lui è chiaro ormai che Nemours è il misterioso amante nonostante il pervicace “non detto” impostogli dalla Principessa e la rottura di ogni argine rispetto a quella situazione lo travolge. “Il gentiluomo fu costretto lasciare il suo signore in preda alla disperazione. Mai forse ve ne fu di più violenta, e pochi uomini tanto bravi e di così gran cuore come il signor di Clèves hanno provato nello stesso tempo il dolore per l’ infedeltà d’un’amante e la vergogna di essere ingannati dalla moglie. Il signor di Clèves non potè resistere a tanta angoscia.La notte stessa egli fu preso da febbre, con tanta gravità che subito la malattia apparve pericolosa. Madama di Clèves venne avvertita, e giunse con premura. Al suo arrivo, suo marito era ancora peggiorato.”

Il Principe ormai è preda di quella sua malattia che lo condurrà alla morte e combattuto fra credere ancora alla sincerità della moglie e ritenerla invece una perfida simulatrice si dibatterà fino alla fine tra quei “…sentimenti così contraddittori e strazianti”, pronunciando, di fronte alla moglie che è al suo capezzale, queste parole: “<<Quante lagrime versate, signora, per una morte di cui siete la causa e che non può darvi il dolore che dimostrate! Io non sono più in grado di farvi dei rimproveri…ma io muoio per il dispiacere crudele che voi mi avete procurato… Perché confessarmi la passione che nutrivate per il signor di Nemours, se la vostra virtù non era capace di resistere? Io vi amavo sino ad accettare di essere ingannato, lo confesso a mia vergogna: ho rimpianto quel fallace riposo donde mi avete tratto. Perché non mi avete lasciato restare in quella cecità tranquilla di cui godono tanti mariti? Avrei forse per tutta la vita ignorato che voi amavate il signor di Nemours. Io morrò ma sappiate che voi mi rendete gradita la morte, giacché dopo aver perduto la stima e la tenerezza che avevo per voi, la vita mi farebbe orrore. Che ne farei, infatti, dovendo passarla con una persona che ho tanto amata e da cui sono stato crudelmente tradito, o dovendo viverla separato da quella stessa persona, od indotto a violenze così contrarie al mio temperamento ed alla passione che avevo per voi.>>”

Finché non impegnerà, in qualche modo, il futuro della futura vedova, prefigurandole, dopo la sua morte, quella libertà che le potrà consentire anche di sposare Nemours : “…ma la mia morte vi lascerà libera; e voi potrete rendere felice il signor di Nemours, senza commettere delitto. Che importa ciò che accadrà quando io non ci sarò più?”. Indubbiamente è un commiato carico di rancore ed egli condanna quella “verità” a tutti i costi attuata dalla moglie. Perché la cecità comune ai mariti gli avrebbe consentito di vivere, di godere dell’ esistenza, mentre la verità, in realtà, lo ha ucciso.

La Principessa, a sua volta, si ritiene ingiustamente accusata, non avendo avuto ella alcun contatto con il Duca, laddove invece il marito sa della presenza del Duca quella notte nella villa, cosa che la Principessa ignora, pur sospettandolo, non sapendo che era stato visto entrare e che la villa era sorvegliata. Pertanto un crudele gioco degli equivoci renderà ancor più dirompente e lacerante quel momento e sebbene la Principessa argomenterà al marito le sue ragioni al punto che, scrive Madame de La Fayette,: “…la verità è di per se stessa così persuasiva, anche quando non è verosimile, che il signor di Clèves fu quasi convinto della sua innocenza.”, tuttavia egli non ne sarà sufficientemente sollevato da poter riprendere le forze e riaversi. E pur riconoscendole un ultimo attestato di stima questo, in realtà, sarà il suo estremo lascito essendo ormai tardivo per lui quell’argomentare espostogli dalla moglie a sua difesa: “Troppo tardi mi avete illuminato: ma tuttavia mi è di sollievo il pensiero che siete degna della stima che ho avuta per voi.”

E quando, pochi giorni dopo, il marito “ infine morì”, le conseguenze per la Principessa furono devastanti, producendosi in lei un immenso dolore unito a sdegno per se stessa e per il Duca, per ciò che quella loro passione aveva determinato: “Madama di Clèves piombò in una tale disperazione da perdere quasi la ragione. La regina si affrettò a visitarla, e la condusse in un convento, senza che la principessa sapesse dove la portavano. Le sue cognate la ricondussero poi a Parigi, quand’ella non era ancora del tutto cosciente della propria sventura. Quando cominciò ad avere la forza di considerarala, e vide quale marito aveva perduto, e pensò che era la causa di tale morte, l’orrore che provò per se stessa e per il signor di Nemours fu indescrivibile.”

Quella morte tanto più crudele in quanto causata da una gelosia, quella del Principe, da una parte ingiustificata data l’oggettiva fedeltà della moglie, dall’altra comprensibile dato il trasporto amoroso da ella nutrito per il Duca, a scapito del marito, peserà come un macigno sul futuro sia della Principessa che del Duca. Volendo, nulla avrebbe potuto infatti impedire ad entrambi di costruirsi una loro vita appagando i loro reciproci desideri e diventando finalmente protagonisti delle loro esistenze. Non solo la Principessa ora è libera ma ella ha ancora intatta dentro di sé l’attrazione da sempre nutrita per il Duca la quale come un morbo irrimediabile e inguaribile persevera forte e immutata. Ed anche il Duca viveva ormai solo nella speranza e nell’attesa di poter condividere e soddisfare il suo amore per la Principessa non avendo più alcun altro motivo di interesse se non quello.

Ma per la Principessa il solo pensiero di dare concretamente seguito a quella predizione fatale del marito di sposarsi con Nemours, dato che lui era morto e lei era libera, le appare letteralmente delittuoso, tale da farla ripiombare in una incontenibile colpa: “…quando si ricordò che suo marito, morendo, aveva espresso l’angoscioso timore che ella sposasse l’amante; la sua austera virtù si sentì ferita talmente che d’un tratto il pensiero di un matrimonio col signor di Nemours le parve delittuoso quanto le era parso delittuoso l’amarlo mentre il marito viveva. Ella si immerse in queste riflessioni così ostili alla sua felicità; le rafforzò ancor più con considerazioni che riguardavano…i guai che prevedeva sposando quel principe.” Aspetto quest’ ultimo che, come vedremo, avrà un ruolo assai importante nelle decisioni che la Principessa adotterà.

E superando ostacoli e riservatezze frapposte dalla Principessa, dietro le quali ella si era trincerata, il Duca riesce a incontrarla, manifestandole finalmente e apertamente la sua passione per lei e il suo concreto intento di darvi seguito sposandola, ma la Principessa in quello che sarà un teso e toccante colloquio, rifiuterà quella proposta. Non solo perché quella proposta sarebbe andata a riaprire la ferita di quella morte prematura del marito della cui causa renderà correo il Duca: “Non è che troppo vero che voi siete stato la causa della morte del signor di Clèves; i sospetti che la vostra condotta inconsiderata gli ispirarono gli hanno costata la vita, proprio come se voi glie l’aveste tolta con le vostre mani.”, investendolo quindi come responsabile originario di quella morte, di cui ella si attribuisce la responsabilità ultima: “<<…so che è per voi ch’egli è morto, ed a causa mia>>”, ma anche perché, e forse soprattutto, perché ella vede e sente che la attenderebbe un futuro oscuro e cupo sposandolo. Perché sa già che essendo ella guidata dalle passioni, ella delle passioni ha paura.

Nel colloquio con Nemours gioca, si, il dovere di fedeltà nei confronti del defunto, e il pentimento per averne provocato la morte con un atto in sostanza egoistico, ma il motivo più profondo è il timore della sofferenza futura e il desiderio di sfuggirvi. E’ infatti impossibile <<che gli uomini serbino la passione quando si legano per l’eternità>>; [quindi] la passione di Nemours, ricambiata, finirebbe per spegnersi, e la principessa conoscerebbe <<il male orrendo della gelosia>>. Per preservarsi dunque da talenon c’è altra via che la rinuncia, sola garanzia della pace interiore.” (F.Garavini –cit.)

Per altri versi giunge qui a maturazione quel terribile messaggio dell’obbligo all’unicità che la madre aveva imposto alla figlia sul letto di morte. Sposandovi, dice la Principessa a Nemours, voi dopo sarete di nuovo attratto dalla vita galante, che è nella vostra natura e io finirei per comportarmi come tutte le altre, così noi perderemmo la nostra unicità e quindi l’altezza e la purezza del nostro amore. Da qui la necessità della tranquillità, del riposo, che faccia da argine a questo turbamento dei sensi divenuto per la Principessa insopportabile: “…<<bisogna che io rimanga nello stato in cui mi trovo e nella risoluzione presa di non mai uscirne>>, dirà infatti alla fine la Principessa a Nemours e la sua inflessibilità getterà il Duca nella disperazione: “Il signor di Nemours si gettò ai suoi piedi, in preda alla più grande agitazione. Le mostrò con le parole e con il pianto la più viva e la più tenera passione che mai abbia commosso un cuore umano. Quello di madama di Clèves non era insensibile, e guardando il principe con occhi gonfi di lacrime ella gridò:…<<Perché non vi ho conoscito dopo che son rimasta libera, oppure prima che m’impegnassi? Perchè la sorte ci divide con ostacoli così invincibili?>>. <<Non vi sono ostacoli , signora!>> rispose il signor di Nemours. <<…voi sola imponete a voi stessa una legge che né la virtù nè la ragione vi impongono>>. <<E’ vero>> ella replicò <<che io molto sacrifico ad un dovere che sussiste solo nella mia immaginazione ,…siate certo che i miei sentimenti per voi saranno eterni, e sussisteranno, checché io faccia. Addio;>> ella gli disse <<questo colloquio mi fa vergogna…>> Ed uscì dicendo queste parole, senza che il signor di Nemours potesse trattenerla.”

Trovare quindi un momento di pace che non è una risolta serenità interiore, ma è un dominarsi, un sottrarsi, un ritirarsi dal mondo e un rinchiudersi nella solitudine. “ Il messaggio di Madame de La Fayette sembra essere che qualunque unione…è inevitabilmente destinata all’insuccesso per l’impossibilità di alimentare indefinitamente il sentimento…[in altri termini per la principessa] si tratta d’uno strenuo tentativo di preservarsi dalla demenza dell’amore; o meglio dalla sua inevitabile corruzione. Perchè questa cautelativa rinuncia alla vita è certo anche una scelta contro il mondo, contro i suoi valori incerti e limitati. Una scelta per salvare i valori autentici…la volontà cioè di preservare dall’erosione la lama tagliente d’un desiderio assoluto. Questo, non altro, è il valore autentico da difendere, da sottrarre incontaminato ai miasmi della corte, alla cancrena d’una comunità infetta, a cui si può sfuggire solo con l’isolamento…ma non è per soffocare il sentimento raggiungendo una sepolcrale atarassia che la Principessa si nega a Nemours, bensì per viverne il sogno nella sua assolutezza, come già nel padiglione di Coulommiers….Interverrà la malattia a distaccare l’eroina dal mondo; ma non basterà a spegnere il fuoco che la pervade, ad eliminare il turbamento che la presenza di Nemours può causarle. Il suo ultimo [ulteriore e definitivo] rifiuto di incontrarlo testimonia ancora dell’ integra violenza della sua passione…Il discorso implacabile, amaro e illuminato di Madame de La Fayette significa che la felicità non può esistere nella realtà del possesso, ma solo nella tensione del desiderio…Negarsi all’unione non vuol dire condannarsi all’esilio, ma rifugiarsi nella terra promessa del desiderio eternizzato, dell’unione sognata e perfetta.” (F.Garavini –cit.)

E così il romanzo che si era aperto con lo spettacolo del lusso, della galanteria, con la luce accecante della corte si chiude in una sorta di clausura fatta di solitudine e di assoluto. La Principessa è divenuta irraggiungibile e la sua virtù inimitabile: “Finalmente, quando interi anni furono passati, il tempo e l’assenza attenuarono il suo dolore e il suo amore. Madama di Clèves visse in modo da non dare adito alcuno all’ idea che potesse mai ritornare. Passava una parte dell’anno in quella casa di religiose ed un’altra nelle sue terre, ma così ritirata in sante occupazioni come nei più austeri conventi, e la sua vita, che fu abbastanza breve, lasciò esempi di virtù inimitabile”

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