“Carme presunto e altre poesie” – Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges – “Carme presunto e altre poesie” – Introduzione e traduzione di Umberto Cianciolo – Oscar Mondadori – 1980

“…tutti i critici, anche quelli più disposti ad accettare il suo messaggio lirico, più sensibili al fascino della sua forma poetica, considerano la poesia di Borges come una manifestazione secondaria aggiuntiva o integrativa del suo essere …come il raffinato diversivo formale di uno spirito che cerchi di svincolarsi immaginativamente dalle maglie della sua preminente vocazione logica.

Alla base di questo univoco giudizio sta la radicata e diffusa credenza che l’universo estetico e morale di Borges nasca all’ insegna dell’intellettualismo e si mantenga sotto l’egida del cerebralismo, delle più astratte operazioni mentali, in cui si trovano acquattati e pronti ad insorgere i contenuti più imprevedibili, più assurdi, più provocatorii, generando una semantica irreale, cadenzata sul dispotico ritmo di una ossessiva catena di montaggio.

Anche le componenti o premesse ambientali, anche il tessuto o sostrato culturale dell’ibero-anglo-sudamericano Borges, con le sue libresche e caleidoscopiche scelte…avrebbero (o meglio hanno) contribuito a far prevalere e a dilatare l’immagine visionaria di un “artefice” di sortilegi narrativi, di “inchieste” e di “ quesiti” fittizi…e a distrarre le coscienze da un’adeguata considerazione della sua poesia…L’ingranaggio congetturale dei contenuti fantastici presenti nella narrativa di Borges, non ha però nulla da spartire con l’ ”alta fantasia” congetturale della sua poetica…

La problematica e l’estro congetturale di Borges, come inventore e artefice di contenuti fantastici, con le sue trame inesauribili di narrazioni veridiche o favolose, surreali o apocrife, in una ricca gamma di toni candidi o maliziosi , ironici o grotteschi, ameni o macabri, si trovano su un piano completamente diverso [rispetto alla]… sua immaginazione lirica. [In altre parole]…Borges raggiunge la pienezza della sua dimensione estetica e della sua “humanitas” letteraria proprio nella sua poesia.

[Come osservato dal critico e poeta argentino Saúl Yurkievich nel suo saggio “Borges, poeta circular” la poesia borgesiana rappresenta un “intimo dialogo” dove l’autore svuota la pagina dal superfluo. Se nella prosa e nei racconti prevalgono l’artificio, il labirinto e lo stupore intellettuale, nei versi Borges si riserva lo spazio per la confessione più autentica e toccante, laddove come] …afferma in maniera esplicita Yurkievich: <<Forse la più essenziale manifestazione espressiva di Borges…si trova nelle sue poesie. Credo che Borges affidi ai versi l’espressione dell’intimità. Il compito di interpretare la sua poesia ci può svelare il senso profondo di tutta la sua opera>> ”

(Libera riduzione ed elaborazione dell’ “Introduzione” di Umberto Cianciolo)

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DA <<Fervor de Buenos Aires>> (1923)

PIAZZA SAN MARTIN

In cerca della sera

invano andai logorando le strade.

Gli androni si acquattavano già intorpiditi d’ombra.

Brunita finemente di mogano

la sera tutta dislagava nella piazza,

serena e arguta

benigna e sottile come una lampada,

tersa come una fronte,

grave come il contegno di persona in gramaglie.

Ogni impulso si placa

sotto la clemenza dei suoi alberi

– jacarandá, acace –

le cui curve pietose

mitigano la puerile rigidità della statua

e nel cui intrico si esalta

la gloria delle luci equidistanti,

del tenue azzurro e del suolo rossiccio.

Come si contempla bene la sera

dal comodo ristoro delle panchine!

Giù in basso

il porto slarga a lontane contrade

e la concava piazza livellatrice d’anime

come la morte si espande, come il sogno.

UN PATIO

Con la sera

si fiaccarono i due o tre colori del patio.

La gran franchezza della luna piena

più non esalta il suo cielo abituale.

Patio, inalveato firmamento.

E’ il patio la pendice

per cui straripa fino in casa il cielo.

Serena

l’eternità si accampa a un crocicchio di stelle.

E’ buono vivere nel sodalizio arcano

di un atrio, di una pergola e di un pozzo.

RIONE RICONQUISTATO

Nessuno avvertì la bellezza

dei cammini abituali

fin quando spaventevole in fragore

e spasimante in contorsioni di martire,

l’ingombro cielo verdastro crollò

in smisurato rovescio d’acqua e di ombra.

Il temporale unanime

infierì sulle case mortificate

e detestabile agli sguardi apparve il mondo,

ma quando un arco benigno

illuminò il cielo coi suoi colori

e un odor di terra bagnata

impregnò i giardini,

ci mettemmo a vagar per le strade

come attraverso un dominio riconquistato,

e nei vetri rifulsero prodigalità di sole

e nelle foglie rilucenti che adornano i filari

disse la sua tremula immortalità l’estate.

RIMORSO PER QUALSIASI TRAPASSO

Esente ormai da memorie e speranze,

illimitato, astratto, quasi futuro,

il morto non è un morto: è la morte.

Come il Dio dei mistici,

in cui debbono negarsi tutti i predicati,

il morto ubiquamente straniato

non è che la diàspora e l’assenza dal mondo.

Lo defraudammo di tutto,

non gli serbammo né un colore né una sillaba:

qui è il patio di cui più non usufruiscono i suoi occhi,

lì il marciapiede dove si appostava la sua speranza.

Perfino ciò che pensiamo

potrebbe starlo pensando anche lui;

ci siamo spartiti come dei ladri

lo stupefacente profluvio di notti e giornate.

GIARDINO

Canaloni

aride sierre

dune,

accerchiati da affannose spirali

e lunghe raffiche di bufera e di sabbia

che dal fondo del deserto si avventano.

In un pendio sta il giardino.

Ogni arboscello è una selva di foglie.

Vanamente lo assediano

le sterili colline doloranti

che affrettano la notte con le ombre loro

e il triste mareggiare d’inutili verdori.

Tutto il giardino è una luce soffusa

che rischiara la sera

ed è altresì un accordo

in mezzo al tumulto circostante.

Quel leggiadro orticello è un dì di festa

nella eternità della terra.

DA <<Luna de enfrente>> (1925)

AMOROSO AUSPICIO

Né l’intima grazia della tua fronte luminosa come una festa

né il favore del tuo corpo, tuttora arcano e tàcito e

fanciullesco,

né l’alternarsi delle tue vicende in parole o in silenzi

saranno offerta così misteriosa

come rimirare il tuo sonno coinvolto

nella veglia delle mie braccia.

Di nuovo miracolosamente vergine per la virtù assolutoria

del sonno,

serena e splendente come fausto ricordo trascelto,

mi offrirai quella sponda della tua vita che tu stessa non

possiedi.

Proiettato nella quiete,

scorgerò quella riva estrema del tuo essere

e ti vedrò forse per la prima volta

quale Iddio deve ravvisarti,

annullata la finzione del Tempo,

senza l’amore, senza di me.

IL GENERALE QUIROGA SI AVVIA IN CARROZZA AL MASSACRO

Risecco ormai il pantano senza più sete d’acqua,

vagabonda la luna per il gelo dell’alba

e famelici i campi, poveri come un ragno.

La carrozza traballa bofonchiando in salita:

un galeone enfatico, enorme, funerario.

Quattro bài pezzati di morte nel negrore

bistrattano sei anìmule e un intrepido insonne.

Accosto ai postiglioni caracolla un mulatto.

Che smargiassata avviarsi in carrozza alla morte!

Il General Quiroga volle entrare nell’ombra

prendendo come scorta da sei a sette sgozzati.

Tutto quel cordovume turbolento e meticcio

(rifletteva Quiroga) come può soverchiarmi?

Qui me ne sto imperterrito e confitto alla vita

come il piatto piuòlo ben confitto nel suolo.

Io che ho sopravvissuto a migliaia di sere

e al suono del cui nome fremono le alabarde

non lascerò la vita per questi ghiareti.

Muore forse il pampero, muiono mai le spade?

Ma al rilucer del giorno sopra Barranca Yaco

sciabole a taglio e a punta gli mulinaron sopra:

morte di mala morte si portò via il riojano

e una a pugnalate eternò Juan Manuel.

Già freddo, già risorto, già immortale, già spettro

si presenta all’inferno che Dio gli ha decretato

e ai suoi ordini vanno, forate e dissanguate,

le anime dolenti di uomini e cavalli.

TUTTA LA MIA ESISTENZA

Di nuovo qui, le labbra evocatrici, unico e a voi simigliante.

Sono quella balorda intensità ch’è un’anima.

A lungo mi mantenni in prossimità della gioia e

nell’immunità della pena

Ho traversato il mare.

Conobbi molte plaghe; ho notato una donna e due o tre

uomini.

Dilessi una bimbetta altera e bianca, e per giunta di

placidezza ispànica.

Vidi un sobborgo interminato dove si inciela perenne una

inesausta fuga di tramonti.

Assaporai molteplici parole.

Nel profondo di me credo che questo sia tutto e che non

vedrò né porterò ad effetto cose nuove.

Credo che le mie giornate e le mie notti eguaglino in penuria

e in ricchezza quelle di Domeniddio e degli uomini tutti.

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