“Il gran bugiardo” – Ermanno Cavazzoni

Il gran bugiardo”, pubblicato nel 2023, è una delle ormai tante tessere che compongono quel grande mosaico – fatto dai diversi libri da lui scritti prima e dopo di questo – che Ermanno Cavazzoni ha realizzato nel corso degli anni, a partire dal suo esordio, nel 1987, con “Il poema dei lunatici”. Un mosaico che ha dato luogo a quella che si può definire una vera e propria “opera”, costituendo i suoi libri un corpus non solo vasto ma, soprattutto, caratterizzato e caratterizzante, tale da renderlo uno scrittore unico e inconfondibile. Facendone per questo, a tutti gli effetti, un “autore”, uno dei pochi veri grandi “autori” della letteratura italiana contemporanea.

E se un “autore” è tale nel momento in cui riesce a creare un “mondo”, un suo personale e originale “mondo” narrativo basato su una creatività e un’inventiva uniche e senza pari ebbene Ermanno Cavazzoni ha proprio creato un suo “mondo” a sé. Che ha il pregio e il merito di avere dato un contributo di grande spessore a quella letteratura che si nutre del fantastico, del surreale, del grottesco, della finzione che è la sua letteratura di appartenenza, assumendo essa, nei suoi libri, i connotati di una follia spiazzante e imprevedibile, sempre sul punto di deflagrare in qualcosa di catastrofico, come avviene anche ne “Il gran bugiardo”, eppure sempre capace di rinascere e di rialimentarsi continuamente.

Perché la follia in Cavazzoni non travalica mai nel tragico, avendo egli la grande capacità di “mettere in scena” il tragico ma restandone sempre al di qua, in quanto quella follia viene resa attraverso una esilarante vena comica che stempera e irride, che dissacra e si fa beffe delle realtà, facendocene vedere tutta la sua possibile irrealtà che è quello poi di cui Cavazzoni davvero ci parla. In questo senso vi è un’abilità e una genialità nell’uso che egli fa del comico che rende la lettura dei suoi libri capace di suscitare picchi di vera e propria ilarità, tenendo avvinti a essi per quel piacere di ridere e per quel divertimento sopraffino che suscitano.

Quindi sebbene i suoi personaggi, come avviene ne “Il gran bugiardo”, siano – peraltro in modo disarmante – tragici, tuttavia il romanzo resta squisitamente e interamente comico. I personaggi sono infatti collocati in una dimensione che li fa fuoriuscire dalla norma e dalle norme, rischiando perciò, di continuo, di “finire male”. Ma lo fanno assumendo atteggiamenti e comportamenti demenziali e iperbolici i cui esiti si propagano all’interno del romanzo e lo permeano, creando un vortice trascinante fatto di effetti via via sempre più comici.

E ciò ha riscontro ne “Il gran bugiardo” nel momento in cui Nicola, il protagonista, detto “Nic in famiglia”, si rivela da subito per quello che è: un bugiardo cronico, il quale, come affetto da una patologia, si mette a far credere di essere quello che non è nelle più svariate situazioni, inventandosi bugie “impossibili” che gli escono di bocca quasi da sole. Come se un oscuro, incontrollato e incontrollabile meccanismo lo agisse, indipendente dalla sua volontà, conducendolo ad indossare una maschera sempre diversa. Delle quali maschere, però, finisce per essere vittima egli stesso, dovendo condurre un gioco che si fa via via sempre più complesso e difficile da gestire. Perché le bugie si inanellano e si accavallono le une sulle altre, ingigantendosi e portandolo dentro a dei veri e propri vicoli ciechi a causa dell’insostenibilità di reggere quelle parti inventate in cui si è cacciato con le sue stesse mani.

Lungi quindi dall’essere un bieco e strumentale manipolatore Nic, in realtà, è mosso da intenti che, in origine, sono assolutamente innocenti, avendo egli, peraltro, una sua natura semplice e mite. E per questa sua impotenza verso il suo essere un bugiardo egli stesso si affligge: “…malediceva la sua inclinazione a mentire in modo così smisurato da non sapere poi come aggiustare le cose.” In effetti, con le sue bugie, egli tenta di nascondersi, non essendo capace di essere se stesso, in altre parole non essendo capace, banalmente, di dire la verità su di sé e sulla sua vita e, per questo, cerca di essere qualcuno migliore di lui. E così, nelle più diverse circostanze, ecco quel suo darsi altre identità per fare colpo o per fare buona impressione. Ma in realtà quelle che sono delle sue “uscite” per rendersi bene accetto non fanno altro che alimentare le attese e le aspettative degli altri, alle quali si trova sempre di più costretto a condiscendere man mano che con le sue bugie alimenta quelle aspettative.

E così per non deludere, per rassicurare, per illudere, per dare speranze, per assecondare o per necessità, egli finisce per compiacere gli altri, trovandosi caricato di ruoli e compiti per lui del tutto irrealistici e irrealizzabili, di cui gli altri lo investono alla luce delle millanterie da lui fatte credere, finendo per trovarsi ostaggio dei loro desideri da lui stesso sprigionati. La vita di Nic si trasforma così in una enorme e perenne recita nella quale peraltro egli è cronicamente in affanno essendo, di fatto, un attore improvvisato giacché si trova per lo più a recitare quelle sue parti in situazioni estemporanee dettate dal caso. Vi è infatti, in quel suo procedere nell’impostura, un continuo escogitare, li per lì, cose assurde, soluzioni inverosimili, risposte false, che magari deve correggere egli stesso sul momento, inscenando arrampicate sugli specchi che rendono la sua vita sfibrante e snervante.

Ora le vesti di bugiardo di Nic oltre che eclatanti sono sistematiche e permanenti – non a caso egli è un “gran bugiardo” – in quanto investono tutti gli atti della sua vita a partire dalla vita quotidiana e, in primis, quello che ne è il suo atto primario: procurarsi il pane quotidiano. E, in relazione a questo, Nic più che i panni del bugiardo vero e proprio ne indossa una variante, quelli del fingitore, in quanto, per risparmiare, si finge barbone indossando, per quella specifica circostanza, “…un barbone finto da povero…per risultare credibile” e avere così facile accesso alla “…mensa dei poveri di Via Parmeggiani”, così come ci viene detto presentandocelo nell’incipit.

Perché Nic è anche un bel po’ spiantato essendo un eterno studente in quanto era“…immigrato in città, venuto come studente di medicina” ma in realtà, a medicina, non aveva mai dato esami. E volendo rabbonire i poveri genitori che lo mantenevano e che, arrivato egli al terzo anno, lo avevano minacciato che gli avrebbero tolto il già modesto “mensile” se non avesse dato almeno un esame, un giorno così senza volerlo, senza neanche pensare al fatto che “…c’era di mezzo l’assegno mensile”, si lascia scappare quella prima bugia, quella che diverrà la madre di tutte le bugie e cioè che quel primo fatidico esame l’aveva finalmente dato: “…così all’ennesima telefonata, appena sua madre ha aperto la bocca, già col pianto nel naso, gli è venuto spontaneo dire che l’esame l’aveva fatto. “Mamma è andata,” le ha detto, non ci aveva pensato prima, non c’era stato calcolo, era una bugia esile, a fin di bene, chi non le ha dette?”

E a partire da questa, come un’inesorabile slavina, seguiranno tutte le altre bugie. Intanto in merito ai successivi esami dati per fatti ma, ovviamente, mai fatti, per cui adesso “…è arrivato alla laurea, cioè è stato costretto a dire che mancava solo la laurea. Ed era un grave problema, perché sarebbero venuti ad assistere, famiglia e parenti, per cui posticipava, e intanto mandava foto col camice, mentre faceva esperienza in corsia, al seguito del suo professore, ma erano foto false.” Insomma “Aveva cominciato con una modesta bugia, rimediabile, non sapeva che era il primo passo in quel gorgo che l’ha poi inghiottito.” Quel gorgo che lo porterà a sostituire la realtà con la menzogna e a perdere sempre di più la sua vera e reale identità per sostituirla con quella dei personaggi che impersonerà e nei quali si immedesimerà.

Ma se ciò avverrà in modo compulsivo con tutti, in realtà le bugie da cui prende le mosse il libro e che ne scandiranno maggiormente il suo sviluppo sono bugie dette per amore, bugie cioè dette per conquistare quelle due ragazze che lo avevano attratto, prima Mirta poi subito dopo Ester che, incontrate casualmente, lo spingeranno, per stupirle, a spacciarsi niente meno che per scrittore con la prima e per direttore d’orchestra con la seconda. Nel caso di Mirta facendole credere di essere Luc Barbaresco in persona cioè l’autore del romanzo rosa che lei sta avidamente leggendo sul tram quando la incontra, lasciandola di stucco ed estasiata.

E, come se non bastasse, le promette pure, per poterla rivedere, di farle avere “in ante-anteprima” una copia del suo ultimo libro, non ancora uscito: “La notte della felicità”, titolo ovviamente inventato li per lì di sana pianta. E visto che Mirta, raggiante, non vedeva l’ora di leggerlo gli promette anche che glielo avrebbe consegnato tre giorni dopo. Ma come evidente a tutto ciò “…non c’era una soluzione, perché La notte della felicità non esisteva, e un libro neanche quel Luc Barbaresco lo scriveva in tre giorni.”

Non contento di avere agganciato Mirta ed essersene già ardentemente e convintamente innamorato il giorno dopo fa quel secondo incontro con quell’altra ragazza, Ester, che sul momento gli era sembrata Mirta, assomigliandole, ma poi si accorge che era “…ancora più sfolgorante”. E siccome Ester ha in mano dei fogli di musica ecco che gli viene fuori di dirle, su due piedi, che lui è un direttore d’orchestra pur non avendo, naturalmente, niente a che vedere con la musica. E da quel momento incalzato da Ester che, colpita da quella notizia, vuole saperne di più, le sciorinerà una raffica di bugie: che sta preparando un concerto, che si svolgerà il tal giorno nel tal teatro, che le avrebbe fatto avere un biglietto omaggio. Ma quel che è peggio un concerto quel tal giorno in quel tal teatro ci sarebbe stato davvero, diretto dal maestro Olgiati-Parenti.

Nic l’aveva appena letto su un manifesto e, messo alle strette da Ester che anelava sapere data e luogo del suo concerto, si era appropriato di quell’informazione e l’aveva riciclata ad uso e consumo di Ester. Adesso lui doveva quindi diventare addirittura il maestro Olgiati-Parenti. Eppure nonostante i grovigli in cui si è cacciato Nic continua a fantasticare (e a farneticare) su Ester e Mirta, senza voler rinunciare a nessuna delle due, innamorato com’è di entrambe tanto che “…pensava che le avrebbe sposate tutte e due, fosse stato possibile, perché nella sua mente Ester e Mirta si fondevano, in una cosa sola, una stessa ragazza bellissima”.

Ma il fatto è che Nic alza sempre di più l’asticella delle sue bugie essendo totalmente succube di esse. E così finisce che, per disinnescare le conseguenze di una bugia, architetta degli illusori escamotage e dice delle altre bugie che, invece di farlo uscire dalle conseguenze della bugia detta prima, lo gettano dentro conseguenze ancora peggiori. E quel suo sentimento amoroso viene via via sempre più fagocitato dalla gestione dei suoi inganni che divengono sempre più contorti finendo per incapsularlo. Nic si ritrova così sempre più ingabbiato in quella sorta di mondo parallelo da lui stesso creato che si regge su una congerie di falsità spacciate per vere, come se egli fosse dentro una “irrealtà” dalla quale non riesce più ad uscire.

Cavazzoni allestisce insomma un vero e proprio teatro dell’assurdo, mostrandoci quanto possano essere labili i confini tra vero e falso, tra certezze e fandonie, tra realtà e rappresentazione della realtà. Come fosse un entomologo alle prese con la sua lente di ingrandimento egli espande ed esaspera i confini della finzione narrativa per mostrarci l’enorme potere e le enormi potenzialità che la finzione in sé può avere. Laddove non solo Nic riesce a condurre e a tenere in piedi il suo “gioco inverosimile” fino alle soglie dell’inimmaginabile, ma le sue stesse “vittime” vi partecipano attivamente, facendosi convincere tutto sommato facilmente.

Perché questo è il vero elemento inquietante di questo romanzo e cioè che tutti coloro che cascheranno nelle bugie di Nic non sono banalmente dei poveri creduloni bensì, per loro, quelle bugie rispondono a delle loro aspirazioni, desideri, illusioni. In altre parole dire a qualcuno ciò che questi si vuole sentire dire può divenire, detto fatto, realtà. E tanto più forti sono quelle aspirazioni, quei desideri, quelle illusioni tanto più forte sarà la “credibilità” delle corrispondenti bugie. La finzione può quindi diventare la realtà, ci dice Cavazzoni, e ciò non solo nell’arte – a cui essa è di per sé deputata – ma anche nel mondo reale. L’inganno non sarebbe quindi solo appannaggio della letteratura ma sarebbe insito nel mondo, risultandone elemento intrinsecamente costitutivo.

Ma ciò, a sua volta, mette a fuoco il ruolo “catturante” della parola, il potere insito nel linguaggio. Se la parola può infatti essere evocativa e trasfigurare la realtà, “rivelandola” – così come fa Cavazzoni che è poi quello che della letteratura è il compito – nel mondo, a sua volta, è proprio con la parola e con il linguaggio che avviene quell’ambiguo connubio tra realtà e finzione. E’ con il “racconto” che Nic fa attraverso le sue bugie che egli crea quella realtà alla quale i suoi interlocutori “credono”, e sono le sue parole che fondano di volta in volta la verità o la fanno svanire.

Sarà così per i genitori di Nic che venuti ad assistere al suo esame di laurea – senza che lui se lo aspettasse, avendoli in tutti modi dissuasi dal venire, e ovviamente senza che lui fosse lì per quello, era infatti andato solo a vederli quegli esami per farsene un’idea, utile per un futuro resoconto telefonico – si ritroveranno felicemente esauditi nel loro desiderio di vederlo laureato solo per avergli sentito sonoramente proclamare: ““Centodieci e lode””, mentre faceva finta di essere uscito dall’aula degli esami e sventolava in aria una tesi di un altro afferrata al volo.

E sarà così nel caso di un altro dei suoi “travestimenti”, quello da medico, anzi da luminare della medicina. Così infatti veniva considerato dalla sua affittacamere, presso cui viveva, la signora Cortesi che lui – spacciandosi medico con tanto di camice bianco con cui girava per casa – curava con dei “placebo”: “…le dava delle pastiglie fasulle, che erano caramelline di menta o di liquirizia, una al mattino e una alla sera, da prendere con un mezzo bicchiere d’acqua”. Somministrazioni che accompagnava con parole rassicuranti e confortanti: “”Vedrà che poi starà meglio”; ed effettivamente poi stava meglio, e lo ringraziava: “Dottore non so come ringraziarla”. “Non si preoccupi, è mio dovere, cara signora Cortesi, vedrà che la farò tornare giovane.”” E ad Assuntina, la sua serva, la signora decantava le visite di Nic, che lì da lei si faceva chiamare Oscar: “Adorava il dottor Oscar: “Delle visite accuratissime”, diceva all’Assuntina”. La quale Assuntina, a sua volta, lo considerava un santo: “E’ un santo” diceva e, qualche volta, arrivava con fervore a definirlo Gesù: “E’ Gesù” diceva.

Nic, attraverso quel suo “vendere” promesse e fare balenare certezze con il solo potere “taumaturgico” delle sue affermazioni – rispetto alle quali i relativi interessati non si preoccupano di verificarne la fondatezza, ben contenti di sentire quelle promesse e quelle certezze – finisce per risultare non solo convincente, ma capace di suscitare fiducia al punto da venire avvolto da un’aureola di ammirazione. E così per quelle sue eminenti doti di medico egli diviene ben presto conosciuto da tutto il vicinato e l’appartamento, come fosse un ospedale, diventa meta di anziani e di malati di vario genere che egli cura con quei suoi placebo i quali producono, anche in questi altri casi, l’effetto di far credere, a quei “pazienti”, di stare meglio e ricevere sollievo e guarigione da quelle cure. E così senza essere medico, senza essere, in realtà, nemmeno un benefattore, ma diventato, praticamente, anche un truffatore Nic è portato sugli allori.

E già che c’è, forte del fatto che stravedono per lui, Nic le due vecchie le ha pure circuite e s’è fatto nominare “amministratore fiduciario”, gestendo perciò i loro soldi e disponendone: “…tutti i soldi di fatto erano suoi, ed equivalevano ad un discreto stipendio, più l’abitazione, due stanze, s’era allargato, le più belle, le pulizie dell’Assuntina e i pasti quando voleva” senza peraltro rinunciare ad andare anche alla mensa dei poveri “…perché c’era abituato, dove lo conoscevano e non gli chiedevano niente.” Insomma Nic a suo modo si è sistemato, tanto da far credere ai genitori di avere il suo stipendio da medico e perciò di non aver più bisogno del loro mensile, ma in realtà in che modo si è sistemato? Ha abbandonato gli studi, peraltro mai iniziati, non ha un lavoro, vive con le due vecchie, non ha amici, va alla mensa dei poveri “come un vagabondo qualunque”, insomma la situazione di un fallito di cui lui stesso si vergognava. Eppure “…le ragazze non avevano smesso di interessarlo, come si è visto. Ma come poteva qualcuna prenderlo in considerazione, così totalmente fallimentare?”….se solo avesse saputo chi veramente era?

Ma Nic, nonostante sappia benissimo chi veramente è, e sappia benissimo come stanno le cose, continua a vagheggiare sull’amore, su quelle due ragazze che non vuole perdere, che ama perdutamente e che vorrebbe fare felici. Ma i suoi sono sogni ad occhi aperti, nei quali si crogiola solitariamente, desiderando, segretamente, che Mirta ed Ester entrino nel suo mondo fatto di illusioni, uscendo anch’esse, come lui, dalla realtà. Per vivere in quello che per lui era un “bellissimo sogno” e che altrettanto sarebbe potuto essere per loro. Ma solo in quel suo sogno si sarebbe potuto magicamente realizzare tutto ciò e solo non svegliandosi mai da esso. Perché come si metterà a filosofare mentre lì, nella mensa dei poveri, stava finendo la sua pera: “I sogni sono come le bugie, che ci caschi dentro senza preavviso e non vorresti svegliarti più.” Insomma il punto è che Nic vive non solo l’amore ma tutta la sua vita come in sogno, un sogno dal quale non è capace di uscire, attirato in esso e da esso come da una sirena.

Ora, va detto, che in tutte le vicende che lo riguardano vi è un procedere degli eventi e delle cose che sembra avere un motore suo proprio, a cui Nic non riesce a mettere freno. Come se, a un certo punto, le cose andassero per conto loro ed egli non facesse altro, con le sue bugie, che assecondarne il loro corso, finendo per essere trascinato lui stesso dagli eventi. I quali è come se egli cercasse di farli rimanere in carreggiata, per non farli deragliare, dato che se ciò avvenisse finirebbe per deragliare lui con loro. Cavazzoni riesce con invenzioni continue e mai scontate, a costruire degli incastri tra situazioni sempre sul punto di franare su se stesse e Nic con esse. Eppure vuoi per un soffio, vuoi per un nonnulla, vuoi per un imprevisto Nic riesce a sgusciare da situazioni in cui egli stesso si vede ormai spacciato, sul punto cioè di venire smascherato ed essere definitivamente sbugiardato.

Lo testimoniano le rocambolesche vicende che condurranno Nic ad assumere l’identità e il ruolo del maestro Olgiati-Parenti, per effetto di tutta una serie di circostanze incredibili e demenziali che, anche per Nic, saranno da cardiopalma, andando oltre le sue stesse intenzioni e previsioni. Le quali finiranno per giungere ad una vera e propria apoteosi della finzione, costruita e gestita da Cavazzoni in modo eccezionale. La quale apoteosi porterà Nic a far credere che il vero Olgiati-Parenti sia un pazzo che vuole sostituirsi a lui che è il vero e unico Olgiati-Parenti, operando così un totale e definitivo scambio di persona e di personalità dove il falso diventa vero e il vero falso. Inducendo persino l’Olgiati a dubitare di se stesso: “E poi il nome! cosa voleva dire che quell’altro era lui? Stesso nome, a Olgiati aveva fatto impressione, come esistesse in giro per il mondo un suo doppione, c’era da essere spaventati, un modo di rubare l’anima, e se non l’anima, l’identità.”

Ma Nic non solo continuerà a dividersi fra le sue false vite nelle quali, da forzato dell’impostura quale egli è, si svolgono le sue due relazioni, ma egli risucchierà le sue stesse “amanti” nel gorgo della menzogna. Cavazzoni, usando sempre il verosimile ai limiti dell’inverosimile, fa fare anche a Mirta e ad Ester il loro ingresso in quel gorgo giacché, conquistate da Nic o meglio dalle sue bugie, inizieranno anche loro a mentire. Infatti prese come sono da quella loro eccitante “storia” clandestina si metteranno a mentire a quelli che sono i loro veri fidanzati. La menzogna così si propaga e si dilata all’interno del romanzo, rivelandosi per quello che essa è, una condizione alla quale nessuno sfugge.

Sta di fatto che Nic, nonostante si sia trovato con Mirta ed Ester ripetutamente sull’orlo del baratro per l’assoluta improbabilità degli impegni e dei ruoli da lui assunti ai quali, giocoforza, doveva adempiere, pena la fine di tutto, ebbene, contro ogni previsione, era riuscito, fino a quel momento, a sfangarla. A Mirta ha rifilato un libricino senza frontespizio dal contenuto ignoto, trovato per caso in teatro mentre faceva finta di fare l’Olgiati-Parenti, spacciandoglielo per il suo “La notte della felicità” da Mirta tanto atteso. Alla quale Mirta il libro è piaciuto così tanto che l’ha portato da un editore suo amico, che poi era il suo fidanzato, per farglielo pubblicare, sempre più convinta perciò di avere a che fare con Luc Barbaresco. E a Ester, nonostante qualche esile dubbio che l’ha sfiorata, Nic continua a risultare il vero e unico Olgiati-Parenti. Conclusione, con entrambe è già giunto alla fase del bacio, a momenti insomma di una certa intimità che, per entrambe, stavano per preludere ad un innamoramento pieno.

Ora se a favore di Nic si potrebbero spendere giustificazioni del tipo: cosa non si fa e cosa non si dice per amore, ormai però queste giustificazioni, per lui, non potevano più valere, perché quelli di Nic erano diventati dei veri e propri imbrogli, imbrogli più grandi di lui che mettevano inevitabilmente in dubbio il mondo in sé e perciò Nic si dovrà arrendere all’inesorabile ordine del mondo che, in modalità ovviamente tragicomica. lo travolgerà. Nic transiterà da una serie di catastrofi che smantelleranno una ad una le sue ardimentose costruzioni illusionistiche e, insieme a lui, usciremo anche noi da quell’intricato ed esilarante labirinto di storie nel quale Cavazzoni ci ha condotto.

Ma se per Nic oltre che la sua fine sarà, soprattutto, la fine dei suoi sogni d’amore, non sarà però la fine dei sogni di Nic. Perché, ci dice l’autore, lì, nel suo paesello in cui è tornato a vivere quell’impudente di Nic ha rimesso in piedi un po’ di quelle sue vite fasulle, ma questa volta alla luce del sole, tanto che in paese “…mormorano che sarà il prossimo sindaco, perché ha tutte le doti per esserlo.” Insomma un riapparire inesorabile dell’artificio che, come in una fuga di specchi, si perde in una sequenza infinita di altri artifici.

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