“Massime” – François de La Rochefoucauld

François de La Rochefoucauld – “Massime” – a cura di Adele Morozzo Della Rocca – Utet – 1957

Bella e aristocratica stirpe quella del nostro autore: conte, e poi duca e pari di La Rochefoucauld, barone di Verteuil, principe di Marsillac, barone di Montignac, ecc…Quindi, l’educazione consueta che ricevevano i nobili del tempo: più cavalleresca che letteraria…La Rochefoucauld portava in sé, come eredità dei nonni, una malcelata indulgenza per la religione degli Ugonotti, cui più tardi aggiunse una manifesta ostilità verso i due cardinali, Richelieu e Mazarino, che per lui rappresentavano la fusione degli interessi monarchici e chiesastici…Sarà dunque un vento di ribellione quello che sin dalla giovinezza ne renderà agitata la vita che lo porterà ad andare contro poteri inetti e faziosi, contro i convenzionalismi di una società che, viceversa, si preoccupava soltanto di trasgredirli ad ogni momento, contro ogni forma di idealismo che egli non riteneva compatibile col razionalismo che dominava il suo spirito…

Nato nel 1613 a Parigi, nel 1628, a 15 anni, La Rochefoucauld sposerà Andrée de Vivonne – figlia del capitano delle guardie della regina di Francia, Maria de’ Medici – dalla quale avrà otto figli…questo non inciderà sulla sua vita sentimentale, la quale sarà animata da varie gentildonne, tra le quali spiccherà, nella parte finale della sua vita, Madame de La Fayette, l’ autrice di quel grande romanzo che è “La principessa di Clèves”, la quale influenzò La Rochefoucauld nella stesura dell’edizione finale delle “Massime” così come egli si ritiene possa avere partecipato alla stesura de “La principessa di Clèves”: “…La critica ha individuato precise analogie e puntuali riscontri fra le “Maximes” e i casi della “Princesse de Clèves”, ma il gioco delle influenze fra i due testi è difficilmente determinabile. Esiste senza dubbio una consuetudine di discorso comune a cui è ovvio far risalire le convergenze; e del resto il lavoro di equipe rientra nella pratica corrente dell’epoca.” (Fausta Garavini – “Postfazione” in Madame de La Fayette – “La principessa di Clèves” – SE – 1997 – p. 178)

Nel 1629 a 16 anni La Rochefoucauld entrerà a corte e qui comincerà la schermaglia dei piccoli intrighi e delle piccole congiure aristocratiche contro il re e Richelieu nelle quali consumerà oltre dieci anni dal 1629 al 1640. Naturalmente Richelieu non rimase inattivo e nel 1632, per evitare che, secondo l’uso, egli succedesse al padre nel governo del Poitou, destituì quest’ultimo dall’ufficio. Luigi XIII nel 1639 lo mandò in esilio e ve lo tenne sino al 1642. Fu questo uno degli episodi della guerra ad oltranza combattuta dal potere monarchico, ligio alle tendenze accentratrici, contro la prepotenza dei grandi feudatari di provincia, che mal sopportavano freni alla loro secolare indipendenza dal potere centrale. Graziato dal Re, La Rochefoucauld rientrerà a Parigi nel 1642, lo stesso anno in cui muore Richelieu, al quale subentra un altro prete non meno formidabile, il Cardinal Mazarino. Ma in La Rochefoucauld l’istinto dell’intrigo e della lotta non era domato ed egli rimase coerente agli atteggiamenti assunti di fronte a Richelieu. Divenuto un frondista accanito fu seguace di tutte e due le Fronde (1648 – 1649 e 1650 – 1652), ma nel 1652 la vittoria tornò ad arridere al Re, e Mazarino rientrò nella capitale, trionfante, fra le acclamazioni del popolo e della borghesia che nell’ avvilimento dell’aristocrazia trovavano ragioni di sicurezza e di prestigio.

La Rochefoucauld anche questa volta si era prodigato e, nel combattimento della porta S. Antonio (1652), era rimasto gravemente ferito. La lunga convalescenza e la non facile guarigione lo indussero a riguardare gli atti della sua vita sino allora trascorsa. E non vi trovò motivi di compiacimento. Aveva speso gli anni migliori in sterili beghe, in intrighi meschini, soggiacendo all’ esempio di un mondo la cui mancanza di ogni virtù, la cui prepotenza, la cui idolatria per il proprio interesse erano il movente di tutte le azioni; abbandonandosi ad amori fatti più di sensualismo che di sentimento, in omaggio più alla moda che all’impeto del cuore. Così egli fece il processo alla sua vita e ne nacque un nuovo La Rochefoucauld che lo porterà nel 1665 alla prima redazione delle “Maximes” a cui seguiranno altre tre edizioni, fino a quella definitiva del 1678, impressa lui vivente, e da lui stesso curata, alla quale contribuì Madame de La Fayette. Due anni dopo, travagliato dalla gotta, François de La Rochefoucauldmoriva a Parigi. La prima edizione del 1665 conteneva 317 massime, poi progressivamente ampliate e riviste fino all’ edizione del 1678 che ne conteneva 504 che costituiranno il corpus definitivo, sebbene un’edizione postuma, a cui saranno aggiunte altre 25 massime, sarà pubblicata nel 1693. Le edizioni critiche moderne includono spesso anche alcune massime soppresse dall’autore o ritrovate dopo la sua morte, superando complessivamente quota 600

Va detto, anzi tutto, che La Rochefoucauld non è un filosofo egli, cioè, non ha affrontato secondo una personale sistemazione il complesso dei problemi che presiedono alla vita e alla storia dell’umanità…Egli è prima di tutto un artista ed è altresì un osservatore realistico e spregiudicato degli uomini e della loro esistenza…Nelle sue Massime sono esaminate tutte le cause che determinano le azioni della vita: l’amicizia, l’amore, l’orgoglio, l’interesse, l’adulazione, la passione, la fortuna, l’intellettualità, il vizio, l’inganno, ecc…, e per tutte vi è un giudizio definitivo. L’amicizia e l’amore sono una mistificazione e crollano entrambi ai primi colpi dell’ambizione, dell’egoismo o di altre passioni o vizi contrastanti. Resta inattaccabile il dominio dell’intrigo, dell’insensibilità, della vanità, del vantagggio personale conseguito con ogni illecito mezzo. L’uomo che fosse tentato di ribellarsi non può che essere travolto e sommerso: unica speranza di salvezza è il ritirarsi dal mondo in vita solitaria.

Le “Massime” demoliscono pertanto le virtù umane riducendole a forme mascherate di amor proprio, mettendo a nudo le meschinità e l’ipocrisia dell’animo umano con implacabile lucidità. La Rochefoucauld scriveva che «spesso ci vergogneremmo delle nostre più belle azioni se la gente vedesse tutti i motivi che le determinano», esprimendo in tal modo una disillusione cinica e spietata nei confronti degli uomini, e nei confronti di ogni slancio idealistico. Egli è quindi ancor oggi attuale perché gli elementi che costituiscono la corruzione sociale del suo ambiente si riscontrano, in diversa misura, in altri ambienti, in altri tempi, prima e dopo di lui, anche oggi e, indubbiamente, affioreranno anche in un domani prossimo o lontano essendo insiti nella natura umana. Uomini e donne che dell’interesse personale hanno fatto il centro e lo scopo di ogni loro attività…non sono un prodotto speciale della Francia monarchica e prerivoluzionaria. Essi appartengono a tutti i tempi… i <<tipi>> etici e psicologici di La Rochefoucauld sono universali: ed è da tale universalità che nasce la loro perenne attualità. Di qui il valore delle “Massime” e la fama che tutt’oggi le accompagna.”

(Libera riduzione ed elaborazione dell’ “Introduzione” di Adele Morozzo Della Rocca)

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Qui di seguito una breve selezione di alcune massime di François de La Rochefoucauld

L’amor proprio è più abile che il più abile degli uomini

Gli uomini sono soggetti non solo a dimenticare i benefici e le ingiurie, ma anche odiano i loro benefattori e cessano di odiare chi li ha offesi. Dedicarsi a ricambiare il bene e a vendicare gli insulti sembra una schiavitù alla quale ripugnano di sottomettersi.

La costanza dei savi è l’arte di chiudere l’agitazione nel proprio petto.

La filosofia trionfa facilmente dei mali passati e futuri, ma i mali presenti trionfano su di lei.

Pochi conoscono la morte. Ordinariamente la si sopporta per stupidità e per abitudine, non per risoluzione. La maggior parte degli uomini muore perché non può fare altrimenti.

Sembra che la natura, che ha così saviamente disposto gli organi del nostro corpo per farci felici, ci abbia dato l’orgoglio per risparmiarci il dolore di conoscere le nostre imperfezioni.

Si promette secondo le speranze e si mantiene secondo i timori.

L’interesse parla tutti i linguaggi e veste i panni di qualsiasi personaggio, anche del disinteressato.

L’uomo spesso crede di dirigersi quando invece è guidato, e mentre con la ragione tende a una meta, il cuore lo trascina insensibilmente ad un’altra.

Nessuno è mai così felice o così infelice come crede di essere.

Per quanto grandi siano le doti elargite dalla natura, non questa sola, ma la fortuna con lei fa gli eroi.

Benché gli uomini si vantino delle loro grandi azioni, queste non sono spesso effetto di grandi propositi, ma del caso.

Sincerità è cuore aperto. La troviamo in pochissimi, e quella che vediamo ordinariamente non è che un’abile dissimulazione per attirare la fiducia altrui.

L’amore, come il fuoco, non può sussistere senza un moto continuo; esso muore non appena cessa di sperare o di temere.

Il vero amore è come i fantasmi: tutti ne parlano ma pochi li hanno visti.

Il silenzio è il partito più sicuro per chi diffida di se stesso.

Spesso gli uomini si persuadono di amare i più potenti di loro, e nullameno, soltanto l’interesse produce una tale amicizia; si danno ad essi non per il bene che vogliono fare, ma per quello che vogliono ricevere.

Per ben conoscere le cose occorre conoscere i particolari; e poiché questi sono pressoché infiniti, la nostra conoscenza è sempre superficiale e imperfetta.

Siamo tanto abituati a mascherarci per gli altri che alla fine ci mascheriamo a noi stessi.

Il vero modo per farsi ingannare è credersi più acuto degli altri.

E’ nel carattere dei grandi intelletti far intendere molte cose in poche parole; le piccole menti, al contrario, hanno il dono di parlare molto e non dir nulla.

Il rifiuto degli elogi è il desiderio di essere lodato due volte.

Non basta avere grandi qualità; bisogna saperle amministrare.

Il mondo ricompensa spesso più le apparenze del merito che il merito vero.

Per quanto ingannatrice, la speranza serve almeno a condurci alla morte per una strada piacevole.

E’ meglio applicare il nostro intelletto a sopportare le disgrazie che ci capitano che a prevedere quelle che ci possono accadere.

Il pentimento non è tanto il rimorso del male che abbiamo fatto quanto il timore di quello che ce ne può derivare.

La salute dell’anima non è più sicura di quella del corpo. Per quanto uno sembri lontano dalle passioni, non è meno in pericolo di lasciarvisi trascinare che di cader malato quando sta bene.

I difetti dell’anima sono come le ferite del corpo. Qualunque sia la cura per guarirle, appare sempre la cicatrice, e vi è ad ogni momento il pericolo che si riaprano.

Dimentichiamo facilmente le nostre colpe quando siamo soli a conoscerle.

Chi crede di trovare in se stesso tanto da poter fare a meno di tutti si inganna assai; ma chi crede che non se ne possa fare a meno si inganna ancora di più.

Il perfetto coraggio consiste nel fare senza testimoni ciò che si sarebbe capaci di fare in pubblico.

La suprema abilità consiste nel conoscere il valore delle cose.

La facilità a credere il male senza esiminarlo abbastanza è effetto di orgoglio e di pigrizia. Si vogliono dei colpevoli, senza prendere cura di esaminare i delitti.

La moderazione non può combattere e sottomettere l’ambizione; esse non si incontrano mai.

Se vi sono uomini dei quali non è mai apparso il ridicolo, si è perché nessuno lo ha cercato bene.

La nostra saggezza è alla mercè della fortuna quanto i nostri beni.

Nella gelosia c’è più amor proprio che amore.

Il ridicolo disonora più del disonore.

Si perdona finché si ama.

Gli intelletti mediocri condannano di solito tutto ciò che oltrepassa la loro portata.

Dovremmo meravigliarci soltanto di poterci ancora meravigliare.

Arriviamo sempre novellini a tutte le età della vita, e spesso vi manchiamo d’esperienza non ostante gli anni.

Avremmo spesso vergogna delle nostre azioni più belle, se il mondo vedesse tutti i motivi che le hanno prodotte.

Nulla impedisce di essere naturali quanto il desiderio di sembrarlo.

E’ più facile conoscere l’uomo in generale che conoscere un uomo in particolare.

Non desidereremmo molte cose con ardore, se conoscessimo perfettamente che cosa desideriamo.

Nell’amicizia, come nell’amore, si è più felici per le cose che si ignorano che per quelle che si sanno.

Guadagneremmo di più a lasciarci vedere come siamo che a tentar di sembrare ciò che non siamo.

Benché il vero amore sia raro, è meno raro della vera amicizia.

Nulla è più raro della vera bontà; anche quelli che credono di possederla, sono generalmente deboli o compiacenti.

Alcune cose belle hanno più fulgore quando rimangono incompiute che quando sono troppo finite.

E’ più difficile dissimulare i sentimenti che abbiamo che fingere quelli che non abbiamo.

Un uomo al quale nessuno piace è più infelice di uno che non piace a nessuno.

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