“La signora Dalloway” – Virginia Woolf

“Com’era fresca, calma…l’aria la mattina presto…fredda e pungente, e (per una diciottenne come era lei allora) solenne, perché in piedi di fronte alla finestra aperta lei aveva allora la sensazione che sarebbe successo qualcosa di tremendo”. In queste parole che Virginia Woolf fa pronunciare a Clarissa Dalloway all’inizio del romanzo sono già ravvisabili le coordinate fondamentali all’interno delle quali si muove “La signora Dalloway”.

In primo luogo tali parole sono pronunciate con riferimento al passato perché il presente nel quale esse vengono dette è in un tempo e in uno spazio diverso da quel passato. Clarissa le pronuncia la mattina di quel giorno di giugno in cui si svolgerà tutto il romanzo mentre si sta accingendo ai preparativi del party che sta organizzando e che avrà luogo la sera nella sua casa di Londra in cui ella vive. Clarissa ha “più di cinquant’anni” ci dice da subito la Woolf, laddove quelle parole la descrivono diciottenne e quel ricordo a cui esse fanno riferimento è relativo a Bourton la località in cui si recava da giovane. Vi è quindi una “distanza” spazio-temporale in cui scorre la narrazione che sarà una costante di tutto il romanzo, la quale – ed è questo che la contraddistingue – è caratterizzata da un’espansione dello spazio e del tempo psichico rispetto a quello fisico.

I singoli momenti che comporranno la giornata di Clarissa Dalloway divengono infatti inesauribili occasioni di ritorno al passato, in un flusso continuo di evocazioni e rievocazioni che chiamano in gioco sentimenti, sensazioni ed emozioni che aprono squarci nell’interiorità di Clarissa e la mettono in continuo dialogo con se stessa ed il suo presente, modalità peraltro che sarà comune a molti degli altri personaggi presenti nel romanzo. La cui unità è data proprio dal concatenarsi continuo di memorie, vissuti, associazioni, corrispondenze, dove ogni circostanza nella realtà esterna ha un suo risvolto e assume un suo significato in quella interna. Vi è quindi una scrittura che “usa” il tempo fisico per aprirsi al respiro assai più vasto del tempo psichico dove il presente fluttua sopra le profondità del passato, da cui quel fluire della coscienza dentro il fluire del tempo e della memoria su cui si fonda tutto il romanzo.

Che è non solo il contenuto del narrare ma è anche un modo ben preciso di narrare, con cui la Woolf contribuì in quegli anni – “La signora Dalloway” è del 1925 – a innovare la concezione stessa del romanzo. E’ quella che è stata definita la letteratura del “flusso di coscienza” che rompe la tradizione del racconto lineare, impostato sulla successione logica e cronologica e sui consueti nessi causali e temporali, e si propone di tradurre in modo immediato le sensazioni profonde. Una narrazione nella quale non interessano i fatti né la storia o la trama, ma quanto accade all’interno di una persona e le sue elaborazioni e rielaborazioni le quali, modellando le impressioni, i sentimenti e le emozioni inducono e creano nuovi significati. Ma se la letteratura del “flusso di coscienza” ebbe in Joyce il suo ideatore nonché il suo principale sperimentatore, la Woolf, a sua volta, ebbe il merito e la primogenitura di avere innestato la novità di questo “linguaggio” dentro la materia concreta della vita e delle relazioni umane esplorandone significati e manifestazioni.

Se quindi insieme a Proust, Musil, Kafka e Joyce la Woolf è considerata uno dei grandi introduttori della letteratura del ‘900 è proprio per aver dato impulso a questo modo nuovo di raccontare che la rende peraltro ancor oggi attuale proprio perché il suo “sentire” è rivolto a espressioni fondamentali dell’esistenza umana. Coerentemente a tutto ciò ne “La signora Dalloway” non si narrano eventi o azioni ma “accadimenti della coscienza” che sono innescati da quell’intreccio di relazioni dirette o indirette che i personaggi, in primis Clarissa, hanno o stabiliscono tra di loro e dal particolare modo in cui quelle relazioni, in quel giorno durante il quale si svolge il romanzo, si comporranno. E’ perciò nel concreto di quei rapporti e di quelle interazioni, in cui ciascuno è specchio dell’altro ed, al tempo stesso, si fa specchio a se stesso che si costruisce quel fitto reticolo su cui poggia il romanzo e prende altresì forma quello scavo e quel lavorio sulle proprie esistenze che i personaggi faranno.

Che è la vera realtà del romanzo proprio in quanto soggettiva rispetto alla realtà oggettiva esterna che fa da involucro, a sua volta ritmata e simbolizzata dai rintocchi “irrevocabili” del Big Ben che ne scandirà il tempo. Questa doppia temporalità cioè quella interiore dei personaggi fluttuante nel tempo e quella lineare del famoso orologio monumentale londinese creano nel loro insieme la mobilità narrativa che sposta in avanti la storia che, priva di una vera e propria trama, si trasforma in racconto della vita nella pluralità di ciò che vi accade al suo interno. Il che introduce un’altra delle coordinate fondamentali del romanzo ravvisabile anch’essa nella frase citata in apertura.

Rileggendo quella frase si noterà infatti come all’iniziale ariosità e pacatezza della descrizione di quel mattino fa subito seguito l’impressione opposta e tutta interiore di Clarissa, persino “solenne”, “che sarebbe successo qualcosa di tremendo”. Siamo quindi di fronte a degli opposti e, allo stesso tempo, alla loro compenetrazione nello stesso attimo e circostanza che è un altro segno distintivo di tutto il romanzo peraltro cercato espressamente dalla Woolf la quale aveva affermato di volere, ne “La signora Dalloway”, “dare la vita e la morte, la sanità e la follia”, in altre parole dar conto di quella pluralità della vita di cui si diceva. E tale procedere per opposizioni lo si ha già nel personaggio di Clarissa che la Woolf costruisce nel contrasto tra vissuti opposti: “ Si sentiva molto giovane; e al tempo stesso indicibilmente vecchia. Affondava come una lama nelle cose; e al tempo stesso ne rimaneva fuori… Aveva l’impressione costante, di essere lontana, lontanissima, in mare aperto, e sola. Sempre aveva l’impressione che vivere, anche un solo giorno, fosse molto, molto pericoloso…ma tutto la assorbiva, tutto”.

Da queste parole si coglie chiaramente come in Clarissa conviva quella sua capacità di penetrare nella vita e nel medesimo tempo di restarne al di fuori, di afferrare con tutti i sensi tutto ciò che le sta intorno e insieme quel senso di paura, di ansia che ella diciottenne quella mattina a Bourton aveva già percepito. Questo contrappunto tra angoscia della propria finitezza e impulso a vivere è il grande tema di fondo de “La signora Dalloway”. In altre parole Clarissa incarna il tentativo di sfuggire alla fugacità del tempo e alla sua consapevolezza cercando di perseguire il più intensamente possibile il suo desiderio di vivere la vita. Di allontanare da sé il pensiero della morte vissuta come annientamento e negazione accettandola come parte della vita stessa.

La Woolf segue Clarissa attraverso le strade di Londra e poi a casa presa dai preparativi della sua festa mentre guarda, pensa, sente, con la sua mente che scorre e si sofferma sulle “persone della sua vita”: Sally Seaton la trasgressiva amica della sua gioventù, Peter Walsh il suo passionale e indimenticato pretendente ai tempi di Bourton, a cui ha preferito però il pacato e affidabile Richard divenuto suo marito nonché padre della sua Elizabeth. Tutte figure queste che vivono anch’esse all’interno del romanzo sia in sé che in interazione con Clarissa. E in relazione a queste figure si gioca un ulteriore contrasto: quello tra Clarissa Dalloway e la signora Dalloway, laddove la signora Dalloway equivale a non essere più Clarissa, perché il passato è anche rimpianto di emozioni mai più vissute e della possibilità stessa di poterle vivere ancora. Se quindi Clarissa ha rinunciato nella sua vita alle grandi passioni e alle emozioni forti in nome di quel suo mondo rassicurante e protettivo ciò è stato il suo modo di dominare le sue paure e di dare spazio a quel suo bisogno di “vitalità”, incarnato e simbolizzato da quella sua mondanità, che non è solo un ruolo sociale, ma è il suo modo di stare al mondo, al centro di quel suo mondo. Creando cioè un mondo intorno a sé, fatto legando e cucendo quelle relazioni con gli altri e con le cose che è il suo talento.

Ma a Clarissa che al pensiero della morte si ritrae, affermando la sua pienezza di vita, la Woolf gli contrappone il personaggio di Septimus Warren Smith che invece abdica alla vita dandosi la morte. Septimus è un reduce della prima guerra che in quella guerra ha visto morire accanto a sé il suo amico Evans e da allora soffre di allucinazioni, sente voci misteriose, è preda delle “tenebre”. Clarissa e Septimus non si incontreranno mai ma le loro vicende corrono parallele in una sorta di interdipendenza che li lega e li rende speculari. Se Clarissa ha ben presente nella sua coscienza l’esistenza del caos e dell’irrazionale, dell’orrido e dell’insondabile che si cela dietro la superficie della realtà e da esso cerca di difendersi, Septimus è invece la personificazione e l’oggettivazione di ciò. Tuttavia anche il suicidio di Septimus più che esprimere un rifiuto della vita sarà una sorta di estremo rifugio, un ultimo tentativo di affermare la sua propria vita per sfuggire a quel ricovero a cui lo si vuole costringere.

Il gesto di Septimus è quindi a suo modo liberatorio rivelando la sua follia un sottile confine con la saggezza. E in questo la Woolf mette a nudo tutta l’intrinseca violenza della “natura umana” che esclude la diversità dalle sue manifestazioni, ammettendo solo quello che con feroce ironia definirà – attribuendolo al blasonato quanto cinico luminare che aveva in cura Septimus – “senso delle proporzioni”. E quanto la fatica di vivere, la malattia, l’emarginazione, il fallimento sociale e/o personale, la solitudine non siano ammessi da questo “senso delle proporzioni” molti personaggi presenti nel romanzo lo testimonieranno con le loro vite. In questo senso dietro l’estetismo e il lirismo della Woolf, che sono la cifra della sua prosa, emerge un nucleo fatto di consapevolezze profonde al cui centro vi è un bisogno soprattutto: quello di affermare e preservare l’autentico.

Perché Septimus “questa cosa l’aveva preservata”, la sua morte era stata a suo modo un dono in nome di quell’autentico. E Clarissa quella morte, di cui viene a conoscenza durante la sua festa, la accoglierà dentro di sé, perché ne riconosce quello stesso contenuto che anche lei ha, in quel suo donarsi e darsi agli altri, in quel suo metterli insieme e offrirsi loro che ella fa nella sua vita e che sta facendo anche quella sera in quella sua festa. Perché come dirà alla fine la sua amica Sally: “Clarissa aveva il cuore puro, ecco cos’era…Perché quello che si sente è l’unica cosa che vale la pena di dire…Si deve dire soltanto ciò che si sente”.

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