“La settima croce”- Anna Seghers

La recente ristampa de “La settima croce” di Anna Seghers ripropone non solo il suo romanzo più famoso nonché uno dei più noti di tutta la letteratura tedesca ma, più in generale, rinnova l’opportunità di leggere una scrittrice di assoluto rilievo nel panorama della letteratura europea del ‘900, ampiamente consacrata per il valore della sua opera.

La Seghers fu animata da una forte ispirazione etico-politica ma, lungi dall’essere una scrittrice meramente di denuncia, ha dato vita a opere che, anche in virtù di uno stile secco e asciutto, rivelano un pathos e una forza epica di grande intensità.

Partecipe del dramma del nazismo a causa del quale fu costretta a fuggire dalla Germania in quanto comunista ed ebrea, la Seghers, anche alla luce delle sue vicende, visse la letteratura come necessità per rappresentare la condizione delle persone aggredite dalla tirannide e dall’ingiustizia, analizzare il rapporto precario ed inquieto tra il singolo e le masse, esprimere la protesta degli individui che rivendicano la loro libertà e i loro diritti, temi questi che troviamo tutti presenti ne “La settima croce”. Ma a questo suo intento profondamente umanistico non sottomise meccanicamente la creazione letteraria riuscendo bensì sia a dare voce a visioni esistenziali di più ampio respiro che ad evocarle con la forza di narrazioni potenti ed espressive. Tanto che Italo Calvino nel recensire quell’altro grande romanzo della Seghers che è “La rivolta dei pescatori di Santa Barbara” ebbe a scrivere: “L’assunto sociale tiene vivo il racconto da capo a fondo, ma non è mai dichiarato in termini oratori o semplicemente politici; ogni sfumatura di contenuto trova l’immagine naturale per esprimersi con l’evidenza della rappresentazione poetica”.

Il realismo nella Seghers è dunque un’ urgenza morale più che una scelta estetica riuscendo peraltro ella a tenere indissolubilmente legati l’una e l’altra. E “La settima croce” ne è un esemplare dimostrazione essendo un romanzo che ha una solida struttura narrativa basata su un’azione continua ed incalzante resa tale da un uso – perfettamente padroneggiato dalla Seghers – della suspense, tenuta costantemente alta. Essa tuttavia non è mai fine a se stessa ma è sempre nei fatti, fuoriesce dal realismo delle situazioni narrate, la cui oggettiva drammaticità è ancor più esaltata proprio da quel ritmo impresso alla narrazione che arriva ad assumere caratteristiche di tipo cinematografico. Non a caso “La settima croce” alla sua uscita, avvenuta nel 1942 negli Stai Uniti, fu un best-seller e, proprio in virtù di quelle sue intrinseche qualità cinematografiche, se ne trasse nel 1944 un film diretto da Fred Zinnemann e caratterizzato dall’interpretazione di Spencer Tracy nei panni del protagonista del romanzo.

Da tutto ciò si può quindi intuire come “La settima croce” sia percorso da una tensione narrativa che è quella che la Seghers è stata capace di infondervi ma è, soprattutto, quella posseduta e trasmessa dalle vicende, ispirate a fatti realmente accaduti, che vi sono narrate. A partire da quella fuga ininterrotta nella quale sarà coinvolto il protagonista i cui drammatici risvolti alimentano lo sprigionarsi di una tensione fortissima. Ma a determinare tale tensione contribuisce ancor più l’atmosfera evocata dal contesto complessivo in cui le vicende sono inserite e cioè quel clima opprimente e persecutorio, creato e voluto dal nazismo, che aveva invaso ogni aspetto della vita comune nella Germania degli anni ’30 (il romanzo è infatti ambientato nel 1936) e che, come è stato osservato da I.A. Chiusano, rivela come “la tabe nazista avesse infettato ogni più innocuo aspetto della vita familiare e privata”. “La settima croce”, in tal senso, ha avuto e ha, tra le altre cose, il merito di avere rivelato, proprio attraverso la forza della sua trasposizione letteraria, la feroce repressione interna operata dal nazismo e la pervasiva e allucinante penetrazione che esso aveva messo in atto nella società a tutti i livelli, inoculando un clima generalizzato basato sulla paura e sul sospetto.

Ma “La settima croce” fu ed è anche significativo perché per primo aprì uno squarcio sulla realtà dell’antifascismo nella Germania nazista, affrontando un aspetto poco noto quale quello dell’opposizione interna e incrinando in tal modo il cliché per cui tutti i tedeschi erano compattamente nazisti. Perché qui vittime e carnefici sono, sia gli uni che gli altri, tedeschi. La storia prende infatti le mosse nel campo di concentramento di Westhofen nel quale vengono tenuti rinchiusi oppositori politici antinazisti. Una notte sette di loro evadono. Scoperta la fuga si scatena una spietata caccia all’uomo per riportarli al campo il cui comandante, Fahrenberg, un nazista sadico e paranoico, ha fatto erigere nel frattempo sette croci a cui ha deciso che farà appendere i sette evasi non appena verranno catturati. La Seghers concentra da subito l’attenzione su uno dei fuggitivi Georg Heisler il quale ci viene mostrato come un animale braccato e solitario, mentre cerca di allontanarsi prima e il più possibile da Westhofen. E’ l’inizio di quella fuga, attraverso la Germania, in cui lo seguiremo per tutto il romanzo. Georg ha un suo piano raggiungere il confine ed espatriare. Tutto però intorno a lui è segnato dal pericolo e dai pericoli, in una lotta che si fa ben presto lotta per la sopravvivenza, non potendosi fidare di niente e di nessuno avendo invece, per contro, la necessità di trovare quegli aiuti indispensabili per potersi salvare.

La Seghers mentre segue Georg costruisce a partire da lui e intorno a lui un reticolo di vicende parallele e di personaggi collaterali che intrecciandosi tra loro creano un effetto corale di vastissime proporzioni che ci dà un quadro sia umano che sociale agghiacciante quando esso è specchio delle “miserie” e della torpida complicità dei più, ma in cui esistono ed agiscono anche individui capaci di mantenere una loro segreta resistenza morale e che si espongono, a loro rischio, con dei veri e propri atti di coraggio. Con questa narrazione non lineare delle vicende collegate alla fuga di Georg ma intersecata con quelle degli altri personaggi che sono più di una trentina, la Seghers dà vita alla creazione di più di cento episodi e ciò ricorrendo ad uno slittamento narrativo che sposta di continuo l’azione in luoghi, situazioni e momenti diversi, con storie che si incastrano in altre storie, senza tuttavia mai perdere l’unitarietà dell’insieme e, soprattutto, la valenza dei significati portanti a cui ella tende. Dai quali riverberano in primo luogo le luci sinistre di un nazismo onnipresente e spietato anche tra i tedeschi e con i tedeschi e, per contro, l’umanità di individui costretti a celare anche le più elementari manifestazioni di tale umanità persino tra amici, familiari, colleghi pena l’essere visti con sospetto e minacciati nella propria sicurezza e nella propria dignità.

Da tutto ciò promana un senso di inesorabilità degli eventi e di impotenza di fronte al loro corso che ha un concreto riscontro nella cattura a cui progressivamente andranno incontro i sei compagni di fuga di Georg, che verranno ricondotti al campo per subire quel destino atroce che li attende. Si fa strada quindi un senso di sconfitta e un venir meno delle speranze che sembra gravare ineluttabile anche su Georg. Tuttavia, a differenza degli altri, il personaggio di Georg è come se fosse mosso da forze superiori e profonde che agiscono dentro e fuori di lui le quali, sebbene coincidano con la sua volontà, sembrano andare oltre e trainare la sua volontà. Georg infatti pur nella sua apparente condizione di predestinato alla sconfitta e al fallimento, pur nel suo sembrare condannato a diventare anche lui un vinto, emana in realtà un magnetismo e una forza che attraggono e affascinano chi viene a contatto con lui.

E ciò vale non solo per chi gli è amico e sodale ma anche per chi non lo conosce e gli è del tutto estraneo. La sua è una sorta di malia che fuoriesce da sola. Un fascino naturale suscitato da quell’alone misterioso che lo avvolge e in cui, al tempo stesso, egli si nasconde e si difende. Ma attraverso questo suo fascino è come se egli calamitasse e attraesse a sé gli altri muovendoli ad esprimere la parte migliore di se stessi, inducendoli a ritrovare i bagliori di quell’umanità che tutt’intorno si sta spegnendo. Quasi che Georg desse agli altri l’ultima occasione per scoprire che ancora si può esistere per gli altri e non solo per quella totalità imperante al cui dominio ci si doveva, convintamente o meno, assoggettare.

In questo senso la Seghers immette nelle vicende narrate una dimensione sovraindividuale che sovraintende i personaggi e le cose. Una dimensione di fatto metafisica, data dallo scontro tra un male e un bene che vanno al di là dell’essere determinati dalla Storia e nella storia concreta in cui quelle vicende hanno luogo. In altre parole la Seghers risale ad un livello superiore che allude alla lacerante ambivalenza della natura umana per cui il dramma stesso del nazismo si inscrive dentro una visione che chiama in causa l’uomo in quanto tale, nel suo essere capace di generare orrori ma anche di resistervi e di opporvisi in virtù di forze intrinseche all’uomo stesso. Il fatto che alla fine Georg non verrà ripreso e riuscirà a fuggire definitivamente non testimonia soltanto la non invincibilità del nazismo, come peraltro poi la Storia dimostrerà, ma tutta la imperscrutabilità della natura umana e dei sentimenti che la guidano.

Non sarà infatti tanto l’elemento politico-ideologico quello determinante per la riuscita della fuga di Georg, bensì lo sarà l’elemento emozionale, personale e individuale che porterà istintivamente persone per nulla eroiche ad aiutare Georg prima di tutto in quanto Georg e non in quanto attivista politico. Sarà, in altre parole, l’affermarsi della vita sulla morte, della compassione sul disprezzo, dell’intelligenza sulla barbarie che salveranno Georg. Ed è proprio quest’orizzonte superiore invisibile ma onnipresente, in cui si accendono e brillano quei lampi di umanità, che rende evidente che nulla è accaduto invano né è stato privo di senso come evoca, peraltro, quel coro senza nome posto alla fine del romanzo che così lo conclude e lo suggella: “Tutti sentivamo con quanta intensità e quanto terrore le forze esterne potessero penetrare nell’intimo delle persone, ma sentivamo anche che nell’intimo c’era qualcosa di inattaccabile e invulnerabile”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...