“La boutique del mistero” – Dino Buzzati

Nell’introdurre l’ antologia “Racconti fantastici dell’ottocento” da lui curata, Italo Calvino individua come carattere peculiare del racconto fantastico il suo avere strettamente a che vedere con la nostra interiorità, in quanto – osserva Calvino – al centro del racconto fantastico vi è “l’insorgere dell’inconscio, del represso, del dimenticato, dell’allontanato dalla nostra attenzione razionale…Sentiamo” – prosegue Calvino – “che il fantastico dice cose che ci riguardano direttamente…cose straordinarie che forse sono allucinazioni proiettate dalla nostra mente; cose usuali che forse nascondono sotto l’apparenza più banale una seconda natura inquietante, misteriosa, terrificante”.

Calvino colloca la nascita del racconto fantastico in Germania: “E’ col Romanticismo tedesco che il racconto fantastico nasce, all’inizio del secolo XIX” e ne attribuisce la nascita alla “dichiarata intenzione di rappresentare la realtà del mondo interiore, soggettivo, della mente, dell’immaginazione, dando ad essa una dignità pari o maggiore che a quella del mondo dell’oggettività e dei sensi”.

A fronte dell’enorme sviluppo e dell’enorme rilievo che il racconto fantastico, fra ottocento e novecento, ha avuto nella letteratura europea ma anche in quella americana e sudamericana, basti pensare a Hoffmann, Andersen, Balzac, Poe, Hawthorne, Stevenson, Gogol, James, Carroll, Kafka, Borges, solo per citare alcune vette assolute, ma l’elenco sarebbe assai più lungo e tutto di grandissimo prestigio, il che evidenzia lo spessore di una narrativa che ha segnato in maniera decisiva la letteratura tout – court fra ottocento e novecento, la quale, pur con soluzioni fra loro diverse, ha avuto al suo centro un modo antirealistico di raccontare ebbene, a fronte di questo sviluppo e di questo rilievo, la presenza del racconto fantastico nella nostra letteratura è stata invece debolissima per non dire del tutto inesistente.

In pratica fino a tutta la prima metà del novecento non vi è stato nella nostra letteratura alcun autore che abbia messo al centro della sua opera un’ ispirazione quale quella sin qui delineata cioè un’ispirazione squisitamente fantastica contrassegnata da un forte senso del mistero. Il primo a farlo e in modo significativo e alto, al punto da costituire nel nostro panorama letterario un caso pressoché unico, è stato Dino Buzzati. Ma proprio per l’anomalia che egli rappresentava, la sua figura e la sua presenza nel Novecento italiano furono sentite e vissute come estranee e nonostante il successo e la fama che gli procurò “Il deserto dei Tartari”, uscito nel 1940, tra Buzzati e il mondo letterario restò una profonda distanza. Il valore dell’opera di Buzzati però era ed è tale che nonostante quel distacco con cui fu accolta essa si è imposta irreversibilmente al punto che il nome stesso di Buzzati è divenuto ormai, per antonomasia, sinonimo della narrativa del fantastico.

Ma questa inalterata vitalità e contemporaneità della sua opera va ben oltre il suo aver saputo padroneggiare il genere. Come tutti i grandi esponenti di quella letteratura egli, nell’indagare il mistero che si cela dietro l’apparenza delle cose, ha colto lucidamente che non era con una condizione genericamente irrazionale e astratta che si confrontava ma bensì con qualcosa di assai più profondo che rimanda alla natura stessa della condizione umana. La grandezza di Buzzati sta proprio in quella sua capacità di innestarsi fuori dal tempo e dallo spazio e di parlarci di quella nostra interiorità di cui si diceva all’inizio. Mostrandoci l’inconoscibilità e inspiegabilità della realtà egli mette a nudo le nostre paure e le nostre angosce, quell’essere permanentemente tesi a cercare di capire il significato di ciò che ci capita, in continua attesa di un evento rivelatore che dia un senso all’esistenza.

Ma soli e limitati come essi sono i protagonisti delle sue storie non vedono mai realizzarsi le loro aspettative e finiscono per lo più per cadere vittima di un destino che spietatamente e spesso incomprensibilmente e con conseguenze grottesche li schiaccia. La loro vita, intesa come metafora della vita in sé, diviene quindi la somma casuale di avvenimenti altrettanto casuali, fatta dall’attesa di eventi che non si determineranno mai e in questo scorrere inesorabile del tempo si generano l’angoscia e un senso di rassegnata rinuncia nel quale si sente ineluttabile il presagio della morte, come appunto accade nel “mondo” di Buzzati.

E’, la sua, una sorta di poetica dell’impotenza che si genera per contrasto con la provvisorietà e l’aleatorietà che la realtà, nella sua apparente normalità, assume. Una realtà che appare conoscibile solo per segni e messaggi ma di cui sfugge la sua reale essenza e natura. E così attraverso l’accumulazione di particolari e circostanze che, al loro sorgere, sembrano verosimili e realistici ci si trova progressivamente portati e proiettati in un’altra dimensione ambigua e imperscrutabile, alla mercé di forze e di destini misteriosi e oscuri, come in un altrove, carico di ignoto, ostinatamente esplorato ma, al tempo stesso, inutilmente esplorabile; in un definitivo e perenne oscillare tra realtà e irrealtà, tra accadimenti e simboli.

E per quelle sue trame che si aprono su sviluppi paradossali e assurdi egli trovò proprio nel racconto la forma più adatta per esprimere le sue invenzioni, permettendo il racconto di condensare in modo fulminante la trovata fantastica, di fissare quel trapassare delle cose dalla loro materialità terrena alla loro immaterialità metafisica che era quello a cui egli mirava. Leggere i suoi racconti è come procedere lungo una spiarle che avvolge e cattura, in un crescendo emotivo, tra inquietanti allusioni, aperture surreali, creazioni dell’immaginazione, implicazioni comico-amare, atmosfere magiche e favolistiche, che poi sono quelle nelle quali Buzzati ambienta prevalentemente il suo “mondo” narrativo stemperando in tal modo l’ elemento cupo e drammatico.

Vi è infatti nei suoi racconti un’aura di fiaba che ci porta in una dimensione atemporale, senza peso, come fossimo eternamente sospesi in un sogno senza appigli. Buzzati riesce così a depotenziare gli aspetti angoscianti e ossessivi, mettendo in primo piano ora l’ironico e il grottesco, ora quei risvolti poetici contenuti in quelle sue sommesse evocazioni fiabesche. L’ironia diventa in tal modo il filtro per veicolare il suo pessimismo e il favolismo il mezzo per contenere quel senso immanente di fatalità e di sgomento. Ma nell’evocare il rimosso, il taciuto, il negato Buzzati non solo affonda nel nostro inconscio, nelle nostre paure individuali, ma anche nelle nostre coscienze. Suscitando il negativo subdolamente riposto dentro le pieghe del vivere quotidiano e dell’agire umano Buzzati dilata quel “mostro della normalità” che fa smarrire la ragione ma che fa smarrire, soprattutto, la purezza, l’innocenza, la bontà, da cui quel senso di perdita delle cose e quella poetica della solitudine che emanano molti dei suoi racconti.

E ciò con riferimento non solo agli individui ma anche alle simbologie collettive e ai sensi di colpa atavici ad esse collegati che rimandano a un trascendente che, come fa Buzzati, chiamiamo per convenzione Dio. Un Dio che è anch’esso una proiezione della mente, un Dio che è anch’esso un incubo della nostra coscienza che grava su di noi. In questo senso in Buzzati vi è un profondo moto di umanità e di pietà per gli oscuri destini degli uomini, compreso il suo, che si percepisce in particolare in quei racconti venati di intima e dolente malinconia.

Varcati perciò i limiti del plausibile, venuti meno i rapporti logici tra cause ed effetti, scomparsa la fiducia nelle leggi naturali e impostosi definitivamente l’indecifrabile, l’improbabile, l’assurdo, conta dire che anche la parola consueta, la lingua parlata, la costruzione più immediata contribuiscono, nei racconti di Buzzati, a creare il senso dello straordinario, il richiamo magico. Buzzati si è infatti sempre avvalso di un linguaggio semplice, non ricercato e, pur tuttavia, con questo linguaggio non prezioso, fatto di parole usuali è riuscito ancor più a rendere verosimile l’inverosimile, reale l’irreale, normale l’anormale, fedele in ciò a delle sue profonde convinzioni che lo portarono a dire che “Il vero mestiere dello scrivere…consiste nel raccontare le cose nel modo più semplice possibile, più evidente possibile, più drammatico o addirittura più poetico che sia possibile”.

E dei temi e dello stile di Buzzati “La boutique del mistero” ne è un’esemplare testimonianza. Voluta dallo stesso Buzzati per far conoscere il meglio di quanto aveva scritto “La boutique del mistero”, pubblicata nel 1968, raccoglie 31 suoi racconti, usciti in varie precedenti raccolte e costituisce un corpus unitario e rappresentativo della sua produzione. Racconti che vanno letti come se fossero i capitoli di un romanzo nel quale scorrono tutte le allegorie di Buzzati, tutti i capovolgimenti della sua fantasia, tutti i suoi mondi immaginari dove, a partire da un nonnulla, montano quelle piccole/grandi catastrofi sulle cui verità cala sempre un sipario inesorabile e inevitabile che ce la nasconde perché è meglio così e perché in fondo non la potremo mai sapere.

Buzzati è un giocoliere e un giocatore di trame nel senso letterale che la sua arte ha in sé la natura del gioco e questi racconti sono come le attrazioni di un luna park fatto di giostre piene di rischi, di pericoli, di paure ma che proprio per questo ci attraggono. E volendo condensare in una parola il senso ma anche il segreto di questa attrazione a me viene in mente insensatezza perché è dell’insensatezza delle cose che è poi l’insensatezza della vita che Buzzati parla e ci parla, mettendoci di fronte a quello che anche noi sappiamo ma non ci diciamo, così come in quel bellissimo finale di uno dei suoi racconti più belli: “Una goccia” che, come fosse un distillato, incorpora tutto il mistero di Buzzati e tutta quella sua magica, sibillina insensatezza: “Ma che cosa sarebbe poi questa goccia: – domandano con esasperante buona fede – un topo forse? Un rospetto uscito dalle cantine? No davvero. E allora – insistono – sarebbe per caso una allegoria? Si vorrebbe, per così dire, simboleggiare la morte? o qualche pericolo? o gli anni che passano? Niente affatto, signori: è semplicemente una goccia, solo che viene su per le scale. O più sottilmente si intende raffigurare i sogni e le chimere? Le terre vagheggiate e lontane dove si presume la felicità? Qualcosa di poetico insomma? No, assolutamente. Oppure i posti più lontani ancora, al confine del mondo, ai quali mai giungeremo? Ma no, vi dico, non è uno scherzo, non ci sono doppi sensi, trattasi ahimè proprio di una goccia d’acqua, a quanto è dato presumere, che di notte viene su per le scale. Ti, tic, misteriosamente, di gradino in gradino. E perciò si ha paura.”

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