“Infelicità senza desideri” – Peter Handke

Racconta Handke che alla notizia del suicidio di sua madre egli aveva dovuto reagire a due stati d’animo che rischiavano di imprigionarlo: uno era quello di rendere inoffensivo quell’evento, costringendolo nella sua indicibilità e subendone lo stordimento che esso gli procurava, l’altro, speculare ed opposto, era quello di viverne e provarne tutta la violenza che quell’evento portava con sé, subendone l’orrore e lo spaesamento, “…perché” – dice Handke – “si ha bisogno di sentire che ciò che si sta vivendo è incomprensibile e non si può comunicare: solo l’orrore risulta logico e reale. Ma a parlarne ricomincia subito la noia, e tutto torna di colpo inconsistente”.

Ma quegli stati d’animo, non avranno il sopravvento perché Handke deciderà di parlare di quell’evento e di farlo nel suo “stesso interesse, perché, quando qualcosa mi dà da fare torno a vivere”, egli dirà, restituendosi così il diritto a vivere e ad esprimersi, in contrasto a quel duplice annichilimento da cui era stato catturato. Lontana da qualsiasi fine consolatorio, la fuoriuscita che troverà Handke avverrà attraverso un’esemplare ricerca di senso, lucidamente protesa come essa sarà a leggere quell’evento come parte dello scenario di una vita, della vita di sua madre. Handke farà infatti di quel suicidio l’ispirazione per restituire prima di tutto a sua madre una storia: “scrivo la storia di mia madre” egli dice e, in tal modo, restituirle una dignità con cui non solo riscattarla da quel gesto, ma con cui riscattarne la sua intera esistenza.

La scrittura quindi assurge qui ad una molteplicità di ruoli e di implicazioni. Handke se ne appropria come tramite per l’elaborazione del lutto, per fuoriuscirne attraverso un “atto creativo” che affronta di quel lutto i suoi contenuti. Ma scrivendo la storia di sua madre Handke metterà anche in atto un processo cognitivo ambizioso e di ampio respiro: “vorrei fare, di questa MORTE VOLONTARIA, un caso” egli dirà programmaticamente, ma, al tempo stesso, nel farlo, egli vi si immergerà, esplorando l’interiorità di quel “caso” e quindi restituendocene tutta l’umanità e drammaticità. Handke in questo modo riuscirà a fare di un’esperienza singolare e privata un’esperienza sociale, la cui validità, peraltro, si rivelerà estesissima e, al contempo, a rendere la persona di sua madre una “figura” emblematica di una condizione umana, sollevandola dal suo “particolare” e affrancandola dalla casualità.

E’ un delicatissimo punto di equilibrio quello che percorre e su cui si muove Handke come egli stesso osserva: “Questi due pericoli – il semplice referto e lo scomparire indolore di una persona in una serie di frasi poetiche – rallentano la scrittura, perché a ogni frase ho paura di perdere l’equilibrio”. Ma la sensibilità di Handke si rivelerà proprio in questa sua capacità di rendere compresenti e vitali le implicazioni sociologiche insite in quei “fatti” – che, dice Handke – “sono così perentori che non c’è quasi più niente da inventare”, con la partecipazione alla soggettività implicata da quei fatti: “Un’altra particolarità di questa storia: io non mi allontano, come succede di regola,…dalla vita interiore delle figure descritte, per contemplarle – liberato e solenne – dall’esterno, quasi insetti finalmente incapsulati; ma scrivendo cerco di accostarmi, con serietà ferma e costante, a qualcuno che non posso afferrare compiutamente con nessuna frase, sicché devo ricominciare sempre daccapo senza arrivare mai all’usuale, distaccata prospettiva dall’alto”, così come lui stesso racconta.

Ed è una soggettività terribile di cui è difficile dirne così come sopportarla: “…questa storia ha veramente a che fare con l’inesprimibile, con attimi di terrore ineffabile. Tratta di momenti in cui la coscienza, per l’orrore, fa un salto; stati di terrore talmente brevi che la lingua arriva sempre troppo tardi; processi onirici così atroci che si vivono fisicamente come vermi nella coscienza”. In queste parole Hanke racchiude tutto il “ritorno” che la ricostruzione della “vicenda” di sua madre nella sua durezza e nella sua dolorosa intimità produrrà in lui e a quell’ “estremo bisogno di comunicare [che] coincide con un’estrema incapacità di parlare” egli risponderà con una prosa asciutta e apparentemente impersonale, quasi cinica, che sarà il suo modo, attraverso lo stile e nello stile, per “padroneggiare la voluttà del terrore” o che almeno egli “spera” di riuscire a padroneggiare e che, come dirà lui, finisce per essere proprio “questo forse il lato comico della storia”, consapevole di quanto quella “voluttà” fosse pervasiva e inevitabile.

La terribilità di quella storia sta nel fatto che la sua fine Handke la vede già scritta nel suo inizio: “Cominciò, insomma, che mia madre nacque, più di cinquant’anni fa nello stesso luogo in cui anche è morta”. Quel “cominciò” ci predispone, infatti, da subito, all’ineluttabilità contenuta in quell’ origine: nascita e morte, connesse e tenute insieme, ma implicitamente anche spiegate, da quell’origine, nella quale la prepotenza inappellabile della “tradizione” predispone la vita secondo modalità prestabilite e immutabili, di fronte alle quali la propria singolarità nulla può contro i condizionamenti in esse contenuti. In quell’ambiente sloveno-carinziano, rurale e isolato dal mondo in cui la madre di Handke viene al mondo, già il solo “Nascere donna,…era, a priori, nefasto…Nessuna possibilità, tutto già previsto.” Al punto che sin da bambine si veniva socializzate a un’idea della morte concepita non come orizzonte biologico ma come orizzonte sociale ed esistenziale.

Racconta infatti Handke che “Le varie fasi di un gioco che facevano le bambine di quei posti, si chiamavano: Stanca-Debole-Malata-Moribonda-Morta”. E’ un’esistenza dominata dalla rinuncia e dalle rinunce e, da subito, si sperimenta una vita “per lo più senza desideri e un poco infelici”. E quando “per la prima volta un desiderio” appare: il desiderio di studiare, esso – da chi doveva dare il “permesso” perché si realizzasse – viene liquidato con “un gesto della mano”. Sono già qui raccolte, come delle stimmate, quelle ferite che la madre di Handke porterà con sé per tutta la vita: quell’essere inascoltata, sola e incompresa che accompagneranno la sua esistenza, quell’essere relegata al ruolo di comparsa e mai riconosciuta nella sua realtà di donna e di persona.

Nata e cresciuta in quel mondo fondato sulla rinuncia ella ne sarà permeata e lo riprodurrà su di sé, finendo per cadere essa stessa nella logica della rinuncia che, nel suo caso, significherà rinuncia alla felicità e rinuncia ai desideri. L’ autoimposizione di una vita basata sull’assenza di bisogni non potrà infatti che fallire e la soppressione dei bisogni dettata dall’interiorizzazione delle regole socialmente apprese finirà per rendersi inconsapevolmente automatizzata, frustrando e inibendo l’idea stessa del desiderio. E così quella donna che pure aveva un “suo” carattere: “Mia madre aveva un carattere spavaldo” – dice Handke – ricordandosela da giovane, si perderà in quella negazione di sé, ne verrà un po’ alla volta soffocata e schiacciata, ne vivrà tutte le ricadute interiori.

Quello che Handke ci racconta è una forma e uno stato della sensibilità. Di una sensibilità tanto più dolorosa quanto essa, a fronte del suo esistere, non troverà sbocchi che le daranno la possibilità di esprimersi e riconoscersi. Una sensibilità che si ripiegherà e si nutrirà dell’inappagato e dell’irrealizzato. Il preludio alla morte fisica diventa quindi quella progressiva morte emotiva che è il centro e l’oggetto del narrare di Handke e che si fa vero e proprio percorso narrativo lungo il corso della vita di sua madre. Una vita condotta all’interno di ruoli adempiuti per convenzione ma assunti privando se stessa di qualsiasi spontaneità, fino a privarsi “di una propria storia e di propri sentimenti” dirà Handke. Al punto da “essere un niente come individuo, comunque niente di speciale”, da cui quel “Fu; divenne; divenne un niente”.

In un mondo fatto di vinti e vincitori lei era capitata fra i vinti, secondo una visione per cui il destino personale è già scritto ed esiste indipendentemente dalla persona. E così a un’immagine esterna ad uso del mondo: “Fuori il tipo del vincitore…”, si contrapponeva quella interna di vinta: “…dentro la metà più debole, l’eterno perdente”. Ed è di queste irrisolte ambivalenze che è fatta quella vita. Così colpisce quel vivere sradicati, senza essersi mai sradicati, quel vivere tragico senza alcuna gravità o epicità tragica. Il racconto di quella vita alienata diventa nelle pagine di Handke un esempio di letteratura non alienata in quanto tesa a denudare il dolore e a mostrarcene la sua violenza di fronte alla quale la ragione si rivela testimone inutile.

Le parole di Handke contengono ed evocano un profondo senso di pietas, ma anche un senso di rabbia ferita per quella vita non vissuta. E salvandola dall’anonimato Handke realizza una sorta di liberazione di quella vita da quel nulla inumano in cui essa è stata vissuta, restituendo senso alla memoria sul piano degli affetti e attestando la necessità stessa della memoria di sua madre in quanto condanna dell’indifferenza del mondo. Ma al fondo resta un che di ineffabile che è un’emozione e al tempo stesso sembra essere l’unica verità possibile, come il penetrare un segreto che resta comunque sfuggente ed oscuro. E in quel vuoto nel quale le cose si muovono c’è come un senso di spavento per come le cose si muovono per conto proprio, uno stupore davanti al funzionare imperturbato della vita anche nella morte, a quel suo inibire il dramma e continuare.

La “soluzione finale” che la madre di Handke adotterà per sé sarà infatti un gesto lucido e consapevole, premeditato e organizzato, liberatorio e a suo modo vitalistico, con cui dare e darsi un’ ultima ed estrema manifestazione della propria volontà, con cui risolvere quell’ormai irrisolvibile oltre che dolorosissima incapacità di stare al mondo. E in un’assoluta solitudine interiore ella eseguirà in modo accurato ed “igienico” i preparativi necessari, “tranquilla e felice di addormentarsi finalmente in pace” come lascerà scritto nella sua lettera di congedo al figlio, a cui questi opporrà quel “Ma io sono sicuro che non è vero” che ha in sé un rifiuto e un rimpianto a cui neanche lo scrivere potrà mai dare alcuna risposta.

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