“Storie di cronopios e di fama” – Julio Cortazar

La prima e più forte impressione che ho ricavato dalla lettura di “Storie di cronopios e di fama” è stato un grande senso di leggerezza, come se tutto ciò che si dice e che avviene lì dentro fosse senza peso: etereo e sospeso, aereo. Come se tutto ciò si svolgesse in un altrove in cui, aperta la classica botola, ci si ritrova, d’improvviso, dentro. Come si fosse piombati in un misterioso, surreale, originalissimo, stralunato paese delle meraviglie.

In realtà tutto, apparentemente, si svolge nel nostro normale mondo reale: personaggi, luoghi, oggetti, circostanze sono di questo mondo, ma è quello che viene attribuito loro che li rende speciali e straordinari. È’ il modo di raccontare, immaginare, muovere le cose che le rende spiazzanti e folli. E’ quello che viene fatto fare e viene fatto dire che trasforma il reale in irreale, il normale in fantastico, l’ordine nel disordine, l’impossibile nel possibile.
Insomma non è Another World, cioè non siamo dalle parti di Alice in Wonderland, ma piuttosto dalle parti di una sorta di Second Life che, con Alice, ha in comune solo il tributo alla dimensione onirica e l’impronta della dimensione mentale.

Perché Cortazar governa e guida le sue fantasticazioni e immaginazioni non certo abbandonandosi ad esse, con l’intento di portarci in mondi trasognati e incantati, bensì vuole farci scorgere in modo conscio e inconscio, anche malignamente talora, una seconda realtà, una figurazione che si stacca dallo sfondo della realtà reale e che si cela dietro le apparenze scontate e quotidiane in cui conduciamo abitualmente noi stessi. E’ insomma un disvelatore  Cortazar. Un disvelatore di quello che c’è ma non si vede o di quello che ci potrebbe essere ma non c’è.

In altre parole mi piace l’idea di attribuire alle astrazioni di Cortazar un valore che va oltre dei meri calembours, sul piano linguistico e che va oltre il gioco irriguardoso e irriverente, la pura fantasia al potere, sul piano contenutistico, senza per questo perdere nulla sul piano del divertimento e dello humour, della capacità di suscitare il ridicolo e di far aleggiare ventate di beffardo disincanto. Ma tornando al discorso della leggerezza, nel pensarla, mi è ovviamente venuto in mente Calvino, peraltro talmente contiguo a Cortazar che una sua Nota chiude “Storie di… “.

E rileggendo il suo noto saggio sulla Leggerezza, contenuto in “Lezioni americane”, vi ho trovato molti interessanti spunti che si prestano anche a “leggere” il Cortazar di “Storie di…”. Parlando di Kundera, Calvino dice: “Il peso del vivere per Kundera sta in ogni forma di costrizione: la fitta rete di costrizioni pubbliche e private che finisce per avvolgere ogni esistenza con nodi sempre più stretti”. Ebbene come non vedere il disvelamento che Cortazar fa del senso stesso delle costrizioni contenuto nelle “Storie” raccontate nella terza parte: “Materia plastica”; una per tutte: “Vietato introdurre biciclette”.

Dice ancora Calvino: “Nei momenti in cui il regno dell’uomo mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno e nell’ irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica” E come non ritrovare in queste parole il senso e l’atmosfera di “Storie” come “Istruzioni per salire le scale” e “Preambolo alle istruzioni per caricare l’orologio”.

“Il De rerum natura di Lucrezio” – dice Calvino – “è la prima grande opera di poesia in cui la conoscenza del mondo diventa dissoluzione della compattezza del mondo, percezione di ciò che è infinitamente minuto e mobile e leggero. Lucrezio vuole scrivere il poema della materia ma ci avverte subito che la vera realtà di questa materia è fatta di corpuscoli invisibili” Domanda: e che cosa sono in fondo i Cronopios e i Famas di Cortazar se non questo?  E sempre a proposito di Lucrezio, Calvino aggiunge: “La poesia dell’invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili, così come la poesia del nulla nascono da un poeta che non ha dubbi sulla fisicità del mondo” E qui, a me pare, c’è tutto il Cortazar di “Storie di…”

E come non vedere perfettamente applicate in Cortazar quelle tre accezioni della leggerezza che Calvino isola:
“1) un alleggerimento del linguaggio per cui i significati vengono convogliati su un tessuto verbale come senza peso, fino ad assumere la stessa rarefatta consistenza.
2) la narrazione d’un ragionamento o d’un processo psicologico in cui agiscono elementi sottili e impercettibili, o qualunque descrizione che comporti un alto grado d’astrazione.
3) una immagine figurale di leggerezza che assuma un valore emblematico”
e, con riferimento a quest’ultima accezione come non pensare a “Tartarughe e cronopios”
“Che le tartarughe siano grandi ammiratrici della velocità è cosa del tutto naturale.
Le speranze lo sanno, e se ne infischiano.
I fama lo sanno, e ne ridono.
I cronopios lo sanno e ognivolta che incontrano una tartaruga tirano fuori i gessetti colorati e sulla curva lavagna della tartaruga disegnano una rondine”

E, infine perché non vedere nel modo di fare letteratura di Cortazar una più generale “funzione esistenziale” della letteratura così come la definisce Calvino data da “la ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere” Ci sarebbero, volendo, anche altre considerazioni che fa Calvino in altre delle sue “lezioni” che si potrebbero riferire a e ritrovare in Cortazar, a proposito della “Rapidità” per esempio, che informa tutte le “Storie” di Cortazar e parlando della quale, non a caso, Calvino tira in ballo Borges e Bioy Casares, di cui cita la loro antologia Racconti brevi e straordinari, connessione questa che aprirebbe tutta una digressione sulla questione della specificità del fantastico e del finzionale nella letteratura argentina e negli scrittori argentini e del loro uso dello short format.

In questo senso va ricordato, nell’alveo di questa letteratura, anche J. Rodolfo Wilcock, argentino, amico di entrambi, traduttore in italiano di Borges e autore di quel “Lo stereoscopio dei solitari”, un perfetto esempio di letteratura fantastica e surreale in formato breve, essendo strutturato su microracconti, il che, non a caso, indusse lo stesso Wilcock a definirlo “un romanzo con settanta personaggi principali che non si incontrano mai”.

Ma, in conclusione, ci tengo però a riportare un brano di Carlo Levi a proposito del Tristram Shandy di Sterne, riportato da Calvino, il quale ammette la sua stessa sorpresa quando dice “Carlo Levi, che pochi immaginerebbero come un ammiratore di Sterne” e in cui si fa riferimento all’orologio e alla linea. Ebbene l’orologio e la linea sono oggetto di due delle più belle “Storie” di Cortazar: “Istruzioni per caricare l’orologio” e “Le linee della mano” e, in entrambe, Cortazar “gioca” col tema della morte. In questo senso fa quasi impressione come Carlo Levi non solo tratti, parlando del Tristram Shandy, dell’orologio e della linea, ma lo fa connettendo entrambi, orologio e linea, al tema della morte e negli stessi termini di Cortazar.

Dice Carlo Levi a proposito dell’orologio: “L’orologio è il primo simbolo di Shandy, sotto il suo influsso egli viene generato, ed iniziano le sue disgrazie, che sono tutt’uno con questo segno del tempo. La morte sta nascosta negli orologi, come diceva il Belli; e l’infelicità della vita individuale, di questo frammento, di questa cosa scissa e disgregata, e priva di tonalità: la morte, che è il tempo, il tempo della individuazione, della separazione, l’astratto tempo che rotola verso la sua fine”

Dice a sua volta Cortazar: “Laggiù sta la morte, ma niente paura. afferra l’orologio con una mano, prendi con due dita la chiavetta, falla girare dolcemente. Adesso si apre un altro periodo…” ma poi “ciascuna delle cose che si potevano raggiungere e che fu dimenticata sta corrodendo le vene dell’orologio, incancrenendo il freddo sangue dei suoi piccoli rubini. E laggiù sta la morte se non corriamo e arriviamo prima e non comprendiamo che non ha più nessuna importanza.”

E sempre Carlo Levi, con riferimento alla linea, dice: “Se la linea retta è la più breve tra due punti fatali e inevitabili, le digressioni la allungheranno: e se queste digressioni diventeranno così complesse, aggrovigliate, tortuose, così rapide da far perdere le proprie tracce, chissà che la morte non ci trovi più, che il tempo si smarrisca, e che possiamo restare celati nei mutevoli nascondigli”

Perché, in Cortazar che sapeva probabilmente i pericoli insiti nella linea retta, la linea non fa digressioni “e con un ultimo sforzo si rifugia nel palmo della mano destra che in quell’istante comincia a premere il grilletto di una pistola”.

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