“Storia nel crepuscolo” – Stefan Zweig

I tre racconti contenuti in questa raccolta (S. Zweig – “Storia nel crepuscolo” – Passigli Editore – 1993) a cui, il primo di essi: “Storia nel crepuscolo” dà il titolo, compongono, insieme a un quarto racconto: “Bruciante segreto”, non presente in questa raccolta, una delle opere più note di Stefan Zweig, il cui titolo originale è: “Erstes Erlebnis quattro storie dal paese dei bambini”, la cui edizione integrale, da noi, è stata pubblicata nel ’63 (BUR – Rizzoli) con il titolo “Quattro storie della prima esperienza”.

Oggetto di questi racconti sono i turbamenti vissuti dai diversi protagonisti tutti bambini o adolescenti, di fronte alle emozioni e ai sentimenti suscitati in loro da passioni d’amore, legami affettivi, amori impossibili. In tutti e tre i racconti ci troviamo infatti di fronte ad una “prima esperienza” attraverso la quale da una parte si scoprono le proprie sensibilità e si vivono i primi istinti e i primi desideri, dall’altra si subiscono le prime delusioni e si sperimentano i primi disincanti e le prime frustrazioni.

Zweig lungi da qualsiasi “lieto fine” o compatimento fissa, invece, con precisione il momento della rottura interiore che si verifica nel passaggio dall’ innocenza e inesperienza dell’infanzia e della prima adolescenza alla intensità ma anche dolorosità emotiva determinata da queste prime esperienze, le quali irrompono nella vita dei protagonisti, proiettandoli inesorabilmente verso quella condizione adulta di cui assaggeranno, da subito, tutta l’amarezza.

In questo senso, riprendendo il titolo di un altro racconto di Zweig: “Sovvertimento dei sensi”, possiamo dire che in questi racconti assistiamo, a tutti gli effetti, ad un sovvertimento dei sensi inteso nella sua duplicità, in quanto Zweig ci descrive sia il suo contenuto di novità positiva quando è scoperta esaltante di una parte di sé, sia la forma che il sovvertimento assume allorché diventa scoperta della propria infelicità. Peraltro questi racconti, scritti nel 1911 possiedono echi di impronta psicanalitica, essendo, non a caso, stati considerati racconti “dove il freudismo fa la sua prima apparizione” ( in “Indicazioni Bibliografiche” p. 106 in S. Zweig – “Novella degli scacchi” – Garzanti – 2009). Zweig, peraltro, era un assertore della psicanalisi e frequentò personalmente Freud.

Così, nel primo racconto, “Storia nel crepuscolo” siamo al centro di una vicenda di amori non corrisposti fra il quindicenne Bob innamorato della cugina Margot che però non se lo fila e l’altra cugina Elisabeth, innamorata a sua volta di Bob ma, da questi, non ricambiata. Per Bob sarà un’esperienza assoluta:”…in un solo attimo della sua vita era riuscito a congiungere così strettamente entrambe le sensazioni, quella dell’amare e quella dell’essere amato…”, che però lo segnerà per sempre. Nella quale “brucerà” ogni presente e futura passione d’amore e all’incompiutezza di quella singola esperienza si accompagnerà l’incompiutezza come condizione permanente della sua vita: “Margot ed Elisabeth si erano sposate entrambe, ma egli non aveva più voluto rivederle, perché il ricordo di quelle ore lo assaliva a volte con tanta violenza, che tutta la sua vita, poi, gli sembrò solo sogno e apparenza in confronto alla realtà di quel ricordo. Egli è diventato uno di quegli uomini che non riescono più a trovare alcun legame con l’amore e con le donne…”.

Nel secondo racconto: “La governante”, forse il più impietoso e lacerante, è il mondo degli affetti quello messo in gioco dalla “prima esperienza” di cui protagoniste sono due bambine, tra loro sorelle e, insieme ad esse, la loro governante. Quest’ultima messa incinta da un cugino delle bambine che viveva in casa con loro, il quale si deresponsabilizzerà delle conseguenze, viene allontanata, senza pietà, dalla madre delle bambine, la quale, avendo scoperto la relazione intrattenuta dalla governante la reputerà gravemente immorale per l’educazione delle figlie e, da qui, il suo drastico allontanamento.

Ma le bambine, intensamente legate alla loro affettuosa ed affabile governante, non solo soffriranno profondamente per la perdita che ne deriverà, ma vivranno altresì il disorientamento e l’incomprensibilità insita nella vicenda, laddove equivocando, nella loro inconsapevolezza, sul reale significato della frase che la governante pronuncerà in un colloqui con il suo amante: “Io ho un bambino tuo”, non capendo che la governante è incinta perché: “Come può avere un bambino? Non è sposata, e soltanto le persone sposate possono avere bambini, questo lo so” dirà la più piccola delle due sorelle, si alambiccheranno di fronte a quello che per loro è un mistero ed un arcano, salvo stabilire con se stesse che ella ha comunque, da qualche parte, un bambino suo e quindi ancor più spietato, apparirà loro, il severo comportamento della madre. Ma nessuno “spiegherà” alle bambine le cose come stanno, lasciandole sole di fronte a questi eventi, vittime di decisioni unilaterali che, pur riguardandole, passeranno sopra la loro testa.

E, in questo senso, quello che dà valore e spessore a questo racconto è proprio la descrizione e l’analisi della progressiva scoperta del mondo adulto da parte delle bambine. Un mondo fatto di ambiguità, di false verità, di ingiustificate e incomprensibili ingiustizie, che appare loro estraneo ed impenetrabile, salvo produrre in esse l’inesorabile e irreversibile disvelamento che la dolce e innocente infanzia è finita e che è iniziata la triste e implacabile scoperta della vita : “…le bambine sono molto cambiate. Non giocano più, nel loro sorriso e nei loro occhi non c’è più la luce gaia e spensierata di un tempo. In loro c’è adesso inquietudine e incertezza, una sfiducia cattiva verso tutte le persone che le circondano. Non credono più a quello che si dice loro, dietro ogni parola fiutano la menzogna e la malafede…La loro fede infantile, quella cecità serena e spensierata è caduta dai loro occhi come un velo…si sono chiuse in se stesse come in agguato, facendosi scaltre e bugiarde a loro volta.”.

Il terzo racconto: “Novelletta d’estate” ha come oggetto il tema della manipolazione dei sentimenti altrui. Un anziano signore invia, senza firmarle, lettere piene di effusioni e tenerezze, insomma lettere d’amore, ad una giovane ragazza tedesca, villeggiante come lui nello stesso albergo sul lago di Como, per farle provare l’emozione dell’innamoramento, avendone osservato già prorompere la femminilità, se pur ancora la ragazza appaia acerba e inesperta e vederne, ovviamente, nel contempo, l’effetto.

E, infatti, le lettere susciteranno profonde e turbanti emozioni nella ragazza che animata da quel misterioso epistolario uscirà da un suo certo grigiore, caricandosi e facendosi vieppiù attraente, attratta dall’ intrigo insito nella vicenda. Senonché, allorquando la ragazza crede di avere scoperto, in un bel ragazzo incontrato sul molo, che le manifesta il suo interesse, il misterioso autore delle lettere, impressione che l’anziano signore, che ha visto la scena, alimenta scrivendole un’ulteriore lettera, facendo in modo che appaia come fosse stata scritta dal ragazzo, la giovane tedesca subirà l’inevitabile delusione. La madre e la zia con cui la ragazza è lì in vacanza decidono di ripartire da un giorno all’altro, spezzando inconsapevolmente sul nascere la sua storia d’amore, presumibilmente la sua prima storia d’amore, che si trasformerà da una prima esperienza potenzialmente gioiosa ad una prima esperienza segnata dall’ impossibilità e dalla rinuncia.

Da questi racconti si evidenzia quindi, assai chiaramente, come Zweig fosse attratto dai temi del disincanto e della perdita, comuni a tanta letteratura del primo ‘900, anche se affrontati in una chiave per così dire “rosa” e intimista. In tal senso, proprio prendendo spunto da ciò, va detto dello stile e del tipo di prosa usata da Zweig. Essa appare infatti, molte volte, aulica e ridondante, volta a produrre effetti melodrammatici e talora edulcorati, coerente, in tal senso, con la contestualizzazione sentimentale di cui si diceva, il che però, paradossalmente, contrasta con l’indubbia perentorietà e inesorabilità degli eventi  narrati e con la lucidità dell’introspezione. Tanto che persino Zweig sembra essere consapevole di questo suo prosare aulico, facendocene partecipi allorché in “Novelletta d’estate” fa dire all’ anziano signore nonché voce narrante: “…io racconto in uno stile ampolloso, lirico, ampio, sentimentale, noioso. Si,…ora sarò più breve.”

Insomma si ha quasi l’impressione che Zweig volesse deliberatamente esasperare o forse anche “nascondere”, in uno stile volutamente emozionale e ad effetto, di facile presa soprattutto per i lettori di quel tempo, la messa a nudo e la rottura proprio di quei cliché sentimentali, stereotipati ed edulcorati, sull’ infanzia e la giovinezza, che apparentemente la sua prosa sembra alimentare, avendo bensì l’obiettivo di evidenziare le ambivalenze e le ambiguità del mondo adulto e della vita adulta con cui i suoi personaggi giovanili fanno amaramente e inesorabilmente i conti ma, soprattutto di evidenziare quelle pulsioni fatte di eros e thanatos, di odio e amore, di inclusione ed esclusione che, sin dalle “prime esperienze” sperimentiamo, oggi come allora, tutti noi.

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