“Suburbio e fuga” – Raymond Queneau

Jacques L’Aumone (J.L.) è di quel di Rueil. Lì ci vive anche Louis Philippe des Cigales, il poeta, che “A Rueil è conosciuto”, ma “Disgraziatamente appena passata la Senna non mi si conosce più” ammette amareggiato il des Cigales, il quale però pare essere di nobili origini. E allora, per il nostro J.L. – quando “alzatosi di tavola al momento dell’insalata forzò lo stipetto della mamma e vi scoperse un epistolario comprovante in modo certo la propria filiazione adulterina”, risultando il di lui padre il suddetto des Cigales – fu un attimo vedersi risalire l’intera linea genealogica della nobiltà francese, sentirsi già acquisito nella linea dinastica della monarchia e alé “salire al trono di Francia col nome di Jacques I, primo del nome e fondatore della dinastia dei Laumoningi”

Finito di mangiare, perché J.L. si trova ancora lì a tavola con mamma e papà, chiede: “Papà posso andare al cinematografo?” E qui, al cinematografo, ci risiamo di nuovo. Appare sullo schermo “un fusto a prova di bomba, e J. non è affatto stupito di riconoscere in lui Jacques L’Aumone. Come mai è lì? Abbastanza semplice. Dopo avere abdicato per motivi noti a lui solo Jacques, Conte des Cigales ha lasciato l’Europa per le Americhe e il primo mestiere che ha scelto di fare in quelle regioni lontane è il mestiere del fuorilegge” e via con tutta una serie di avventure nelle praterie americane che, a dire il vero, sarebbero quelle del film, ma in cui è J.L. a farla da padrone.

Finito questo di film ne inizia un altro che parla di un inventore e il nostro J. non può non interessarsene. Adesso “è ingegnere…e lavora a parecchie invenzioni sensazionali” e lavora che ti lavora “diventa miliardario e di conseguenza l’uomo più potente del mondo. Risale sul trono dei Laumoningi e finalmente è proclamato Governatore del Globo.”

Ma, si dirà, J.L era così da ragazzino poi, diventato grande, gli sarà passata. Macchè. J.L. adesso è cresciuto e fa la sua vita. La sua vita? Magari avesse una vita, il punto è che J.L. ne ha una marea di vite. Mentre al mattino è lì in bagno e “il pelo insaponato gli scompariva dalle guance falciato dalla gillette”, si ricorda di essere stato già a sette anni un grande musicista. “Finito lo zumzum”, connesso alla rievocazione infantile, esce, passa dalla portineria per prendere la posta e detto fatto si identifica con il marito rimbambito della portinaia e, così come fa questi, si mette a ripetere all’ unisono con lui “vabbebbne ammemme vabbebbene eccome”.

Adesso frequenta una palestra di pugilato e da anonimo dilettante qual è arriva in men che non si dica al “campionato del Mondo quello a Madison Square…ancora per qualche anno J.L. difese il titolo. Poi vi rinuncia spontaneamente, si ritira nel Texas, prende moglie, coltiva cotone fumando oppio, compra una goletta, fa il giro del mondo, perisce in un naufragio e il suo fantasma emerso dall’ Oceano Pacifico arrivando pian pianino portato dalle acque fin sulle coste della Cina prende il bastone di pellegrino della memoria e scivola pia pianino radendo il suolo fino alla città di Parigi…non lungi da quei luoghi ove germogliò la vocazione boxistica di J.L. che si guarda attorno” Tiriamo un bel sospiro, siamo ritornati nella realtà, non prima però di un’ultima sardonica avventura nei panni di fantasma, dopo la quale finalmente ce lo ritroviamo sulla porta del Twin – Twin Bar dove “si offerse un coctel” e puntò “cento franchi…su un cavallino…Pidocchietto nella terza”

Si potrebbe andare avanti così fino alla fine perché il nostro J.L. è un irrefrenabile sognatore che, in un batter d’occhio, si dimentica chi è veramente e si immedesima in un “personaggio”: “a volte Jacques segue un personaggio della strada non tanto per scoprire chi è quanto per rivestirsi delle sue spoglie per qualche minuto”. Ma J.L è anche un uomo occupato a rifarsi una vita dopo l’altra che, invece di stare in una sua realtà, sta nelle più svariate realtà che gli altri, il mondo, gli snocciolano davanti, spesse volte suo malgrado: sarà infatti, tra le altre cose, venditore a poeti “incompresi” di pagine di una truffaldina “ antologia di grandi poeti contemporanei incompresi”, che non uscirà mai.

Lavorerà come chimico negli Stabilimenti Baponot che producono Misture per Conigliere e Porcili con il compito di studiare come ottenere una razza di pidocchi giganti, obiettivo che come ovvio non raggiungerà essendo, oltretutto, più attratto dal teatro che dalla chimica. E allora eccotelo che pianta una moglie e un figlio, oltre che il posto di chimico, per seguire una compagnia di avanspettacolo, tra le cui fila vi è la cantante Rojana, di cui si è innamorato, salvo scoprire che è Camille, quella Camille con cui filavano da ragazzini, la quale però adesso, da grande, non ha alcuna intenzione di filarselo, insomma anche su questo piano che, per “convenzione”, chiamiamo della realtà si potrebbe andare avanti così sino alla fine.

Perché, in sostanza, J.L., non ha un destino ma tanti destini che riassorbe in sé. Ma tra quando è sognatore e quando è occupato con la vita non è che si capisca sempre così bene la differenza. E così quando J.L. passa dalla realtà al sogno e quando passa da una vita all’altra, sembra, in fondo, che avvenga sempre nello stesso modo. Perché in entrambi i casi J.L. è un uomo in perenne movimento. Sia da un luogo all’altro: tanto che il titolo originale dato da Queneau era “Loin de Rueil” – Lontano da Rueil-; ma anche “Suburbio e fuga”, che pare fu ispirato da Calvino, richiama bene il concetto. Ma soprattutto perché nella vita reale tutte le realtà gli presentano prima o poi il conto e allora alè si passa ad altro, che sia un sogno o che sia un’altra realtà non fa poi molta differenza, al punto che arriva un momento in cui J.L., preso dal desiderio di spogliarsi di qualsiasi vanità terrena e di raggiungere una sorta di annullamento di sé, progetta pure di diventare santo, così da trascendersi definitivamente.

Ma su questa strada quale poteva essere la migliore soluzione per J.L. volendo stare a cavallo tra annullamento di sé e la sua vocazione a moltiplicare le identità? A stare insomma in una realtà da sogno in cui non si è più se stessi ma si è sempre qualcuno? Ma quella del divo del cinema ovviamente. E così J.L. finirà a Hollywood, divo dei film western con il nome d’arte di James Charity, trasposizione inglese di Aumone, che, en passant, sta per elemosina. E nel film che lo consacrerà, il cui titolo è già un programma di evanescenza: “La pelle dei sogni”, si vede prima Jacques/James che ragazzino, tra il pubblico di un cinema, entra nello schermo di un film di cow-boy e fa il cow-boy, “poi esce dalla tela, ridiscende dalla scena e torna al proprio posto, nuovamente ragazzino [poi] cresce…eccolo esploratore, inventore, artista, boxeur, ladro. Sogna, sogna sempre, dove lo porteranno i suoi sogni?” E così in un crescendo e in un’apoteosi di se stesso James Charity sarà l’attore che interpreta il personaggio o meglio i personaggi interpretati a sua volta nella vita da Jacques L’Aumone che poi è sempre James Charity che poi è sempre Jacques L’Aumone.

Squisito surrealismo, gioco infinito degli incastri e dei rimandi, personaggi-caricatura a non finire, sfalsamento dei piani narrativi, improvvisazioni e invenzioni linguistiche quasi dadaiste, leggerezza e levità, poeticità e comicità mai in conflitto tra loro, realtà e finzione che si alternano senza posa e si confondono costantemente e quindi in conclusione tanta ambiguità, questo è “Suburbio e fuga”. Perché come ha scritto Franco Fortini: “tutto Queneau, è sotto il segno dell’ambiguità” (F.Fortini – Nota del traduttore in R. Queneau – “Zazie nel metrò” – Einaudi – 1981 – pg.197)

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