“Mai devi domandarmi” – Natalia Ginzburg

Perle di saggezza; tocchi di poesia; reminescenze e nostalgie; insegnamenti della vita; ricordi e affetti; paure e angosce; infanzia, adolescenza, giovinezza, età adulta; letture; consapevolezze di sé; onestà intellettuali; senso della storia; rifiuto delle ideologie; disincanto verso il contemporaneo per il contemporaneo; ricerca di senso; contrasti: semplicità/complessità, piccolo/grande, vita quotidiana/vita in generale. Sono questi alcuni dei riferimenti contenuti in “Mai devi domandarmi”, raccolta di scritti della Ginzburg (G.), di cui, la maggior parte, pubblicati tra il ’68 e il ’70 sulla “Stampa”.

“Mai devi domandarmi” è un singolare esempio di “narrativa giornalistica” dove il taglio breve di tipo giornalistico viene gestito narrativamente dalla G. che, a partire da spunti semplici e contingenti riesce a costruire un percorso narrativo sia all’interno del singolo “pezzo”, sia attraverso la messa in sequenza dei pezzi. Tale sequenza lungi dal dare un senso di frammentarietà e di mera giustapposizione di cose diverse tra loro finisce invece per mantenere una sua unitarietà, vuoi per la continuità dello stile della scrittura, vuoi per una sorta di effetto autobiografico che se ne ricava, dato il costante rimando ad esperienze vissute dalla scrittrice e alle riflessioni che su di esse ne ha fatto. E, proprio per effetto di questo “contenuto narrativo”, “Mai devi domandarmi”, pur nella sua semplicità, mantiene una freschezza e una leggerezza che né il tempo trascorso, né le contingenze che lo hanno generato, hanno indebolito.

In esso si respira in pieno quello che Calvino scrisse nel ’61 in merito, più in generale, all’opera della G.: “Il segreto della semplicità di Natalia è qui: questa voce che dice “io” ha sempre di fronte personaggi che stima superiori a lei, situazioni che sembrano troppo complesse per le sue forze, e i mezzi linguistici e concettuali che essa usa per rappresentarli sono sempre un po’ al di sotto delle esigenze. Ed è da questa sproporzione che nasce la tensione poetica. La poesia è sempre stata questo: far passare il mare in un imbuto” (I. Calvino – “Natalia Ginzburg o le possibilità del romanzo borghese”, in “L’Europa letteraria”, 1961).

Ed è forse proprio da questa semplicità di riferimenti alla vita quotidiana e ai suoi accadimenti, alle piccole e grandi incertezze della vita, al non pretender da sè e dagli altri di più di quello che possono dare che nasce il senso e nello stesso tempo la poesia che scaturisce dalle pagine di “Mai devi domandarmi” e, forse, dalla scrittura della G. in generale come, peraltro, lei stessa fa intendere nell’ultimo dei pezzi che compongono il libro intitolato, non a caso, “Ritratto di scrittore”: “Lo scrittore….Non ha più nessuna voglia di inventare. Non sa se è perché è stanco e la sua fantasia è morta – era sempre misera, gracile e malata, e adesso è morta – o se invece perché ha capito che lui non era fatto per inventare ma per raccontare cose che aveva capito di altri o di sé o cose che gli erano realmente accadute”.

Ma in questo parlare di cose realmente accadute il pregio maggiore della G. sta nella sua capacità e sensibilità di descrivere tali cose in modo stupito e interrogativo, quasi scoprendole a se stessa e dando loro sensi e significati altri e inattesi rispetto a quelli inizialmente percepiti. E questo genera e suscita quel senso di poesia, di cui si è detto, che ho trovato ricorrere in molte pagine di “Mai devi domandarmi” come, per esempio, attesta questo breve brano: “Tutta la vita ho sempre sentito grande curiosità di vedere villaggi, ovunque , nella realtà e nei quadri. Quando sono in treno, guardo e scelgo nella campagna villaggi dove forse vorrei vivere. Nello stesso tempo, mentre penso la mia vita perduta in mezzo a prati o rocce o abbarbicata sull’alto di una collina, mi prende una sensazione pungente di vertigine e malinconia. Perché unito al desiderio di abitare in campagna, vive in me non meno forte e profondo il sospetto che vivendo in campagna mi struggerei di noia e solitudine. Ma nelle pieghe di quella noia si nasconde per me un incanto segreto”.

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