“C’era due volte il barone Lamberto” – Gianni Rodari

In una sua poesia: “La gioia di scrivere”, la grande poetessa polacca Wislawa Szymborska, a proposito dell’esperienza dello scrivere, dice:
“Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà finchè lo dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà una foglia,
nè uno stelo si piegherà sotto il punto del piccolo
zoccolo.

C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere che a mio comando è incessante?

La gioia di scrivere.
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale.”

(In W. Szymborska – “Vista con granello di sabbia” – Adelphi – 1998 – pg.55)

E Rodari stesso, invitandoci, nell’Epilogo di “C’era due volte il barone Lamberto”, ad aggiungere “al libro un capitolo o due. O anche tredici”, qualora fossimo rimasti scontenti del finale, ci lascia con quest’ultima frase: “Mai lasciarsi spaventare dalle parole”. E così riprendendo le parole della Szymborska e il titolo della sua poesia e considerando la posizione di Rodari verso “le parole”, possiamo dire che, senza ombra di dubbio, “C’era due volte il barone Lamberto” è una delle più felici e riuscite dimostrazioni di che cosa sia la gioia di scrivere.

Di come si possa, con la scrittura, creare un mondo, liberare la mente, crearsi una propria verità. Perché, a fronte di un mondo reale che ne dovrebbe essere pieno e che in realtà ne è privo, l’unica verità possibile è la verità della nostra fantasia e quindi tante più fantasie ci saranno, tante più verità ci saranno, tutte legittime e possibili. Realtà e irrealtà, vero e falso, sono dimensioni che in “C’era due volte il barone Lamberto” perdono di significato e vengono ricollocate da Rodari in un altrove, dove tutto diventa immaginario, pure ciò che di reale comunque c’è, come le bellissime descrizioni del lago d’Orta, dell’isola di San Giulio, dei centri rivieraschi lungo il lago.

Il suo è un mondo alla rovescia che sta perfettamente in piedi, come il lago d’Orta che, come ci dice Rodari stesso nell’Epilogo, “E’ un lago che fa di testa sua.Un originale che,invece di mandare le sue acque a sud, come fanno disciplinatamente il lago Maggiore, il lago di Como e il lago di Garda, le manda a nord”, un paradosso della natura, che diventa una metafora perfetta di ciò che accade e si racconta in “C’era due volte il barone Lamberto”.

Detto ciò Rodari è un esempio impareggiabile di leggerezza di stile, di intelligenza nelle inventive e nelle trovate, che sono sempre divertenti, spassose, originali, accattivanti. Colpiscono poi le connessioni e gli incastri tra le vicende narrate, una sceneggiatura perfetta, quasi che il raccontare fosse l’ingranaggio di un orologio, in cui nulla si perde e tutto si mantiene. Comunque la cosa forse più importante, secondo me, è che “C’era due volte il barone Lamberto” è, in fondo, una grande metafora di come si possa, volendo, restare o meglio ancora tornare ad essere fanciulli, così come, nella realtà inventata di Rodari, accade davvero al barone Lamberto nel finale. Come dire che, in fondo, se vogliamo, tutti possiamo concederci, prima o poi, di vivere due volte.

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