“La parete” – Marlen Haushofer

“La parete” è un romanzo sul costringersi a non abbandonarsi alla follia, laddove tutto indurrebbe ad abbandonarsi ad essa. La follia è il limite estremo da non oltrepassare. Superarlo significa annientarsi, non superarlo proteggersi. La follia è prima di tutto in quella “parete”: “allungai una mano e toccai qualcosa di freddo e di liscio”.

Questa descrizione è la descrizione di un muro invisibile perché trasparente, quindi apparentemente virtuale ma, in realtà, solidissimo e invalicabile. Una muraglia senza inizio né fine che, sorta all’improvviso una notte, isola dal resto del mondo la protagonista del romanzo. Ma questa prima follia ne introduce una seconda e cioè la follia della catastrofe: al di là della parete non vi è più alcun segno di vita. Quindi, al di qua di quella parete, non c’è solo un essere isolato dal mondo ma vi è un essere che potrebbe essere l’unico essere umano rimasto al mondo.

Giacché, là dove la protagonista si trova, è un estremo lembo di terra, una zona di alta montagna, già essa stessa isolata a ridosso di pascoli e alpeggi. E, attraverso quella parete, ella vede, fin là dove arriva il suo sguardo, che tutto è morto: animali e uomini sono come pietrificati. Né in cielo né in terra non si muove più, da quella parte, alcun essere. Solo la natura vegetale continua anche da quella parte il suo corso, immutata e rigogliosa. Vi è quindi una follia più generale che avvolge tutto e cioè quella dell’inspiegabilità. Non sapendo che cosa è accaduto non è neanche possibile prevedere che cosa potrà accadere e, soprattutto, se accadrà qualcosa.

Alla condizione di isolamento ed esclusione dal mondo subentra ben presto quella della cattività. La protagonista si rende conto che, per effetto di quella parete e di ciò che è accaduto dietro di essa, ella si trova come chiusa in una gabbia. Come fosse in una prigione nella quale non vi sono neanche più i secondini. E che se non vuole morire e, soprattutto, se non vuole impazzire, deve farsi secondino di se stessa.

Molti hanno paragonato “La parete” a “Robinson Crusoe” ma le differenze sono enormi. In “Robinson Crusoe” nulla è inspiegabile. Lì c’è un naufragio che dà origine agli eventi. E poi lì c’è sempre la speranza che il mondo riappaia perché è pur sempre nel mondo che quella vicenda si svolge. Ne “La parete” non è data alcuna spiegazione, nulla è più certo, si sa solo che è intervenuta una mutazione nel mondo e quindi il mondo così come lo conosciamo e come lo conosce la protagonista non è più quello di prima. Quindi non è più possibile fare deduzioni logiche, affidarsi a speranze che siano nel novero delle cose, poter credere che se ne possa uscire. Verrebbe pertanto, comprensibilmente, da impazzire, da lasciarsi andare alla follia come unica conseguenza logica.

Ma, a quell’istinto, ne “La parete” se ne contrappone un altro: l’istinto di protezione. Non solo l’istinto di protezione dalle innumerevoli minacce che potrebbero adesso incombere, ma proprio l’istinto di protezione dalla follia. Ed è a quest’ultima che la protagonista de “La parete” opporrà resistenza e contro di essa si proteggerà decidendo di non abbandonarvisi, accudendo se stessa e gli animali che, come lei, al di qua de “la parete” sono sopravvissuti. In questo senso, anche da questo punto di vista, rispetto a “Robinson Crusoe”, “La parete” è un romanzo chiuso e che si chiude all’esterno. La protagonista de “La parete” non si accudisce per mantenersi viva e vegeta in attesa dei suoi salvatori, non scruta in lontananza per vedere se arrivi qualcuno, non guarda al futuro. Costretta a separarsi dal mondo, ella si insedia in questa condizione e ne sperimenta, ne vive e ne consuma tutta la drammatica fatica, sapendo che quella fatica è l’unica salvezza dal baratro in cui può precipitare in qualsiasi momento.

Il raccontare della Haushofer è ossessivo e implacabile. Descrive la trasformazione che la protagonista mette in atto, diventando, lei che aveva poche o nulle esperienze precedenti del genere, prima agricoltore, poi, via via, allevatore, cacciatore, nonché molte altre cose a cui la sopravvivenza la metterà di fronte. Diventando, infine, non da ultimo, capace di quell’ininterrotto dialogo fatto soprattutto di intima e muta comprensione, ma anche di parola e di parole, con quegli animali: un cane, una gatta e i suoi piccoli, una mucca e il suo vitello, con cui convivrà e con cui si instaurerà un rapporto di mutuo soccorso in nome della reciproca sopravvivenza sia fisica che affettiva, creandosi tra essere umano e animali un’interdipendenza totale che li proteggerà dall’abbandono e quindi dalla morte che ne sarebbe potuta derivare.

Perché la morte si materializzerà ma mai come conseguenza di un abbandono essendo la cura che la protagonista avrà per i suoi animali smisurata, ricevendone in cambio tutte le attenzioni che la loro natura consente loro. Ma quella che l’Haushofer ci racconta non è una favola, ma è un terribile calvario per imporsi di vivere. Dove non è mai consentito abbandonarsi a se stessi, dove la vita è scandita dai cicli naturali a cui non ci si può sottrarre, dove il pericolo e i pericoli e le relative paure possono essere tanti e imprevedibili, come in un ritornare ai primordi della vita nella sua più cruda e crudele essenzialità.

Nella meticolosità e nella maniacalità, con cui descrive il susseguirsi dei giorni e delle stagioni, l’accadere degli eventi, il ricorrere delle azioni della vita quotidiana, i razionamenti continui, lo sfruttamento calcolatissimo delle risorse, il pauperismo che permea ogni cosa, le piccole e grandi emozioni per tutto ciò che lì accade, la Haushofer riesce a rendere il nulla che vi è in quella terribile esistenza che è anche, nello stesso tempo, ciò che riempie quel nulla e gli dà un senso. Con un linguaggio che è poetico e al tempo stesso espressione di un trovarsi sempre a un passo dal crollo, la Haushofer riproduce gli sfinimenti insiti in quella situazione, la rassegnazione incorporata in quel quotidiano a cui non ci si può sottrarre, il rifugiarsi stesso nel linguaggio, tramite cui la protagonista dà vita a questa sua “cronaca”, così come lei la chiama.

Laddove anche questa “cronaca” si erge come una risorsa contro l’incombere della pazzia: “Non scrivo per il gusto di scrivere; vi sono costretta dalle circostanze, se non voglio perdere la ragione”. Essendo che anche questa risorsa è esaurita nell’ incombente esaurirsi delle risorse, giacché, nelle ultime righe, dirà: “Oggi 25 febbraio concludo la mia cronaca. Non mi è rimasto un foglio di carta.”

Pur mantenendo un senso di suspense costante e pur aleggiando in tutto il romanzo un clima apocalittico, “La parete” nulla ha a che vedere con la relativa letteratura di genere, essendo invece un’opera che ha forti implicazioni metaforiche. Scrive nella postfazione Gunhild Schneider: “Molto spesso nei romanzi della Haushofer troviamo delle persone, per lo più donne, che si negano, che si ritirano in una stanza appartata (“La porta tappezzata” 1957), in una sordità psicosomatica (“La mansarda” 1969), che fingono la propria morte per poter incominciare una nuova vita (“Una manciata di vita” 1955), oppure nel modo più radicale, nella “Parete” (1963), pietrificando il mondo intorno a sé, uccidendolo per potere, loro, continuare a vivere. In mezzo al bosco l’io narrante senza nome si è costruito la sua Utopia personale: tutte le influenze esteriori, tramite la parete, vengono tenute lontane dalla micro-società formata dalla donna e dai suoi animali. Mentre nell’utopia classica l’eroe si allontana dal suo mondo per poter realizzare i propri ideali di una vita migliore, nel romanzo della parete “l’eroina” elimina il mondo diventato insopportabile”

In questo senso la stessa protagonista del romanzo, a un certo punto, parlando de la “parete” dice: “Forse la parete non era che l’ultimo tentativo di un essere torturato che doveva evadere; evadere o impazzire.” E, in questa frase, ella racchiude l’unica spiegazione che riesce a darsi di quella parete. Il rischio di impazzire che la protagonista vive quotidianamente nella sua prigione alpestre esisteva quindi anche nel mondo e da quel rischio sarebbe fuggita, chiudendosi dietro la parete, quell’  “essere torturato” che aveva di fronte solo quelle due possibilità: “evadere o impazzire”. Viene quindi da chiedersi se la questione è: proteggersi dalla parete? Oppure: sentirsi protetti dalla parete?

Quell’ ”essere torturato” non sarebbe quindi minacciato dalla parete, ma al contrario, sarebbe evaso dal mondo che era la sua prigione e avrebbe riacquistato la sua libertà rifugiandosi dietro la parete che si sarebbe erta a sua protezione. I confini fra realtà, percezione della realtà e proiezioni nella realtà si confondono e si mescolano. La protagonista nel riferirsi a quell’ ”essere torturato” lo fa in modo impersonale ed anonimo, non sappiamo chi è, ma veniamo indotti a pensare che quella parete sarebbe stata generata per effetto di una volontà soggettiva, come atto di un pensiero che l’ha pensata e fatta sorgere, come una proiezione nella realtà di un proprio desiderio.

E che la protagonista fosse stanca del mondo e della vita che ella vi conduceva traspare ripetutamente nei suoi soliloqui. Mancanza di affetti, senso di perdita dei legami naturali e acquisiti: progressivo distacco e indifferenza nei rapporti con le figlie e il marito, senso diffuso di alienazione e solitudine, noia, ricorrono nei suoi ricordi di quel mondo da cui proviene, nei cui confronti non trapela mai alcun rimpianto. Ma se la protagonista facendo sua quella parete ha così inteso “proiettarsi” fuori dal mondo e ricostruire insieme ai suoi animali e con il suo sfiancante lavoro quotidiano la perduta realtà degli affetti e del senso, anche questa speranza è stata vana.

Perché anche dietro la parete la vita è terribile e disumana e quel rischio di impazzire permane irrisolto. Non è quindi certo il ritorno alla natura che può salvare dalla follia e dalla solitudine. Né è dato lontanamente immaginare un ricongiungersi della donna con l’uomo, nella prospettiva di una rinascita e di una rifondazione di una nuova era. L’apparire improvviso sull’alpe di quell’uomo: l’ ultimo uomo? spuntato dal nulla che, con cieca e devastante violenza ucciderà in modo barbaro e ancestrale l’amato cane e il prezioso vitello – il cui nome Toro è di per sé evocativo di vita, in virtù della sua funzione di riproduttore della vita – distruggerà l’idea stessa di un nuovo mondo.

Ucciso l’uomo, la donna si ritirerà nel suo rifugio a valle dell’alpe, intenta a proseguire quella sua missione basata sul vivere come unico antidoto alla pazzia e alla morte e, con queste parole, chiuderà la sua “cronaca”: “Quando verrà il tempo senza fuoco e senza munizioni, me ne occuperò e cercherò una via d’uscita. Ma ora ho altro da fare. …Il ricordo, il lutto e la paura mi seguiranno, insieme al duro lavoro, fin quando vivrò”

 

 

3 thoughts on ““La parete” – Marlen Haushofer

  1. Elena Grammann 23 agosto 2017 / 10:04

    Ciao, in effetti non avevo notato questo articolo, probabilmente lo avevo “saltato” perché il nome dell’autrice non mi diceva niente. Molto interessante, l’articolo e immagino anche il romanzo. Così, a memoria, direi che va in un’altra direzione rispetto a “Dissipatio H.G.”, nonostante una situazione di partenza molto simile.
    “Non è quindi certo il ritorno alla natura che può salvare dalla follia e dalla solitudine” – mi sembra il punto (e l’aporia) centrale, un punto che sento molto per certe affinità esistenziali, benché giocate su un registro meno drammatico.
    Sono un po’ scettica invece sul lato “femminista”. Il femminismo, di cui riconosco la necessità e apprezzo i risultati (almeno quelli apprezzabili), è un tema che sento meno. Certo che a leggere certa letteratura di lingua tedesca si direbbe che la violenza (soprattutto psicologica) sulle donne sia un problema più del nord che del sud.
    Grazie per la dritta e buona giornata!
    Elena

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    • ilcollezionistadiletture 24 agosto 2017 / 8:41

      Grazie Elena di avermi letto
      Si “La parete” è un bellissimo libro, in termini strettamente narrativi è molto avvincente, sebbene più cupo de “La mansarda”. E, pur nella cupezza, è a suo modo poetico sebbene, a differenza de “La mansarda”, senza via di scampo.
      No, la Hausofer non aveva istanze femministe anche se mette oggettivamente a nudo questioni cruciali del femminile ma in realtà era consapevole, vivendole sulla sua pelle, anche delle contraddizioni del femminile. Caso mai c’è stata una certa lettura e letteratura femminista che se ne è appropriata.
      Non so se “la violenza (soprattutto psicologica) sulle donne sia un problema più del nord che del sud”, credo che oggi sia ugualmente diffusa, probabilmente una volta il nord su questo terreno era “più avanti”, nel senso che ce ne era di più e c’è ne è stata anche una maggiore consapevolezza.. Non a caso c’è stata nella letteratura femminile tedesca anni 60/80 uno sviluppo notevole di questo tema penso solo a Christa Wolf e a Ingeborg Bachmann le quali, in particolare in due loro libri di cui ho avuto modo di occuparmene e cioè rispettivamente “Sotto i tigli” e “Il caso Franza”, ne hanno parlato espressamente.
      Su Fassbinder ho in serbo una sorpresa. Grazie comunque della segnalazione di quel suo film che non conoscevo e che proverò a cercare.
      Un carissimo saluto e buona giornata.
      Raffaele

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  2. Elena Grammann 23 agosto 2017 / 14:20

    P.S. Aggiungo, a proposito della violenza, psicologica e non, sulle donne al nord, un film che ricordavo, di Fassbinder, ma di cui non riuscivo a reperire il titolo. E’ un film per la televisione, si intitola “Matha”, del 1974. lo vidi e mi fece una tale impressione che me lo ricordo ancora.

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