“Lettere d’amore tradite” – Gottfried Keller – Seconda parte

Lettere d’amore tradite” prende le mosse e si sviluppa a partire dal suo tema iniziale che è quello della ridicolizzazione dei falsi intellettuali e dei falsi letterati, di coloro cioè che, convinti di possedere intellettualmente e letterariamente qualità non comuni, si “danno” totalmente al loro scopo che è di vedersi riconosciuti come eminenti scrittori, soddisfacendo, in tal modo, le loro ambizioni letterarie e i loro sogni di gloria. Si dà il caso, però, che costoro siano degli emeriti velleitari, privi di qualsiasi reale talento, animati da una presunzione e da una vanità pari solo alla compiaciuta e patetica arroganza con cui si giudicano. Il che se avesse conseguenze solo sulle loro esistenze sarebbe poca cosa ma purtroppo gli effetti delle loro smanie letterarie e dei loro appetiti di autoaffermazione si possono propagare anche su chi sta loro intorno, finendo per imporre, a chi si trova in relazione con loro, la condivisione dei loro fini e la partecipazione al loro raggiungimento.

Keller costruisce una vicenda che si sviluppa in modo tragicomico, gettando, prima di tutto, nel più assoluto ridicolo, il protagonista, il patetico Viktor Störtler detto Viggi. Il quale, privo di qualsiasi “presupposto” in termini di doti letterarie e privo di un “curriculum” che ne giustifichi la scalata verso il successo, si mette a scrivere racconti, pubblicandoli su “…giornaletti della domenica”, su cui altri “sfigati” come lui, con tanto di nome d’arte – di cui anche Viggi si dota, si firma infatti con lo pseudonimo di Kurt Dalbosco – pubblicano le loro “creazioni”.

Il fatto è che Viggi, nella vita, lì a Seldwyla – immaginaria città della Svizzera dove Keller ambienta questa così come le altre novelle della raccolta La gente di Seldwyla– fa tutt’altro, essendo “…titolare di una redditizia ditta di spedizioni con annesso spaccio”. Ma siccome da giovane “…aveva frequentato un circolo di giovani impiegati che aveva come obiettivo l’erudizione scientifica e letteraria dei suoi membri [i quali però] lasciati del tutto a loro stessi, si erano dati a ogni genere di scemenza”, ritiene, per effetto di quell’esperienza, per lui “formativa”, di “…sentirsi particolarmente dotato come scrittore”.

Fissatosi in tal senso si dedica a tutto ciò che può alimentare e sviluppare la sua “arte”conducendo, in parallelo alla sua vita lavorativa, una sua vita letteraria: si circonda di libri, si abbona a ogni genere di pubblicazione, si dà quindi alla lettura e, poco dopo, convinto delle sue possibilità, alla scrittura, fino a partecipare “…a tutti i concorsi di scrittura che venivano proposti”. Finché entra in contatto con alcuni “scrittori” come lui: “…signori che non leggevano un buon libro da decenni, ma divoravano con avidità tutto ciò che veniva scritto da gente come loro, cercandolo come segugi di caffè in caffè, e non per una particolare empatia, ma solo per una strana volontà di tenersi d’occhio a vicenda.”

E mentre costoro si deliziavano a “sparlare” di tutti coloro che avevano raggiunto un qualche successo, bollandoli “…sempre con lo stesso ritornello: “D’altronde, è un ebreo””, il che ne rivelava la loro natura di congrega faziosa e inacidita, Viggi si sente come “arrivato”, riconosciuto cioè come scrittore in quanto parte di quel consesso: “Viggi Störtler si sfregò le mani, rapito e deliziato, pensando”Eccomi una volta tanto al posto giusto! Scrittore fra gli scrittori! Oh, che persone intelligenti! Quale capacità d’intendimento e quale sublime indignazione morale!” La critica che Keller muove è rivolta al fatto che costoro, improvvisandosi cialtronescamente, si reputano, per autoproclamazione, “scrittori” degni di riconoscimento laddove, tale riconoscimento, è del tutto infondato e immeritato non solo perché essi sono privi di qualità effettive, ma soprattutto perché privi di una reale necessità interiore ed espressiva, mossi, di fatto, solo dall’ aspirazione narcisistica e utilitaristica al riconoscimento in sé.

Ne è un brillante esempio la vicenda del cameriere nonché scrittore pentito Georg Naso – che Keller inserisce ad arte – il quale, ricostruendo quella sua vicenda, racconta che un giorno, improvvisatosi anche lui scrittore, in quanto attratto dalle comodità che la vita di scrittore gli prospettava, si mise a riempire pagine di storielle e spettegolature scopiazzate da vecchi giornali a cui aggiungeva “le scemenze che pensavo di testa mia”, come lui stesso dice, riuscendo, peraltro, a mietere svariati successi con le sue “invenzioni” letterarie. Ma se a un certo punto Georg Naso si pente e si ravvede e torna a fare il cameriere, al contrario, invece, il nostro Viggi Störtler continua convintamente a sentirsi e a vedersi come uno scrittore di talento e decide di tirare dentro nel suo “progetto” anche la sua giovane moglie, la graziosa e semplice Gritli, invero del tutto estranea a quelle “smanie” del marito.

Convinto infatti di poter dar vita ad una raccolta epistolare di successo, pretende che la povera Gritli gli scriva appassionate lettere d’amore mentre egli è in giro per i suoi viaggi di lavoro, lettere a cui, ovviamente, Viggi avrebbe risposto prontamente, avendo altresì eletto, a suo insindacabile giudizio, Gritli a sua musa ispiratrice. Ma costei che nulla ha della musa, né ambisce ad esserlo si sente solo oppressa da quel compito “letterario” che Viggi le ha dato, risultandole improbo rispondere a quelle ridicole lettere del marito, assolutamente artefatte nel loro finto sentimentalismo.

Ma siccome quello che per Gritli è un “sacrificio” per Viggi è invece un compito irrinunciabile a cui sarebbe inammissibile che Gritli venisse meno, ella, per evitare discussioni, trova uno stratagemma e si “inventa” di far credere al suo vicino Wilhelm, un maestro assai romantico che ha un debole per lei, che le lettere del marito, da Gritli trascritte e adattate, siano in realtà scritte da lei e siano a lui rivolte inducendolo in tal modo a risponderle. E così, quelle lettere di risposta, a loro volta, diventano quelle di risposta per il marito, a firma ovviamente di Gritli.

Utilizzando il registro dell’ironia Keller oppone alle mortificazioni causate dalle pretese castranti e egoistiche di Viggi la leggerezza e la levità di Gritli che recupera la padronanza della situazione liberandosi da quell’obbligo che gli assurdi propositi del marito le imponevano. Vi è in Gritli una implicita innocenza in ciò che ella sta facendo perché, a quell’ inganno, è stata indotta proprio da Viggi le cui smanie di “apparire” l’hanno portata suo malgrado e per paradosso a “nascondere” la realtà delle cose, senza per questo voler fare, né tanto meno attuare, alcun tradimento. Le pretese unilaterali di Viggi basate su quel suo procedere privo di spontaneità, egocentrico e inautentico sono, in realtà, assai più prevaricatrici del sotterfugio di Gritli il quale è una difesa, l’unica difesa che ella trova per uscire da una situazione insopportabile che, in quanto tale, è assolutamente autentica.

Nel frattempo lo scambio delle lettere assume via via un ritmo sempre più serrato con Viggi entusiasta delle risposte che riceve, data la “qualità” che egli trova nella scrittura, anche per il trasporto che Wilhelm ci mette nelle sue lettere. Il quale Wilhelm, a sua volta, diventa sempre più “stimolato” e infervorato dalle risposte che pensa di ricevere da Gritli, pur avendo notato l’artificiosità dello stile che, credendo che a lei piaccia, asseconda nelle sue risposte per farla contenta, laddove quello stile aulico è, ovviamente, lo stile di Viggi. E, presa da questo via vai epistolare, Gritli è ormai così impegnata nel trascrivere le relative lettere dei due che è “…costretta a scrivere come una copista di tribunale” ci dice Keller.

Ma le cose prendono una piega imprevista e avversa allorquando Viggi, concluso un ultimo affare, decide di fare ritorno a casa e, proprio mentre sta per arrivare, trova sul suo cammino Wilhelm, il quale è “tutto immerso nei suoi pensieri” e, all’apparire di Herr Störtler, spaventato, trasale e fugge, lasciando, inavvertitamente, lì per terra, il suo portacarte contenente tutte le lettere ricevute da Gritli. Attratto da quel fascio di carte Viggi lo apre e lo esamina e, con evidente sorpresa, riconosce le “sue” lettere e, al tempo stesso, si accorge che esse “Erano state copiate per bene e indirizzate al maestro“.

Nella mente di Viggi si insinua immediata l’idea di essere stato vittima di un subdolo “gioco” architettato da Gritli per sedurre il maestro e tradire il marito. Un “gioco” che poco dopo gli appare ancora più diabolico giacché, giunto a casa, trova gli originali delle lettere di Wilhelm indirizzate a Gritli e, da questa, trascritte e indirizzate a lui. Da qui la sua personale e perentoria sentenza di condanna per Gritli della quale Viggi non si pone neanche lontanamente l’idea di ascoltare le ragioni, sentenza che egli pronuncia “con un’espressione quasi delirante”: “Una donnaccia dal bel visetto e dalla testa vuota,… eppure astuta abbastanza per mettere in piedi l’ inganno peggiore che si sia mai visto!”.

Lettere d’amore tradite“, cioè il titolo della novella farebbe quindi riferimento alle circostanze a cui quelle lettere d’amore sono state piegate, in quanto appunto tradite, cioè snaturate rispetto a quello che sarebbe dovuto essere il loro autentico significato e la loro effettiva destinazione. Finendo per venirne abusata e maltrattata la loro natura di epistole amorose, giacché sia l’originaria intenzione a cui Viggi le aveva finalizzate che tutto ciò che ne è seguito, hanno portato a svuotarle di senso, a renderle ridicole e, al tempo stesso, estranee al sentimento che avrebbero dovuto veicolare e interpretare. Lettere d’amore quindi delle quali ne è stato fatto un cattivo uso, avendo avuto tra le loro conseguenze quella di ingannare la fiducia dei due destinatari finali. In tal senso questo titolo è coerente con il titolo originale della novella dato da Keller e cioè “Die missbrauchten Liebesbriefe”, laddove “Die missbrauchten” contiene proprio i significati di fare cattivo uso di qualcosa, abusarne, usare qualcuno per i propri scopi, ingannare la fiducia di qualcuno.

Tale versione del titolo è quella data all’ultima edizione della novella, pubblicata nel 2015 da Elliot Edizioni nella traduzione di Matteo Chiarini, laddove le precedenti e numerose edizioni che essa aveva avuto, a partire da quella della Frassinelli del 1943, si erano incentrate sulla circostanza della perdita delle lettere da parte di Wilhelm, adottando come titolo quello di “Lettere d’amore smarrite” nell’edizione Frassinelli, o “Lettere d’amore perdute” nelle edizioni successive, titoli che però, come abbiamo visto, non corrispondevano a quello originale.

Ma l’inautenticità dell’amore, di cui quelle lettere si sono fatte portatrici, preesisteva ad esse e non sono stare di certo esse a determinarlo, avendoci fatto vedere Keller come Viggi nutriva solo pretese e non certo affetto nei confronti di Gritli. Il risentimento e l’afflizione che, da quel momento, avvolgeranno Viggi non saranno infatti dettati dall’idea di avere perduto l’amore della moglie ma saranno conseguenza della sua vanità e del suo amor proprio feriti, rivelandosi tutta la superficialità di Viggi e la strumentalità che rivestiva per lui Gritli, da lui ormai “usata” solo per i suoi scopi “altisonanti”.

E, contestulamente a ciò, la vicenda assumerà risvolti assai penosi per Gritli che verrà cacciata senza pietà da Viggi, nonostante ella avesse amorevolmente tentato di dargli una spiegazione: “…gli afferrò una mano per scongiurarlo di ascoltarla per qualche istante”, ma crudelmente e ridicolmente Viggi “…la trascinò fuori in strada con queste parole << E con questo io ti ripudio e ti caccio, donna scellerata! E mai più varcherari la soglia della mia casa!>>.

Ma Gritli reagirà con orgoglio e dignità a quell’umiliante epilogo e, trovata ospitalità presso una vecchia cugina, “giurò che non sarebbe mai più ritornata nella casa di Viggi Störtler”. E infatti quando questi si reca dal parroco per avviare il processo di separazione scopre che prima di lui vi si è già recata Gritli la quale sentitasi punita in modo smisurato rispetto alla sua colpa, nonché profondamente risentita per i maltrattamenti subiti – Viggi l’aveva pure lasciata chiusa in cantina per un’intera notte prima di allontanarla da casa – aveva deciso di separarsi da lui.

E Viggi sentirà solo allora dal parroco, a cui Gritli aveva raccontato tutto, come erano andate effettivamente le cose e, sebbene egli fosse già stato assalito dal senso di vuoto che l’assenza in casa di Gritli gli aveva lasciato, facendo ciò vacillare, per un momento, la sua intransigenza, tuttavia restò ottusamente convinto che quella raccontata da Gritli fosse una bugia e che, prima o poi, le avrebbe fatto confessare quella che, per lui, era la verità. La solitudine però Viggi non avrà il tempo di provarla per davvero perchè quello stesso giorno, appena tornato a casa, vi trova una lettera che segnerà l’entrata in scena e, sebbene lui ancora non lo sappia, anche l’entrata nella sua vita di Kätter Ambach, nota zitella di Seldwyla, oggetto di risa da parte di tutti in città e ciò sia per il suo aspetto sgradevole che per i suoi modi atteggiati e ampollosi. Ma Viggi, che in in realtà era anch’egli solito ridere di Kätter, di fronte alle traboccanti manifestazioni di solidarietà e di empatia che ella gli rivolge prima nella lettera, poi di persona – essendosi autoinvitata a casa di lui – si ravvede, sentendosi immediatamente compreso e del tutto a suo agio, tanto più che ella gli confesserà che “Niente al mondo le piaceva di più che scrivere lettere.”

Un addio lungo e pomposo” suggellerà quel loro primo incontro e come dirà un cittadino di Seldwyla, vedendoli mentre lì sulla strada si scambiano quell’intenso saluto, ”Dio li fa e poi li accoppia”. Ma quell’idillio, così come esso sembrerebbe annunciarsi, nasconde per Viggi conseguenze per lui assai amare perché dietro le apparenze disinteressate e amorevoli Kätter comincerà a insediarsi in casa di Viggi, a prenderne possesso e, soprattutto, a godere di quello che è il suo piacere più sfrenato: il cibo. La sua fame inarrestabile e vorace faceva fuori svariati e ingenti tipi di cibi, tanto che “…in meno di quattro settimane svutò sei grandi vasi di conserve che Gritli aveva preparato e riposto per l’inverno”. Poi “Dopo essesi rimpinzata, si sedeva per un’ora accanto a Viggi e lo consolava”, infine “…senza essere troppo esplicita, lo sobillava contro la moglie”.

La penetrazione di Kätter nella vita di Viggi avrà modo di consolidarsi definitivamente allorquando il processo di divorzio tra Gritli e Viggi andrà a sentenza. Ma, diversamente da quanto pensava Viggi, quello che ne uscirà con le ossa rotte da quel processso sarà proprio lui perchè non solo la corte non riscontrerà alcun reato nei comportamenti di Gritli, ma ella si difese con tale lucidità e passione che apparve chiaro a tutti che vittima di quella vicenda, per le vessazioni morali e materiali subite, era stata proprio lei: “Non essendo stato provato alcun tradimento da parte della moglie, la corte non era costretta a pronunciare una sentenza, ma i signori giudici, come tutti gli altri a Seldwyla, furono ben contenti di privare il povero Viggi della sua graziosa moglie e di spedirlo fra le braccia della buffa Kätter. E così si motivò il divorzio con l’incompatibilità di carattere e di interessi, oltre che con i brutali maltrattamenti del marito, come l’avere tenuta segregata la moglie in cantina e l’averla messa alla porta senza pietà…Ma la donna doveva essere considerata innocente e al di sopra dei sospetti, pertanto doveva rientrare in possesso del proprio patrimonio senza pagare alcun risarcimento di danni”.

Il continuo gioco di contrasti tra sostanza delle cose e apparenze esteriori che contraddistingue tutto lo sviluppo della novella e che ne è a fondamento sia come tema che come intento del messagio che Keller vuole veicolare, trova quindi un suo primo esito e una sua esplicitazione nel momento in cui viene affermata e sancita, sia formalmente che socialmente, la “verità” sul comportamento di Gritli la cui immagine di donna manipolatrice è tale solo esteriormente. Laddove la sostanza del suo agire non ha alcunché di colpevole ma è dettato da una necessità difensiva e da un intento “utile”, volto cioè ad appianare il sorgere di un contrasto tra lei e Viggi che si annunciava lacerante qualora ella non avesse assecondato il progetto del marito. La sostanza quindi qui emerge e si afferma rivelandosi ben più solida e vera delle apparenze.

A sua volta Viggi, dietro le apparenze di vittima, rivela di essere, nella sostanza dei suoi modi e dei suoi vissuti, un autoritario e un prepotente oltre che un narcisista e un velleitario. Casomai nei comportamenti di Gritli vi era stata l’illusione di salvare il suo matrimonio e il suo rapporto con Viggi, i quli però erano ormai irrimediabilmente compromessi giacché le dinamiche sin qui viste rivelano che il contrasto tra sostanza/autenticità di Gritli e apparenza/inautenticità di Viggi era diventato ormai esplicito, nel momento in cui Viggi si era buttato in quella sua rincorsa del riconoscimento letterario a tutti i costi. Infatti Gritli stessa durante la sua indignita e appassionata difesa dirà: “Non era stata lei a cambiare bensì lui. E fino ad allora era vissuta al suo fianco fedele e contenta, e lo stesso all’apparenza era stato per lui. Perfino quando si era dedicato alle nuove arti, come tutti sapevano, non si era unita al coro di risate degli estranei…Ma alla fine il marito aveva preteso da lei l’impossibile, cioè che esprimesse i suoi sentimenti femminili con uno stile retorico e innaturale dentro lunghe lettere destinate al pubblico, costringendola così a impiegare il suo tempo in un’attività inutile che sentiva estranea e le ripugnava.”

In effetti in tutta questa vicenda Viggi sarà vittima ma non di Gritli bensì di se stesso. Perché l’avere deciso di incamminarsi su quella sua nuova strada, per lui gloriosa ma in realtà solo piena di vanagloria, per lui artistica ma in realtà solo tronfia e insignificante, lo porterà alla rovina. In quanto non solo non raggiungerà quei traguardi che si riprometteva ma perderà pure l’affetto e la comprensione che Gritli gli assicurava, oltre che la sua graziosa persona. E come dirà al suo passaggio – appena egli sarà uscito dal tribunale – uno dei tanti che commenteranno salacemente la sua “stupidità”: “Ecco uno che si crede un genio e invece è un fesso”.

Ormai divenuto preda di Kätter Ambach, Viggi convolerà con lei a nozze e da Kätter sarà trascinato in una vita “al galoppo”, fatta di feste e di occasioni mondane, in cui lei lo rappresentava di continuo come persona eminente e totalmente dedita al suo lavoro letterario e lui ne godeva tantissimo, compenetrato in quella parte e in visibilio per quelle adulazioni. Ma al di là del fatto di essere diventati Viggi e Kätter gli zimbelli di Seldwyla, vi è che egli “…doveva ora fare a meno del patrimonio di Gritli che le era stato restituito” e ciò, insieme a quella vita smodata che praticava con Kätter, lo condusse, ben presto, “…al punto di non riuscire a procurarsi il denaro necessario per i francobolli con cui avrebbe spedito tutte le lettere insulse…riguardanti la sua attività letteraria, e che ogni giorno viaggiavano avanti e indietro pur valendo meno di niente” . Con Kätter che, a sua volta, scialacquava gli ultimi soldi rimasti tra salumerie e pasticcerie, invece che per i francobolli con cui doveva affrancare le lettere che portava alla posta, imbucandole perciò senza francobolli. Kätter, infatti, “Se era mattina, raggiungeva una salumeria e comprava uno zampone di maiale; se era pomeriggio, invece, trovava una pasticceria e si riempiva di torta di mele”.

E così “…mentre le solide e redditizie lettere d’affari diventavano sempre più rare” , il “povero” Viggi “…che aveva sempre condotto una vita semplice e serena, adessso era tormentato non soltanto da preoccupazioni e complicazioni, ma anche da illogiche passioni e da un’ambizione rampante e frustrata”. Perché “Invece di dedicarsi agli affari, si era buttato anima e corpo, insieme a una mancita di anime affini che era andato a scovarsi nella regione, in un genere di letteratura confusa e scolastica, che pur essendo piena di ripetizioni si spacciava per innovativa e ineguagliata, mente non faceva altro che ruminare avanzi o tirare fuori roba senza senso. Quegli egregi signori rivolgevano le loro frecce contro chiunque non rispondesse al loro impellente richiamo…Fra loro però si disprezzavano segretamente.”

Viggi si ritrovò quindi definitivamente sprofondato in un tracollo materiale, esistenziale e artistico che, nella sua crudezza, era assolutamente reale e autentico, abbandonato ormai alla mercé di se stesso e degli eventi come nel caso di quei suoi “corrispondenti vendicativi” da cui riceveva “…il doppio delle lettere non affrancate , con i “migliori ossequi” e sottintese maledizioni”.

A fronte del presenzialismo e di quell’essere sulla bocca di tutti di Viggi e Kätter, Gritli e Wilhelm invece erano scomparsi dalla scena, facendo vita ritiratissima e solitaria, ognuno per suo conto, ancora scossi per tutto ciò che era loro accaduto. Wilhelm contrito e amareggiato per la credulità che egli aveva rivelato in quella vicenda, convinto che in quell’amore ci aveva creduto solo lui e rimasto infine deluso e disincantato nei confronti delle donne “…si propose di non pensare mai più a nessuna di loro”. Tornato a dedicarsi, anima e corpo, al suo lavoro di maestro ne viene però allontanato dall’ottuso e malevolo parroco che in quanto direttore della scuola, “…riferì alle autorità che Wilhelm era stato coinvolto in un processo di divorzio e si raccomandò di infliggergli una salutare punizione per i suoi peccati…Così il giovane fu sospeso per due anni dall’insegnamento e rimase senza mezzi di sostentamento”

A quel punto Wilhelm mosso da un moto di reazione – volendo scomparire ulteriormente dalla scena ed attratto dall’ idea di andare a lavorare nei campi – lascia la città e si trasferisce a vivere in un podere, in cima a un monte, lavorando come contadino ed abitando in una capanna, deciso a “…non voler più scendere in città.” La scelta di Wilhelm ha in sé un contenuto di espiazione, come se egli volesse ritrovare se stesso e, insieme a ciò, recuperare una sua purezza nel contesto di una vita incontaminata ed ascetica, volta alla più assoluta essenzialità ed autenticità, lontano dalle tentazioni e dalle miserie del mondo. Immerso nella natura Wilhelm conduce una vita operosa, in sintonia e in continuo dialogo con ciò che lo circonda, lavorando ma anche scoprendo il valore e la bellezza di ciò che la natura ogni giorno gli mostra e gli offre. Una vita così piena di “sostanza” da diventare simile a quella di un eremita, essendo Wilhelm diventato anche, così come si era ripromesso, insensibile all’impulso femminile: “…capitò più di una volta che qualche audace signora si spingesse fino alla vigna e si aggirasse intorno alla capanna. Ma Wilhelm era cambiato. Invece di abbassare gli occhi e innamorarsi in segreto, guardava quelle esploratrici diritto in faccia, tranquillo e un po’ ironico, per poi andarsene per i fatti suoi senza sentirsi tentato”.

In effetti quella trasformazione era stata radicale ed estrema, perché dall’ essere facile all’innamoramento, quale egli era stato, adesso Wilhelm si comportava da misogino come peraltro lui stesso ora si considerava. Ma nonostante il rigore e l’intransigenza di quelle sue scelte nei pensieri di Wilhelm, a un certo punto, fa capolino il ricordo di Gritli perché, come chiosa Keller, quella con Gritli, per Wilhelm, “In fondo era una di quelle storie interrotte e incomplete che, come una gamba rinsaldata dopo una lunga frattura, si fanno sentire ai cambi di stagione.”

E anche in Gritli, venuta a conoscenza della vita che adesso conduceva Wilhelm, era sorta la curiosità e la voglia di rivederlo: “Era molto incuriosita e moriva dalla voglia di vedere la casa di Wilhelm e di sentirlo parlare”. E così una sorta di piccola spedizione, organizzata da Ännchen, una sua amica intraprendente quanto maliziosa, porterà Gritli, se pur in incognito ed opportunamente travestita, in quella solitaria e misteriosa capanna di Wilhelm, dove l’ambiente originale, i modi di Wilhelm e le sue nuove fattezze la colpiranno molto: ”E tutto piacque molto alla donna che Viggi e la sua Kätter avevano definito prosaica e sciocca. Ogni tanto lei lanciava un’occhiata anche al proprietario di quella stanza, che non le piacque certo di meno…ora aveva un atteggiamento disinvolto e sicuro di sé…ma se egli avesse saputo chi aveva davanti, forse, sarebbe stato meno sfrontato”

Ma il timore cheWilhelm fosse in fondo ancora quell’eterno romantico di prima, pronto ad innamorarsi di ogni donna che incontra, tiene sulle spine Gritli che, attratta, vorrebbe avvicinare Wilhelm, ma non si fida come confessa alla sua amica dopo quella visita: “<<Ah, mi piace pure troppo!>> sospirò Gritli. <<Ma non mi fido di lui. Anche se ora sembra molto posato, potrebbe anche tornare a fare il cascamorto che si invaghisce di tutte quelle che vede, e allora si che cadrei dalla padella nella brace. Bisognerebbe trovare il modo di metterlo alla prova>>” Così, per sciogliere quel rovello, d’accordo con Gritli, la sua amica decide di tornare da sola da Wilhelm. E, fattasi particolarmente bella ed attraente, con astuzia e con calcolata seduzione lo metterà alla prova, cercando di ammaliarlo ed attrarlo, fino al punto di fargli credere di essersi innamorata di lui. Wilhelm, pur cogliendo le apparenze e le appariscenze che quella donna gli trasmette, sta per cedere spinto da un impulso che li per lì non riesce a trattenere: “…lei sussurrò piano <<Purtroppo mi sono innamorata di voi!>>, e alzò lo sguardo su di lui con un sorriso. Certo non era un’occhiata autentica e sincera, ma una gemma artificiale, un prodotto di fabbrica, e Wilhelm lo percepì, eppure era abbastanza ardente da risvegliare in lui tutta una serie di sentimenti e di pensieri che si accesero rapidi come un lampo”.

Tuttavia, proprio in quel frangente, il pensiero di Gritli gli si riaffaccia alla mente e la forza dei sentimenti che ancora prova per lei prende il sopravvento: “…in quel preciso istante nella sua fantasia vide Gritli in piedi sulle scale della casetta…ritrasse di colpo e inaspettatamente le labbra dal bacio che Ännchen stava per dargli. Lo sgauardo vagò nel buio blu della notte e vide sempre più chiaramente la figura di Gritli seduta davanti alla sua porta come se lo aspettasse.” E quando Ännchen lascerà la casa, constatato che Wilhelm non si era fatto sedurre e intuito che era a Gritli che egli pensava per delle domande che egli le fece e che a Gritli alludevano, il “…desiderio di Wilhelm volò giù nella valle dove si trovava Gritli.”

La forza di un sentimento vero aveva quindi prevalso sull’esteriorità seducente e attraente ma non autentica emanata da Ännchen. E quando Gritli, definitivamente confortata e rassicurata da quella prova, si recherà da Wilhelm e tra loro si scioglieranno gli ultimi dubbi e gli ultimi “non detto” rimasti, essi si ritroveranno e si riconosceranno nella pienezza e nella limpidezza di un amore che, nella loro vita, non avevano mai provato. In tal modo, dietro l’idillio e il romanticismo di quel lieto fine, Keller potrà innalzare la definitiva e conclusiva affermazione dell’essere sull’apparire, della sostanza sull’apparenza e ciò sarà tanto più evidente laddove – come ci informa Keller alla fine della novella – “ Viktor Störtler e la sua Kätter erano finiti da tempo nell’oblio insieme a quelle lettere d’amore che, spinti dalla fame e dal bisogno, avevano voluto riscrivere fra molti litigi per pubblicarle come se fosse stata la loro corrispondenza.”

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