“I racconti di Mala Strana” – Jan Neruda

Praga è tre città in una. La città piccola o Mala Strana, la città vecchia o Stare Mesto e la città nuova o Nove Mesto. La città piccola o Mala Strana si stende sulla sponda sinistra della Moldava, nel triangolo compreso tra il fiume e le due colline di Hradcany e Petrin. Definita l’anticamera del Castello di Praga – trovandosi ai piedi del famoso Castello di Hradcany – Mala Strana venne fondata nel 1257, accanto alla città vecchia, come seconda città di Praga. Gli abitanti parteciparono attivamente allo sviluppo architettonico di Mala Strana e le case del quartiere caratterizzano il volto della città.

A Mala Strana si può infatti assaporare l’atmosfera magica di palazzi, piccole piazze, giardini profumati. Ogni abitazione è personalizzata da stucchi, fregi ma in particolar modo da insegne. Figurazioni di animali, santi, strumenti musicali che in passato, al posto dei numeri, contraddistinguevano le case. Ed è qui a Mala Strana in quella sua atmosfera antica e sospesa che sono ambientati “I racconti di Mala Strana” di Jan Neruda che, facendo mia la definizione datane da Italo Alighiero Chiusano, si possono, a ragione, definire un “piccolo capolavoro”: “…questa silloge narrativa edita per la prima volta nel 1878, all’epoca della più alta maturità di Neruda, s’inscrive di diritto nel novero di quelli che io chiamerei “piccoli capolavori”” (I.A. Chiusano – “Praga tenera e grottesca” in I. A. Chiusano – “Altre lune” – Mondadori – 1987 – p.403)

Ma a renderci ancor più vivo e palpabile il fascino nascosto di Mala Strana e dei racconti di Neruda è Angelo Maria Ripellino in quel suo meraviglioso e sontuoso affresco di Praga e della grande letteratura che vi fiorì che è “Praga magica”. Scrive Ripellino: “ Il passato governa Mala Strana. Nel racconto “Re Bohusch” di Rilke si legge: “Bohusch continuò: – Io conosco la mia mammina Praga sin dentro al cuore:…perché proprio questo è il suo cuore, Mala Strana…Sta sempre nel cuore ciò che vi è di più segreto e, vede, vi è tanto di segreto in queste vecchie case”. La Mala Strana dei racconti di Neruda…coi suoi nobiliari palazzi attorniati da orti, con le ampie chiese, con le strette straduzze in salita verso il Castello, con le gialle lanterne riflesse nelle pozzanghere, era un dormiglioso cantuccio di provincia. E ancor oggi, del resto, guardate dal verde di Petrin e del castello l’ammaliante conglomerato di émbrici e altane e abbaini e camini e comignoli e torri: sembra immerso il quartiere in un altissimo sonno e come estraneo al brulichio della vita. Quelle case sono ancor oggi rifugi per anime solitarie e scrigni per cuori abbandonati. Nei giorni descritti da Neruda grossi miagolatori, rubicondi gattacci si affacciavano fra i pelargoni dei davanzali, fili d’erba spuntavano nelle straducole, panni disabitati e federe a righe e fiorami, che il vento gonfiava, pendevano dalle finestre, piccoli omini, per lo più pensionati, ingannavano il tempo a fumare la pipa e a narrarsi storielle alle osterie o dinanzi ai portoni….Qui il melodioso fruscio del fogliame e le pietre e le araldiche insegne sulle facciate: tutto rammenta un’esistenza remota e svanita” (A.M. Ripellino – “Praga magica” – Einaudi – 1991 – pp. 203-204)

E questa natura appartata e silente di Mala Strana è lo stesso Neruda a descrivercela apertamente, già nel primo racconto, presentandoci Mala Strana in questi termini: “La Mala Strana (case e gente considerata in blocco) ha in sé qualcosa di silenzioso, dignitoso, antiquato, diremmo quasi assonnato”. Un’impronta quindi bonaria e un po’ dimessa che i racconti di Neruda, nel ricreare quel mondo piccolo e placido nel quale sono ambientati, esaltano, dando vita a storie che, a prima vista, colpiscono per la loro semplicità naif, per la loro ingenua tenerezza, per la loro assurdità improbabile.

Il mondo letterario di Neruda attinge quindi da quell’universo umano che egli ben conosceva essendovi nato a Mala Strana, il 9 luglio 1834, ed essendovi a lungo vissuto proprio nella strada principale che, in onor suo, è stata poi ribattezzata con il suo nome, chiamandosi infatti Nerudova. Nei racconti di Neruda siamo quindi lontani da quei misteri e da quelle inquietudini, da quei labirinti e da quelle ombrosità che tanta letteratura praghese tra fine ‘800 e inizi del ‘900 ha evocato e rappresentato, sia nelle sue forme più magiche e spettrali, sia in quelle più metafisiche e fantastiche come sintetizza efficacemente Chiusano passando in rassegna i tratti peculiari dei grandi scrittori praghesi del primo novecento: “…non è senza pericolo, parlando di Praga, pensare subito alle grandi sublimazioni e trasfigurazioni novecentesche: all’epopea falstaffiana di Hasek, alla satira fantascientifica di Capek, ai mostri e agli automi di Meyrink, agli astronomi e agli alchimisti di Brod, alle rievocazioni nostalgiche di Urzidil, agli incubi metaforici di Holan, ma soprattutto a quel “nuovo mondo”, non solo letterario ma anche esistenziale e filosofico, che è l’opera di Kafka” (I.A. Chiusano cit. p. 403)

Se quindi Neruda, come afferma ancora Chiusano, è “…molto al di qua di queste appassionanti complicazioni e “maledizioni” essendo ancora di una “sanità” assoluta”, pur tuttavia i suoi racconti nella loro ironica semplicità e nella loro schietta caratterizzazione macchiettistica – non a caso uno dei racconti si intitola espressamente “Macchiette” – contengono una loro vena “infida” che mette a nudo e smaschera un fondo ora grottesco, ora amaro; ora malinconico e ora persino crudele che rivela che anche tra quell’umanità, così apparentemente pacata e semplice, si svolgono sorde lotte, si inventano folli avventure, si conducono vite surreali, si intessono vicende farsesche, si verificano esiti tragici che rendono tutt’altro che sonnacchiosa e tranquilla l’esistenza di chi vive a Mala Strana. Siamo quindi di fronte a un microcosmo che diventa parte di un tutto assai più ampio, rispecchiando e contemplando un mondo solo apparentemente rarefatto, in realtà profondamente vivo, perché capace di essere caustico e feroce così come sa essere la vita.

In questo senso il pregio di Neruda sta proprio nel rappresentare tutta la sottile e sfaccettata “cattiveria” che aleggia nelle storie che racconta, dissacrando, di fatto, l’apparente bonomia dei suoi personaggi ed evidenziandone l’aspetto folle e assurdo. E, in virtù di questa sua caratteristica, Neruda appare antesignano e capostipite di quel filone della letteratura praghese connotato da una vena “surreale”, ma anche tenera e incantata, che troverà, nel corso del ‘900, il suo più alto interprete in Bohumil Hrabal, come osserva infatti Claudio Magris nella sua bella prefazione ”…l’ambiente praghese dei racconti di Bohumil Hrabal, scritti alla fine degli anni Sessanta, è ricalcato su quello ritratto, negli anni Trenta, dalle novelle di Capek, che a sua volta fanno aggio sulla Praga ottocentesca descritta e creata dalla narrativa di Jan Neruda”. ( C. Magris – “Introduzione” in Jan Neruda – “I racconti di Mala Strana” – Marietti – 1998 – p.7))

E, per inciso, segnalo – per quanto riguarda Capek – che se è vero che egli è conosciuto soprattutto come l’inventore del robot (fu lui a coniare la parola), e della prima ribellione degli automi contro l’uomo (nel dramma “R.U.R.” del 1920) risultando un antesignano ante litteram di un’utopia negativa verso la tecnologia, dando luogo a quella “satira fantascientifica” a cui faceva riferimento Chiusano, tuttavia egli è anche autore di quei “Racconti tormentosi” (da noi editi da Sellerio), in cui convivono da un lato la satira e l’umorismo, sia pur gelidi e, dall’altro, gli intrighi tormentosi delle situazioni umane che lo avvicinano a Neruda e Hrabal come affermato da Magris. Facendone quindi un autore affine a più d’uno dei differenti percorsi della letteratura praghese.

Ma tornando a Neruda egli si fa quindi interprete e fondatore – nel solco qui descritto – di quella Praga che, oltrepassando la sua natura di luogo geografico, si fa luogo letterario, quella città’ – libro che innalzerà, a partire da un substrato di realtà, la creazione di un vero e proprio immaginario. In altre parole, come afferma sempre Magris: ”Jan Neruda ritrae e insieme fonda nella parola quella realtà di Praga che costituirà un inesauribile repertorio, ed un’inesauribile fonte di ispirazione per gli scrittori successivi”.

Ed è proprio questo aspetto caleidoscopico delle storie e dei personaggi – che rende il variegato e mai prevedibile fluire della vita – che tiene insieme i racconti di Neruda. Dove la realtà, come si suol dire, supera la fantasia e diventa essa stessa “un inesauribile repertorio”. E così, dalle piccole cose dell’esistenza giornaliera, dal quotidiano ritratto nel suo contesto di vita popolare, sorgono storie fatte di tenerezza e comicità, bizzarre e stravaganti, dove il buffo e il tragico, anche profondo, si mischiano e si confondono, lasciando però sempre la sensazione della favola e dell’invenzione.

Siamo, in altre parole, in quella cosiddetta sintesi dei contrasti – che poi Hrabal svilupperà in modo più ampio e compiuto – che riesce a tenere insieme cose opposte e diverse e a superare la loro singolarità creando una realtà in cui ordine e caos, normalità e follia, struggevolezza e umorismo, vita e morte si fondono nell’ invenzione narrativa. Creando un mondo in cui tutto sembra finzione e in cui tutto sembra esprimersi come puro gioco, anche quando sono le tristezze e le insidie della vita a farla da padrone.

E così i protagonisti delle storie di Neruda vivono – in quella loro piccola vita di ogni giorno – vicende che, viste dal di fuori, possono sembrare minime ma che, in realtà, trasformano quegli anonimi protagonisti in veri e propri personaggi che incarnano tutta la segreta umanità ma anche disumanità della vita, rendendo quelle vicende delle piccole/grandi epopee.

Così, nel primo racconto, “Il signor Rysanek e il signor Schlegl”, che del racconto sono i protagonisti, per undici anni staranno regolarmente seduti allo stesso tavolo del più noto caffè di Mala Strana senza rivolgersi mai la parola, anzi senza nemmeno guardarsi pur stando l’uno vicino all’altro, odiandosi ferocemente per un’antica rivalità d’amore. Il caso aveva voluto che finissero seduti a quel tavolo ed essi “prima per orgoglio maschile e poi probabilmente per dispetto” avevano continuato a sedercisi. Ma quell’odio silenzioso e testardo col passare del tempo aveva finito per unirli e si era esso stesso trasformato. E quando il signor Rysanek, per un periodo – essendosi ammalato – non verrà più al caffè, accadrà che, fattovi ritorno e sedutosi di nuovo al solito tavolo, lui e il signor Schlegl inizieranno, per la prima volta, a parlarsi e scopriranno che tra di loro si era ormai stabilito un legame che aveva trasformato quell’odio in amicizia.

Al contrario, nel secondo racconto, la vicenda avrà un epilogo assai diverso. Già il titolo “Come un mendicante andò in miseria” ce lo fa presagire. Infatti il protagonista, il signor Vojtisek, un mendicante a tutti noto a Mala Strana e ben voluto, diventa all’improvviso oggetto di dicerie secondo le quali egli non è affatto povero ma, bensì, è un possidente ed ha anche due figlie che “ portavano i guanti e andavano in carrozza”. Venutone a conoscenza il povero Vojtisek sprofonderà nella più cupa disperazione essendo tutto ciò falso ed essendo egli specchiatamente onesto. Affranto lascerà Mala Strana, smetterà di mendicare e, ridottosi in totale miseria, si lascerà morire. 

Anche “Come il signor Vorel si affumicò la pipa” si rivela un racconto dalle premesse bonarie che finisce però tragicamente. Il signor Vorel stabilitosi a Mala Strana e apertavi una bottega si predispone con le migliori intenzioni verso la nuova clientela che si augura di avere. Ma, proprio con la prima cliente, commetterà una gaffe che getterà su di lui una cattiva e ingiustificata nomea che gli alienerà l’arrivo di altri clienti. Il negozio, ben presto, finirà per non rendere e lui finirà per impiccarsi lasciando solo la pipa, che aveva fumato rabbiosamente fino all’ultimo, completamente affumicata.

Ma, volendo dare una piccola sistematizzazione all’insieme di questi racconti, mi sembra si possano enucleare tre filoni principali, sebbene i confini tra l’uno e l’altro siano molto permeabili. Uno è quello “a sfondo tragico” rappresentato dai due racconti appena descritti. Ma anche il racconto dal titolo “Hastrmann”, contrassegnato da una toccante tenerezza – avendo per protagonisti una vicenda e un personaggio struggenti e commoventi – ha un esito che Neruda non ci dice esplicitamente ma che, nel non detto con cui conclude il racconto: “E il resto non lo voglio, non lo so più raccontare”, allude ad una conclusione tutt’altro che felice.

Ad un filone in cui prevale più spiccatamente l’elemento “assurdo-paradossale” è ascrivibile oltre al racconto che ha per protagonisti il signor Rysanek e il signor Schlegl, anche quello dal titolo “Il cuore tenero della signora Ruska”, la quale signora Ruska, assidua frequentatrice di funerali, in realtà è una gran pettegola che ai funerali ci va per sparlare, di fronte a tutti, dei morti, suscitando irritazione e sgomento fra i presenti, finché non gli verrà letteralmente ingiunto, dal locale commissario di polizia, di non farsi più vedere a nessun funerale.

Anche il racconto “Il dottor Guastafeste” ha per sfondo un funerale ed è incentrato su una vicenda che oscilla tra la farsa e il teatro dell’assurdo. Accade infatti che a un funerale, i cui partecipanti si atteggiano addolorati, essendolo in realtà fintamente, in quanto sono ben contenti della dipartita del defunto, questi risulterà non essere defunto per niente. Il caso, infatti, farà scivolare il coperchio della bara e, nello stesso momento, farà passare di lì il solitario e taciturno dottor Heribert che, per i fatti suoi, era di ritorno dalla sua passeggiata, il quale si accorge, nel disappunto generale, che il morto non è morto. E per aver “resuscitato” quel morto egli sarà, da quel momento in poi, per tutti, il “dottor Guastafeste”.

Sempre al filone dell’ assurdo può essere ascritto il racconto dal titolo “Come fu” il cui sottotitolo ne esplicita il contenuto “che il dì 20 di agosto 1849, all’una e mezza del pomeriggio, l’Austria non fu distrutta”. Nel quale si racconta dell’impresa convintamente architettata, fin nei minimi particolari, da quattro ragazzini il cui “Scopo principale era distruggere l’ Austria, donde la necessità immediata di impadronirsi di Praga.”. Ma, come ci dice il sottotitolo, l’Austria non finirà distrutta.

Mentre di un’assurdità beffarda e pervaso da una comica confidenza con la morte è il racconto “Scritto nel giorno dei Morti di quest’anno”. Nel quale “la signorina Mary” che, del racconto, è la protagonista, sarà vittima di un crudele scherzo fattole da due “veri mascalzoni”, tra loro amici, famosi a Mala Strana per i loro perfidi scherzi. I quali, con spudorata sfrontatezza, le faranno prima credere di essere entrambi innamorati di lei, ma poi di rinunciare entrambi alla loro promessa d’amore per non farsi reciprocamente un affronto, pur amandola ancora. E, ingenuamente convinta di ciò, ella resterà loro, per tutta la vita, fedele, certa di essere stata perdutamente amata da entrambi, i quali, poco dopo quello scherzo, erano nel frattempo schiattati, lasciando, dal suo punto di vista, la “signorina Mary”, vedova. E, come una vedova, nel giorno dei morti, sulle tombe di entrambi, ella aveva continuato tutta la vita a recarsi.

Infine ad un terzo ed ultimo filone, più squisitamente “fantastico, con una vena onirica”, fanno capo il racconto “La Messa di S. Venceslao” in cui il protagonista, anche qui un ragazzino, si fa chiudere di notte dentro la Cattedrale di S. Vito convinto che allo scoccare della mezzanotte appaia S. Venceslao a celebrarvi la Messa e il racconto “Chiacchiere notturne” in cui i protagonisti: quattro giovani, trascorrono la notte sui tetti, chiacchierando svagatamente, in modo poetico e folle.

Una sorta di compendio finale è l’ultimo racconto “Macchiette”, il più lungo, nel quale trovano spazio le diverse vene narrative di Neruda. Il protagonista, uno studente di giurisprudenza, affitta una camera a Mala Strana per prepararsi agli esami in tranquillità, ma verrà quotidianamente disturbato da ogni sorta di vicino che, dietro l’apparente cameratismo, finirà per riversare sul povero studente tutte le proprie stramberie e manie, fino al punto che sarà coinvolto in un duello e giungerà alle soglie di un matrimonio con una ragazza che non gli piace, studiando quasi niente e finendo per traslocare. Concentrandosi in questo racconto una galleria di personaggi e vicende che vanno dal comico al tragicomico.

In conclusione, in tutti questi racconti di Neruda, dietro la cornice narrativa, che ne fa dei quadretti delicati e “facili”, accade però sempre qualcosa che va oltre la superficie delle cose; insorge ora una turbolenza, ora un inghippo, ora un contenuto di follia che sovverte la prospettiva iniziale e che rivela quanto imprevedibile e piena di tranelli possa essere la vita. Neruda ci racconta questo facendo di Mala Strana la scena di ciò, come fosse un vero e proprio teatro nel quale egli muove i suoi personaggi, lasciandoci però alla fine l’impressione che quel teatro non è solo il teatro di Mala Strana ma è quel teatro in cui anche noi viviamo.

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