“Mozart in viaggio verso Praga” – Eduard Mörike – Seconda parte

“Poche opere presentano ad ogni nuova lettura tante sorprese come questa novella in apparenza assai “facile”, che vuol essere invece letta con molta attenzione e pazienza per essere gustata in ogni sua minuta e squisita bellezza”. Queste parole di Ladislao Mittner, che egli riporta nel capitolo che dedica a “Mozart in viaggio verso Praga” nella sua “Storia della letteratura tedesca” (Einaudi, 2002 – p. 482), danno la misura del contrasto tra l’apparente leggerezza e persino, se si vuole, frivolezza della novella di Mörike e quella che invece è la sua intensità di atmosfere e di toni e la sua densità di implicazioni che giustificano, sicuramente, più letture per essere colte a pieno.

La sensazione è infatti che intercorrano fra le cose dette e narrate nella novella dei nascosti legami, in quanto impliciti ma, in realtà, assai forti. E di questi quello che appare con più rilievo ed evidenza, è quel continuo contrappunto tra il Mozart a tutti noi noto in quanto genio e la semplicità quotidiana in cui è egli ritratto. In cui si gioca e si declina il grande tema del rapporto tra l’immortalità dell’arte e dell’artista e l’umana e inesorabile mortalità dell’uomo. In altre parole il tema del rapporto tra eternità e caducità che attraversa e percorre la novella.

Come detto nell’articolo precedente (v. “Prima parte ”), la novella si svolge nel corso di quel viaggio che, nel 1787, Mozart e sua moglie Costanza, intraprendono per recarsi a Praga ad assistere alla prima esecuzione del Don Giovanni. Opera che – si racconta nella novella – Mozart aveva espressamente deciso di comporre per il pubblico praghese perché non avendo il pubblico di Vienna apprezzato il Figaro, cioè la sua precedente opera, laddove invece essa aveva avuto un immediato successo a Praga, “il maestro, riconoscente e commosso”, aveva perciò composto per quel pubblico “la sua grande opera successiva”.

Già nella carrozza, durante il viaggio, nella deliziosa conversazione tra Mozart e la moglie, emergono in Mozart, pur nella leggera gaiezza di quel discorrere, sentori di smarrimento di fronte a quanto di incompiuto e di non goduto egli si dovrà assoggettare nella vita. Laddove l’intenso fluire della vita gli appare in tutta la sua sfuggevolezza: “Ovunque fluisce e urge turbinando la vita. Dio santo! a pensarci bene c’è da sudare freddo.” E di queste parole, nelle quali Mozart prorompe, Mörike ne sottolinea l’umbratile turbamento che esse contengono dicendoci come: “… a quell’uomo ardente, sensibile oltre ogni dire al creato e alle più alte conquiste dell’intelletto mancò sempre, per quanto nel breve volgere della sua vita abbia tanto vissuto, goduto e operato, quella ferma e costante serenità che sola può dare la piena soddisfazione di noi stessi”.

E così su quel Mozart che sprizza di slanci gioiosi, pronto a darsi e concedersi, capace di una svagata quanto innocente infantilità, tutto genio e sregolatezza, incombono oscuri presagi che lo assillano: “E allorché, affranto da quelle e da altre fatiche, accademie, prove eccetera, egli aveva voglia di tirare il fiato, accadeva che per lo più non poteva offrire ai nervi irritati altro che il fuggevole ristoro di una novella eccitazione. La sua salute ne risentiva, nel fondo: era sopraggiunto un malessere di natura ipocondriaca, che dì ora in ora tornava a farsi sentire, il quale, se non era la diretta conseguenza di tali strapazzi, fu da essi certamente alimentato: e in tal modo trovava inesorabilmente riscontro nella realtà quel presagio di morte prematura che da ultimo lo ossessionava ad ogni passo”

Senonché nel tardo mattino del terzo giorno di viaggio, mentre Costanza è tutta intenta a fantasticare amabilmente e fervidamente su i futuri successi di Mozart e sulla loro futura vita, essi decidono di fare una sosta, fermandosi nella locanda del paese in cui sono giunti. E mentre Costanza si dedica al riposo, Mozart si incammina lungo un viale che conduce ad un parco nel quale s’ inoltra, finché raggiunge un chiosco presso il quale siede, venendo attratto da “un arancio che sorgeva in disparte presso di lui, colmo di frutti d’oro” E, di tali frutti ne avvolge, “nel cavo della mano” quello “più accosto”, avvertendone “la tonda freschezza”, avendogli quel frutto rammentato un suo giovanile ricordo “del sud”. E, nella pienezza di quel ricordo, Mozart si trova come catturato e ammaliato, unendosi in lui, in quel momento una “reminescenza musicale… sulla cui orma incerta indugiò fantasticando”. E così inebriato dal profumo dell’arancia e da un’inconscia sete, stacca quasi senza accorgersene l’arancia dal ramo e sempre come fosse immerso in un sogno ne incide la polpa con un coltellino.

Questa scena oltre ad essere, come vedremo, narrativamente funzionale allo sviluppo della novella, contiene, in ciò di sublime che essa emana, un concentrato della poetica di Mörike. Laddove la sospensione del mondo che vi si avverte, l’acutezza della ricettività unita all’immobilità che rendono passivo Mozart tutto preso come egli è dalle pure sensazioni, fanno divenire protagoniste le emozioni e i sensi. Dove la bellezza si concentra nell’oggetto fermo e assoluto dell’arancia. Eppure, al tempo stesso, si avverte in quel ricordo di gioventù il senso di una perdita, di una privazione, di qualcosa che non è più, ormai fluito e staccato, come appunto ormai era divenuta quell’arancia, anch’essa staccata dal suo ramo.

Ma un brusco risveglio attende Mozart. D’improvviso egli viene infatti seccamente redarguito da un giardiniere apparso all’improvviso che, presolo per un ladro qualsiasi, gli ordina di seguirlo dal Conte Schinzberg, proprietario del parco, anche perché quella pianta con i suoi frutti ha un preciso valore essendo destinata, come dono di fidanzamento del Conte, a Eugenie sua nipote. Ma l’indignazione del Conte si trasformerà in gioia quando riconoscerà nel colpevole il grande musicista, invitandolo a fermarsi suo ospite nel suo castello dove tra l’altro erano previsti quel giorno i festeggiamenti per il fidanzamento di Eugenie, grande ammiratrice di Mozart, nonché sua appassionata interprete, il che avrebbe reso tutto davvero straordinario e indimenticabile.

E nella descrizione dei momenti e delle situazioni che scandiranno quella giornata la narrazione, come osserva Mittner, è punteggiata da quella “quasi inesauribile ricchezza di particolari apparentemente superflui in realtà sempre accuratamente scelti ed abilmente ordinati” (L. Mittner, cit. p. 482). Ne è un esemplare riscontro la scena in cui Mozart ascoltando Eugenie intonare un’aria tratta da “Le Nozze di Figaro”, ne resta incantato e rapito, finendo per meravigliarsi egli stesso della bellezza che quanto da lui stesso composto può raggiungere e inducendolo, rivolto ad Eugenie, a dirle: “Sentendovi cantare, l’anima mia diventa come un bimbo nel bagno: ride, si meraviglia, né saprebbe figurarsi qualcosa al mondo di più delizioso”.

Ma questa che potrebbe essere solo una dichiarazione di cortese gratitudine e di garbata socievolezza trasmette, in realtà, tutta l’affascinazione di Mozart uomo per il Mozart artista o, meglio ancora, per il prodigio dell’arte in sé, laddove Eugenie, con quella sua interpretazione, fa sua la musica di Mozart facendola vivere di vita propria e venendone al tempo stesso plasmata: “… il facile sentimento di quell’attimo, forse l’unico nel suo genere in tutta la sua vita, la rapì.”, scrive Mörike con riferimento a Eugenie mentre è intenta a cantare. Mozart finisce quindi per sentirsi un bambino di fronte a lei, abbandonato e inerme di fronte al miracoloso mistero di quel momento di cui egli stesso in realtà ne è l’artefice. In altre parole la creazione artistica si stacca e si emancipa dal suo stesso creatore, e diventa espressione di se stessa, al punto che il suo creatore ne viene “ridotto” a spettatore.

E così tutto ciò che successivamente avverrà e cioè: il banchetto durante il quale Mozart rievocherà quella festa acquatica a cui aveva assistito da giovane in quel suo soggiorno napoletano a cui il ricordo di prima faceva riferimento (che sarà, a sua volta, una sorta di novella nella novella dai contenuti pervasi di una palpabile erotica bellezza); la consegna a Eugenie del suo regalo di fidanzamento e cioè quell’arancio dal Conte amorevolmente e segretamente coltivato da cui l’iniziale “…risentimento con cui l’ottimo signore s’era visto rovinare da un ignoto proprio all’ultimo istante tale gioia”; le conversazioni e i lazzi in cui Mozart si intrattiene con il Conte e il fidanzato di Eugenie; i racconti, su episodi della sua vita coniugale, che la moglie di Mozart fa con le altre dame sotto il pergolato, dai quali scaturiscono gli incerti e gli imprevisti della vita fin nei loro più semplici e intimi aspetti, confluirà a render quel giorno unico e irripetibile.

Eppure su quel clima di pace e di abbandono calerà, in modo repentino e improvviso, un’angoscia che, introdotta da quel finale del Don Giovanni che Mozart echeggerà di fronte a quella platea, gettandola in un “silenzio generale”, si trasferirà nelle sue parole che egli dirà con riferimento a se stesso. Accade infatti che giungendo la serata al suo volgere, nell’euforia e nel clima del momento Mozart, si lancia nella ricostruzione della composizione del finale del Don Giovanni creando un’atmosfera inquieta e inquietante: “Soffiò sulle fiammelle dei candelabri, e il terribile corale “Di rider finirai pria dell’aurora” echeggiò nel sepolcrale silenzio della sala”.

E cantando e accompagnandosi al pianoforte esegue “…quel dialogo lungo e raccapricciante dal quale anche le persone più gelide vengono afferrate e travolte irresistibilmente oltre i confini della fantasia umana, ove scorgiamo e concepiamo il sovrannaturale, e, sospesa ogni volontà, ci sentiamo scossi nell’intimo tra le più contrastanti emozioni… Abbacinati, sentiamo all’unisono con quella cieca grandiosità, e partecipiamo straziati al suo dolore nell’impeto travolgente del suo annientamento”. E, richiesto dalla moglie del Conte, quale fosse stato il suo stato d’animo al momento di comporre quel finale, così oscuro e potente, Mozart le risponderà: “Veramente, alla fine mi girava un poco la testa…Ma un’idea mi attraversò la mente e mi inchiodò in mezzo alla stanza…Mi dissi: “Se tu morissi stanotte e fossi costretto a sospender qui la tua partitura? Potresti trovare riposo nel sepolcro?” Fissavo lo sguardo sul lume della candela che reggevo nella mano e sui rigagnoli di cera liquefatta. Mi sentii invadere da un male a quel pensiero.”

Ancora una volta quindi Mozart appare egli stesso colpito dalla potenza della sua musica. Ma, soprattutto, colpiti, lui e il suo pubblico, da quello spirito demoniaco e infernale contenuto in quella scena lugubre e cimiteriale in cui al seduttore “lo spettro appare”, che è l’ oggetto di “quel dialogo” che Mozart aveva eseguito. E così alla grazia e alla bellezza che, fino a quel momento, era diffusa in quel convivio si contrappone improvviso un presagio di morte di cui quella musica ne è rispecchiamento. Nel suo essere cioè supremamente bella e al tempo stesso foriera di morte, come è stata, peraltro, definita in una delle più note letture del testo mozartiano: “Un esperienza complessa della Morte nell’arte che ha il dono della grazia ecco come definirei in una sola frase Don Giovanni“. ( Pierre Jouve – “Il Don Giovanni di Mozart” – Adelphi – 2001)

Ma Mörike evocando il Don Giovanni e ponendolo al centro della scena pone al centro della scena quel pensiero della morte che se è di Mozart è, in realtà, prima di tutto suo. Come afferma Mittner che sintetizza questo punto dicendo: “Mozart doveva dunque comporre, prima di morire, il Don Giovanni, in cui contempla da artista il demoniaco di un’esistenza incontrollata;… e Mörike scrive la sua novella mozartiana, in cui riesce a rappresentare coerentemente tutti i suoi problemi umani ed artistici” ( L. Mittner, cit. p. 481).

Che sono quei “problemi umani ed artistici” di cui si era detto nel precedente articolo (v. “Prima parte”) e che, sintetizzando, erano racchiusi in questo passaggio: Per effetto quindi sia di quel controcanto inquieto e tormentato che si cela dietro l’armonia apparente del Biedermeier di cui parla Sebald in “Soggiorno in una casa di campagna”, sia della personale biografia di Mörike,….l’incombere del pensiero della morte, che è il motivo latente ma in realtà centrale che aleggia nella novella, è un segno dell’arte dell’epoca, ma anche un ben preciso segno dell’arte e della vita di Mörike.

Ma se nel finale della novella Mozart rimuoverà da sé, al momento della sua partenza dal castello del Conte, quel presagio di morte, ritrovando la consueta verve, sarà attraverso Eugenie, nella quale si rispecchia lo spirito di Mozart, che Mörike apporrà il suo sigillo di chi dentro l’idillio e la poesia nasconde le sue laceranti inquietudini. Sarà infatti Eugenie, piena come Mozart di sensibilità e di grazia, l’unica capace di comprenderne il destino, segnato dalla brevità della sua vita: “Per lei fu cosa certa che quell’uomo fulmineo e instancabile andava inesorabilmente consumandosi nel proprio ardore; che egli sarebbe stato soltanto una fugace meteora su questa terra, impari alla lotta col suo strabocchevole genio”

Laddove la caducità dell’uomo finirà assoggettata all’eternità dell’arte, risultando “impari” appunto di fronte ad essa. Essendo l’arte non solo più potente di quella caducità ma capace di contenerla e di ricomprenderla in sé. E quindi, come afferma, quasi con un paradosso, Mittner: “Mozart morrà dunque giovane, perché è un vero artista, perché è soltanto artista; e qui Mörike, sempre ossessionato dall’idea della morte, scopre…quella forza demoniaca dell’arte, che non può non condurre alla morte, perché è una sfida ad un tempo alla morte e alla vita” (L. Mittner cit, p. 481)

E quando Eugenie scopre, per caso, sul pianoforte su cui Mozart aveva suonato la sera prima quel foglietto su cui “era trascritta una canzone popolare boema” quello che si potrebbe definire “il più naturale dei casi, diventa facilmente, in uno stato d’animo come il suo, un oracolo”, perché quella canzone in forma di poesia, con cui si chiude la novella, contiene un esplicito, disarmonico, cupo e duro presagio di morte. E così sarà la poesia, quella poesia a sancire e decretare il vero e autentico spirito di quella novella tanto piena di grazia ed armonia.

7 thoughts on ““Mozart in viaggio verso Praga” – Eduard Mörike – Seconda parte

  1. Elena Grammann 18 giugno 2017 / 13:15

    Due articoli importanti, che ripercorrono i legami segreti fra tre autori (applichiamo il termine, benché impropriamente, anche a Mozart), tre secoli, tre sensibilità, accomunati da ciò che vi è in essi, in diverse proporzioni, di malinconia e, come dici benissimo, di senso della caducità e ineliminabile imperfezione dell’esistenza (“Mi dissi: ‘Se tu morissi stanotte e fossi costretto a sospender qui la tua partitura? Potresti trovare riposo nel sepolcro?’” ). Mi ha conquistato, nell’articolo precedente, la lunga citazione da Sebald e, in questo, la tua capacità di sottolineare, in una novella che a una lettura superficiale potrebbe apparire anodina, il punto, in mille modi suggerito più che espresso (tangenzialmente espresso, come è il modo dell’arte), che è l’insufficienza della vita e, al contempo, la magnificenza del mondo (magnificenza anche nel senso del sublime kantiano; magnificenza che, nel caso di Mörike, sembra manifestarsi più nell’esperienza dell’arte che nella vita vera e propria). Un grande aiuto a capire una novella nella quale, altrimenti, non sarei andata oltre la superficie.

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    • ilcollezionistadiletture 19 giugno 2017 / 12:50

      Si, per Mörike credo che scrivere questa novella sia stata una specie di esperienza di scrittura terapeutica, se pure ad alto livello, con cui sublimare e dare una via d’uscita e di fuga alle sue angosce e alle sue paure. Dando appunto all’arte il compito di risolvere, ad un livello superiore, quelle angosce e quelle paure. Un’arte che per Mörike è sublime e demoniaca al tempo stesso. In essa vi è infatti la vita, data dalla creazione dell’artista e la morte (e l’angoscia del vivere) di quello stesso artista in quanto uomo. Un intreccio a suo modo faustiano ma all’incontrario, dove l’arte anche quando raggiunge il suo massimo splendore e la sua massima bellezza porta dentro di sé la consapevolezza della tragedia della vita, come in effetti in realtà è.
      Grazie naturalmente per gli apprezzamenti.
      Ciao
      Raffaele

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  2. giacinta 19 giugno 2017 / 20:25

    Le arance ricordano i pomi del giardino delle Esperidi( sembra che in realtà non fossero mele ma arance ) , simbolo di immortalità..
    Mi è venuto in mente, che nella scena in cui Don Giovanni si fa servire la cena da Leporello, alcuni musicisti suonano ‘Non più andrai, farfallone amoroso’; Mozart cita dunque se stesso, trasmette qualcosa di proprio attraverso un gioco di scatole cinesi, un gioco che ha qualcosa a che fare con il tempo e la conservazione di qualcosa che l’arte può preservare. Probabilmente Amadeus voleva solo divertirsi ma, considerando anche la lettura della novella che condotto, c’è qualche probabilità che facesse sul serio..

    Ciao, Roberto. Sempre bello fermarsi qui 🙂

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  3. ilcollezionistadiletture 20 giugno 2017 / 7:11

    Si, il riferimento al giardino delle Esperidi e ai suoi “pomi aurei” come l’arancio che è: “colmo di frutti d’oro”, con il loro rimando alla vita eterna, è sicuramente fondato.
    Anche la novella, a sua volta, è tutto un gioco di scatole cinesi tra vita reale, creazione letteraria e creazione musicale, dove, alla fine, come dici tu, l’arte riassume e ricomprende in sé tutto, fa da mediatrice tra la vita e la morte e ne supera il contrasto e si fa portatrice e simbolo della durata delle cose contro l’oblio del mondo.
    Sulle intenzioni di Mozart non posso dire nulla, qui sono tutte filtrate dagli intenti di Mörike.
    Volevo invece fare una precisazione rispetto alle citazioni di Da Ponte all’interno della novella. Oltre alle due citazioni in nota che avevo segnalato in risposta al tuo feed sul mio precedente articolo, in realtà Da Ponte viene citato altre due volte ed entrambe queste due volte all’interno del testo: una volta in modo esplicito e una seconda chiamandolo “l’ abate” come effettivamente egli fu.
    Grazie per l’apprezzamento, anche le tue visite sono sempre gradite.
    Infine, anche se so benissimo che è una svista, sebbene Roberto cominci anch’esso per R, my name is Raffaele.

    Un caro saluto
    Raffaele

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  4. giacinta 20 giugno 2017 / 7:46

    Scusami, Raffaele!:-) Per farmi perdonare, riporto qui un passo delle memorie di Da Ponte che forse ti piacerà 🙂 Riguarda la genesi del Don Giovanni

    “…il deciso favore, mostratomi dall’imperadore, creò in me una nuova anima, raddoppiò le mie forze per le fatiche da me intraprese, e non mi die’ solamente coraggio da incontrar gli assalti de’ miei nemici, ma da guardar con disprezzo tutti i loro sforzi. Non andò guari, che vari compositori ricorsero a me per libretti. Ma non ve n’eran in Vienna che due, i quali meritassero la mia stima. Martini, il compositore allor favorito di Giuseppe, e Volfango Mozzart, cui in quel medesimo tempo ebbi occasione di conoscere in casa del barone Vetzlar, suo grande ammiratore ed amico, e il quale, sebbene dotato di talenti superiori forse a quelli d’alcun altro compositore del mondo passato, presente o futuro, non avea mai potuto, in grazia delle cabale de’ suoi nemici, esercitare il divino suo genio in Vienna, e rimanea sconosciuto ed oscuro, a guisa di gemma preziosa, che, sepolta nelle viscere della terra, nasconda il pregio brillante del suo splendore.

    (…)

    Martini, Mozzart e Salieri vennero tutti tre in una volta a chiedermi un dramma (…). Pensai se non fosse possibile di contentarli tutti tre e di far tre opere a un tratto. (…) Trovati questi tre soggetti, andai dall’imperadore, gli esposi il mio pensiero e l’informai che mia intenzione era di far queste tre opere contemporaneamente. –Non ci riuscirete!–mi rispose egli.–Forse che no replicai;–ma mi proverò. Scriverò la notte per Mozzart, e farò conto di legger l’Inferno di Dante. Scriverò la mattina per Martini, e mi parrà di studiar il Petrarca. La sera per Salieri, e sarà il mio Tasso.–Trovò assai bello il mio parallelo; e, appena tornato a casa, mi posi a scrivere. Andai al tavolino e vi rimasi dodici ore continue. Una bottiglietta di «tockai» a destra, il calamaio nel mezzo, e una scatola di tabacco di Siviglia a sinistra. Una bella giovinetta di sedici anni (ch’io avrei voluto non amare che come figlia, ma … ) stava in casa mia con sua madre, ch’aveva la cura della famiglia, e venìa nella mia camera a suono di campanello, che per verità io suonava assai spesso, e singolarmente quando mi pareva che l’estro cominciasse a raffreddarsi: ella mi portava or un biscottino, or una tazza di caffé, or niente altro che il suo bel viso, sempre gaio, sempre ridente e fatto appunto per inspirare l’estro poetico e le idee spiritose. Io seguitai a studiar dodici ore ogni giorno, con brevi intermissioni, per due mesi continui, e per tutto questo spazio di tempo ella rimase nella stanza contigua, or con un libro in mano ed ora coll’ago o il ricamo, per essere pronta a venir da me al primo tocco del campanello. ”

    🙂

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  5. ilcollezionistadiletture 20 giugno 2017 / 8:28

    Mi hai fatto cosa graditissima e i brani che hai riportato mi confermano nell’idea che mi ero fatto, leggendo un po’ la sua biografia in rete, che è stato davvero anche lui un personaggio geniale e molteplice. Tra l’altro ho scoperto che ha insegnato letteratura italiana in America, alla Columbia a New York, dove è morto ed è seppellito. il primo italiano, oltretutto, ad insegnare in quella università (era il 1825) e il secondo italiano in assoluto a insegnare in America. Che conosceva molto bene Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso come si evince dal brano che hai riportato e il fatto che fosse così richiesto come autore di libretti ne attesta indubbiamente le sue qualità “letterarie”. D’altro canto il suo nome, abbinato com’è ai tre libretti mozartiani ( “Figaro”, “Don Giovanni”; “Così fan tutte”) è diventato universale.
    Grazie ancora e a presto.

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